WEN – GENITORI – I primi genitori – Luigi De Rosa

Adamo era molto agitato. Sua moglie stava per partorire e sentiva le sue urla di dolore fin dalla pozza d’acqua dov’era stato mandato perché non disturbasse con il suo palese nervosismo.
Raccolse più acqua che potè nella brocca che gli era stato data, ma dovette tornarci più e più volte perché ogni volta che sentiva un urlo di dolore si era spaventato e facendo cadere il prezioso liquido.
Non poteva farne a meno. Non era solo nervoso al pensiero che sarebbe finalmente diventato genitore, aveva anche molta paura. Quando viveva ancora nel Giardino aveva visto molti esemplari femmine di animali partorire, ma per loro sembrava una cosa così naturale, rapida e indolore. Ma non per loro. Non per sua moglie. Non per Eva.
Quando erano stati scacciati era stato detto loro che sarebbe accaduto. Erano stati avvertiti che il lieto evento della nascita sarebbe stato funestato da qualcosa che prima non conoscevano: il dolore.
Era la punizione rivolta contro sua moglie Eva per aver mangiato il Frutto Proibito. Ogni volta che un bimbo fosse venuto al mondo, la madre ne avrebbe fisicamente sofferto.
Adamo non poteva che sentirsi colpevole. Aveva dato retta al Serpente e ora lui e sua moglie ne pagavano il prezzo nel giorno in cui finalmente avrebbero dato al Creato il primo bambino. Fortunatamente una volta scacciati avevano trovato una faccia amica che li aveva accolti. In realtà amica solo per Eva, per lui non molto dato che la persona che li aveva aiutati era stata a sua volta scacciata dal Giardino proprio a causa sua. Inizialmente Adamo credeva che averla fatta allontanare fosse stata la scelta giusta, ma quando anche lui e sua moglie erano stati cacciati aveva capito il suo madornale errore. Era tutta colpa sua, e le urla di sua moglie ne erano la prova.
Quando finalmente giunse alla capanna con la brocca piena, la tenda che separava l’interno dall’esterno si scostò rivelando la forma di una donna dai capelli rosso fuoco.
<Era ora! Dov’eri finito?> disse Lilith, poi quando vide la brocca la sua attenzione andò all’oggetto che strappò subito di mano all’uomo lasciandolo fuori.
Adamo non si azzardò ad entrare. Non poteva aiutare Eva, ma Lilith, la sua prima compagna, invece avrebbe potuto allievarle il dolore.
Così rimase fuori ad aspettare.

