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21° WEN – 5 e 6 FEBBRAIO 2022: IL NUOVO TEMA PER IL WEEK-END DEL NARRATORE È “SOGNO”

Per le vacanze natalizie ci concediamo una pausa, in modo da avere più tempo per prepararci al meglio alla nuova serie di appuntamenti letterari, ora che abbiamo chiuso questo ciclo sulla “Famiglia”

L’iniziativa WEN (il Week-End del Narratore) lanciata dal GSF sul proprio Blog, riprenderà dunque il 5 febbraio 2022 dopo la numerosissima partecipazione ai precedenti temi “Covid-19”, “Quanti siamo”, “Là fuori”, “Acqua”, “Fuoco”, “Terra”, “Aria”, “Ira”, “Avarizia”, “Invidia”, “Superbia”, “Gola”, “Accidia”, “Lussuria”, “Figli”, “Genitori”, “Fratelli”, “Antenati”, “Parenti” e “Coniugi”.

Il nuovo ciclo sarà dedicato alla “Mente”, con temi come:

  • Sogno,
  • Incubo,
  • Visione,
  • Ossessione,
  • Schizofrenia e
  • Follia.

Per il prossimo WEN attendiamo contributi che parlino del:

SOGNO”.

Ma cominciate a preparare il materiale anche per i prossimi appuntamenti.

Le regole sono sempre le stesse:

  • RACCONTI E POESIE DI MAX 3.500 BATTUTE SPAZI INCLUSI

(con una certa tolleranza, accettiamo sempre testi anche attorno ai 4.000 caratteri o anche più lunghi, spazi inclusi, ma questo vuole anche essere un esercizio per sforzarci a essere sintetici e imparare a tagliare il superfluo, pertanto Vi preghiamo di cercare di rispettare questa semplice regola).

  • Potete inviare anche più di un contributo.
  • I testi dovranno pervenire ENTRO IL 28 GENNAIO 2022 all’indirizzo:

blogautori.gsf@gmail.com

Sabato 5 Febbraio saranno pubblicati i racconti e domenica 6 Febbraio le poesie.

Questa è una delle numerose iniziative del GSF – Gruppo Scrittori Firenze. Per partecipare al WEN non è necessario essere soci, ma chi volesse iscriversi può farlo qui (l’abbonamento per il 2022 costa € 15,00) e saremo lieti di accoglierlo tra noi.

Interpretazione dei sogni: premonizioni o una via che conduce  all'inconscio? | Ohga!

Renato Campinoti legge “Semina come un’artista” di Austin Kleon

E’ un libro strano, questo di Austin Kleon. Anche nel formato (16 x 13,50 cm!), ma soprattutto nella sostanza. Non si può definire un saggio nel senso tradizionale del termine. E’ una specie di riflessioni/suggerimenti per una categoria particolare di persone: per coloro che, da dilettanti, amano cimentarsi con le varie forme d’arte, dalla scrittura (prevalente) alla pittura, scultura, fotografia e altre ancora. L’autore ti chiede di non praticare le tue attività (magari nel tempo libero!) in solitario, ma di organizzarti per trovare interlocutori che, prendendo visione delle cose che fai, ti servano al tempo stesso per farti conoscere e per ricevere critiche e/o incoraggiamenti per migliorti e andare avanti. Questo dell’andare avanti è, si potrebbe dire, il leitmotiv dell’interessante libro di suggeriementi che  Kleon ci mette a disposizione. Naturalmente il senso del volume è dato dal trovarci, oggi, più di sempre, nella società della conoscenza e della comunicazione, che, col digitale, ha invaso ogni ambito della nostra vita. Non abbiamo più un telefonino o cellulare ma uno strumento che, appunto, ci tiene connessi in vari modi col mondo intero. Già qui c’è un problema. Se vogliamo farci conoscere senza diventare invasisi o, peggio, fastidiosi, dobbiamo scegliere con chi e come vogliamo comunicare e “condividere” (ecco l’altra parola magica di questo libretto!) le nostre opere, sia letterarie che altro, per trarne motivo di incoraggiamento a evolvere e migliorarci. Insomma, praticare le nostre passioni artistiche da dilettanti, e accrescere la nostra esperienza insieme agli altri, a quelli con cui abbiamo deciso di condividere le nostre esperienze. Naturalemente nel libro, che ho molto apprezzato (grazie Ada Ascari per avermelo fatto conoscere!) ci sono tante altre cose. C’è soprattutto, a supporto delle “teorie” dell’autore, una serie di riferimenti alle esperienze e ai punti di vista in materia di molti altri scrittori o artisti della musica, del disegno, della fotografia, del cinema, che finiscono per impastare i “suggerimenti” di Kleon con la farina di esperienze vissute da chi, da dilettante, è passato al professionismo. Naturalmente le cose che ci vengono proposte  e, appunto, suggerite, non vanno prese alla lettera, da tutti. Ne è consapevole lo stesso autore e ce lo dice apertamente. Resta tuttavia un notevole contributo per noi dilettanti della scrittura per regolarci al meglio “nella giugla del web”, come dice un ormai famoso tormentone. Da leggere assolutamente.

di Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “111 piccoli 11” di Ada Ascari

Ho scoperto cosa sono “i piccoli undici” quando l’autrice di questo fantastico libro, Ada Ascari, mi ha rivelato un segreto di scrittura, lei dedita principalmente alla autobiografia, di cui non avevo sentito parlare. 

E la sorpresa è stata di trovare, da subito, assolutamente affascinante e adatto all’espressione più vera dei propri sentimenti un tipo di scrittura in cui, come ci rivela l’autrice nella presentazione, “Il bisogno di sintesi estrema, fa scaturire pensieri inaspettati, è come se si dovesse andare a cercare ogni volta una rivelazione che scaturisce dall’ultima parola che viene depositata sulla carta”. 

E sintesi più estrema di un componimento fatto di solo undici parole, per di più disposte in forma di piccola piramide, ma dove l’ultima parola solitaria ne rappresenta la  base, è difficile immaginare. 

