WEN – FRATELLI – Mio Fratello Camara – Manna Parsì

   Camara aveva sette anni quando arrivò a casa nostra ed io ne avevo dieci.  Era arrivato in Italia da solo, così disse agli assistenti sociali del campo di accoglienza. In realtà viaggiava con il padre, ma durante la traversata lo perse, forse per un malore o forse per una contesa tra migranti. Camara aveva completamente rimosso la morte del padre. Dopo quell’incidente un ragazzo più grande, anche lui solo, l’aveva preso in custodia fino all’arrivo in Italia, ma durante lo smistamento si persero di vista.

Mia madre ci diceva che Camara non ricordava nulla del suo viaggio. Tutto quello che raccontava nasceva dalla sua fantasia o dalle storie sentite qua e là dagli altri migranti. “Una situazione molto comune nei bambini”, mi ripeteva.  È psicologa presso la Croce Rossa e dà sostegno agli immigrati, che arrivano disorientati e spesso terrorizzati. Camara era uno dei suoi piccoli pazienti, lo seguiva fin dall’inizio perché non parlava e rifiutava il cibo. Allora decise di prenderlo in affidamento e di portarlo a casa nostra.

   All’inizio vissi il suo arrivo con ansia, ma quando lo incontrai sulla soglia della porta svanirono i miei dubbi. Mi colpirono i suoi occhi neri, grandi e brillanti ma tanto tristi, che indugiavano dappertutto. Non ci guardava mai negli occhi e ogni volta che ci rivolgevamo a lui per dirgli qualcosa si spaventava e abbassava lo sguardo. Stranamente non gli interessavano i giocattoli. Non si avvicinava neppure per curiosità. Mi ricordo che una volta, dopo qualche giorno dal suo arrivo, mio padre accartocciò i fogli del giornale e li buttò nel contenitore della spazzatura. Camara di corsa andò a prenderli e gli diede un calcio facendoli rotolare gridando “Goal”. Sorpresi ridemmo tutti e rise anche lui. Vidi per la prima volta i suoi denti bianchi cresciuti a metà. Il giorno dopo mio padre gli comprò una palla e andammo al parco vicino casa. Siccome nel suo villaggio i bambini non avevano scarpe, Camara era abituato a giocare scalzo per cui si tolse le scarpe da ginnastica nuove e cominciò a giocare a piedi nudi nel prato. Quel giorno per la prima volta si divertì e noi eravamo contenti di essere riusciti finalmente a comunicare con lui.   

   A Camara non piaceva nessuno dei nostri pasti. Allora un giorno andammo insieme a mia madre a fare spesa e lei gli fece scegliere gli alimenti, che conosceva e che poteva aver mangiato nel suo villaggio. Ma lo confondemmo di più, perché penso che non avesse visto tanta roba tutta insieme. Alla fine scelse latte, riso e banane. A casa, mia madre lasciò che preparasse il cibo che gli sarebbe piaciuto mangiare. In pratica mischiò tutti gli alimenti comprati e mangiò con appetito. Da quel giorno volle andare a fare spesa al supermercato e cucinare anche per noi!

   Camara conosceva poche parole della nostra lingua, quindi decidemmo di insegnargli noi qualcosa.  Dopo alcuni giorni i muri delle camere erano diventati dei murales, con post.it di parole scritte in due lingue. Quando facevo i compiti mi si sedeva vicino e cercava di leggere. La sera prima di dormire il suo gioco preferito era ripetere i nomi degli oggetti di casa.

    Dopo qualche mese Camara cominciò a sentirsi più a suo agio. Mangiava di più e ogni volta che si alzava da tavola ringraziava mia madre per il cibo preparato.” Albarka , grazie”, le ripeteva. E lei sospirava e guardandomi mi diceva “Mattia hai sentito?”.  Io scrollavo le spalle indifferente, ripetendo che era ancora un ospite.

Ogni giorno che passava Camara faceva sempre più parte della nostra famiglia. Riusciva a costruire frasi corte e semplici per farsi capire. Andavamo insieme al corso di nuoto e lui era molto bravo. Mi diceva che il suo villaggio in Guinea era vicino al mare e lui andava spesso a nuotare con i suoi amici.  Col tempo cominciò a socializzare con la gente che lo circondava e fece nuove amicizie. Ormai non aveva lo sguardo basso e non si intimoriva con gli estranei.

Camara conosceva solo il calendario del suo paese allora decidemmo che il giorno del suo arrivo in casa nostra sarebbe stato anche il giorno del suo compleanno. E così quando fu la ricorrenza organizzammo una festa e invitammo i nostri amici. Lui fu felicissimo e ci abbracciò dicendo: “Wontanara”, una parola che non ha un significato preciso in italiano ma nella sua lingua vuol dire “Tutti insieme”. Mia madre ci disse che questo suo comportamento era positivo, perché finalmente cominciava a sentirsi appartenente ad una famiglia e ad una comunità.

Nonostante ciò i suoi incubi notturni continuano. Mia madre di recente gli ha regalato un quaderno perché tenesse un diario scrivendo o disegnando i ricordi del passato. Ancora non ci sono tracce della presenza dei suoi veri genitori e della traversata. Come se non avesse un passato e fossimo noi la sua vera famiglia.

Ieri abbiamo appeso in cucina un suo disegno con noi quattro e sotto la scritta ‘Wontanara’.

di Manna Parsì

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