WEN – LUSSURIA – La camera con la carta da parati a grottesca – Massimo Acciai Baggiani

Nejua (pronunciato più o meno “nèsciua”) è mia amica da un paio d’anni. Lo giuro, non siamo mai stati altro che buoni amici. È una bella ragazza di trent’anni e se affermassi che non è sessualmente appetibile sarei ipocrita, ma non oserei mai farle una proposta del genere e credo che la cosa sia reciproca. O almeno lo credevo fino ad una settimana fa. Dopo quella notte misteriosa a casa sua ho una grande confusione in testa. Proverò a far chiarezza raccontando per scritto quello che è accaduto, passo passo, così come l’ho vissuto io, senza aggiungere spiegazioni mie: solo i fatti nudi e crudi.

Dunque mi trovavo nell’appartamento di Nejua, in un palazzone stile sovietico nella capitale di un paese dell’Est Europa di cui non voglio svelare il nome. Era una notte di fine agosto e mi ero coricato abbastanza tardi, dopo essere rimasto a chiacchierare con la mia amica in francese, la nostra lingua-ponte, fino a mezzanotte. Dopo tanti inviti caduti nel vuoto ero potuto finalmente andare a trovarla: lei si era gentilmente offerta di ospitarmi per una settimana durante le sue vacanze. Quanto a me, sono disoccupato, vivo di rendita e non ho problemi né di tempo né di denaro. E adoro viaggiare.

Lei venne a prendermi in aereoporto, ci abbracciammo e andammo subito in taxi nel suo appartamento, in periferia. Era all’undicesimo piano di uno di quei grigi caseggiati anonimi, imbrattati di graffiti, che ricordano tempi tristi. L’appartamento di Nejua invece era molto accogliente ed arredato con gusto: creava un curioso contrasto con l’esterno. Entrando fui colpito dall’odore dell’ambiente. Ogni casa ha un suo odore particolare: a volte respingente, a volte invitante. Quello era invitante, come d’altronde è la mia amica, la persona più gentile ed ospitale che conosco: un misto di cannella, bucato fresco, pane caldo, caffè, fiori, spezie varie più qualcosa di indefinibile.

Lasciatemi descrivere ora l’appartamento nell’ordine in cui me lo mostrò Nejua, dopo avermi invitato a togliermi le scarpe e lasciarle al mobiletto accanto alla porta. Si tratta di un modesto locale con tre stanze, un bagno ed un piccolo corridoio. Appena si entra c’è uno specchio sulla sinistra, davanti al mobiletto, alto e stretto, ondulato (ne ho visto uno simile all’IKEA), poi un mobiletto su cui sono appoggiati vari oggetti tra cui piccole cornici con foto che la ritraggono con parenti e amici vari. Sulla sinistra c’è la cucina: piccola, pulita e funzionale. Sul frigo c’è una dozzina di souvenir magnetici che testimoniano i suoi molti viaggi di lavoro intorno al mondo. A destra c’è un piccolo salotto con un grande schermo televisivo, che prende anche un paio di canali italiani, ed una piccola camera per gli ospiti: quella destinata a me. Ha grandi vetrate luminose che si possono oscurare la notte tramite le veneziane: lo skyline della città appare anonimo, grandi palazzi, poco verde e viali larghissimi e trafficati. C’è un letto ad una piazza e mezzo che Nejua aveva preparato per me, con una coperta a motivi floreali, uno scrittoio con una sedia ed un piccolo armadio di noce con le ante scorrevoli. Nient’altro, a parte un paio di quadri alle pareti: uno a soggetto religioso ed uno marinaresco. L’elemento di arredo che comunque colpì subito la mia attenzione fu la carta da parati. Innanzitutto era da parecchio che non vedevo più una camera con la carta da parati, mi sembrava una cosa un po’ anacronistica che riportava la mia memoria a quando ero bambino e alla mia vecchia casa d’infanzia. La carta in questione riportava strani motivi a grottesche, dorati su sfondo verde oltremare: esseri ibridi e mostruosi che si intrecciavano ad elementi vegetali ripetendosi secondo semplici schemi simmetrici. Fantasie un po’ morbose che rimandavano ad un’età senza tempo e che mi davano una strana sensazione, non saprei dire se spiacevole o meno. Direi solo strana. La carta da parati era l’unico elemento che sentivo veramente estraneo in un ambiente in cui mi sentii subito a mio agio.

