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18° WEN – 2 e 3 OTTOBRE 2021: IL NUOVO TEMA PER IL WEEK-END DEL NARRATORE È “ANTENATI”

Continua l’iniziativa WEN (il Week-End del Narratore) lanciata dal GSF sul proprio Blog, dopo la numerosissima partecipazione ai precedenti temi “Covid-19”, “Quanti siamo“, “Là fuori”, “Acqua”, “Fuoco”, “Terra”, “Aria”, “Ira”, “Avarizia”, “Invidia”, “Superbia”, “Gola”, “Accidia”, “Lussuria”, “Figli”, “Genitori” e “Fratelli”.

Questo ciclo del WEN è dedicato alla famiglia e ha i seguenti temi (potete portarvi avanti con la scrittura):

Figli

Genitori

Fratelli

Antenati

Parenti

Coniugi.

Per il prossimo WEN attendiamo contributi che parlino di:

ANTENATI”.

Le regole sono sempre le stesse:

  • RACCONTI E POESIE DI MAX 3.500 BATTUTE SPAZI INCLUSI

(con una certa tolleranza, accettiamo sempre testi anche attorno ai 4.000 caratteri o anche più lunghi, spazi inclusi, ma questo vuole anche essere un esercizio per sforzarci a essere sintetici e imparare a tagliare il superfluo, pertanto Vi preghiamo di cercare di rispettare questa semplice regola).

  • Potete inviare anche più di un contributo.
  • I testi dovranno pervenire ENTRO IL 24 SETTEMBRE 2021 all’indirizzo:

blogautori.gsf@gmail.com

Sabato 2 Ottobre saranno pubblicati i racconti e domenica 3 Ottobre le poesie.

Questa è una delle numerose iniziative del GSF – Gruppo Scrittori Firenze. Per partecipare al WEN non è necessario essere soci, ma chi volesse iscriversi può farlo qui e saremo lieti di accoglierlo tra noi.

Principe Vincenzo Teelsio, nato a Fasano il 31/08/1846

Stranimondi 2021

Di Massimo Acciai Baggiani

L’autostrada è piuttosto libera in questo scorcio di tarda estate; una linea di asfalto che taglia in linea più o meno retta l’Italia. Partiamo da Firenze alle 7.30, io e Carlo Menzinger, e arriviamo a Milano con calma. Parcheggiamo vicino alla Casa dei Giochi, in via Sant’Uguzzone 8. È la prima volta che esco dalla Toscana in questa era di pandemia. L’occasione è speciale: Stranimondi, la fiera della narrativa fantastica.

All’entrata mostriamo il green pass e il foglio con la registrazione; sono molto efficienti e le norme anti-Covid sono rispettate. Ci dirigiamo verso lo stand di Tabula Fati dove salutiamo Vittorio Piccirillo, Sandra Moretti e Maddalena Antonini: autori della nota casa editrice abruzzese che, in assenza dell’editore, gestiscono il banchetto su cui sono disposti i libri delle varie collane: l’occhio mi cade subito su Contaminazioni, l’antologia curata da Piccirillo di cui ho parlato in un mio articolo (e in cui sono presente col racconto Il vecchio), su Sparta ovunque (la fanfiction basata sull’universo narrativo di Via da Sparta, la saga ideata da Carlo) e naturalmente su Apocalissi fiorentine, dello stesso Carlo. Tutti libri collegati l’uno all’altro: l’ucronia distopica di Carlo ricompare in Contaminazioni e in Sparta ovunque, oltre che in altre opere apparse con altri editori.

Mi metto poi a curiosare anche riguardo gli altri libri e autori, alcuni già conosciuti tramite Contaminazioni. Posso vedere ora le opere a cui sono ispirati i rispettivi racconti. Piccirillo è un interessante autore di space opera, ma ha pubblicato anche un curioso racconto lungo, Legio Accipitris, su un incontro ravvicinato del terzo tipo ai tempi dell’impero romano: il racconto è bilingue, in italiano e in latino, con testo a fronte. Do un’occhiata anche ai libri delle due colleghe di Tabula Fati: Sandra Moretti e Maddalena Antonini, entrambe autrici di saghe fantascientifiche (in bibliografia ho messo i primi libri delle rispettive saghe).

