WEN – FIGLI – Guerre parallele – Renato Campinoti

Antonio Scali era uno dei giornalisti più brillanti del maggiore quotidiano nazionale, che da poco aveva aperto una redazione locale nella sua città, Firenze. Ormai superati da tempo i quaranta, più vicino alla prossima decina, aveva una famiglia del tutto normale, con moglie insegnante e figlio adolescente, che ogni sera, sul tardi, ritrovava unita all’ora di cena.

Per la verità, da un po’ di tempo, il tram tram quotidiano, fatto delle consuete preoccupazioni per il fine mese e per le inevitabili scelte sulle spese familiari, si stava complicando per le sempre più frequenti irrequietezze del figlio Mattia che, compiuti da poco i sedici anni, si sentiva sempre più stretto dai vincoli e dalle regole che, inevitabilmente, la famiglia, la madre soprattutto, cercava di mettere alle sue uscite serali, alla reticenza a occuparsi dei compiti scolastici che il nuovo triennio liceale comportava, a rendere più chiare le compagnie che il giovane frequentava e che non erano sempre di gradimento dei familiari.

Quando la sera Antonio rientrava a casa e sentiva il bisogno, spinto anche dalla moglie, di dialogare un po’ con il figlio, questi era invariabilmente chiuso nella sua cameretta, con lo stereo a tutto volume, su musiche beat di gruppi giovanili che Antonio non riusciva né a riconoscere né ad apprezzare. Le urla che il giornalista era costretto a gridare per farsi sentire dal figlio, venivano ampiamente superate dal rumore delle percussioni musicali, scoraggiandolo a dare corso ai propositi di dialogo con Mattia.

Inutilmente Rossella, la moglie, lo spingeva a non arrendersi di fronte a queste complicazioni e a prendere in mano con nettezza il rapporto col figlio.

«Mattia sta vivendo la situazione tipica di molti adolescenti», lo spronava la moglie «pronti a correre dietro ad ogni treno che passa e a vedere nell’atteggiamento di controllo dei genitori il nemico da battere per sentirsi già adulti e indipendenti».

«Capisco», rispondeva Alberto, poco propenso ad accettare quei consigli, a suo modo di vedere molto influenzati dal “mestiere” della moglie. «Basterà avere un po’ di pazienza e si calmerà, come abbiamo fatto tutti, del resto».

Durante la cena, mentre il figlio spolverava la sua  razione in pochi minuti per tornare nella sua stanza, Alberto disse alla moglie che ciò che lo stava preoccupando in quel momento era una proposta che aveva ricevuto dal giornale, di accettare l’dea di assumere la qualifica di “inviato” (che lo avrebbe fatto salire di qualifica in maniera significativa) e recarsi in Medio Oriente, dove erano ricominciate le azioni di guerra tra Israele e i Palestinesi, a svolgere da lì la sua prima esperienza di questa nuova responsabilità.

«I primi tempi dovrò restare là per almeno tre mesi, poi si vedrà…», rispose a Rossella che lo interpellava sulla lunghezza della sua assenza da casa.

«Spero solo che tu ti renda conto che hai un figlio che, ora più di sempre, ha bisogno della figura paterna per indirizzarlo e impedirgli di cadere in tentazioni o in qualcosa di peggio, sollecitato anche da frequentazioni che non mi piacciono per niente. Secondo me, dovresti rinviare questo pur importante sviluppo della tua carriera di almeno un paio d’anni»

Naturalmente Antonio, che non la vedeva come la moglie sui presunti pericoli del figlio, disse chiaro e tondo che aveva già dato la sua disponibilità alla direzione del giornale e che, nel giro di qualche giorno, sarebbe partito per la sua nuova missione.

I tre mesi che Antonio trascorse in medio oriente, tra Gerusalemme e i luoghi dove continuava a consumarsi quell’inutile e drammatica guerriglia tra popolazioni ormai incapaci di riconoscere i reciproci diritti ad una patria, furono un periodo di nuove scoperte e amicizie. Anche gli articoli che inviava quasi giornalmente al giornale, risentivano positivamente di questo nuovo entusiasmo che aveva recuperato nel mestiere di giornalista. «Non ne potevo più di scrivere sempre le solite fesserie sui piccoli furti o sulle paure della gente per i nuovi sbarchi di immigrati. Qui, anche se si corre qualche pericolo, si racconta qualcosa di drammatico e di vero!»

Naturalmente Antonio chiamava spesso la moglie, la quale cercava di minimizzare, senza riuscirvi, le paure che il comportamento del figlio adolescente le procurava. Antonio la ascoltava e continuava ad attribuire lo stato d’animo di Rossella a quella sua mania di perfezione e di ordine tipica di insegnanti scrupolosi come lei. Finita la telefonata, tornava ad immergersi nell’impegno quotidiano di interpretazione, nel prossimo articolo, degli sviluppi, o anche solo dello stallo, delle vicende di cui si sentiva ormai protagonista.

Tre mesi, per quanto possano sembrare lunghi, finiscono per trascorrere velocemente. Così Antonio si ritrovò sull’aereo che lo avrebbe riportato a casa per qualche settimana, prima del nuovo incarico di inviato. Era convinto di aver fatto un buon lavoro e, in attesa di rivedere i familiari, si concesse un momento di relax. Appoggiò la testa e si apprestò ad un pisolino, proprio mentre l’aereo entrava nello spazio magnetico italiano. La radio, finalmente, emise suoni nella sua lingua. Così si apprestò ad ascoltare un notiziario nella sua lingua. Incominciarono così le solite dispute politiche, le vicende del Vaticano e altre amenità. Stava per arrendersi al sonno quando, in finale, apprese la notizia: “Questa mattina all’alba, di ritorno da una nottata di sballi in discoteca, l’auto di quattro giovanissimi è sbandata finendo nella corsia opposta, dove un Tir l’ha presa in pieno. Per i ragazzi non c’è stato nulla da fare. Tra questi si trovava anche Mattia Scali, figlio di un noto giornalista inviato dal quotidiano in medio oriente. La mamma, appresa la notizia, ha perso conoscenza ed è stata trasportata in ospedale in preda ad un attacco cardiaco…”

Ad Antonio spuntarono due grosse lagrime di dolore e di rabbia. Si guardò intorno ma non vide nessun muro su cui sbattere la testa. Ora davvero non sapeva da dove cominciare a combattere la guerra contro se stesso.

Grave incidente d'auto per quattro giovani a Conco | 7 Comuni Online

Renato Campinoti

Una opinione su "WEN – FIGLI – Guerre parallele – Renato Campinoti"

  1. Figli! Difficile scindere i due ruoli, i loro compiti si intrecciano, parlare degli uni è raccontare dei secondi..
    Bello questo racconto dal finale triste.

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