WEN – GENITORI – La lingua verde – Massimo Acciai & Renato Campinoti

Quando fu abbastanza grande Apio denunciò i propri genitori per maltrattamenti e crudeltà. Non che suo padre Afo o sua madre Inalia gli avessero mai messo le mani addosso, o lo avessero insultato, gli avessero mai urlato contro o messo in punizione – non almeno più della media degli altri genitori di Nuova Ladia – o gli avessero mai fatto mancare il pane sulla tavola. A loro modo erano stati amorevoli con lui, perfino iperprotettivi: si occupavano di lui a tempo pieno e non gli permettevano di vedere altre persone oltre a loro due. Il “maltrattamento” denunciato era di altra natura; un caso unico nella storia dei procedimenti giudiziari, destinato a fare scalpore. Quando il giudice Bichi si trovò davanti il caso pensò sulle prime si trattasse di una specie di scherzo.

Afo era un ingegnere con l’hobby della linguistica. Aveva conosciuto Inalia durante un congresso di Volapük sul monte Camio ed era stato amore a prima vista. Si erano tenuti in contatto dopo il congresso, durante il quale avevano consumato la loro prima notte d’amore su un prato alpino, lontano dagli sguardi dei congressisti nelle rispettive camerate. Il frutto di quella notte fu il concepimento di Apio, il quale venne alla luce nove mesi dopo a Nuova Ladia, la metropoli dove Afo e Inalia si erano trasferiti per formare una famiglia. Afo aveva scoperto di avere molte cose in comune con la giovane moglie: una di queste riguardava la passione per le lingue inventate, inoltre erano entrambi glottoteti, ossia creatori di lingue. La “Lingua Verde” era stata una creazione a quattro mani, in cui la coppia aveva collaborato in egual misura, trasfondendovi la propria anima. La sua gestazione coincise, come periodo, con quella di Inalia, e la data ufficiale di nascita della nuova lingua fu ovviamente la stessa di Apio.

Non si trattava di una lingua nata per la comunicazione internazionale, come l’esperanto e il Volapük, né di una lingua letteraria. Era più simile a un codice segreto usato esclusivamente entro le mura domestiche. Quando il 23 di pratile nacque Apio la Lingua Verde aveva una grammatica completa e un vocabolario di circa cinquecento radici da cui si potevano ricavare – con un sistema di affissi e suffissi simile all’esperanto – migliaia di parole nuove. Al processo Afo avrebbe poi dichiarato di trattarsi di un esperimento, come se fosse la cosa più naturale del mondo sacrificare il proprio primogenito nel nome della glottologia.

Afo parlava il dialetto di Nuova Ladia, sua città natale, mentre Inalia era di madrelingua dolciana e non capiva una parola del marito quando questi, durante qualche sfuriata, passava al neoladiano. Tra di loro parlavano Volapük e naturalmente la Lingua Verde, quando questa fu messa a punto.

Con Apio parlavano esclusivamente in Lingua Verde.

Quando il bambino fu in grado di comunicare fluidamente in quella lingua, i parlanti ammontavano a tre in tutto il mondo: lui e i suoi genitori. Non essendoci a Nuova Ladia l’obbligo di frequentare le scuole pubbliche, Apio era stato istruito a casa, dai genitori, sempre usando la Lingua Verde, convinto a non uscire di casa perché «là fuori è molto pericoloso», come gli ripetevano sempre. A diciotto anni, quando Apio finalmente uscì da quella gabbia dorata, nessuno lo capiva e lui ovviamente non capiva nessuno. Anche quello faceva parte dell’esperimento, a dire dei genitori, osservare come avrebbe reagito una persona priva di una lingua di comunicazione quotidiana nel mondo, e poco importava loro il disagio del figlio che si ritrovava circondato da coetanei e adulti con cui non era in grado di comunicare se non a gesti, come un handicappato.

