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8° WEN – 7 e 8 NOVEMBRE 2020: IL NUOVO TEMA PER IL WEEK-END DEL NARRATORE È “IRA”

Continua l’iniziativa WEN (il Week-End del Narratore) lanciata dal GSF sul proprio Blog, dopo la numerosissima partecipazione ai precedenti temi “Covid-19”, “Quanti siamo“, “Là fuori”, “Acqua”, “Fuoco”, “Terra” e “Aria”.

Giovedì 1 ottobre 2020 abbiamo avuto il piacere di portare alcuni dei racconti prodotti dal WEN sui temi “Covid-19”, “Quanti siamo“, “Là fuori” in un bel reading-apericena alla Laurenziana.

Magari ripeteremo l’esperienza con il ciclo di poesie e racconti che abbiamo completato questo fine settimana sui quattro elementi.

Vi invitiamo ora a continuare a scrivere e a inviare i vostri racconti e poesie.

Gli ultimi WEN erano ispirati ai quattro elementi. Il prossimo ciclo sarà dedicato ai sette peccati capitali:

Ira.

Avarizia.

Invidia.

Ira: un fuoco che si accende e divampa

Superbia.

Gola.

Accidia.

Lussuria.

Cominceremo quindi dall’ira, che, casualmente, ha una certa assonanza con “aria” del precedente WEN.

Attendiamo dunque contributi che parlano di:

IRA”.

Le regole sono sempre le stesse:

  • RACCONTI E POESIE DI MAX 3.500 BATTUTE SPAZI INCLUSI

(con una certa tolleranza, accettiamo sempre testi anche attorno ai 4.000 caratteri o anche più lunghi, spazi inclusi, ma questo vuole anche essere un esercizio per sforzarci a essere sintetici e imparare a tagliare il superfluo, pertanto Vi preghiamo di cercare di rispettare questa semplice regola).

  • Potete inviare anche più di un contributo.
  • I testi dovranno pervenire ENTRO IL 31 OTTOBRE all’indirizzo:

blogautori.gsf@gmail.com

Sabato 7 Novembre saranno pubblicati i racconti e domenica 8 Novembre le poesie.

Questa è una delle numerose iniziative del GSF – Gruppo Scrittori Firenze. Chi volesse iscriversi, può trovare qui come farlo.

La felicità dell’individuo

Di Massimo Acciai Baggiani

Di solito non scrivo articoli critici sulle mie letture, soprattutto se si tratta di un gigante della fantascienza quale Arthur C. Clarke (1917-2008), di cui ho apprezzato molte opere, a partire dal ciclo di Odissea nello spazio. Tuttavia il suo romanzo La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) non mi ha soddisfatto appieno.

La storia del protagonista, Alvin, si svolge in un futuro lontanissimo. Alvin vive a Diaspar, una città con una storia di un miliardo di anni alle spalle, ritenuta – a torto, come scopriremo – l’unica città rimasta sul pianeta Terra ormai trasformato in un deserto ostile. Diaspar è un luogo affascinante ed edonistico: i suoi abitanti hanno raggiunto una sorta di immortalità grazie ai Banchi Memoria, gestiti da un Computer Centrale (quasi una sorta di divinità informatica), che li ricrea a lunghi intervalli di tempo ogni volta che lasciano il proprio corpo fisico. I Banchi Memoria provvedono a tutti i bisogni dei dieci milioni di cittadini, plasmando “magicamente” la materia. A Diaspar non si è mai sicuri di cosa sia veramente “reale”, si vive in una sorta di realtà virtuale che confonde i sensi e tiene impegnate le persone per innumerevoli vite, in modo che, nonostante la popolazione sia sempre la stessa (anche se a rotazione presente in buona parte nei Banchi Memoria) e non nascano più individui nuovi, non ci si annoia mai e non c’è decadenza.

