WEN – FIGLI – Agoghè – Carlo Menzinger

Domani, figlio mio, compirai sei anni! Com’è passato in fretta questo breve tempo assieme. Al pensiero che lascerai per sempre il gineceo per andare al ginnasio, che mi lascerai per sempre, mi si stringe il cuore.

I figli sono frecce scoccate dai genitori. A noi tocca mirare verso il giusto bersaglio, ma dopo che la freccia è partita non possiamo più guidarla. È immorale che una madre voglia tenere il proprio figlio con sé o deciderne la sorte. Eppure questo mi ferisce come se la freccia fosse infitta nel mio costato.

Già all’asilo hai imparato tanto, ma da domani inizierà il tuo cammino nell’agoghé di Sparta. Chissà con quale maestro dormirai. Chissà quale insegnante ti insegnerà a combattere. Chissà chi ti renderà padrone della scrittura e della matematica.

Non potrò vederlo. Forse non saprò mai che ne sarà di te. Per sedici anni, fino a quando diventerai un irene, non potrò cercarti, non potrò parlarti, non potrò toccarti né abbracciarti. Questo vuole Sparta ed è giusto perché devi fortificarti e diventare un soldato fiero e coraggioso.

Da domani pranzerai nei sissizi con gli altri ragazzi e così per tutta la tua vita. Già sembra così lontano il tempo in cui ti nutrivi al mio seno e presto lo sarà anche il ricordo dei pasti fatti in tua compagnia, con le altre donne del gineceo.

Solo quando sarai cresciuto e a ventidue anni affronterai la tua cripteia e tornerai con le mani purificate dal sangue del tuo primo ilota ucciso, potrò forse rivederti.

Ma tu non ti ricorderai più di me. Non ti importerà più di me. Sarò per te solo una donna sfiorita tra tante. Non mi chiamerai più mamma. Non cercherai più i miei baci. Magari verrai a trovarmi per un fugace saluto. Magari mi presenterai il tuo compagno, l’uomo con cui dividerai il giaciglio. Poi te ne andrai. O forse non verrai neppure a trovare la tua vecchia triste madre.

Sarai un fiero guerriero di Sparta e partirai subito per terre lontane a difendere i confini dell’impero. Senza cercarmi. Senza voltarti. Senza rimpianti. Senza memorie di me. E forse sarà meglio così. Almeno a soffrire per la lontananza sarò solo io.

Magari un giorno avrò l’onore di vederti tornare disteso sul tuo scudo e mi diranno che dovrò essere orgogliosa di te, perché sarai morto combattendo per la gloria di Sparta. Sarò certo molto fiera di te, ma sarò riuscita per allora a colmare questo vuoto che già mi devasta il cuore? Sarò riuscita a dimenticare questo dolore che questa notte non mi lascia dormire, che in questi giorni mi distrae dal lavoro, mi fa pensare a te, solo a te e nient’altro che a te, piccolo bambino mio, che da domani inizierai la tua dura agoghé nelle palestre di Sparta?

Sofronia mi stringe tra le sue braccia. Cerca di confortarmi. Dovrei esserle grata. Le voglio un gran bene, ma quasi non mi accorgo di lei. Ti guardo dormire accanto a noi e piango. Sofronia mi sussurra di smettere. Se la dioiketa o la stanziera se ne dovessero accorgere mi punirebbero per questa debolezza. Non sarebbero le frustrate il problema, ma il loro disprezzo e quello delle altre compagne nei giorni a venire.

Eppure, eppure che cosa ci posso fare? Non riesco a fermare queste lacrime mentre ti guardo, così tenero, dormirmi vicino, mentre sento il tuo respiro leggero, mentre sento l’aroma della tua pelle.

Tutto questo da domani sarà perduto, per me.

Firenze, 22/05/2021

di Carlo Menzinger di Preussenthal (racconto della saga “Via da Sparta“).

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