Completato il rito dello scambio di autografi, lascio il banco e vado a curiosare negli altri stand, distribuiti in un salone e una saletta più piccola attigua. Le case editrici presenti non sono moltissime (per lo più del nord Italia) e lo spazio è ristretto e affollato; non ci metto molto a fare il giro, pur fermandomi presso ognuna per cercare di lasciare il mio cv (me ne sono portati diversi in quando in questo periodo sono in cerca di un nuovo lavoro, dopo quello presso Porto Seguro). L’autore più presente, più noto e più celebrato è senza dubbio H.P. Lovecraft, ma non mancano gli esordienti di talento. Presso lo stand di Bietti vedo l’antologia di Pierfrancesco Prosperi, Il futuro è passato, anch’essa già recensita. Curioso il gadget della 451: una confezione di fiammiferi! (chi non coglie il riferimento non merita di visitare Stranimondi né di essere chiamato appassionato di fantascienza). Rivedo con piacere Francesco Verso con i suoi libri di fantascienza “etnica”: incontrato per la prima volta al Pisa Book Festival (dove avevo preso un’antologia di Sci-fi cinese, Artificina), ha portato stavolta anche antologie indiane, russe, turche… tutte a tematiche ciberpunk moderno.

È l’ora di andare a mettere qualcosa sotto i denti. Noi quattro andiamo a una vicina tavola calda gestita da cinesi, lasciando Maddalena a presidiare il banchino. Un caffè per tirarsi su e via di nuovo alla fiera (che si concluderà domani, 12 settembre).

Arrivano finalmente le 16, l’ora della nostra presentazione nell’apposita sala. Il pubblico non è numeroso, ma noi cinque siamo determinati a lasciare un’impronta in questo festival, a incuriosire i pochi ascoltatori con le nostre storie (a cui accennavo sopra); in particolare la presentazione è centrata su Contaminazioni. Parliamo a turno, io e Carlo accenniamo anche al nostro romanzo scritto a quattro mani, Psicosfera, di prossima uscita sempre per Tabula Fati; alla fine Maddalena chiude con un suo slogan che sottolinea il clima di incontro e “fratellanza” tra gli autori di Tabula Fati (di Marco Solfanelli): «Siamo forti, siamo belli, siamo autori Solfanelli!»

Saremmo rimasti volentieri per tutta la durata di Stranimondi, ma dobbiamo rientrare a Firenze. Alle 17.30 ripartiamo, dopo aver salutati amici vecchi e nuovi. L’autostrada scorre di nuovo libera e diritta, in senso opposto, mentre il sole cala su una giornata perfetta.

Firenze, 12 settembre 2021

Allo stand di Tabula Fati. Da sinistra: Massimo Acciai, Carlo Menzinger, Vittorio Piccirillo, Sandra Moretti, Maddalena Antonini

Bibliografia

AA.VV., Contaminazioni, Chieti, Tabula Fati, 2021.

AA.VV., Sparta ovunque, Chieti, Tabula Fati, 2020.

AA.VV., Artficina, Future Fiction, 2019.

Acciai Baggiani M., Menzinger C., Psicosfera, Chieti, Tabula Fati, 2021.

Antonini M., I girasoli di Shaah-Mall-A, Chieti, Tabula Fati, 2020.

Menzinger C., Via da Sparta, Firenze, Porto Seguro, 2017-2019.

Menzinger C., Apocalissi fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.

Moretti S., L’isola di Heta, Chieti, Tabula Fati, 2020.

Piccirillo V., Legio Accipitris, Chieti, Tabula Fati, 2019.

Prosperi P., Il futuro è passato, Milano, Bietti, 2013.

LA FIGLIA DEL RAGNO: FUGA VERSO UN MONDO – Michele Ventrone legge Carlo Menzinger

ATTENZIONE SPOILER.