Alvin è un’eccezione. Ad intervalli di milioni di anni nasce un Unico, ossia un individuo che non ha vissuto altre vite precedenti, destinato a grandi cose. Alvin è uno di questi. Dovrà scoprire qual è la sua missione, che coinvolge niente di meno che il destino della razza umana. Incontrerà sul suo cammino un altro personaggio anomalo come lui, anche se in modo diverso, che lo aiuterà a trovare risposte alle sue molte domande – ad esempio sul perché gli abitanti di Diaspar hanno orrore di tutto ciò che sta fuori dalla città. La sua avventura lo porterà proprio all’esterno, in un’altra città di cui a Diaspar si ignorava l’esistenza: una città altrettanto longeva ma che ha fatto una scelta opposta riguardo all’immortalità. A Lys infatti la gente nasce e muore come nel nostro tempo; vive una vita essenzialmente agreste, con un uso limitato delle macchine, ed ha sviluppato la telepatia.

Dopo l’incontro con questa seconda civiltà, la storia si sposta su altri pianeti e prende un respiro realmente cosmico – lascio questa parte finale al lettore, senza svelare altro – ma quello che mi ha colpito è la contrapposizione tra filosofie di vita così diverse; filosofie che Alvin vorrebbe conciliare, facendo incontrare di nuovo, dopo un miliardo di anni, le due civiltà, fondendole con il meglio di ciascuna. Qui il mio pensiero diverge da quello del protagonista (e di Clarke): Diaspar è un mondo perfetto così com’è, stabile, in cui il problema della morte è stato superato brillantemente. Perché dunque tornare a morire? Giusto per tornare a procreare nel modo tradizionale? Per avere intorno dei bambini?

Gli abitanti di Lys considerano che senza ricambio generazionale non ci può essere evoluzione (come se Lys non fosse rimasta immutata per eoni, così come Diaspar…) e scopo dell’amore è proprio quello di mettere al mondo figli.

«Alvin sapeva, con certezza che andava al di là di ogni logica, che per il benessere della razza era necessaria l’unione delle due culture. In un caso simile la felicità individuale non ha alcuna importanza[1] Clarke è sempre stato piuttosto sciovinista nei confronti della razza umana, un po’ in tutte le sue opere; l’individuo conta poco, ciò che conta è la “razza” a cui appartiene. La sua felicità è subordinata al trionfo della specie. Personalmente non cambierei mai l’immortalità (se l’avessi) con la conquista delle stelle da parte del genere umano. È chiaro che l’immortalità ha come prezzo l’azzeramento delle nascite, per ovvi motivi, ma mi pare un prezzo più che accettabile. Non condivido il desiderio del protagonista di cambiare lo status quo, senza il permesso di milioni di individui abituati a “morire” e “rinascere” con tutti i loro ricordi e la loro personalità, mettendo in pericolo il loro diritto ad essere immortali. Entrambe le città, Lys e Diaspar, considerano inferiori gli abitanti dell’altra, perfettamente soddisfatte del proprio stile di vita: perché cambiarlo dunque?

Clarke non approfondisce la questione, appena accennata e subito risolta dal protagonista con la considerazione sopra citata. La storia è molto più ampia, tanto che ci si perde, dà le vertigini, finisce per risultare esagerata. Viene da dire che l’autore ha fatto il passo più lungo della gamba: tutti questi miliardi di anni, di stelle, l’Impero Galattico, creature onnipotenti e disincarnate alla fine annoiano, risultano poco credibili. Si giunge alla fine del libro con un senso di vuoto, di inconsistenza. Ciò che rimane impresso, almeno a me come lettore, è proprio la città di Diaspar: un’utopia che Clarke vuol fare apparire come distopia[2]. A me non dispiacerebbe essere cittadino di questa sorta di paradiso, per quanto artificiale e legato alla memoria digitale di una macchina tanto complessa da aver sviluppato una sua personalità. Applaudo quindi a questa creazione visionaria ma sbadiglio al resto…

Firenze, 20 ottobre 2020

Bibliografia

Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993.