«Mamma, babbo, perché mi avete fatto questo?» avrebbe poi domandato Apio tornando a casa, usando naturalmente la Lingua Verde, l’unica lingua che conosceva.

Studi di linguistica indicano che l’età migliore per l’apprendimento di una lingua non va oltre la pubertà. Apio avrebbe potuto imparare il neoladiano o qualsiasi altro idioma del mondo, ma sarebbe stata per sempre una conoscenza imperfetta, da lingua straniera. Solo dopo molti sforzi riuscì a padroneggiare il dialetto metropolitano, non essendo neanche portato per le lingue come i genitori, e non senza difficoltà presentò denuncia alle forze dell’ordine.

Anche soltanto per padroneggiare in maniera imperfetta il dialetto metropolitano Apio dovette compiere uno sforzo grandissimo e, forse, non ce l’avrebbe mai fatta se non avesse ricevuto aiuto e incoraggiamento da Anelia, una adolescente di un paio di anni più giovane di lui. Fu questo, probabilmente, l’incontro decisivo per Apio per non rimanere per sempre legato ai canoni di comportamento di quei genitori che, con la scusa della protezione e della difesa dai pericoli del mondo, stavano di fatto negando una forma di vita degna di questo nome al loro unico figlio. «E’ il più bel frutto del nostro grande e improvviso amore», era solita ripetere Inalia quando parlavano di lui. «Dobbiamo impedire che le cose brutte del mondo finiscano per corromperne l’animo e guastare così anche il nostro meraviglioso sentimento». Il padre Afo, perdutamente innamorato di quella donna, pronto a esaudire ogni suo desiderio pur di non mettere in discussione il loro rapporto, assentiva con apparente determinazione a simili espressioni della moglie. Così, la vita di Apio trascorreva in quel mondo fittizio, privo di ogni reale collegamento, che i genitori avevano riservato a lui.

Forse la cosa sarebbe andata avanti per molto tempo ancora se, all’età di diciotto anni, gli occhi di Apio non avessero incrociato quelli di Anelia e avessero, gli occhi, cominciato a dialogare. Fu la ragazza a capire da subito che c’era tristezza e rabbia in quel giovane, che pure la fissava come avrebbe fatto un innamorato. Lei sentiva che quel giovane, così carino e fragile, stava chiedendole aiuto e pensò che non si sarebbe sicuramente sottratta. Con un gesto che non avrebbe riservato a nessun altro, lo invitò a sedersi accanto a lei nella panchina del parco vicino alle loro abitazioni. Da quel momento, un po’ a gesti, un po’ con l’espressione degli occhi, con qualche prima parola del dialetto metropolitano che Apio si era sforzato di imparare, i due giovani riuscirono a dirsi tutto quello che dovevano dirsi. Apio capì che anche Anelia, più giovane di lui di un paio di anni, aveva qualche problema con i genitori, non della stessa importanza di quello che era capitato a lui. Per lei era soprattutto un problema di crescita e di autonomia maggiore, come capita agli adolescenti di tutto il mondo. Dopo quell’incontro ne seguirono molti altri, anche se per Apio non era semplice uscire quasi clandestinamente da casa, per evitare di incappare negli assurdi divieti di quei genitori che si ritrovava. Una volta che la madre lo bloccò con l’intenzione di impedirgli di uscire, Apio fu molto chiaro, naturalmente in Lingua Verde. «Cara mamma, nei giorni scorsi hai festeggiato con me il mio diciottesimo compleanno. Sai che in Nuova Ladia questo significa che ho raggiunto un’età in cui posso prendere le mie decisioni. Forse, se fossi in grado di comunicare col mondo, potrei cercarmi un lavoro e andarmene da casa. Ma se insisti con questi assurdi divieti, saprò come fare!» Era la prima volta che Apio si rivolgeva così alla madre, la quale rimase così preoccupata e piena di paure per la minaccia del figlio di andarsene, che si fece subito da parte e lo lasciò uscire.

Apio sapeva bene che nelle sue condizioni non sarebbe potuto andare da nessuna parte, almeno fino a quando…

Così cominciò un fitto rapporto con Anelia, fatto di lunghe e proficue lezioni di lingua metropolitana e anche di tanti momenti di tenerezza quando quei giovani si accorsero di essersi innamorati l’una dell’altro e viceversa.

Ci vollero tuttavia mesi e mesi di sforzi e di studio anche notturno (Anelia aveva preparato delle vere e proprie dispense delle più comuni lingue parlate nella loro regione) che tuttavia finì per produrre l’effetto desiderato: Apio fu in grado di presentarsi alle forze dell’ordine preposte a raccogliere le denunce di maltrattamento da parte dei cittadini verso altri cittadini. Naturalmente ci volle del bello e del buono per far capire all’agente incaricato di raccogliere la denuncia di cosa si trattava veramente. E ci volle anche l’aiuto di Anelia per tradurre in neoladiano qualche vocabolo che Apio non riusciva a pronunciare correttamente.

Il processo fu condotto in maniera molto più sbrigativa e superficiale di quello che Apio e Anelia si sarebbero aspettati e, soprattutto, si concluse con un atto di assoluzione dei genitori in quanto riconosciuti attenti e scrupolosi verso il figlio. Non solo, ma Apio fu condannato a una pena singolare: non avrebbe potuto esercitare la propria autonomia, nonostante la maggiore età, per almeno altri cinque anni. In sostanza si addebitava un grave atto di ingratitudine del giovane verso i genitori, riconosciuti, appunto, bravi e attenti alla integrità del figlio. La sentenza, che qualcuno pensò fosse stata condizionata da pressioni, se non peggio, esercitate verso il giudice dai genitori e dai loro amici, fece cadere Apio in una profonda depressione. Inibito ogni rapporto col mondo esterno, soprattutto verso Anelia, il giovane pensò perfino al suicidio, cosa che tentò di mettere in atto ingerendo una quantità sproporzionata di antidepressivi. Fortunatamente il padre, che aveva notato l’infelicità del ragazzo, si rese conto per tempo di ciò che succedeva e fece accompagnare Apio all’Ospedale dove, con le cure praticate, fu salvato da una morte certa.

La svolta, nella vita del giovane, avvenne quando il padre, resosi conto dell’assurdità della situazione che si era creata per il figlio e della cattiva conduzione della sua paternità, ebbe un forte diverbio con la moglie Inalia, rompendo così una assurda complicità tutta giocata contro il figlio.

La confessione che il padre rese ad un nuovo giudice istruttore permise all’avvocato che aveva sostenuto Apio, di richiedere la riapertura del Processo (in Nuova Ladia non esistevano limiti temporali quando un condannato era in grado di esibire nuove prove, a patto che fossero davvero rilevanti, pena un accentuarsi della condanna del colpevole) e arrivare così ad una nuova sentenza di assoluzione di Apio e di condanna a risarcire il figlio con una “dote” economica da parte dei genitori.

Apio potette così affittarsi una casetta e andare a vivere da solo, cercando e trovando un lavoretto che gli permise di iscriversi ai corsi di istruzione superiore nel campo delle scienze applicate alla robotica. Naturalmente aveva spesso ospite a cena (e anche dopocena!) l’amata Anelia, in attesa che la ragazza raggiungesse la maggiore età per potersi sposare.

Apio seppe che i genitori si erano separati subito dopo la conclusione del nuovo processo e che il padre lo stava cercando per riallacciare i rapporti. Apio decise di soprassedere all’incontro richiesto da Afo.

«Per il momento voglio pensare ai miei studi e a ricostruire la mia vita», si disse, «Più avanti negli anni si vedrà».

Firenze – Sesto Fiorentino, 23-27 pratile ’29 (11-15 giugno 2021)

Per WEN luglio 2021 (Genitori)

Young mother and father and their baby boy enjoying summer evening in nature

Pubblicato da segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

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