Eppure Ada ci consegna questo volumetto dove sono leggibili e godibili ben 111 di questi “petit once”, come vengono chiamati per rispetto alla loro origine francese. 

“Poesia al microscopio”, è il sottotitolo della raccolta, perché sia chiaro da subito che si tratta di qualcosa di più di semplici pensieri occasionali, fino a diventare davvero delle poesie in miniatura che suscitano reazioni emotive che solo leggendole si possono capire. Non immaginando, lo dico subito, che si tratti di sentimenti a senso unico.

 Apre la raccolta un petit once dedicato alla passione più grande di Ada (e forse anche di noi suoi estimatori), la scrittura, così introdotta “In/principio fu/il verbo/ poi la scrittura ci donò/sapienza”/. Immaginate di leggerlo nella sequenza che vi ho descritto, e la poesia vi arriverà diretta alla vostra sensibilità! 

Poi, sempre qui, ci confessa il suo segreto più riposto: “Scrivere/di me/è un’attività/che dà respiro all’/anima”. Sono sicuro che senza il vincolo del petit once difficilmente Ada ci avrebbe trasmesso, con queste poche parole, un sentimento così profondo! 

Ma sono molte le “sezioni” in cui Ada ha raccolto i temi e gli impulsi più rispondenti ai suoi stati d’animo. Dovendo selezionare, mi piace ricordare un petit once dedicato a Il Viaggiare: “La/ mattina decollo/poi la sera/atterro dolcemente nel mio /letto. 

Non posso non richiamarne un altro, dalla sezione Il silenzio, dove si può leggere: “C’è/un silenzio/che sembra rumore/si fa cascata di/pensieri”. E infine quello che è forse, il più bello, per me di sicuro, nella sezione Dentro e fuori il mio corpo: “Vedo/solo quello/che voglio vedere./Devo imparare a gurdare/meglio”. 

Se avrete voglia di chiedere a Ada di procurarvi questa piacevolissima (e istruttiva!) raccolta, vi renderete davvero conto che ha ragione lei quando, in chiusura della sua prefazione, ci avverte: “Scrivere un petit once è come esorcizzare ed espellere tossine o rabbia, ma anche esprimere felicità e stupore”. Ed è possibile, come mi è capitato, che vi venga voglia di provare anche anche voi a scriverne qualcuno.

di Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge ” All’ombra di Monte Morello” di Andrea Carraresi

In seguito a un’escursione su Monte Morello, ho pensato al libro di Andrea Carraresi impilato nella torre dei libri in attesa. Non ho esitato a estrarlo una volta rientrata a casa e cominciarne la lettura; era arrivato il suo momento, e non mi sono interrotta fino all’ultima pagina.

All’ombra di Monte Morello è un vero e proprio omaggio che l’autore fa al proprio paese natio, Sesto Fiorentino, una repubblica a sè, identificabile con la sigla RSM, in cui “R” vuol significare Richard Ginori, la fabbrica di porcellane che ha reso Sesto famosa nel mondo, “S” soprannome e “M” miseria.

Il libro narra la storia di una profonda amicizia tra Valerio e Vasco, due ragazzi del Canto (la zona sotto il treno come la definiscono i sestesi) che, nonostante i diversi percorsi che il destino riserva loro, rimarranno inseparabili e uniti nel vincolo della loro terra d’origine. In questa opera si vive tutta l’energia e l’esuberanza della gioventù, la scoperta dei sensi, dell’amore, sentimento che fa tremare il cuore, l’anima e fortifica a differenza della passione che con tutta la sua potenza stende anche l’uomo più robusto e vigoroso. C’è la storia di un’epoca, quella del dopoguerra nella quale le speranze e il desiderio di affermarsi, di ripartire e costruire un futuro migliore erano tante e possibili; di una generazione, povera e semplice ma determinata a raggiungere gli obbiettivi con dignità, onestà e umiltà per portare in alto il nome del padre e della famiglia; del riscatto con la realizzazione dei propri sogni e ideali, grazie al sacrificio, alla passione, all’impegno fermo e costante conseguito nel rispetto degli altri e del sistema.

Non opera autobiografica, ma certamente di memoria, in quanto ripercorre la storia dei nostri padri, che hanno lottato con coraggio, in nome della libertà e degli ideali partigiani; è un libro completo che ha il sapore di un romanzo con tutti gli ingredienti necessari per renderlo appetitoso e stimolante non mancando le competizioni, le rivalità, le gelosie. Ricco di riferimenti storici, folkloristici, legati alla tradizione di un paese di case fatiscenti prive di ogni comodità, e di un’ alimentazione fatta di frattaglie – le budella di maiale costituiscono il piatto tipico – e verdure scondite …

È una lettura a tratti davvero commovente, dove i veri sentimenti, i principi morali e gli ideali tessono la trama resistente che nessun potere potrà mai lacerare: l’amicizia, l’amore, la complicità, il senso di appartenenza, la fiducia, il rispetto, la solidarietà, la bontà, l’altruismo, la stima… Devo ammettere che ho provato nostalgia di quel tempo non troppo lontano dove ciò era spontaneo e naturale.

Devo ringraziare Andrea per aver regalato a Sesto e a noi lettori una storia così preziosa, grazie alla sua scrittura sempre precisa, perfetta e corretta nella forma, e al suo stile pulito e limpido, ricco di descrizioni dettagliate e piene di poesia. E soprattutto per le sue riflessioni profonde e calzanti di attento osservatore capace di dissotterrare nell’animo dell’uomo i buoni sentimenti, quelli che ci caratterizzano come esseri umani. Ne cito solo una a proposito del silenzio, per sottolineare la sua sensibilità e competenza: È nel silenzio, nel magnifico, terribile silenzio, nella sua forza arcana, che possiamo incidere con precisione la musica della nostra vita, il suono duro del rimpianto, la melliflua armonia di qualche felice ricordo, con gli strumenti di quell’orchestra costituita dagli elementi che meglio conosciamo: i misteri del mare e del cielo, la bellezza di un tramonto, l’amore di una madre o di una donna, tutto ciò che noi chiamiamo “la vita”.

