WEN – GENITORI – A metà circa – Serena Taccagni

Sono in udienza e il mio cellulare continua a vibrare, deve essere importante se va avanti così da quasi un’ora. Scosto appena la toga per guardare il display: Clara. Avrebbe atteso, come ho fatto io per metà della mia vita. Svuotata l’aula mi decido a rispondere, se non altro per mettere fine a questo brivido che mi importuna il fianco. Alfio è in ospedale privo di conoscenza da quarantotto ore, ictus irreversibile, andato per sempre, secondo Clara. La mia reazione è la

Mano nella mano anche in ospedale, la storia della coppia di 90enni che  sconfigge il Covid a Prato

stessa da anni; riaggancio. Salgo in auto. Rientro a casa dopo aver preso i piccoli da scuola. Luisa ha preparato uno dei suoi pranzetti degni di un re, ed io è così che mi sento a casa mia, lei è una donna meravigliosa e ogni giorno che trascorro qui, mi sembra di essere in paradiso. Abbasso gli occhi sul contorno nel piatto e mi vedo seduto, bambino a un’altra tavola, spoglia, il ricordo di un odore acre mi trafigge le narici, sembrano broccoli. Sempre broccoli. Broccoli a colazione, broccoli a pranzo, broccoli a cena. Andavano finiti tutti, in ogni modo. Mio padre non ammetteva repliche e mia madre piena di alcool e lividi, si muoveva per la cucina come uno zombie. Non ho memoria della sua voce, non ho memoria di un suo sorriso, fredda e scostante da sobria, nei miei primi anni di vita, inesistente da sbronza. Bere era il suo modo per non sentire mio padre. Era il suo modo per lasciarlo fare fino a quando la sua rabbia si fosse placata. Io un modo non ce lo avevo, anzi per il solo fatto di essere al mondo, la sua rabbia aumentava, in un crescendo che mi lasciava distrutto, in mezzo alla disperazione e affogato nella rassegnazione.

Dopo pranzo mi decido, salgo in auto e arrivato davanti al parcheggio mi fermo un attimo per prendere un’ultima boccata d’aria leggera. Percorro il lungo corridoio a rilento, a ogni passo vorrei tornare indietro, ma non lo faccio. Il perché non lo so. Ho solo sentito un gusto dolciastro in bocca e mi sono ricordato che una volta, avrò avuto circa cinque anni, piangevo forte, volevo la caramella che stava per mangiare mia madre. Lei mi ha fissato, l’ha scartata, l’ha data a mio padre e lui me l’ha messa in bocca. Con questa unica immagine di affetto impressa nella mente, entro nella grande camera. Lui steso, intubato, bocca semiaperta, sembra un piccolo sacco vuoto. Lei seduta sulla poltrona mano sulla sua, piagnucolante e ricurva. In silenzio mi avvicino. Provo un’immensa rabbia, ma una volta accanto al letto, sento crescere una gran pena. Asciugo una lacrima dalla guancia di Carla, è pur sempre mia madre, e col fazzoletto del taschino tampono la bocca di Alfio, in fondo è pur sempre mio padre.

Di Serena Taccagni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: