WEN – FRATELLI – Il funerale di Maria C. – Antonella Cipriani

Il funerale di Maria C. fu quasi una barzelletta, una di quelle storie che si stentano a credere. Su come si svolsero i fatti, per fortuna, erano in pochi a saperlo, oltre alla povera Maria, che non avrebbe certo svelato la verità.  

Maria C. – pace all’anima sua – morì il 17 maggio del 2016. Una donna esile, ma attaccata alla terra come un viticcio alla vigna. La trovarono nel suo letto, con un sorriso beffardo che di solito non aveva, ma che in quel frangente ostentava, come se si fosse divertita a giocare con la Morte, che la notte era andata a farle visita. Infarto fulminante fu la diagnosi del medico che constatò il decesso.

I figli, S. e D., dopo il primo momento di incredulità, di rabbia perché se ne fosse andata via così senza nemmeno salutarli, di dolore per la perdita irreversibile, si guardarono, si abbracciarono e si dissero che dovevano subito pensare al funerale.

La madre non aveva lasciato disposizioni particolari.

S. e D. si affidarono alla prima impresa funebre che trovarono su internet.

Non fu facile, in quello stato d’animo, parlare di misure, di qualità del legno, del materiale che avrebbe rivestito la bara, dei manifesti commemorativi, della vestizione della salma.

Quanto mondo c’è dietro un funerale – pensò D.

Quanto ci costerà tutto questo? – pensò S.

Si accordarono su un target modesto: una bara di abete, la più semplice; manifesti, più per status che per necessità, dal momento che le notizie in un piccolo paese divampano come fuoco in un campo di fieno; vestito scelto dall’impresa delle pompe funebri. D. si raccomandò per un abito elegante, perché sua madre amava indossare, nelle occasioni pubbliche, abiti distinti.

Dovettero firmare molti fogli, accordarsi sui tempi e sulle modalità del servizio.

S. staccò un assegno di cinquemila euro e lo consegnò con titubanza a quell’uomo in giacca e cravatta sulla quale serpeggiava una macchia scura, che li congedò con una stretta di mano sudata e molliccia.

Tornarono alla casa della defunta.

Quando gli addetti dell’impresa funebre finirono il loro lavoro, Maria C. uscì per l’ultima volta dalla sua casa e non sulle sue gambe.

– Come è vuota la casa senza la mamma – disse D. con gli occhi lucidi.

– Dovremo cominciare a svuotarla e decidere cosa vorremmo farne – disse S.

Intanto le rispettive mogli si davano un gran daffare nel riempire la lavatrice di qualsiasi cencio trovato nei paraggi.

Arrivarono i primi telegrammi, le prime telefonate.

– Sì, sarà esposta alle Cappelle domani mattina dalle 9 alle 11, a mezzogiorno la messa – ripeterono come un disco registrato a coloro che avevano saputo.

L’indomani mattina, D. e S. si recarono di buon ora alla Camera ardente.

La cappella mortuaria era ancora chiusa. Attesero senza parlarsi, fumando una sigaretta. Al rumore del chiavistello, si volsero ed entrarono. Il profumo dei fiori, in altro contesto piacevole, era tra quelle mura un fetore, un odore ammorbante da aver quasi paura a respirarlo. Una grande corona di rose rosse e gialle, col nastro I figli, le nuore e i nipoti era appoggiata al feretro. Si avvicinarono lentamente. S. notò subito il drappo di raso viola a contornare i margini della bara, come avevano scelto e ne ricordò anche il prezzo. Dentro, sua madre, la donna che solo ventiquattro ore prima si muoveva, mangiava, brontolava, adesso confinata in quello spazio angusto, senza più muoversi, mangiare, brontolare…

Quello che videro poi, stonò i loro pensieri.

La figura che giaceva nel feretro – il suo volto scavato, quel sorriso beffardo, i capelli grigi e radi dall’attaccatura alta, la verruca sulla fronte destra – era sua madre, ma il corpo, quel vestito… Indossava un completo gessato in giacca pantaloni, camicia bianca e cravatta, mocassini, un bell’abito elegante senza dubbio, ma da uomo!

S. e D. si guardarono, avrebbero riso se non si fosse trattato della loro madre.

– Non possiamo esporla così – disse D.

-Razza di imbecilli! – e S. prese il cellulare per chiamare subito l’impresa funebre.

– Me ne fotto delle vostre scuse, adesso venite qua e riparate il danno, non mi importa come, io vi denuncio!

Per fortuna, ancora nessuno dei parenti e amici aveva l’urgenza di salutare la defunta, così quando arrivarono gli addetti, nella stanza mortuaria c’erano soltanto i due fratelli.

– Avete portato i vestiti? – urlò S. ai due ragazzi che non erano gli stessi del giorno prima.

– No, purtroppo è impossibile, è già passato un giorno. Sa, il rigor mortis… mi dispiace – e dall’espressione del ragazzo si sarebbe detto che era davvero mortificato.

-E ora? – esclamò D. che fino a quel momento era rimasto zitto.

– Se proprio non volete esporla così – disse l’altro ragazzetto – non ci rimane che chiuderla.

S. e D. si guardarono e dondolando il capo in segno di assenso, si allontanarono verso l’atrio dove in lontananza videro gli zii venir loro incontro.

Abbracci, strette di mano, solite frasi di circostanza, fino a ritrovarsi tutti insieme davanti alla bara.

– Ma…è già chiusa? Avevo capito alle 11 – si rammaricò la zia, che avrebbe voluto vedere come era “rimasta” sua cognata.

D. piangeva in silenzio, mentre S., avvicinandosi al feretro, posò la mano sinistra sul legno chiaro e con l’atteggiamento di chi annuncia una grande verità, disse: – Mamma prima di morire, ha espresso la volontà di non essere esposta, voleva essere ricordata com’era, da viva – e alzò la testa verso suo fratello.

Col naso coperto dal fazzoletto e gli occhi arrossati, D. fece cenno di sì con il capo chino senza aggiungere altro.

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Tratto da “Qualcosa di molto serio e altri racconti” di Antonella Cipriani, ed Il Foglio 2018.

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