Non aggiungo altro e suggerisco a tutti voi, sestesi e non, di leggerlo e gustarvelo. Non ve ne pentirete.

Firenze 23 gennaio 2022

“All’ombra di Monte Morello” di Andrea Carraresi (Florence Art Edizioni 2011)

di Antonella Cipriani

Renato Campinoti legge ” Le simmetrie del caso” di Sara Renda e Tamara Taiti

Le simmetrie del caso, di Sara Renda e Tamara Taiti (ed. Carmignani Editrice)

Un bellissimo romanzo, un inno alla solidarietà femminile

Sara Renda e Tamara Taiti, rispettivamente Presidente e Vicepresidente dell’Associazione di volontariato Auser Ex libris, dimostrano una volta di più di intendersi della loro materia, i libri appunto. Di più, rispetto alla loro precedente opera comune (Costellazioni, storia di donne sommerse e salvate), raddoppiano la dimensione del libro e tuttavia lo rendono ancora più affascinante e godibile. E’ da apprezzare, prima ancora della materia di cui parleremo, la padronanza di una storia che si sviluppa in città e nazioni diverse, in tempi e momenti differenti e che ha richiesto sicuramente uno studio non banale dei luoghi e delle loro storie. Già questa capacità di portare il lettore in città come San Francisco negli anni trenta del secolo scorso, nella Venezia di alcuni anni fa, nelle vallate dolomitiche di ieri e di oggi, con accurata attenzione geografica e storica, rappresenta un pregio non indifferente di questo bel libro.

Passando al merito della narrazione, è esplicita la volontà delle autrici di misurarsi con la complessità, e talvolta durezza della vita delle persone, delle donne in particolare, ma non solo. L’aspetto più interessante, da questo punto di vista, è la capacità di parlare della vita difficile anche al maschile, senza dimenticare le difficoltà e gli ostacoli più grandi posti sulla via dell’emancipazione delle donne. Avviene così che le due autrici ci fanno appassionare alle vicende e alle incertezze della giovane Dafne, così come alle sofferenze dell’altra protagonista, in egual misura che verso la solitaria sofferenza del padre di Dafne, piuttosto che della gravosa solitudine del maturo farmacista di San Francisco.

Notevole è anche il riferimento alla vicenda del farmaco dagli effetti mortali e al braccio di ferro tra gli interessi dei produttori e quelli del Senato americano, che finisce per rafforzare l’importanza della scienza nelle vicende sanitarie dell’umanità, oggi più che mai necessaria in piena pandemia.

Ma il cuore, se così si può dire, di questo romanzo impegnativo e godibile, è sicuramente nella descrizione, ancora una volta, della solidarietà femminile, ancora più bella e apprezzabile perché espressa tra donne di diversa generazione. Solo con l’arma della reciproca solidarietà si chiude il ciclo della narrazione, permettendo così alle protagoniste principali del romanzo di trovare, l’una il coraggio per imboccare la propria strada nella vita futura, l’altra per concludere nel modo migliore il percorso, spesso doloroso, della propria vita.

Ma poiché le autrici, ormai smaliziate dalle loro esperienze letterarie, vogliono chiudere a sorpresa (altra perla del libro!) le vicende narrate, io qui mi taccio e invito gli amanti della lettura a godersi la narrazione di Sara e Tamara.

di Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia

Il giorno della civetta fu pubblicato nel 1960, quando la parola mafia non si poteva neppure pronunciare, figuriamoci scriverne.

Sciascia esula da ciò, portandola alla luce del giorno, avvalendosi in parte della sua licenza di scrittore, senza tuttavia esprimere giudizio o sentenza.

La trama è piuttosto semplice: Bellodi uomo del Nord,proveniente da Parma, capitano dei Carabinieri di S. un paesino siciliano, conduce l’indagine sull’omicidio di Salvatore Colasberna, impresario di una cooperativa edile ucciso in piazza mentre sale sull’autobus sotto lo sguardo di molti suoi paesani. Come tessere di un domino, si aggiungono altri due omicidi, quello di Paolo Nicolosi agricoltore sparito all’improvviso mentre si recava al lavoro e di Parrineddu, uomo appartenente a una cosca mafiosa avversaria e disponibile a collaborare con la Giustizia.

 Bellodi riuscirà a estorcere due nomi, Pizzucco e  Mariano Arena, boss mafiosi probabili autori dei delitti. Ma nonostante le evidenze non sarà facile incastrarli, ostacolato dall’omertà del popolo, che con ostinazione si chiude nel silenzio incrementando e sostenendo il potere della mafia stessa; ma anche dalla politica, dalle istituzioni che preferiscono tacere, far finta di non vedere, sottovalutare e minimizzare, pur di non mettersi in gioco e sicuramente subirne le conseguenze.

Rivelatrici le parole di Don Mariano Arena in merito: “L’umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi,(con rispetto parlando) i pigianculo e in quaquaraquà… pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini…E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi. Che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancor più giù: i piglianculo, che van diventando un esercito… e infine i quaquaraquà: che dovrebbero viver come anatre nelle pozzanghere, che la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…”

Com’è che questo boss mafioso parla come un filosofo, conoscitore del mondo e delle sue leggi? Cos’ è la mafia? Esiste davvero? O è solo una costruzione, un concetto astratto che prende forma e nome solo fuori dalla Sicilia e ha identità e significato soltanto per chi non è siciliano?

“Noi due, siciliani, alla mafia non ci crediamo: questo a voi che a quanto pare ci credete, dovrebbe dire qualcosa. Ma vi capisco: non siete siciliano, e i pregiudizi sono duri a morire. Col tempo vi convincerete che è tutta una montatura.”

Così è la mafia, una nuvola di fumo che come nebbia nasconde la realtà, evanescente, non concreta, difficile da toccare, impossibile da far emergere, svelare, anche con tutta la buona volontà di uomini come Bellodi che si ostinano a ricercare la verità.

