WEN – FIGLI – Il segreto di Mara – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

I

Che fosse stata adottata Mara lo sapeva da quando aveva sei anni; adesso che di anni ne aveva undici si trovava davanti a un enigma che minava la sua sanità mentale. Tutto iniziò il giorno in cui si ritrovò da sola in casa e le venne la naturale ma indiscreta voglia di frugare tra le cose di sua madre. Quale bambino (e quale adulto) non ha mai avuto questa tentazione?

Mara e Meri vivevano da sole in un appartamento a Rifredi. Mara era cresciuta senza babbo, sentendosi diversa dalle altre compagne di scuola anche per la spiccata intelligenza e precocità, tanto che veniva lasciata spesso da sola in casa, senza babysitter.

Quella sera grandinava e i tuoni erano così forti da far vibrare i vetri delle finestre. A Mara piacevano i temporali, a patto di essere al riparo. Spense il televisore – c’erano solo cavolate – e si chiese cosa avrebbe potuto fare nell’attesa di Meri. Meglio controllare se le persiane sono chiuse, pensò. Quando entrò nella camera della madre adottiva sentì quell’eccitazione delle cose proibite. La stanza era piccola ma ingombra di mobili e oggetti vari. Il suo sguardo cadde sull’armadio e senza pensarci troppo si ritrovò ad aprirlo. Si sprigionò un vago odore di naftalina insieme all’aroma buono di cose vecchie e familiari. C’era una scatola in un ripiano in alto. La tirò giù aiutandosi con una sedia. Non c’erano scritte: una scatola di cartone color crema, poco più grande di una scatola da scarpe. Vergognandosi appena l’aprì. Dentro c’era un album di foto. Mara sorrise tra sé, sperando che fossero le foto di gioventù di Mara. Stranamente non gliele aveva mai mostrate. Sfogliò l’album e pensò di essersi sbagliata: non erano le foto si Mari ma… le sue. Erano però foto che non aveva mai visto, certo non le stampe di quelle che conservava nel pc. Un dettaglio di una foto fece provare un brivido alla bambina. La ritraeva davanti al vecchio meccanotessile abbandonato, solo che al posto dei giardini c’era una specie di giungla, e c’era la neve. Mara non aveva mai visto la neve a Firenze. La foto era vecchia, con i colori alterati dal tempo, eppure era lei, Mara undicenne: anche i vestiti erano i suoi.

II

«Chi sei tu davvero?»

Meri non riusciva a staccare lo sguardo da quella foto, incapace di rispondere alla figlia. Incapace di darle una spiegazione che sapeva meritare ma a cui non avrebbe creduto.

«Allora?» la incalzò la bambina, lo sguardo duro e spaventato al tempo stesso.

«Sono la tua mamma, tesoro» disse infine, con la voce incrinata «la tua vera mamma. E questa sono io alla tua età».

La bambina la guardò senza capire.

Meri guardò la figlia in un modo più serio del solito. Si abbassò e la prese per le braccia. Con lo sguardo fisso negli occhi di Mara le disse: «Adesso è tardi. E’ quasi ora di cena. Ma se vorrai, prima di metterti a letto, ti racconterò tutto e capirai perché ti ho detto che sei, veramente, la mia figlia naturale»

Mara avrebbe voluto saperlo subito, immediatamente, quello che la madre le stava promettendo di raccontarle. Ma capì che non sarebbe servito a niente fare i capricci. Avrebbe aspettato l’ora di cena e di consumare il pasto con quella donna che, improvvisamente, aveva scoperto essere la sua vera madre. Provò ad ascoltare il battito del cuore e si accorse che era regolare come prima di quella scoperta. In realtà, si disse, il cuore lo deve aver saputo da sempre quel segreto, perché non riusciva a capire quale era la differenza, nel sentimento che provava per Meri, tra prima e adesso. Mentre decideva di ritirarsi nella sua cameretta in attesa della cena, vide che la madre era rimasta con la scatola delle foto in mano e con lo sguardo perso in chissà quale luogo e quale tempo.