Terzo libro della saga “Via da Sparta” e altro capolavoro di Carlo Menzinger di Preussenthal (editore Porto Seguro). In “La figlia del ragno” possiamo assistere al coronamento del sogno di Aracne, la protagonista che, dopo innumerevoli peregrinazioni, riesce a trovare il luogo in cui ha sempre voluto vivere. Si tratta dei Regni Perieci, l’attuale Scandinavia, raggiunti sfuggendo alle mostruosità e atrocità di Sparta. Non è la sola a realizzare i propri sogni. Ci riusciranno, infatti, Lucius Sestus, l’amico fidato, che riuscirà così a sfuggire agli abominevoli riti della Catarsi; Nymphodora e Doukas, che, ad un certo punto, ne avranno abbastanza per abbandonare Sparta; Igmunde, che riuscirà a sottrarsi alla schiavitù di Sparta per ritornare nella sua terra, e altre figure ancora, le quali anche loro saranno felici di lasciare Sparta.

In breve un riassunto. Aracne, rapita dai “dottori”, viene portata in un rifugio dove sono collocate le cosiddette “figlie del ragno” (il ragno sta per Sparta), donne che subiscono manipolazioni genetiche allo scopo di procreare mutanti ossia guerrieri fortissimi in battaglia. Una notte, però, gli amici di Aracne, Lucius Sestus in primis, riescono a rapirla insieme al piccolo Lucius, Ophelia (altra “figlia del ragno”) e sua figlia Metrodora. Lucius li riporta da Nymphodora, Doukas, Spartaco e Lisandro. Il gruppo però è costretto a separarsi e questi ultimi quattro ritornano a Lacedemone (capitale di Sparta). Qui Nymphodora, essendo ammessa la poligamia, accetterà di sposare Doukas (il solo che amava) e Spartaco, a patto che l’alta società, compresa la madre Cliternestra e la madre del guerriero, avesse finanziato il progetto “Città verticale”. Questo era un progetto innovativo, contrastato da tutta Sparta, basato sulla costruzione di case non sottoterra, come era d’uso, ma sopra, come sempre sognato da Nymphodora e Doukas. Sarà però un fallimento, perché queste case saranno assegnate solo a iloti. La conseguenza sarà che, una volta costruite e consegnate ai nuovi residenti, saranno distrutte da un’esplosione organizzata per mano di spartiati: moriranno molti iloti, e Nymphodora e Doukas abbandoneranno così delusi e disgustati Lacedemone. Intanto Aracne, Lucius Sestus e la comitiva raggiungono finalmente i Regni Perieci. All’inizio sono disillusi perché sono costretti a rispettare una quarantena su un’isoletta. In seguito sono liberati e sono ammessi nell’entroterra, la Norvegia. Gli scandinavi spiegano ai nuovi ospiti varie diversità con Sparta. Aracne capisce così di aver finalmente raggiunto la terra dove ha sempre sognato di esistere, per se e per i suoi figli. La vita in questi regni è molto simile a quella che viviamo ogni giorno e l’autore fa capire chiaramente quanto siamo fortunati se la paragoniamo alla bruttezza di Sparta: Sparta non è ovunque, e fortunatamente. Il gruppo però non si ferma qui e decide di spostarsi in Svezia, patria di Igmunde. Proprio lo scandinavo sarà il fortunato a sposare Aracne, ottenendone anche un figlio, Sonis. Un giorno la comitiva è spaventata dall’arrivo di alcuni spartiati. E’ però solo spavento che si tramuterà in gioia quando questi spartiati si identificheranno in Nymphodora e Doukas. Letizia immensa per tutti, anche per la nascita del bambino di Nymphodora, Liv. In seguito si aggregheranno anche Lisandro e Spartaco, con quest’ultimo che, a poco a poco entra sempre più nel cuore di Nymphodora. Tutto va verso il “vissero felici e contenti” quando il gruppo è costretto dagli abitanti locali ad abbandonare il paese perché si viene a sapere che Lucius e Metrodora sono mutanti e un rischio per loro. Poco male perché la comitiva si sposterà su un’isola, sempre nei Regni Perieci. L’ultimo assalto alla loro felicità è dato da alcuni facinorosi ai quali non basta neanche che il gruppo si sia allontanato dalla terraferma. Questi nazionalisti saranno però messi in fuga, con anche un bel gesto di Lucius Sestus, che, prima buca la loro barca consegnandoli ad un sicuro naufragio, poi però ci ripensa, va in loro aiuto e li salva accompagnandoli a riva. Quel gesto finirà col convincere tutti gli scandinavi a lasciare stare gli esuli. E’ così abbattuto l’ultimo muro tra Aracne (e non solo) e il suo sogno di libertà.