Dopo avermi indicato il bagno e gli asciugamani puliti che mi aveva messo sopra il letto, Nejua mi lasciò per darmi modo di sistemarmi. Misi il trolley da una parte ed iniziai a disfare i bagagli, pregustando già la cenetta tipica che la mia amica mi aveva promesso quando ci eravamo sentiti su WhatsApp quella mattina, quando mi trovavo ancora in Italia. Era stato un viaggio lungo e faticoso, passato in compagnia di un libro – un curioso manuale per fare il sidro in casa, pieno di riferimenti letterari – che avevo quasi terminato. Tirai fuori il libro e lo misi da una parte, sulla testata del letto, vicino all’interruttore della luce, poi mi tolsi pantaloni e maglietta. Rimasi in mutande a riposare un po’ sul letto, assaporandone la morbidezza e la freschezza.

Quella notte, dicevo, andai a letto dopo mezzanotte. Mentre ero disteso sul letto in mutande, solo col lenzuolo addosso (era una notte calda), attendendo il sonno riassaporai i momenti di quella giornata, da quando ero partito quella mattina all’arrivo nella capitale, poi la passeggiata in centro con Nejua e la cenetta leggera in un locale all’aperto, lo spettacolo di giochi d’acqua e luci in un grande parco affollato ed infine la buonanotte a casa sua. Una giornata intensa e piacevole che ben prometteva per quel mio viaggio all’estero. Il sonno tardava ad arrivare, come mi succede sempre la prima notte in un letto straniero. Ogni tanto aprivo gli occhi e nella penombra osservavo la luce della città che filtrava tra le fessure delle veneziane. Ascoltavo il rumore del traffico, undici piani più in basso, ed il vento che si era alzato in serata e che a quell’altezza era piuttosto forte. Pensavo al programma dell’indomani: colazione ricca di proteine e via verso nuove esplorazioni. Il sonno davvero si faceva desiderare. Alla fine, non so che ora fosse, il sonno arrivò e mi ritrovai addormentato.

Qui iniziano i fatti misteriosi. Era ancora notte fonda quando, nel dormiveglia, sentii una presenza che si infilava sotto il lenzuolo. Era un corpo femminile, caldo, completamente nudo come appurai di lì a poco. Ancora intontito dal sonno mi rigirai domandandomi se stessi sognando o se a Nejua fosse venuto in mente di farmi qualche scherzo. Non era proprio da lei. Il corpo si strinse a me. Sentivo il suo fiato sul collo, quindi una mano sulla mia pancia che scendeva, scendeva. Io ero come paralizzato, ma non avevo paura. Ero indifferente. Mi rigirai di nuovo, con la schiena sotto. La mano mi si infilò tra le mutande. Quando toccò il mio sesso ebbi un brivido. Cominciavo ad eccitarmi e non mi chiedevo più cosa fosse saltato in testa alla mia amica. La mano cominciò ad accarezzarmi lentamente, sapientemente. Distesi la mano ed inarcai la schiena. La mano finì sul sesso nudo di lei. Era umido e caldo.

– Dobbiamo stare insieme – sussurrò una voce femminile, del tutto estranea. Fu lì che realizzai che non poteva trattarsi di Nejua, la quale non conosce una sola parola d’italiano. Di colpo mi irrigidii ed uscii da quella strana paralisi. La mia mano si ritrasse e cercò a tentoni l’interruttore, vicino alla testata del letto. Urtò contro un oggetto che cadde rumorosamente sul pavimento. Il libro. Ebbi un sussulto. Lei continuava a masturbarmi. Dopo un tempo che mi parve interminabile trovai finalmente l’interruttore e accesi la luce. In fondo mi aspettavo davvero di trovare Nejua in preda da un raptus erotico, per quanto assurdo potesse essere: ma non vedevo altre spiegazioni meno assurde, eravamo solo noi due nell’appartamento e l’avevo sentita chiudere a chiave il portone di casa. Invece non era lei. Era una ragazza sconosciuta: viso ovale, con lunghissimi capelli neri lisci ed un’espressione un po’ contrariata.

– Rimettiti a dormire – mi disse con tono che non ammetteva replice – Dobbiamo dormire insieme.

Quel guizzo di volontà tornò a svanire in un dormiveglia incantato che sfumò lentamente nell’incoscienza. Prima però sentii la sua mano che avvicinava il mio sesso al suo, piano piano, fino a toccarlo. Poi più nulla.

Fu la suoneria del mio smart-phone a svegliarmi, alle otto di mattina, come convenuto la sera prima con Nejua. Ero solo nel letto. In un primo momento mi domandai se quanto avevo vissuto quella notte fosse solo un sogno, ma era così vivido che ero propenso più al no. Dopo qualche attimo, mentre mi stavo svegliando del tutto, mi diedi dell’idiota. Certo che era un sogno: cosa poteva essere altrimenti? Mi alzai, cercai col piede una ciabatta, poi l’altra. Il piede urtò il libro, caduto per terra accanto al letto. Dunque la caduta del libro non me l’ero sognata. Mi guardai nelle mutande: il membro era in erezione, ma questo mi accadeva tutte le mattine, era normale. Mi rimaneva quella sensazione dolce, di quando ci si risveglia da un sogno erotico e si assaporano emozioni irreali. Mi rivestii con calma ed andai in cucina. Nejua era già al lavoro attorno ai fornelli. Nell’aria si spandeva un profumo invitante che veniva dal forno. Stava preparando una qualche torta tipica della sua terra.