[1] Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993, p. 206. Il corsivo è mio.

[2] Un po’ come nel “mondo nuovo” di Aldous Huxley, il cui motto è proprio “Stabilità”.

MINIETOLOGIA DELLA FAUNA MASCHILE di Eleonora Falchi:


MINI ETOLOGIA DELLA FAUNA MASCHILE E ALTRE STORIE eBook: FALCHI, ELEONORA,  Piccini, Claudia: Amazon.it: Kindle Store

La Minietologia della fauna maschile è una raccolta di racconti dove l’ironia è l’ingrediente principale che ci costringe a una lettura piacevole, divertente, a volte spassosa, con uno stile scorrevole e spesso appassionante. Il sorriso non è l’unica reazione che si prova a leggere le storie narrate da Eleonora Falchi: la stimolante riflessione su molti temi della nostra vita quotidiana è altro ingrediente ben dosato, di notevole spessore, capace di tenere sempre viva l’attenzione sulla storia e tenere lontana la noia. Racconti che hanno il pregio di riempire le nostre ore dedicate alla lettura semplicemente perché divertono e fanno pensare allo stesso momento, ci spingono con leggerezza a porsi domande e a darsi risposte. Insomma il consiglio che mi sento di dare con convinzione è di leggere Eleonora Falchi perché le sue storie non soltanto sono deliziose, ma affrontano temi importanti come la famiglia, l’amore (analizzato in tutte le sue sfaccettature più ironiche), l’infanzia, il rapporto dell’uomo con la tecnologia. Mettetevi comodi e immergetevi in questo variegato e colorato mondo delle storie di Eleonora Falchi.

di Paolo Orsini

Fanny Sweetbread

Di Massimo Acciai Baggiani

Il primo libro che ho letto di Margherita Pink (è uno pseudonimo), Mimì e gli altri [1], mi era piaciuto, ma Fanny Sweetbread e il risveglio di Eromur devo dire che mi è piaciuto molto di più. Si tratta di una storia fantasy caratterizzata da una grande vena creativa che ricorda il miglior Michael Ende. La possiamo definire anche una favola moderna, con frequenti richiami all’attualità. L’autrice ha dato vita a personaggi indimenticabili, sia tra i buoni che tra i cattivi – il tema cardine è infatti l’eterno scontro tra il Bene e il Male – quali ad esempio la dolce protagonista, una bambina di pane zuccherato creata dalla panettiera/pasticcera Perla (insomma, una versione al femminile di Pinocchio), e i suoi amici Alba, Tramonto, John Green, eccetera. Sul campo si schierano rettiliani, fate, gnomi, creature senza cuore e senza sangue, draghi, samurai e chi più ne ha più ne metta: parrebbe un guazzabuglio, ma magicamente la storia scorre con la sua coerenza e riesce a catturare l’attenzione dei lettori, e non solo quelli giovanissimi a cui è indirizzata (la buona narrativa per la gioventù è godibile anche dagli adulti).

Due in particolare sono le cose, marginali alla storia, che hanno attirato maggiormente la mia attenzione: da linguista mi ha incuriosito la “lingua verde”, parlata dalle fate, ispirata al ladino, e la descrizione del sistema scolastico di Cornelia (la città immaginaria dove si svolge il romanzo). Quest’ultimo, descritto nel capitolo 12, mi ha fatto ripensare alle mie considerazioni sulla scuola che avevo espresso nel mio racconto-saggio La nevicata [2]. Le curiose materie di studio – la “sentimentalstoria”, la “superecertaecosostenibilità”, il “pentapitagoresimo”, la “ciclicità umana” e il “loveworld” – sono fantastiche, ma soprattutto condivido l’invito, rivolto ad ogni bambino, ad «ascoltare la propria “canzone del cuore” […] e seguire la propria “leggenda personale”». Penso che sarebbe utile farlo anche nelle nostre scuole italiane anziché riempire la testa dei bambini con nozioni inutili, imparate a pappagallo.