Lo stile è ottimo, l’autore, tra l’altro, inserisce anche passi e pensieri tratti da altri suoi libri, rendendo questo, probabilmente, la sua migliore ucronia. Ci insegna delle cose, ad esempio mai essere paghi dei nostri successi e dei nostri sogni già avverati, spesso tramite la bocca del sapiente Lucius Sestus, il miglior amico e sostenitore di Aracne. Che dire? Corta vita a Sparta e lunga alla civiltà di oggi! Ma attenzione: come sostenuto più volte da Carlo nel libro, niente è perfetto e si può sempre migliorare. Buona lettura di “Via da Sparta”!

di Michele Ventrone

WEN – FRATELLI – E’ bello saperti anche se non ci sei – Giovanna Olivari

E’ bello saperti anche se non ci sei.

È questo “fratelli”?

Guardo i miei figli crescere

fratelli

e giocare alla lotta

ai soffioni sul viso

agli spilli sul braccio

agli stampi di denti

ne sento il sudore

le voci in falsetto

gli aiuto invocati

e poi soffocati

Il mio cuore sussulta

di una gioia carnale

a quell’impasto

di saliva

di formaggio di piedi

di sapore d’ascella

Avido e lento

il mio sguardo

fissa il presente

E il presente

è presente

Ma crescendo

domani

ne avranno memoria?

E cosa sarà

per loro

quell’odore sapore

quell’impasto di carni

affettuoso

e violento per gioco?

È questo “fratelli”?

E il pensiero va

alle nostre carni bambine

ai sapori

agli odori

ai grovigli di corpi

affettuosi

e violenti per gioco.

È questo “fratelli”?

Ma il lontano

è lontano

Dovrei abbracciarti

mille volte di più

e baciarti

e annusarti

dietro la nuca

dove il collo diventa peluria

non ancora capelli

e cercare

quell’odore di zolfo

del pensiero che brucia

È questo “fratelli”

una pasta

di ciccia e di ossa

dal sapore di zolfo

È bello saperti anche se non ci sei.

Il gioco della lotta è un gioco sano che fa molto bene!

di Giovanna Olivari

WEN – FRATELLI – A mia sorella – Gaia Simonetti

Ti immagino,

capelli arruffati e occhi vivaci.

Ti immagino,

con la penna che scivola veloce sul foglio.

A scrivere e fermare le parole che scorrono.

Immagino la tua passione per i libri,

che è la mia passione.

Ti ho disegnata nei sogni,

i contorni sono nitidi.

Nella realtà non ci siamo mai incontrate.

Le nostre strade non si sono incrociate.

Il nostro appuntamento è nel nostro posto segreto.

Speciale. È a colori. È armonia. È il paese dei sogni.

Arriva di notte.

Due piccole studentesse felici che studiano in classe, insegnante a bordo —  scuola, mostra - Stock Photo | #215966258

di Gaia Simonetti

WEN – FRATELLI – Tatiana – Miriam Ticci

E fui la più radiosa delle donne

Le 10 case più FIABESCHE del MONDO (FOTOGALLERY) - Milano Città Stato

Come figlia e sorella

Come moglie e poi madre

Sempre ebbi cura di tutti i miei cari

Resi la casa mia

Angol di Paradiso

E chi v’entrava n’era il Benvenuto.