Oppure è “una voce anche la mafia: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa … Voce, voce che vaga: e rintrona le teste deboli…

Nonostante il capitano sappia muoversi con intelligenza e scaltrezza, da vero

“Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia (ed. Adelphi 1993)

Uomo ( come lo definisce Don Mariano), non avrà sostegno sufficiente da parte delle Autorità per portare avanti l’indagine e incastrare i colpevoli che sanno destreggiarsi con astuzia e potere. E anche se nel finale il caso si rivela una bolla di sapone, rimane la frase del vero Uomo, a mantenere accesa la fiammella della speranza “Mi ci romperò la testa”, a testimonianza della sua decisione di tornare in Sicilia.

Un romanzo davvero coraggioso, in cui lo scrittore nonostante le opportune “cavature”, ha mantenuto forte e presente il tema della mafia, anche se, come dice nella nota finale, non l’ho scritto con la piena libertà di cui uno scrittore   dovrebbe sempre godere .

Il libro lo si può considerare un giallo a tutti gli effetti: c’è l’omicidio, la vittima, l’assassino, l’indagine. In realtà è qualcosa di più perché Sciascia va oltre, creando un’opera narrativa che indirizza il principale obiettivo verso la denuncia di una vera e propria ferita sociale, un’organizzazione criminale capace di stravolgere il sistema politico, la democrazia, i parametri universali del bene e del male, del giusto e ingiusto, del vero e falso… con una propria architettura dignitosa e plausibile.

Mi sono chiesta, una volta terminata la lettura, il perché di tale titolo, non ritrovando nel testo riferimenti espliciti alla civetta. Sono giunta a una mia conclusione: la civetta è un animale notturno, misterioso e affascinante; è l’esca per attirare nuovi uccelli, catturare prede. Proprio come la mafia.

La ricerca su internet ha completato la spiegazione. Ciò che Sciascia stesso riferì in merito al titolo, ispirandosi a un passo di Enrico VI di Shakespeare dove si menziona una civetta di giorno,  fu che la mafia è come una civetta, animale rapace, capace di agire non solo di notte ma alla luce del giorno, forte del proprio potere, forza e seduzione.

Un libro audace che ha segnato senz’altro un passo decisivo nella Storia della narrativa e non solo, rompendo schemi e preconcetti, denunciando lo sconveniente, ciò che si sa ma non si dice, ciò che si vede ma non è meglio non guardare.

Di Antonella Cipriani

Firenze 10 gennaio 2022

Renato Campinoti legge “Alla luce dei lampioni nella via” di Maila Meini

Sapete perché è bello e difficile parlare dell’ultima silloge poetica di Maila

Meini? E’ bello perché sono sempre una sorpresa e affascinanti le sue poesie e io, che tutte le ho lette e commentate con lei, posso dirlo convinto: questa volta Maila si è superata. Almeno fino alla prossima raccolta di cui, sono convinto, Maila sta già correggendo le bozze. Sennò cosa farebbe in questo maledetto tempo di pandemia? Volete sentire qualche verso per convincervi con me che la poetessa di razza coglie sempre nel segno? Che, il poi, il segno, sono le emozioni che suscita in noi appassionati suoi lettori.

Maila parte da “L’attesa è un momento di silenzio/Così getto anch’io l’ancora nel porto/dell’inquieto saper vivere ad oltranza” (Nell’aria). Poi, sullo stesso registro, ci sorprende con questa chiusa: “Oggi l’aria è pesante, inumidita/dalla pioggia invisibile degli anni/che scivolano via dal calendario/e si accumulano nell’ingordo ieri” (Una volta c’era stato tempo), dove quell’ingordo basta da solo a misurare la distanza che si crea tra il passato e il presente della vita “di noi sessantottini” (Verso l’inverno), come ancora ci ricorda la nostra poetessa per darci anche un indizio sul periodo della sua e della nostra vita in cui si collocano questi bellissimi versi.

E per finire con le frasi a sorpresa non si può non ricordare quelle “Fragili/parole vere cadono a casaccio/sopra l’ampia distesa della vita…Il mondo però resta un vecchio amico…sono sola con chiarezza oscena/nelle tenebre viola dei sospiri” (Il mondo però resta).

Come si capisce anche da questo breve assaggio delle poesie di Maila, e come del resto si intuisce dal titolo stesso della raccolta, questa volta il tema dominante è la notte, è la nostalgia, è la solitudine. Di questo non ci mette molto a convincerci la nostra cara poetessa, con le frasi ricordate, ancora di più con quelle di una poesia che è, a mio parere, l’emblema di questo aspetto della silloge: “L’acutezza improvvisa del dolore/mi stupisce e mi pugnala, attraversa/l’ovatta sporca del tempo che affonda…Sbarro/gli occhi all’improvviso nella notte buia/ e mi vesto dei gesti consueti, mentre/la vera oscurità fa capolino/oltre il vetro appannato dai fantasmi” (L’acutezza improvvisa).

Maila tornerà ripetutamente sul tema della notte come momento in cui i suoi (e i nostri) fantasmi si scatenano a ricordarci i rimpianti o, più acutamente, la tristezza della solitudine. Basterà ascoltare, per tutte, le parole dolorose di “Stare soli”, dove “Soprattutto la notte non sentire/nessuno qui accanto mi lascia in balia/ dei rumori dei muri, del vento che vibra sui vetri…il vuoto oscuro/mi inquieta/la nota dell’essere/soli, stonati e appassiti, consuma…”.

Insomma, a fermarci a queste note della raccolta, certamente il tema del tempo che passa, dei rimpianti e della nostalgia che ci assale paiono essere l’unica emozione che ci viene trasmessa.

Ma vi assicuro che non è così.

E qui inizia la difficoltà di parlare di una raccolta poetica come questa. Proprio perché Maila, neppure questa volta, si fa ingabbiare in un solo registro.

