WEN – FIGLI – Il Marchese e la masca – Carlo Menzinger

Viveva nella rocca il Marchese

a Castiglion  Falletto. Abitava

d’Incisa il Marchese tra le viti

di nebbia dolci e sì odorose

e spesso nei campi da sol andava

pensando nel rimirar i suoi siti.

Un dì tra l’erba e l’oscur cespuglio,

nel soffiar lieve del grecal d’autunno,

nei pressi delle vigne di nebbiolo

andava e stava lì con cipiglio

il Marchese a studiar il frutto d’anno

quando udì d’ali il veloce volo.

Girò il giovan volto a quel suono

ma nulla vide l’occhio suo marrone

se non cespugli, fronde e aer vuota.

Preso allor tranquillo il cammino,

in breve gli parve che un biscione

sfuggisse via nella fangosa mota.

Da poco della terra era duce,

essendo il padre morto in battaglia,

ma non per questo orbo di coraggio

COOL-TURA, Streghe e fantasmi a Roma

era il giovane. Assunse truce

aria però per quel stran parapiglia,

che al suo cuor facea così oltraggio.

Pareano quei moti innaturali

essere, pur essen così comuni.

Giunto che fu all’acque del ruscello

si chinò e con le mani due boccali

raccolse e ne bevve ginocchioni

ma l’acqua tosto fece mulinello.

Con inatteso guizzo l’acqua esplose

in improvvisa fontan d’alti schizzi.

Saltò indietro il Marché d’Incisa,

tanto lui di tal scherzo si sorprese,

con i vestiti pregni degli spruzzi.

Ma non dovea finir lì la sorpresa.

Stupendo volto di fanciulla scorse

poi in quell’acqua ritornata quieta

e non sapeva se fuggir o darle

magari un saluto. Dunque porse,

assai incerto, alla pel di seta

il suo sorriso. Lei gli rese perle.

Perle i suoi denti, bocciol di rosa

le sue carnose labbra infuocate.

Sorse allora tutta da quel corso

nuda e magica, così radiosa

che superava in beltà le fate:

voluttà in lui vinse il rimorso.

Scosse allor i lunghi bei capelli

nello scrollarsi l’acqua via di dosso

ed il Marchese ne restò bagnato

nel corpo e fece pensieri folli

che tutto lo lasciaron dentro scosso

tanto quel corpo parea agognato.

Ella uscì allor dal rio Garzello

qual statua greca di perfetta ninfa

e s’accostò al Signor del Barolo

con la certezza di chi si sa bello

e dalle labbra donò la sua linfa

a quelle di lui… che partì in volo.

Gli occhi di fiume suoi ella pose

dentro gli occhi del Signor di terra

ed egli il corpo suo sì robusto

tra le di lei braccia così setose

infisse e fecero poi Gomorra

e del piacer osaron ogni gusto.

Quando l’union dei corpi fu ben piena,

la donna si mutò in vecchia cupa,

la pelle pura fu corteccia dura,

il bel sorriso smorfia fu oscena

e l’amor fu ferocia poi di lupa

e il Marchese prese pure paura.

“Chi sei?” allor le chiese il ragazzo.

“Non vedi che son una masca?” disse

“Son del nebbiolo strega e disdetta

per te sarò ma qui non cess’il lazzo.

Un figlio tuo avrò e tu percosse

e morte da lui avrai maledetta”.

“Rogo t’attende, strega, nulla d’altro.

Mio figlio non terrai né or né giammai”.

“Prova allor a bruciar l’acqua, se puoi”

rispose la masca e con far scaltro

in rivo si mutò dicen “non m’avrai”

…e il marchese ripiegò ai frantoi.

A lungo egli ripensò la masca.

A lungo il sonno suo fu inquieto.

Passaron vent’anni così per tutti.

Sei figli ebbe il Marché Alberto

Tre li portò via morte, come suole.

Due eran donne quasi. Il maggiore

era un uomo già, di vin esperto.

Assai amava egli la sua prole,

fonte di gioia ma pur di dolore.

In un mattino di nebbios’autunno

il figlio del Marchese al rio scese

e volto di donna nell’acqua vide,

liquida forma nata dall’inganno,

per il destino del patern Marchese

ma sparì quando mosse il suo piede.

Udì appresso un frusciar nell’erba

e pensò a moto di serpe lesta.

Inquieto, fece di tornar ai tini

a rimirar, nel fragror della torba,

tra gli effluvi dolci d’uva pesta,

la superficie di quei rossi vini.

Ecco allor che ancor gli apparve

fatato quel volto che vide nel rio

però non chiaro d’acque ma ben rosso.

Ed or la faccia ancor non scomparve

ma donna da confonder l’uomo più pio

emerse e tutta gli fu addosso.

Ella apparve nuda fin in vita,

immersa nel buon vino saporoso.

Il figlio del Marchese fu attratto

da quella donna di beltà fiorita

dentro al tin in ampless’amoroso,

finché la morte lui non ebbe sfatto.

Un bimbo, dietro d’un tin il riparo,

vide il figlio del Marchese morto

e quella masca sparir nel nebbiolo.

Chiamaron il Marchese all’amaro

spettacol ed egli quando l’ebbe scorto

moltissim pianse per quel suo figliolo.

Non più pensava ormai alla masca

il padre orbo del figliol amato

ma a briganti o vendette strane

o ladri che vivevan nella frasca,

quand’arrivò a Castiglion armato

un cavalier da terre ben lontane.

Come lo vide il marchese certo

pensò il figlio di veder fantasma,

vide però che era uomo vero.

“Chi siete con la faccia di un morto?”

“Son vostro figlio, della stessa risma,

non quello morto ma io son Ruggero”.

“Figli non ebbi mai con questo nome…”

Si ricordò però in quel momento

di quella masca con la sua minaccia.

Il cavalier la spada sulle chiome

alta levò. Il corpo suo dal mento

con la sua lama staccò e le braccia.

Con magia la strega Ruggero pose

al posto del figlio a governare

e il Marchese pensarono tutti

che nel tin certo qualcun lo uccise,

mentre il corpo vero già scompare

per l’arte della strega tra i flutti.

A tutti diede da ber il nebbiolo,

da quella masca nera incantato,

Ruggero, or Marchese con l’inganno,

e con quel vin stregato del Barolo

nessun capì che uno fu scambiato

col fratellastro più gran già d’un anno.

Sol se n’avvide il bimbo spaventato

che il delitto avea osservato

nascosto dietro profumato tino.

Finché un dì anch’egli dissetato

fu da quel vino tanto prelibato

e cessò d’essere così bambino.

Ora la realtà lieto solo confonde

quando in man regge il suo bicchiere

e più non crede alle fate care

e pensa d’esser ormai troppo grande

per creder che le masche siano vere

o che le ninfe nascan dal gran mare.

Firenze, 23/05/2007

Da “Rimando rido” di Carlo Menzinger di Preussenthal

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