All’età di diciotto anni Meri era una ragazza bellissima, con un fisico scolpito dalle tante attività fisiche cui si compiaceva di dedicarsi, una capigliatura nera e lunga che le ornava un viso bello e solare, uno sguardo profondo che non lasciava indifferente nessun ragazzo a cui capitava di incrociarne gli occhi. Tale e quale era sua sorella gemella Katrina, così uguali che nessuno, talvolta neppure gli stessi genitori, erano capaci di distinguerle. La cosa che meravigliava chiunque aveva occasione di frequentarle e di entrarci in confidenza, era il rapporto meraviglioso tra le due sorelle, incapaci di manifestare il benchè minimo sentimento di rivalità né, tantomeno, di invidia. Era come se l’una fosse l’estensione dell’altra e viceversa. I genitori per primi erano orgogliosi, ovviamente, di quelle figlie che, pur con le loro inevitabili tendenze all’autonomia e alla ricerca del proprio spazio di adolescenti, dimostravano una non usuale reciproca solidarietà e un forte amore per la vita.

Il Paese in cui vivevano, la Romania, non era certamente dei più ricchi di opportunità per due ragazze di quello spirito e di quella bellezza. Entrambe, non lo nascondevano a nessuno, avrebbero tanto desiderato dare prova di sé in una di quelle attività che, a giudicare da ciò che vedevano alla tv, sembravano fatte apposta per giovani donne come loro.

Quando quell’uomo, di una certa età, sempre vestito con abiti di stoffa buona e con camicie e cravatte di marca, si presentò prima a loro gemelle e poi, subito dopo, dai loro genitori, le ragazze toccarono il cielo con un dito. Finalmente si profilava un futuro dove, «quantomeno ci potete provare», come si era espresso quel signore. E aveva aggiunto con un piglio deciso: «E lasciatevelo dire da uno che se ne intende, voi avete più probabilità di tutte quelle che si presenteranno. Intanto», aveva concluso, «questi sono i biglietti dell’aereo che vi porterà dritte a Milano, la capitale dello spettacolo dell’Italia e non solo, a questo indirizzo. Là vi faranno un primo test e vi alloggeranno come regine. Dopo…bè, dopo sta anche a voi farvi valere, mostrare sicurezza e volontà di procedere fino…fino al successo, spero. Solo allora, se vorrete, vi ricorderete di me e mi compenserete per le spese che sto sostenendo per voi».

Meri e Katrina non resistettero dall’abbracciare quell’uomo del destino e di riempirlo di baci.

Non l’avessero mai fatto! Non avessero mai dato retta a quell’uomo così falso e ingannatore! Avessero almeno ascoltato il loro padre che voleva saperne di più su quel tizio prima di buttarsi a braccia spalancate in quell’avventura!

A Milano ci misero poche ore per capire che erano cadute in una trappola delle più feroci. Private dei loro documenti, ricattate da loschi figuri, stuprate e drogate ripetutamente, in pochi giorni si ritrovarono a battere sulle vie della movida, alla mercè dei peggiori figli della borghesia meneghina che, belle come erano, se le contendevano a suon di bei bigliettoni, che finivano invariabilmente nelle tasche dei loro sfruttatori.

Erano cadute nella tratta di esseri umani per fine di prostituzione, un’organizzazione per niente banale, fortissima per ferocia e per risorse economiche, capace di controllare h 24 le sue vittime e in grado di far chiudere più di un occhio alle forze preposte al controllo. «In fondo non facciamo altro che organizzare il mestiere più antico del mondo! Che male c’è se ci guadagniamo qualcosa tutti, comandante?», si lagnavano se venivano fermati, mentre lasciavano scivolare ricche mazzette nelle capienti tasche del graduato di turno.

Guai alla ragazza che si fosse azzardata a chiamare in causa la famiglia d’origine. Era già capitato che qualcuno, al loro paese, finisse in qualche brutto incidente solo per aver osato inviare una qualche denuncia alle autorità locali.