Soprattutto non ci sta a farsi imprigionare in un mondo di nostalgia e di rimpianti. E lo dice con chiarezza in molte poesie e, tra queste, le due che a me sono sembrate più emblematiche di questa “resistenza” di Maila a cadere nella trappola. “Tengo aperta/la mente e scruto il buio…in cerca di un soffio di gioia/che mi spinga avanti senza tregua” (Tengo aperta). E ancora. “La nebbia del cuore mi imprigiona…Solo è che non voglio. E mi ribello/odio l’oscurità che non si vede…Cerco accanita una luce d’ambra…Il pendio scavalco con i corvi neri…Cado e sempre mi rialzo/e più cammino/più l’aria intorno a me appare calma…” (Cado e sempre mi rialzo). Dove viene fuori la combattente, che non si arrende neppure di fronte al buio e ai sentieri scoscesi della vita.

Ma allora Maila cosa vuol dirci con questa silloge? Tante cose, mi viene da dire. Soprattutto che, anche quando si è inciampati più volte negli ostacoli e ci siamo fatti male, si può tuttavia arrivare dove arriva lei con una delle poesie più belle (la più bella ve la dico fra poco!): “Adoro la solitudine/e il silenzio, turbato soltanto/dai moti inafferrabili dei soci/miei alati, i pensieri spensierati” (Il sole è impegnato”).

Non meno sorpresi, soprattutto coloro che vogliono trovare solo rassegnazione e tristezza, è quando Maila ci serve una poesia dove mette insieme la tristezza di versi negativi: “Se mi affaccio oltre il bordo della vita/vedo solo onde scure affamate…”, per reagire poco dopo con questa chiusa: “Da ridere mi viene/ una risata di gola…uno schiaffo al mondo nell’aria silenziosa/della notte…” (Mi viene da ridere).

E sono tanti altri i temi e i soggetti che Maila chiama in causa, per farci il racconto della sua bella e generosa anima. Il mare, anzitutto, che troverete in almeno un terzo delle 184 (centottantaquattro!) poesie come emblema dei suoi momenti difficili “…le creste/ delle onde continuano a schiantarsi/contro la battigia che non ha difese” (Contro la battigia).

Ma il mare è anche il luogo della sua reazione: “sull’orlo della spiaggia dove canto/quanto la natura è resiliente” (Dove canto)

L’altro tema ricorrente in queste poesie sono quelli che, come dice lei stessa, “nipoti e figli che fanno da padroni a casa mia” (Adoro). E più ancora “I figli dei miei figli…S’infilano/nelle pieghe stridenti dei pensieri come se io fossi vetro trasparente” (I figli dei miei figli). Non manca un inno alla sua passione per la lettura: “I libri alzano robuste dighe/contro il terrore che ci soffia contro” (Leggi).

Per finire con i temi ricorrenti ecco arrivare la vera natura, a mio modo di vedere, di questa bella persona: la socialità, lo stare con gli altri a dare e prendere pezzi di vita: “Germoglia dentro/la gioia/tutt’a un tratto…nell’uscire…/verso la formicolante varietà del mondo esterno” (Tutt’a un tratto).

E per smentire l’idea (sei stata tu Maila a suggerirla, con il titolo e un po’ di tinte forti sparse nelle poesie più tristi?) che si tratti di un volume “a senso unico” (nostalgia e tristezza, per intenderci) ecco la più bella poesia della raccolta, un inno alla speranza e un atto d’amore per il mondo:

“Che mondo sarebbe se l’uomo fosse/un uomo vero/e sempre/sulle labbra/danzante/gli aleggiasse un tenero/ sorriso…se noi donne,/le madri, non avessimo più colpe/e i figli fossero educati al bene?… Quello che vorrei!” (Che mondo sarebbe)

E anche noi, con te Maila, questo mondo vorremmo!

Hai scritto queste poesie prima della pandemia che ci assedia. Sembra tu l’abbia fatto apposta per dare a tutti noi da leggere qualcosa di bello, di struggente, talvolta anche di doloroso, ma sempre aperto, come è più che mai necessario, alla resilienza e al futuro. Grazie davvero meravigliosa poetessa!

Renato Campinoti, 10/01/20022

Antonella Cipriani  legge “Il terapeuta” di Nicola Ronchi 

Chi è Luca Bolognesi, oltre all’uomo gentile, educato, rispettoso che tutti conoscono, all’esperto e affermato psicoterapeuta, al marito premuroso, al padre affettuoso e scrupoloso di una ragazzina appena adolescente?

E quel nuovo paziente, Patrizio Cimarosa che all’improvviso compare nel suo studio e con le proprie ansie, paure e manie sconvolge la vita ordinata e meticolosa di Luca, trasformandola in un inferno d’inquietudine e angoscia?

Perché da quando quest’uomo è entrato nella sua vita, la figlia Aurora e sua moglie non sono più le stesse nei suoi confronti? È solo una coincidenza o c’è dell’altro?

Questi e altri quesiti si aprono e si sviluppano nella storia de Il terapeuta di Nicola Ronchi, un romanzo che pur nella sua brevità riesce sapientemente a sviluppare e a cogliere le peculiarità e gli aspetti psicologici di tutti i personaggi, trasportandoci in una storia dai risvolti sempre sorprendenti.

La trama, pur nella semplicità, è assai incisiva e feroce (come spesso lo sono le storie di Nicola Ronchi); la scrittura fluida, precisa, competente; il tema non facile e delicato viene trattato senza pregiudizi o sentenze, ma per quello che è, una follia pura che trova nel finale una possibile ma non definitiva risoluzione.

La lettura è piacevole e scorrevole, piena di suspense e colpi di scena: facile trovarsi alla fine del libro e provare una sorta di dispiacere nel doversi staccare dalla vicenda che fino ad allora ci aveva rapiti e sospesi in una bolla di realtà possibile, anche se insostenibile.