Eva cercava di respirare come Lilith le diceva di fare, ma ogni volta che sembrava che il peggio fosse passato un’altra fitta di dolore la colpiva costringendola ad urlare e bloccandole il ritmo dei respiri. Quando lei e Adamo erano stati cacciati dal Giardino e aveva sentito le loro punizioni per aver creduto al Serpente, credeva che fosse suo marito ad essere stato punito con maggiore gravità: ma evidentemente la Fatica che lui avrebbe provato nel lavoro non era nemmeno paragonabile al Dolore che lei stava provando nel tentativo di diventare madre. In quel momento provò una certa invidia per la donna che si prendeva cura di lei: anche Lilith era stata cacciata dal Giardino, ma non esisteva punizione eterna per lei, perché non aveva peccato contro il Creatore ma solo contro Adamo. Ma nonostante questo, quando li aveva incontrati dopo che erano stati a loro volta cacciati, li aveva ospitati nella sua tenda quando si era accorto che della sua gravidanza. Era stata gentile. <Perché lo fai?> le chiese Eva. Non aveva mai osato chiederglielo perché temeva di provocare un litigio tra lei e Adamo, ma ora che erano solo loro due voleva saperlo, anche se forse non era il miglior momento per fare conversazione. Ma Eva aveva bisogno di essere distratta perché se c’era qualcosa di peggio del Dolore era la paura di esso.
<Risparmia il fiato. Ti servirà per spingere> disse lei senza neanche guardarla, indaffarata ad affondare delle foglie nella brocca per poterle depositare sulla fronte della partoriente.
<Come lo sai? Hai mai…> non potè finire la frase perché un’altra fitta di dolore la pervase facendola urlare.
<Certo che no. Ma anch’io ho vissuto nel Giardino e ho visto gli animali come facevano a mettere al mondo la loro prole> disse Lilith, parlando il meno possibile.
Alzò il mantello che si era cucita la stagione passata che aveva usato per coprire la seconda moglie del suo precedente compagno e capì che era giunto il momento. <Adesso ascoltami. Quando ti dirò di spingere, dovrai farlo con tutta te stessa>
Eva fu colta dal panico. <Farà male?>. Il dolore non le permetteva di pensare con lucidità.
Lilith finse di non accorgersene. <Non lo so. Ma dato che finora il tuo corpo si stava solo preparando, immagino che farà molto più male di quanto tu abbia sentito finora>
Si posizionò davanti a si abbassò per avere una visuale migliore sul punto in cui il primo bambino sarebbe nato. <Ora! Spingi!>
Eva agì d’istinto e ubbidì. Non spingeva con le braccia o con le gambe come aveva imparato a fare nel periodo di esilio dal Giardino, ma con tutto il corpo. Non sapeva come fosse possibile ma stava facendo come Lilith le diceva.
<Vedo la testa. Continua. Sei bravissima> disse Lilith mentre Eva si contorceva dal dolore. Sentiva come se il suo ventre e la sua schiena fossero sul punto di lacerarsi. Lanciò un urlo così acuto che Adamo, fuori dalla tenda, si mise a piangere.
Quando l’urlo di Eva si spense, come un fuoco che aveva arso tutto ciò che poteva bruciare, il silenzio che seguì fu rotto dal rumore di un vagito. Eva si lasciò andare, madida di sudore ma contenta che il dolore fosse cessato, e per vedere il frutto di tutto quello sforzo fu necessario anche in questo caso l’aiuto di Lilith, che dopo aver fatto nascere il bambino lo portò vicino al viso della madre. Lei lo toccò, e quel semplice contatto sembrò attenuare il pianto del bambino.
Adamo entrò e vide Lilith, Eva e il bambino accoccolati al centro della tenda.
Lilith si voltò verso di lui. <E’ un bel maschietto come, Adamo. Ne sarai fiero> disse la donna che dopo aver lasciato il neonato tra le braccia della madre, si lavò le mani nella brocca portata dall’uomo poi senza neanche guardarlo uscì.
Adamo rimase solo con la moglie ed il figlio. Si inginocchiò e si mise ad accarezzare la testa del piccolo Uomo appena venuto al mondo. <E’ bellissimo. Come te>

Eva era troppo stanca anche per sorridere. Ma con un cenno gli fece capire che doveva andare fuori.
E Adamo capì il perché.
Quando uscì Lilith stava ammirando il sole che sembrava ormai sul punto di sparire sotto l’orizzonte.
<Grazie per quello che hai fatto. Te ne sarò sempre grato>
Lei si voltò, ma non c’era gentilezza nel suo volto. <Non l’ho fatto per te. Ma per lei>
Adamo abbassò lo sguardo. Non riusciva a reggere quello di Lilith. Lei non poteva perdonarlo per averla fatta allontanare dal Giardino solo perché si era rifiutata di obbedirgli, ma nonostante questo si era prodigata per Eva. Per la donna con cui lui l’aveva sostituita.
<Sii un padre migliore di quanto tu sia stato come marito> disse la donna, la quale sembrò sul punto di allontanarsi.
Adamo tentò di fermarla. <Aspetta! Questa è la tua dimora. Dai a Eva qualche giorno per riprendersi e ce ne andremo>
Lilith si voltò e nuovamente lo guardò. <No. Questa è casa vostra ora. Non ha più bisogno lei di me ora che è Madre. Io posso andare dove voglio e vivere come voglio. Per me non è un problema. Ho imparato da tempo a vivere da sola lontano dal Giardino. Quella Fatica che per te è punizione, per me è soddisfazione, perché mi aiuta a capire che non ho bisogno di altri>
E detto questo se ne andò. Adamo aspettò che sparisse dalla sua vista, poi rientrò nella tenda. Eva lo chiamò a sè allungando un braccio. I due genitori si abbracciarono, con in mezzo il loro primo bambino.

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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