Un altro punto di forza del romanzo sta nell’umorismo, di cui le pagine abbondano, e nei giochi di parole (a partire da vari nomi di personaggi), senza dimenticare i moltissimi riferimenti culturali che magari sfuggiranno ai lettori più giovani ma che forniscono più livelli di lettura. Un libro insomma di cui consiglio la lettura a chi sa abbandonarsi alla fantasia e non ha il vizio di prendersi troppo sul serio.

Firenze, 11 ottobre 2020

Bibliografia

Pink M., Fanny Sweetbread e il risveglio di Eromur, Autopubblicazione, 2020.


[1] Felice Felino & Margherita Pink, Mimì e gli altri, Autopubblicazione, 2020.

[2] In Acciai M., La nevicata e altri racconti, Montag edizioni, 2013 (terza edizione: ilmiolibro.it, 2017).

Un anno che passerà alla storia

Di Massimo Acciai Baggiani

Non c’è alcun dubbio che questo 2020 (“anno bisesto, anno funesto”) sarà ricordato come l’anno del Covid, così come non c’era dubbio che questo evento di portata mondiale avrebbe ispirato gli scrittori e artisti di tutti i generi. Chi infatti meglio di uno scrittore può raccontare gli stati d’animo di chi quest’epoca l’ha vissuta in prima persona? Chi può trovare le giuste parole per un evento che mette a dura prova chi vuol raccontarlo senza cadere nella retorica?

Di libri sul Covid-19 ne sono già usciti diversi, mentre scrivo in questo inizio di autunno – quando, se non dalla pandemia, siamo almeno usciti dal lockdown – e così di antologie a tema cominciano a riempirsi gli scaffali. Quella di cui voglio parlare in questo articolo – a cui ho partecipato anch’io con un mio testo scritto a marzo, in piena quarantena – presenta molti aspetti interessanti. Racconti ai tempi del coronavirus, edito da Booksprint edizioni ad agosto, raccoglie le testimonianze di 239 autori che in 638 pagine hanno composto un mosaico molto variegato di come quest’evento epocale ha inciso nella vita degli italiani. Si tratta quindi di storie vissute – con alcune eccezioni di storie fantasiose, come quella dell’amico Carlo Menzinger – che parlano di vite stravolte, paure, eroismi, fragilità e resilienza: insomma un prezioso documento per i posteri che sarebbe interessante riesaminare tra qualche anno, ma che è utile leggere anche adesso che nel Covid ci siamo ancora dentro.

Da poco il numero dei decessi nel mondo è diventato a sette cifre, mentre in Italia i numeri stanno salendo dopo i minimi raggiunti in estate. Colpa dell’allergia degli italiani verso le regole? Di negazionisti e complottisti? Di una gestione “all’italiana” dell’emergenza? Oppure ci troviamo davanti a un nemico contro il quale non ci sono misure realmente efficaci? E i vaccini, saranno davvero la soluzione? Saranno sicuri? Gli storici del futuro potranno vederci meglio di noi, che stiamo vivendo questa situazione dall’interno e difettiamo del distacco necessario. Anche a loro consiglierei la lettura di questo libro, voluminoso e, direi, esaustivo sui diversi atteggiamenti che i miei connazionali hanno adottato nei mesi della reclusione, quando si poteva uscire di casa solo in certi casi e con l’autocertificazione.