Insomma l’incubo in cui le due belle gemelle erano cadute sembrava privo di ogni possibile sbocco e loro non intravedevano che uno schifoso destino di prostitute, oltretutto chiamate a soddisfare le bramosie sessuali dei loro carcerieri.

Capitò dopo alcuni mesi che erano costrette a fare quella vita. Katrina si rese conto di essere incinta e già in là nei mesi. Se l’avessero capito quelli della banda, l’avrebbero certamente costretta ad abortire clandestinamente, indipendentemente dai rischi, perfino mortali, cui sarebbe andata incontro. Erano cose già successe nell’ambiente e di cui le ragazze, pur evitando di parlarne per paura, ne erano a conoscenza. Le due gemelle vissero alcuni giorni di vero e proprio terrore, senza sapere a che santo rivolgersi.

Il destino venne incontro a Meri una sera che stava svolgendo la sua funzione di passeggiatrice in una strada secondaria della città, mentre, complice la nebbia e la serata particolarmente fredda, di clienti se ne vedevano davvero pochi. Avvenne così che la ragazza fu avvicinata da un tizio, tutto vestito di scuro, che si mise a girarle intorno e a parlarle della possibilità di fuggire da quella vita per essere accolta in un luogo sicuro e segreto. L’uomo, che evidentemente conosceva la situazione di quelle disgraziate, riusciva a sparire ogni volta che notava la macchina di uno dei guardiani dell’organizzazione che passavano a controllare che tutto filasse liscio.

Meri non sapeva se si poteva fidare di quell’uomo. Aveva paura che si trattasse di un’ennesima trappola messa in atto da quelli dell’organizzazione per ricattarla ancora più pesantemente. D’altra parte, si disse, la situazione di Katrina stava ormai giungendo all’estremo. Occorreva fare qualcosa per non metterla definitivamente a rischio. «Ora o mai più», si disse Meri.

Quando quell’uomo si fece ancora vivo, ci mise poco per concordare, con le parole di italiano che era riuscita ad imparare (metà degli organizzatori erano rumeni e l’altra metà italiani), per un prossimo appuntamento quando lui, tra una ventina di minuti, sarebbe passato di lì come un qualunque cliente e l’avrebbe trasportata nella casa sicura che le aveva promesso. L’unica condizione che Meri mise fu che anche sua sorella fosse raccolta, poche centinaia di metri più avanti e portata con loro. Quell’uomo non nascose che così la cosa poteva essere notata e diventare pericolosa per tutti. Meri riuscì a fargli capire che quella era la sera ideale per sfuggire alla vista di tutti, convincendo quell’uomo a portarle entrambe con sé. Cosa che, piena di paura, Meri riuscì a fare con quell’uomo che, dopo averle caricate entrambe, sotto gli occhi sgranati dell’unico testimone, incredulo che un prete se ne caricasse addirittura due in macchina, le portò direttamente in un convento dove sparirono tutti, compresa l’auto del trasporto. Là furono tranquillizzate e assicurate che le avrebbero riportate alle loro famiglie solo quando non ci fosse più stato pericolo di vendette o cose del genere. Meri capì che avrebbero dovuto passare un bel po’ di tempo in quel ricovero se volevano evitare brutti guai ai loro genitori.

Che fare con lo stato di Katrina?

La Madre superiora decise che avrebbe partorito lì da loro, dove d’altronde tra le sorelle ce ne era qualcuna che aveva fatto esperienza di queste cose nella vita civile.

Quando giunse il momento avvenne quello che nessuno aveva messo nel conto: Katrina, mai più ripresa seriamente dai traumi e dalle cose terribili che aveva vissuto e, forse, anche per una maternità non cercata e, forse, neppure voluta, non sopravvisse ai dolori e alle scarse risorse sanitarie di quell’ambiente, spirando poco dopo aver dato alla luce Mara, come fu subito deciso che quella bambina si sarebbe chiamata.

I primi giorni, pur nella disperazione per il lutto per la morte della giovanissima madre, la presenza della bambina recò un po’ di scompiglio ma anche di euforia in quelle donne devote a Gesù. Solo Meri era caduta in una pesante forma di depressione, che solo per amore della sua nipotina, riuscì in parte a superare.

