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Renato Campinoti legge “Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron

Non avevo letto niente di Peter Cameron, di cui pure avevo ripetutamente sentire dire un gran bene. Devo ringraziare Antonella del gruppo di lettura del GSF per avercelo proposto! E’ un libro apparentemente simile a molti altri, a cominciare dal “Giovane Holden”, per proseguire con “La vita davanti a sè” e tutti quelli che affrntano la maturazione (o meno) dell’adolescente come parametro del racconto letterario. Anche Cameron fa così, col suo James, che parte subito in salita con una madre che rientra dal terzo viaggio di nozze, già nuovamente separata, con una sorella piuttosto nevrotica, legata sentimentalmente col proprio professore già sposato, con un padre che non riesce a trovare il tempo neppure per terminare il pranzo insieme al proprio figlio, il cui nome si dimentica di segnalare alla portineria del grande edificio dove ha sede il suo ufficio, sotto sorveglianza dopo Gound Zero. Si tratta, ovviamente, di un adolescente, forse un pò più in là congli anni (18) di altri simili personaggi, tuttavia pieno di tutte le incertezze e difficoltà di un giovane non banale, colto (sarebbe interessante prendere nota di quanti autori James cita a supporto delle proprie riflessioni: Trollope, Denton Welch, il pittore Thomas Cole, perfino Shakespeare!), che, confessa, “credo che sia questo a farmi paura: la casualità di tutto”. Ma la grande qualità di Cameron la si trova, secondo me, nella sua capacità di far filtrare, attraverso James, la crescente inadeguatezza della vita contemporanea nelle città come nei piccoli borghi d’America. Basti pensare a come, padre e madre di James, risolvano sbrigativamente le difficoltà che notano nel figlio semplicemente indicandogli una psichiatra, di quelle brave. Spassose le frasi con cui la mamma garantisce al figlio che il papà ha trovato la migliore psichiatra possibile: “Se è riuscito a trovare il miglior divorzista, perchè non dovrebbe trovare la migliore psichiatra? Sapessi quanto tempo e quanto impegno ci ha dedicato…”. Loro che non trovano un minuto per parlare con calma col loro figlio! Lei che, una volta che James rimane a dormire dalla nonna, neppure se ne accorge! Ma la vera magia del libro è nella capacità di filtrare, attraverso gli occhi del giovane, le profonde criticità dei legami umani e familiari di un’America pure all’apice del suo sviluppo. Impagabile, da questo punto di vista, il quadretto che James disegna alla Grand Central all’ora del rientro fuori città della grande massa dei pendolari: “Era come un’evacuazione di massa prima della fine del mondo, una marea di persone sfinite scappavano da una vita infelice verso un’altra….il viaggio in treno era un piccolo intermezzo in cui potevano essere se stessi, niente capo,niente marito, niente moglie, niente colleghi e niente figli.”  Altrettanto istruttiva, da questo punto di vista, la conversazione col padre che spiega al figlio come, per riuscire nella vita, occorra essere o squali o avvoltoi, lasciando il giovane, mite di suo, piuttosto sconvolto. Come lo sarà quando, a proposito dei suoi problemi sessuali, parlandone con la madre, questa si limita a invitarlo a fare “quattro chiacchere col padre”. Sono, naturalmente, tanti altri i personaggi che girano intorno alla vita del giovane in cerca di certezze che non trova. L’unica che, pur relegata a vivere da sola nella periferia della New York del libro, capace di parlare davvero con James è la nonna materna, quella che ha avuto una vita bella e avventurosa e che lo aiuterà a sciogliere i dubbi più importanti. Di lei il giovane James cercherà di conservare più cose possibili perchè, come ci dice infine: “Ho solo diciotto anni. Come faccio a sapere cosa vorrò dalla vita…cosa mi servirà?”

Renato Campinoti

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