Le augurai il buongiorno con una delle poche espressioni che conoscevo della sua lingua. Lei mi rispose in francese chiedendomi se avessi dormito bene. Anche lei aveva un’espressione assonnata ed i capelli in disordine. Mi domandai se la sua domanda non nascondesse un sottinteso malizioso. Decisi di non dirle nulla: cosa avrei potuto d’altronde dirle? Una ragazza si è infilata nel mio letto stanotte? Non mi avrebbe preso sul serio. L’ipotesi che si trattasse effettivamente di uno scherzo architettato con una sua amica non reggeva: Nejua non era davvero il tipo di fare scherzi, anzi una sua pecca era proprio lo scarso senzo dell’umorismo. Era allora molto più probabile che si fosse trattato davvero di un sogno.

Consumammo la colazione in silenzio. Sia io che lei tendiamo a non essere loquaci la mattina, almeno non prima di una buona tazza di caffè. Indugiammo a tavola per un’oretta buona, consumando una delle colazioni più abbondanti e saporite di cui abbia memoria, quindi mi lavai i denti e tornai in camera per prepararmi ad uscire con lei. La carta da parati alla luce diretta del sole, che entrava copioso dalle vetrate con le veneziane tirate su, aveva un aspetto completamente diverso dalla sera prima. I colori erano diversi, più brillanti e più banali. L’aura di mistero era sparita. Rimaneva il mistero sul letto. Raccolsi il libro e feci per rimetterlo a posto. Dalle pagine venne fuori una foto. Ero sicuro di non avercela messa io, ma la cosa che mi diede un tuffo al cuore fu che conoscevo il soggetto ritratto. Era la ragazza misteriosa di quella notte. Era una vecchia foto ingiallita e consumata, ma non potevo sbagliarmi. Era lei. Decisi di mostrare la foto a Nejua. Era in bagno a lavarsi i denti. La fermai mentre usciva e le misi sotto gli occhi la foto. Ricorderò sempre il cambiamento della sua espressione: fu repentino quanto inquietante. Durò un attimo, fu tanto breve che in seguito mi sarei chiesto più volte se me lo fossi solo immaginato. Tornò la solita di sempre. Mi domandò dove l’avessi trovata. Io le dissi di averla trovata per terra, in camera, senza specificare altro. Gliela diedi e lei la prese con cautela, come se stesse maneggiando una bomba. Mi disse che non riusciva più a trovarla da anni.

– Qui est elle? – le domandai. Lei fu dapprima evasiva, poi mi disse che era sua sorella maggiore. Era venuta a mancare molti anni prima, quando lei, Nejua, era ancora piccola. Samila, questo il suo nome, era morta a venticinque anni: non mi volle dire come e ritenni indelicato chiederglielo, di certo però non era morta di vecchiaia. Avevo avuto dunque ricevuto attenzioni sessuali da parte di un fantasma? Vi assicuro che era in carne ed ossa, non era per niente evanescente come ci immaginiamo i fantasmi. Rimane dunque aperta l’ipotesi del sogno, ma come si può sognare una persona che non si è mai vista? Com’è finita quella foto tra le pagine del mio libro?

Qui termina la mia storia. Le successive notti nella camera con la carta da partati a grottesche passarono tranquillamente, in un sonno profondo. Mi spiace che non ci sia una risposta a queste domande, ma ho promesso di essere obiettivo e di raccontare tutto così come si è svolto. Giudichi il lettore, anche se confesso un certo imbarazzo a far leggere questo mio testo ad altri. Credo che lo lascerò in un cassetto: forse il tempo lo riporterà alla luce. Speravo che scrivendo tutto nero su bianco, ripercorrendo con la scrittura quegli eventi, analizzandoli insomma a mente lucida, sarebbe saltata fuori una spiegazione razionale.

Ma non sempre le spiegazioni razionali saltano fuori, ecco.

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

3 pensieri riguardo “WEN – LUSSURIA – La camera con la carta da parati a grottesca – Massimo Acciai Baggiani

  1. Ah, se come il protagonista del racconto di Carlo, avesse fatto registrare su disco ciò che era accaduto, .. ora non avrebbe dubbi ..Lo so non c’entra niente, ma il racconto mi ha riportato a quell’altro appena letto.
    Siete veramente bravi.

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