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Antonella Cipriani legge “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia

Il giorno della civetta fu pubblicato nel 1960, quando la parola mafia non si poteva neppure pronunciare, figuriamoci scriverne.

Sciascia esula da ciò, portandola alla luce del giorno, avvalendosi in parte della sua licenza di scrittore, senza tuttavia esprimere giudizio o sentenza.

La trama è piuttosto semplice: Bellodi uomo del Nord,proveniente da Parma, capitano dei Carabinieri di S. un paesino siciliano, conduce l’indagine sull’omicidio di Salvatore Colasberna, impresario di una cooperativa edile ucciso in piazza mentre sale sull’autobus sotto lo sguardo di molti suoi paesani. Come tessere di un domino, si aggiungono altri due omicidi, quello di Paolo Nicolosi agricoltore sparito all’improvviso mentre si recava al lavoro e di Parrineddu, uomo appartenente a una cosca mafiosa avversaria e disponibile a collaborare con la Giustizia.

 Bellodi riuscirà a estorcere due nomi, Pizzucco e  Mariano Arena, boss mafiosi probabili autori dei delitti. Ma nonostante le evidenze non sarà facile incastrarli, ostacolato dall’omertà del popolo, che con ostinazione si chiude nel silenzio incrementando e sostenendo il potere della mafia stessa; ma anche dalla politica, dalle istituzioni che preferiscono tacere, far finta di non vedere, sottovalutare e minimizzare, pur di non mettersi in gioco e sicuramente subirne le conseguenze.

Rivelatrici le parole di Don Mariano Arena in merito: “L’umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi,(con rispetto parlando) i pigianculo e in quaquaraquà… pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini…E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi. Che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancor più giù: i piglianculo, che van diventando un esercito… e infine i quaquaraquà: che dovrebbero viver come anatre nelle pozzanghere, che la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…”

Com’è che questo boss mafioso parla come un filosofo, conoscitore del mondo e delle sue leggi? Cos’ è la mafia? Esiste davvero? O è solo una costruzione, un concetto astratto che prende forma e nome solo fuori dalla Sicilia e ha identità e significato soltanto per chi non è siciliano?

“Noi due, siciliani, alla mafia non ci crediamo: questo a voi che a quanto pare ci credete, dovrebbe dire qualcosa. Ma vi capisco: non siete siciliano, e i pregiudizi sono duri a morire. Col tempo vi convincerete che è tutta una montatura.”

Così è la mafia, una nuvola di fumo che come nebbia nasconde la realtà, evanescente, non concreta, difficile da toccare, impossibile da far emergere, svelare, anche con tutta la buona volontà di uomini come Bellodi che si ostinano a ricercare la verità.

Oppure è “una voce anche la mafia: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa … Voce, voce che vaga: e rintrona le teste deboli…

Nonostante il capitano sappia muoversi con intelligenza e scaltrezza, da vero

“Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia (ed. Adelphi 1993)

Uomo ( come lo definisce Don Mariano), non avrà sostegno sufficiente da parte delle Autorità per portare avanti l’indagine e incastrare i colpevoli che sanno destreggiarsi con astuzia e potere. E anche se nel finale il caso si rivela una bolla di sapone, rimane la frase del vero Uomo, a mantenere accesa la fiammella della speranza “Mi ci romperò la testa”, a testimonianza della sua decisione di tornare in Sicilia.

Un romanzo davvero coraggioso, in cui lo scrittore nonostante le opportune “cavature”, ha mantenuto forte e presente il tema della mafia, anche se, come dice nella nota finale, non l’ho scritto con la piena libertà di cui uno scrittore   dovrebbe sempre godere .

Il libro lo si può considerare un giallo a tutti gli effetti: c’è l’omicidio, la vittima, l’assassino, l’indagine. In realtà è qualcosa di più perché Sciascia va oltre, creando un’opera narrativa che indirizza il principale obiettivo verso la denuncia di una vera e propria ferita sociale, un’organizzazione criminale capace di stravolgere il sistema politico, la democrazia, i parametri universali del bene e del male, del giusto e ingiusto, del vero e falso… con una propria architettura dignitosa e plausibile.

Mi sono chiesta, una volta terminata la lettura, il perché di tale titolo, non ritrovando nel testo riferimenti espliciti alla civetta. Sono giunta a una mia conclusione: la civetta è un animale notturno, misterioso e affascinante; è l’esca per attirare nuovi uccelli, catturare prede. Proprio come la mafia.

La ricerca su internet ha completato la spiegazione. Ciò che Sciascia stesso riferì in merito al titolo, ispirandosi a un passo di Enrico VI di Shakespeare dove si menziona una civetta di giorno,  fu che la mafia è come una civetta, animale rapace, capace di agire non solo di notte ma alla luce del giorno, forte del proprio potere, forza e seduzione.

Un libro audace che ha segnato senz’altro un passo decisivo nella Storia della narrativa e non solo, rompendo schemi e preconcetti, denunciando lo sconveniente, ciò che si sa ma non si dice, ciò che si vede ma non è meglio non guardare.

Di Antonella Cipriani

Firenze 10 gennaio 2022

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