Da un punto di vista stilistico e letterario, i racconti-saggi (alcuni veri e propri articoli giornalistici) sono quasi tutti di ottimo livello. La “squadra” messa insieme da Vito Pacelli, curatore dell’opera, per raccontare il lockdown è ovviamente molto eterogenea: uomini, donne, giovani, meno giovani, mamme, single, meridionali, settentrionali, lavoratori, disoccupati… insomma di tutto e di più, ognuno con la sua voce, il suo vissuto, i suoi problemi, le sue soluzioni. Tutti accomunati da un sentimento di viva preoccupazione ma anche di speranza: la speranza che questa crisi mondiale ci insegni ad essere migliori, più attenti alle sorti del pianeta, più rispettosi del prossimo, più consapevoli nel vivere i nostri giorni, senza dare per scontata la “libertà” di cui godevamo “prima”.

Questo libro è utilissimo per chi vorrà studiare il fenomeno Covid in Italia, da un punto di vista sociologico e psicologico, ma anche per il lettore non specializzato: è una storia che coinvolge anche lui, a cui nessuno può restare indifferente.

Firenze, 10 ottobre 2020

Bibliografia

AA.VV., Racconti ai tempi del coronavirus, Booksprint, 2020.

Premio Letterario Toscana

Il Gruppo Scrittori Firenze ospita la Premiazione della 1°edizione 2020

di Cristina Gatti

IL PREMIO LETTERARIO TOSCANA HA DESIGNATO I CINQUE FINALISTI
SABATO 17 OTTOBRE LA PREMIAZIONE A FIRENZE

Il Premio Letterario Toscana, nonostante le battute di arresto dovute alla situazione sanitaria, è in dirittura d’arrivo, designando dopo mesi di selezione i cinque finalisti che si contenderanno il Premio Letterario Toscana 2020 e il Premio della Critica.
Al Gruppo Scrittori Firenze l’arduo compito di ospitare, in tempo di Covid-19, l’accoglienza e la cerimonia di Premiazione che si terrà presso la Biblioteca delle Oblate a Firenze sabato 17 Ottobre, ore 17.
Le Associazioni toscane promotrici del Premio Letterario Toscana sono: Associazione Letteratura e Dintorni di Grosseto (Premio città di Grosseto “Amori sui generis”), Associazione Culturale Gruppo Scrittori Senesi (Premio letterario Città di Siena), Gruppo Scrittori Firenze (Premio di Narrativa e Poesia “La Città sul Ponte”), Proloco Litorale Pisano (Premio Letterario Il Delfino), Associazione Liberi Autori ALA (Premio ALA “Il Magnifico Lettore” di Livorno), Premio Garfagnana in Giallo/Barga Noir di Lucca, Associazione Scrittori Aretini Tagete (Premio Letterario Tagete”).
Il premio, nato dall’iniziativa delle suddette sette associazioni e relativi premi letterari, ha lo scopo di eleggere “il libro dell’anno”, riservando l’ammissione al concorso ai romanzi primi classificati nei premi indetti dalle singole organizzazioni provinciali. Queste opere narrative, già di rilievo, sono state sottoposte al giudizio di librai e giornalisti, individuati dai membri del comitato organizzatore e che hanno letto e poi indicato i cinque finalisti. Ecco i nomi degli autori e i titoli delle opere: Michelangelo Bartolo (L’Afrique c’est chic), Marco Speciale (Il palazzo dei percorsi perduti), Iacopo Maccioni (Occhi di marrone), Lidia del Gaudio (Il delitto di via Crispi n. 21), Giovanna Nieddu (Io sono Anna ho attraversato il mare).
Il Comitato del Premio aveva previsto un ciclo di presentazioni dei libri nelle varie province, con il supporto delle librerie e dei giornalisti, ma questo è stato impossibile per il lungo blocco imposto dall’emergenza sanitaria. Tuttavia il lavoro di valutazione è andato avanti e i librai hanno espresso il loro giudizio sul Vincitore Assoluto del premio, mentre i giornalisti assegneranno il Premio Speciale della Critica.
Alla valutazione delle opere narrative hanno collaborato per la giuria dei giornalisti, coordinati da Cristina Gatti, presidente del Gruppo Scrittori Firenze: Faustina Tori (La Nazione, Firenze), Irene Blundo (ST Storia e storie di Toscana e Webmagazine Giallorama) e Lina Senserini (collaboratrice de Il Tirreno, Grosseto), Alessandro Barabino (Livorno) Annalisa Coppolaro (Siena), Angela Maria Fruzzetti (Massa), Claudio Santori (La Nazione, Arezzo) e Luca Caneschi (Teletruria Arezzo), Donatella Lascar (Il Tirreno, Pisa), Mario Rocchi (La Nazione, Lucca).
Hanno dato invece vita alla giuria dei librai, coordinata da Carlo Legaluppi dell’Associazione Letteratura e Dintorni di Grosseto:

Mondadori di Siena, Mondadori di Grosseto, La Feltrinelli di Arezzo, Leggermente di Firenze, Libreria Libri di Livorno, Lucca Libri, Bigini libri in armonia di Massa, Fogola di Pisa.
Un’organizzazione complessa e ramificata nella regione, formata da referenti delle varie associazioni/premi e che, con il coordinamento di Massimo Granchi (Presidente Gruppo Scrittori Senesi) e Carlo Legaluppi (Associazione Letteratura e Dintorni di Grosseto), è stata capace di tenere unite le fila e lavorare insieme, attraverso numerosi incontri in città toscane e fitti collegamenti, con l’obiettivo di dare risalto a talenti emergenti nel campo della letteratura e di stimolare in un più vasto pubblico la passione per la lettura.
Ormai mancano solo pochi giorni per conoscere la classifica finale, che sarà tenuta rigorosamente segreta fino all’ultimo giorno, ma possiamo dire che hanno già vinto tutti i partecipanti e gli appassionati organizzatori di questa prima edizione.

VITA DI UN ORFANO E DI UN PORTIERE

La legenda di Carlo Menzinger

La scrittura di Erri De Luca ha una certa levità che crea atmosfere quasi magiche. “Il giorno prima della felicità” parla di un ragazzo orfano che cresce assieme al portiere di uno stabile e sembra quasi di essere dalle parti de “L’eleganza del riccio” della Burbery, perché anche qui abbiamo il rapporto tra un ragazzino e un portiere piuttosto colto (anche se non ai livelli della portiera francese) o quantomeno maestro di vita.

Siamo però a Napoli e non in Francia e la storia ha dei flashback che ci riportano alla Seconda Guerra Mondiale e il mondo descritto è assai più violento, al punto che il primo e più importante regalo ricevuto dal protagonista sarà un coltello, da tenere da parte, per quanto servirà davvero. Si parla della persecuzione degli ebrei e di quei grandi eroismi quotidiani che hanno portato alla salvezza di alcuni di loro…

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Il giorno prima della felicità di Erri de Luca

Romanzo breve, di formazione, una storia di vita. Lo Smilzo – orfano cresciuto in un casolare di una Napoli del dopoguerra – diventa Uomo, scoprendo il complesso mondo degli adulti, con le sue peculiarità, contraddizioni, gioie, ostilità, inganni, paure…

Due storie parallele di uguale rilievo, quella del bambino lo Smilzo, voce narrante, e quella di Don Gaetano, portiere del caseggiato dove vivono entrambi, uomo umile, saggio nella semplicità di parola, grande conoscitore dell’animo umano, un po’ profeta. Forse perché sa leggere i pensieri nella mente altrui, Don Gaetano conosce tutto e tutti, e con discrezione si rapporta agli altri. Uniti da un comune destino – orfani entrambi – congiungono le loro solitudini per creare un’intesa singolare che va oltre i legami di sangue, oltre le convenzioni. Don Gaetano accompagna la crescita del ragazzo senza indottrinamenti. La sua è un’educazione – se proprio le si vuol dare un nome – basata sulla parola e sull’azione, sul dialogo, sull’esperienza, sul ricordo e sulla memoria del passato con il solo scopo di vivere il presente e ipotizzare un futuro «Il passato era una scala e la risalivo». Intorno alle loro vicende personali si inserisce una Napoli intrisa di colore, sapore, odore, che cerca di uscire dalla crisi del dopoguerra. Al presente si mescolano i racconti «Don Gaetano mi passava le consegne di una storia. Era un’Eredità», che come flashback sottolineano la drammaticità della guerra e la consapevolezza delle nostre radici. Lo Smilzo così si fa uomo, accompagnato dalle storie di Don Gaetano, conosce le proprie origini, apprende, sperimenta la vita: amore, sesso, sfida, esilio…