Una lettura che consiglio certamente agli amanti del thriller psicologico e non solo.

di Antonella Cipriani                                                                                   Firenze 9 gennaio 2022 

Il Terapeuta di Nicola Ronchi (2017 Mauro Pagliai Editore)

Gabriella Zonno legge “Voltaire contro Shakespeare” di Mara Fazio

Eccoci ad una nuova recensione. Stavolta si tratta di un libro che ho acquistato casualmente, attratta dal titolo. Erano I primi giorni dopo il lockdown del 2020. Le librerie avevano riaperto da poco. Così mi decisi ad andare in una libreria di quartiere . Ero già andata in centro, in attesa della riapertura della libreria “Il li braccio”, che ormai é diventata la mia libreria preferita, quando non faccio acquisti on line. Quel giorno ero andata in realtà per comprare un libro di A.Camus, La peste. Purtroppo o per fortuna quando entro in una libreria, per me è molto difficile non farmi incantare e affascinare dai libri. Mi sono dovuta imporre di andare raramente in libreria, onde evitare di rischiare di comprare l’intera libreria. In ogni caso, mentre contenta mi avviavo alla cassa per pagare, l’occhio sempre vigile da buona judoka cadde su un testo dalla copertina bianca. “Voltaire contro Shakespeare” di M. Fazio, ed. Laterza. . Leggo le informazioni sull’autrice a me sconosciuta. Qualcosa mi dice che il libro può essere interessante; qualcosa mi dice che non é il solito libretto divulgativo per fare soldi. Lo compro. Inizio a leggerlo piano piano per gustarmi tutti i passaggi. Oggi posso dire che é un piccolo grande capolavoro. Un omaggio al teatro, all’Europa, e soprattutto uno spaccato di vita intellettuale del secolo più interessante storicamente. Grazie a questo testo possiamo capire il passaggio dal teatro legato ai parametri greci, il teatro improntato alla Cultura alta per poi approdare , al teatro moderno, al teatro moderno.

Tutto questo viene raccontato dal punto di vista più aristocratico e più borghese allo stesso tempo.

Il 1700 é stato un anno particolare, un anno di cesura tra il Medioevo e la Modernità

 Entriamo nel merito. Il libro illustra il dibattito poi perso tra la Cultura francese e la Cultura inglese. L’angolatura ci viene offerta dal più grande intellettuale del Settecento, colui che battaglió per la libertà ma che era un profondo nazionalista. Voltaire che tutti noi conosciamo per quell’opera splendida intitolata “Candide”, di cui se permettete riporto qualche frase: “ Ci vogliono notai, – diceva, – e preti, testimoni, contratti e dispense”. L’ingenuo gli rispose con la riflessione che i selvaggi hanno sempre fatto: “Siete dunque gente parecchio disonesta se vi ci vogliono tante precauzioni”, “…Nelle città che sembrano goder la pace, e dove fioriscono l’arti, gli uomini son divorati da più gare, più pensieri, e più inquietudini, che una città…..le tristezze secrete sono ancor più crudeli che le miserie pubbliche”, “..A qual fine questo mondo è stato dunque formato? ripiglia Candido. – Per farci arrabbiare, risponde Martino.”

Tutti quindi abbiamo sempre pensato al pensiero filosofico di Voltaire, giustamente. Infatti, il nostro era un intellettuale a tutto tondo, molto acculturato ma anche impegnato civilmente. Quello che invece conosciamo meno é la sua ambizione. Voltaire ambiva a diventare uno dei migliori commediografi di tutta Francia. In linea con Corneille e Racine. L’autrice ce lo descrive così:”..poeta, drammaturgo, narratore, critico, filosofo…”. “Egli non è stato…Si interessava al bene pubblico…”..un uomo  libero  che ha sempre detto ciò che pensava !

Non un intellettuale chiuso in se stesso, ma aperto al mondo, nonostante la costante paura di dover morire. Ha scritto tragedie e commedie dalla giovinezza ( “Edipe”, 1718 ), fino alla vecchiaia( “ Iréne”, 1778). É lo stesso Voltaire che farà conoscere al pubblico di Francia, l’opera di Shakespeare grazie ad un soggiorno svoltosi tra il 1724 e il 1728. Tutto bene dunque ? Si fino al 1760, quando durante la Guerra dei Sette anni, fu chiaro che la Francia stava perdendo la guerra contro l’Inghilterra. Shakespeare era ormai un autore conosciuto ed amato, tanto da mettere in crisi la supremazia culturale francese. Cosa piaceva del teatro shakespeariano ? “Shakespeare,…, trascendeva i limiti aristocratici della cultura e metteva in scena non eroi ma i primi uomini moderni,….senza seguire alcuna regola, mescolando il tragico al comico, l’alto al basso.” ( pag. XII). Agli occhi di Voltaire, il Bardo appariva come un “barbaro”. “La riscoperta di Shakespeare mette fine alla tradizione del mondo neolatino, all’ egemonia culturale francese,…” ( pag.XIII). Per essere più precisi:”Con la crisi del mondo neolatino nasce l’epoca che si sta chiudendo, nella quale la lingua francese é stata sconfitta da quella inglese, proprio come il francese agli inizi del Seicento aveva sconfitto l’italiano. [ Questa vicenda] non é un discorso sul mondo dell’antico regime. Narra invece l’origine del nostro mondo culturale, origine che é importante conoscere, in cui pare agonizzare”( pag. XIII). In breve questo testo é una lettura indispensabile per tutti coloro che ignorano la storia della letteratura francese, ma soprattutto mondiale. Io mi fermo qui per non tediarvi, ma credo sia abbastanza scontato dirvi che ho sottolineato quasi tutto il libro.Shakespeare é sempre stato uno dei miei autori preferiti fin da piccola. Non a caso quando trecidenne andai per la prima volta in Inghilterra con la mia mamma, appena siamo arrivate a Stratford-upon-Avon, mi precipitai nella prima libreria per comprare un testo dedicato a “Romeo e Giulietta “, ovviamente in inglese. Dopo qualche anno, ho potuto vedere Vittorio Gassman recitare a Firenze “La tempesta”. Ho visto alla Pergola l’ “ Amleto recitato da Gabriele Lavia. Ho visto quasi tutti i film recitati e prodotti da Kenneth Branagh. Ho visto ovviamente anche altre commedie del Bardo. Ho anche recitato il monologo di Giulietta, quando ho frequentato il secondo corso di recitazione. Voltaire, invece, appartiene a un secolo a me molto caro. Adoro la cultura settecentesca, anche se ignoravo lo confesso questa sua predilezione. Come molti, credo, conoscevo Voltaire filosofo. Grazie a Mara Fazio, ho scoperto il Voltaire uomo e scrittore di teatro. Con i suoi pregi e con i suoi difetti. A questo punto non mi rimane che consigliarvi la lettura del libro, sperando con la mia modesta recensione di aver contribuito a ringraziare Mara Fazio per il lavoro svolto.