Passati, appunto, i primi giorni, si pose il problema di come regolarsi con quella bambina senza madre. La zia, giovanissima e per ora in una condizione di clandestina, non poteva certo farsene carico. Le suore, pur felici per quella presenza, erano impegnate nelle loro faccende e, del resto, non potevano certo mettersi ad acquistare pappe e pannolini senza destare sospetti e interrogativi. Fu ancora una volta la Madre superiora che prese la decisione, facendo ricoverare la bambina in un Istituto lontano da Milano, a Firenze, dove la suora aveva delle conoscenze per altri casi di bambini orfani che le erano capitati. Meri era disperata. Non voleva rinunciare così alla figlia della sua cara sorella, sua nipote. Sul momento, non potette fare altro che accettare questa situazione.

Dovettero passare un paio di anni perché le suore, che nel frattempo si erano affezionate non poco a quella ragazza bella e solare, si convincessero che potevano farle ricostruire, dagli ambienti giusti, la sua identità originaria e permetterle così di recarsi a Firenze, dove le avevano trovato un modesto lavoro di tenuta in ordine, pulizia, stiratura e quant’altro presso una famiglia benestante, in buoni rapporti con la parrocchia.

Meri non smise neppure per un giorno a pensare come fare per riprendersi Mara da quell’Istituto e farsela assegnare in adozione.

Senza parlarne con nessuno, si informò tuttavia della questione e capì che sarebbe stato difficile ottenerne l’affidamento in quanto persona singola e senza grossi redditi.

Ancora una volta il destino le venne incontro, sotto le sembianze, questa volta reali, di un grosso personaggio della moda che la volle come collaboratrice per la selezione delle sue collezioni. Non una vera modella, ma una donna piacente di cui fidarsi per i giusti accostamenti di colore, di taglio ecc. La cosa le piacque molto e, soprattutto, le garantiva un reddito adeguato per presentarsi finalmente, all’Istituto degli Innocenti a proporsi quali affidataria della “signorina” Mara.

La cosa fu più lunga e complicata di quanto si aspettava: la questione della persona singola pesava eccome. Ma alla fine, anche per i buoni uffici del titolare della ditta, riuscì nel suo scopo e ottenne di portare con sé la figlia di Katrina, ritrovando, finalmente, quella parte di serenità che le vicende della pur giovanissima vita le avevano negato.

«Ora abbiamo cenato e rimesso tutto in ordine, mamma. Voglio che tu mi racconti tutto, se vuoi che vada a dormire!»

Meri guardò quella signorina che ogni giorno di più assomigliava a sua madre e a lei. Decise che era troppo bella e felice per sapere tutta la storia. La zia era morta di un brutto male, le avrebbe detto, poco dopo che loro erano arrivate a Firenze a cercare lavoro. «Un giorno o l’altro ti ci porterò a casa dei nonni e vedrai quanto è misera la loro vita laggiù», le avrebbe detto. Lei, rimasta incinta di un giovane rimasto poi vittima di un incidente automobilistico, era stata costretta a darla in affidamento all’Istituto dove era stata fino ai due anni, il tempo di farsi una posizione lavorativa adeguata per poterla riprendere, come aveva fatto, appena le sue condizioni glielo avevano permesso.

«Perché, mamma, io sono segnata come figlia di genitore sconosciuto quando sono entrata in Istituto e non mi hai fatto mettere come tua figlia?»

«Perché se io, quando sono venuta a riprenderti, avessi detto che ero tua madre, mai e poi mai mi avrebbero consegnata una figlia che avevo rifiutata alla nascita e mandata in Istituto. Questo, ricordalo sempre, è il mio e il tuo segreto».

Copyright Massimo Acciai – 1991

Firenze, 18 floreale ’29 (7 maggio 2021) – Sesto Fiorentino, 28 floreale ’29 (17 maggio 2021)

Scritto a mano al tavolino del Bar Gherardini dalle 14.00 alle 15.00 circa

Per WEN giugno 2021

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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