Un romanzo intenso, pieno di sentimento, di amore e gioia nella semplicità di un Quotidiano, sufficiente a renderci felici. Stupende le metafore e l’uso sapiente della parola dell’autore, capace di creare suggestioni incantevoli all’orecchio e alla mente del lettore. A parte il linguaggio forse troppo artificioso del piccolo Smilzo e della sua amica Anna, tutto il resto è sublime, predominando la bellezza e la magia della parola. Come sempre Erri De Luca è una garanzia, per chi legge e per chi, come me, scrive.

di Antonella Cipriani

IL CAMMINO NON HA FIGLI MINORI – di Claudia Piccini

Ho letto in una serata il prezioso libro dell’amica scrittrice e poetessa Claudia Piccini perché non potevo lasciarlo. Il romanzo intimista di Claudia dà ai dolori o le debolezze dei suoi personaggi sempre un significato e una speranza. Riconosce pari dignità ad ogni percorso umano e trova una propria grandezza anche nei cammini che potrebbero sembrare più insignificanti, ma che non sono da considerare minori di altri. Claudia spiega perché affidandosi ad una fede che abbraccia e rispetta tutti i “credo”, purché volti al bene. Racconta di una vita che dovrebbe essere maggiormente legata ai ritmi biologici e alla natura che ci circonda e solleva con delicatezza i temi attuali della frenesia, del mondo virtuale e della considerazione degli anziani e i deboli nella società di adesso. Ci lascia con un delicato e colorato mondo di sentimenti e con la voglia di abbracciare forte commossi i suoi personaggi e di augurare loro ogni bene. Brava Claudia che hai saputo fermarti a “sentire”. Aspetto il prossimo!

di Eleonora Falchi

Reading: LIBERI DAL COVID

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Carlo Menzinger, Barbara Carraresi e Gabriella Zonno

Era tanto tempo che “corteggiavo” il gruppo GSF. Finalmente, grazie alla mia determinazione, sono riuscita ad essere invitata a un loro evento. Ero molto emozionata. D’altronde, per me era la prima che partecipavo ad un reading. Ero emozionata perchè so che gli appartenenti al gruppo GSF sono scrittori veri e seri. Ero emozionata perché sono abituata ad intellettuali seriosi e, talvolta, un tantino pedanti.  Ero emozionata perché so che la prima impressione è quella che vale soprattutto in queste occasioni. Ero emozionata come al primo appuntamento. Quindi mi aspettavo una serata seriosa, se non altro per il tema. Invece, mi sono ritrovata in un circolo nel quale, a parte l’imbarazzo della sottoscritta di essere una perfetta sconosciuta, c’è stata accoglienza da parte dello staff nei confronti di tutti. Bravissimi sia Carlo che Barbara, che hanno organizzato una serata perfetta, in cui i racconti e le poesie sono state intervallate dalla musica e dalle canzoni interpretate da due artisti bravissimi. Ospite d’onore della serata non poteva non essere Daniele Locchi, che ha recitato un suo monologo inedito. Che dire quindi per concludere? Complimenti a tutti, organizzatori e scrittori.

la Professoressa Gabriella Zonno alla Laurenziana

di Gabriella Zonno

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