Gabriella Zonno

Renato Campinoti legge per il GSF “Prometheus” di Roberto Mosi

Viene da chiedersi dove tragga ispirazione Roberto Mosi per regalarci un bellissimo poema di questo genere, proprio quando tutto sembra precipitare e sono tanti i segni di rivolta verso la scienza e la speranza di futuro.

Forse è proprio da questa necessità di tornare a riflettere e a dare alla scienza e alla speranza il peso che meritano, che ha indotto Roberto a tornare al mito che più di tutti incarna questa necessità. Prometeo, già nell’etimologia del nome (“colui che riflette prima”) ci indica il primo percorso del poeta. Attingere, attraverso la tragedia di Eschilo, al mito del dio che distrugge se stesso pur di donare all’uomo la scintilla del fuoco (e, di lì, dei progressi che con il calcolo e la scienza l’uomo stesso riuscirà a mettere in atto), è il modo con cui Mosi incarna nei bellissimi versi di cui è capace il messaggio più forte e necessario in questo tempo di pandemia. E svolge questo compito partendo dalla nuova realtà delle nostre città (“cerco nelle città/ spazi lontani /dove s’accende la fantasia dei colori…parlano lingue/ nuove, antiche…inseguono la vita…sono folla/ nei quartieri lontani”) e dalle profonde contraddizioni umane di questo nostro tempo (“crescono muri possenti/su terre concimate d’odio/alti, sempre più alti…quando a Gerico si darà fiato/al corno d’ariete delle trombe?”)

Dopo averci portato in giro per i luoghi più rappresentativi della nostra moderna conflittualità e angoscia  (“Gerusalemme, Ai confini del Messico, il muro di Berlino, Melbourne –‘Vento di sabbia trascinata/ dal deserto soffia angosce/ su noi al centro della città’ – Rio de Janeiro – ‘Volti in bianco e nero/abitanti della favela…sguardi fissi su di noi’) il poeta ritorna al tema che l’ha spinto a darci una speranza (…L’epidemia ha foderato di silenzio/ i quartieri…giorni di speranza sorgeranno/ al suono di nuove poesie, alla luce di nuove scintille d’arte”).

E qui termina, nell’ode al Giullare (“…sbeffeggia beffardo greggi/ di turisti/il lusso delle vetrine/l’ipocrisia della gente”) la parte che potremmo definire propedeutica, quella insomma che, dalle contraddizioni e dalle sofferenze del mondo, oggi smarrito nella nuova pandemia, ricerca nel risveglio dell’arte e della sapienza la strada maestra per il futuro dell’umanità.

Ma Mosi non si accontenta di queste, pur esplicite, allusioni: egli sente il bisogno di ricordarci che l’arte, intesa come modo per sconfiggere le nostre paure e i nostri sentimenti di inadeguatezza, nasce, si potrebbe dire, con la stessa storia dell’homo sapiens.  Infatti “Dalle origine dei tempi, rupi/ muri dipinti, immagini…evocano miti, leggende/sono modi di comunicare/conoscere, vincere la paura”.

Ed è bellissimo l’accostamento che mi sento di fare (Roberto mi perdonerà!) con l’ode a “l’infermiere in divisa bianca/ Scala la montagna, una palla/ di ferro al piede, la forma del Covid/ Una mano sulla cima, cedono le pietre/ precipita in basso, pronto a risalire”.

Reso omaggio alla follia, intesa come ricerca di nuovi orizzonti e confini umani, il poeta giunge finalmente a “La grande porta sul fiume”, in questo caso l’Arno, dove solo leggendoli si possono apprezzare i bei versi di Roberto che, dai “Prati della Zecca vecchia” ci indicano la porta “aperta sul mito della scienza”  e ci disegnano un percorso “che raggiunge Arcetri per il dialogo con Galileo Galilei sul destino dei pianeti, delle stelle”

Nella seconda e ultima parte di questo godibilissimo libro, Mosi si scaglia apertamente, per mezzo di Prometeo, contro chi vorrebbe rinnegare l’arte e la scienza quale strumento di sopravvivenza e crescita umana: “Incontro Prometeo/ e il tempo del mio ieri/ nella città sull’Arno bagnata/ dall’arte e dalla scienza”.

E non ci può essere conclusione più netta ed esplicita (“Il dio, ladro del fuoco, porge/ad Antigone la fiamma della scienza…Luci sempre accese nei laboratori/si alza pietra per pietra la diga/dell’immunità contro il contagio/Prometeo ed Antigone illuminano/la via all’uomo per riprendere/a vivere, per riconquistare l’amore”).

Chiuso il libro, resta una forte gratitudine verso Roberto per aver trovato versi così belli che ci allievano l’animo in tempi necessari e ci spingono alla riflessione e allo studio della grande tradizione culturale e scientifica che dai classici ci porta fino ai nostri tempi e ci dona la speranza che l’uomo sappia ancora una volta sconfiggere il male.

Renato Campinoti

Leggi anche il commento di Carlo Menzinger qui.

La poesia dei Pooh di Massimo Acciai Baggiani

Dobbiamo essere davvero riconoscenti a Massimo Acciai Baggiani per questo importante lavoro su “La poesia dei Pooh”, come lui chiama la sua opera dedicata al mitico gruppo musicale, certamente uno dei più longevi.

Già la scelta del titolo ci dice come Massimo consideri i testi di questo gruppo (ma anche di altri, non tutti!) come le vere poesie popolari dei tempi nostri. E in quanto tali si accinge a metterle al vaglio di un esame attento e critico.

Sono molti i meriti che possiamo riscontare in questo lavoro, che merita davvero di essere letto.

Anzitutto l’impegno dell’autore per contestualizzare i testi, quasi tutti di Negrini per un lungo tempo, mostrando, senza inutili ostentazioni, la grande conoscenza e cultura necessaria a rintracciare in molte di queste poesie i legami con altri musicisti o con altri testi letterari. Potremmo portare molti esempi di questo modo di procedere del nostro. Già all’inizio, esaminando, nell’album d’esordio, la canzone di protesta che segna l’avvio potremmo dire “generazionale” del gruppo con Per quelli come noi, Massimo rintraccia subito l’assonanza con le canzoni dei Nomadi, in particolare Come potete giudicar. Verrebbe da ricordare a molti, che si sono meravigliati del successo di Zitti e buoni dei Maneskin, come anche allora furono le nuove generazioni, poco partecipi alla vita sociale (poi arriverà il ’68), ad alzare il loro grido di protesta e ad assecondare le nuove Band. Compresi i Beatles, ai quali molto si collegano le sensibilità dei Pooh.

Ma andrebbero ricordate anche tutte le altre volte che Massimo costruisce accostamenti azzeccati tra i testi (le poesie!) di Negrini prese in esame, con autori noti in altri contesti. Bellissimo, a questo proposito, l’accostamento tra Terra desolata ( Dall’album Opera Prima) e la bellissima poesia di T.S.Eliot, The Waste Land del 1922.

Ma, per andare un po’ avanti, risulta altrettanto felice l’accostamento del testo Tu vivrai (ultima canzone dell’album Uomini soli) alla poesia di Kipling Se (lettera al figlio) del 1910.

Non meno bello l’accostamento tra il titolo della canzone dei Pooh, ormai nella piena maturità, Fammi fermare il tempo col bel libro di Aldous Huxley, del 1944, che, tra l’altro, celebra anche le bellezze del paesaggio toscano.

Di esempi simili se ne potrebbero portare ancora molti, a supporto, come dicevo della capacità di collegare i brani dei Pooh a contesti musicali o culturali che Massimo dimostra di saper bene padroneggiare.

Un altro merito dell’impostazione che l’autore ha dato al suo lavoro su un’opera monumentale come quella dei Pooh, è stato di non estraniarsi dalle valutazioni e dai giudizi sui testi, ma di collegare, spesso, l’esame del testo alla sua stessa sensibilità, frutto talvolta delle sue personali vicende. Dando in questo modo, un carattere di vivacità e di interazione sentimentale all’opera del nostro, che allontana così il rischio di una lettura fredda e disincantata, che sarebbe tutto l’opposto di ciò che meritano i testi presi in esame.

Si potrebbero, anche in questo caso, portare molti esempi di questo modo di accostarsi all’esame dei testi da parte di Massimo. Mi limito ad un solo momento tra quelli ampiamenti ricordati nel libro. Si tratta dell’accostamento che l’autore fa tra la vittoria dei Pooh a Sanremo con la canzone Uomini soli e l’inizio del suo rapporto con questo gruppo. Rapporto che, data la situazione non felice di Massimo in quel periodo: “avevo pochissimi amici, vivevo una mia personale crisi adolescenziale”. Di conseguenza, ci confessa: ”La musica dei Pooh mi era di conforto e di ispirazione” (non dimentichiamo che Massimo era ed è uno scrittore assolutamente prolifico!).

Infine, ma non per importanza, Massimo non si sottrae da indicarci le sue preferenze tra i testi degli album che prende in esame. Non a caso in ognuno di questi si trova la frase “la mia canzone preferita è..”. Sarebbe da stilare una lista di queste preferenze e ci accorgeremmo che a Massimo interessano tutte le canzoni dei Pooh ma, spesso, la sua preferenza va verso quei testi che non si limitano a esaltare i sentimenti, pur contrastati, dei rapporti uomo/donna ( che restano la maggioranza nella prolifica produzione di Negrini prima, di D’Orazio poi,) ma tende a privilegiare testi come Opera Prima, dove prevale il rapimento dell’artista che crea l’opera, sugli altri sentimenti.

Bellissima la descrizione di Massimo del testo finale dell’album Poohlover, Padre del fuoco, Padre del tuono, Padre del nulla, dove Negrini sembra mettere in guardia l’uomo dai rischi che la crescente capacità distruttiva delle armi fanno correre all’Umanità. Qui Massimo avverte una forte consonanza con il testo e trova belle parole per farcelo sapere.

Ma la vicinanza dell’autore alla “poesia” dei Pooh, si avverte ancora di più nei testi legati sia ai temi sociali come Il primo giorno di libertà, Pierre, Tra la stazione e le stelle che nelle sensibilità ambientali (Passaporto per le stelle), antirazziste e anticolonialiste (Inca, Senza frontiere) e molte altre di questo tenore presenti nella esauriente rassegna.

Resta da dire dell’attenzione che Massimo mette ai testi, moltissimi, che i Pooh dedicano a figure di donne che non sono disposte a subire le angherie maschili (Giulia si sposa), che vengono celebrate per tutte le loro virtù (Donne italiane) di cui si sta a fianco quando subiscono la peggiore violenza, lo stupro (Il silenzio della colomba), di cui si celebra il coraggio e la professionalità (Reporter).

Si esce dalla recensione di un testo come quello che Massimo Acciai Baggiani ci ha proposto, consapevoli di aver trascurato molti aspetti del suo davvero pregevole lavoro. Non si può dir tutto in una recensione. Mi accontenterei di aver stimolato più persone possibili ad avvicinarsi a questo testo per ricavarne le tante emozioni che mi ha regalato e di cui, appunto, sono riconoscente all’autore.

Renato Campinoti

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