(libera traduzione e riadattamento da “Antologia di Spoon River” del poeta statunitense Edgar Lee Masters, 51. Lois Spears)

Edgar Lee Masters (1868–1950).  Spoon River Anthology.  1916.

51. Lois Spears

HERE lies the body of Lois Spears, 
Born Lois Fluke, daughter of Willard Fluke, 
Wife of Cyrus Spears, 
Mother of Myrtle and Virgil Spears, 
Children with clear eyes and sound limbs—         5
(I was born blind). 
I was the happiest of women 
As wife, mother and housekeeper, 
Caring for my loved ones, 
And making my home  10
A place of order and bounteous hospitality: 
For I went about the rooms, 
And about the garden 
With an instinct as sure as sight, 
As though there were eyes in my finger tips—  15
Glory to God in the highest.

WEN – FRATELLI – Fratelli – Zorzetto

fratelli,

fratelli tutti,

legami stretti,

grandi affetti.

fratelli,

calore fraterno,

abbraccio eterno,

della vita,

il perno.

di zorzetto

WEN -FRATELLI – Un affetto condito di rancore – Terza Agnoletti

Tua moglie è accanto a me, chiusa nel suo bozzolo di dolore, il viso affilato, lo sguardo perso, lontana. Ti stanno operando e noi aspettiamo. Le pareti hanno una leggera coloritura verde. Dicono che il verde sia riposante. Come facciamo a riposare dall’angoscia che ci divora?

Intanto, fratello, la mia mente è percossa da immagini del passato. Ricordo come mi maltrattavi quando eravamo bambini. Tu, il maggiore, mi tormentavi giocando con il mio nome. I nostri genitori incoscienti per compiacere il vecchio nonno mi chiamarono Gregorio come lui e tu: Gre, Gre, Ranocchio! Pianti da parte mia, risate da parte tua. Però dai bulli di fuori mi hai sempre difeso, hai fatto a botte e ne hai anche buscate. Ti ho voluto bene, di un affetto condito di rancore.

Ora, se te ne andassi, se ne andrebbe con te una parte cospicua della mia vita. Eppure…

Ti ricordi di Alessia, il mio primo amore? Avevo quindici anni, ero un adolescente e tu un giovane adulto. Amavo Alessia, di quell’amore che è una rivelazione, una scoperta di te stesso, di come è grande la tua anima, il tuo spirito, il tuo cuore. Credevo che ricambiasse: c’eravamo baciati, cioè l’avevo baciata e non mi aveva respinto. Vi sorpresi nudi, avvinghiati sul tappeto del salottino, quel pomeriggio in cui il resto della famiglia era fuori e io avrei dovuto stare dal mio amico. Invece ero lì per prendere qualcosa che avevo dimenticato Vedo le tue natiche e il volto di lei dall’espressione estatica, il resto dei vostri corpi non mi appare.

Un grido e una fuga. All’ora di cena ero ancora latitante. Nostro padre mi cercò dappertutto e mi trovò rannicchiato su una panchina nel parco. Pensava che fossi impazzito. Tu spiegasti l’arcano. Mi dissero che Alessia non meritava il mio affetto e neppure il tuo. Non la vedemmo più, ma il dolore rimase e ne soffro ancora. Però ti voglio bene: non ci lasciare! Voglio parlare con te di questi episodi. Per liberarmene, per godere a pieno delle volte in cui mi hai aiutato nello studio e nel lavoro.

Anche da adulto, però, sono stato imbrogliato da te. Ti sei appropriato di una bella sommetta che mi spettava. Volevo comprare una macchina, invece l’hai comprata tu, con i miei soldi e non hai capito che avevo capito. Te l’ho perdonato: sei stato più bravo di me e in fondo erano soltanto soldi, non era il mio primo amore.

Tua moglie non ce la fa più. Sono in piedi. Si alza anche lei, mi abbraccia, appoggia la testa alla mia spalla e piange. Singhiozza piano.

Quando mi ha telefonato stanotte non capivo le sue parole. Ho afferrato …incidente..

ho dovuto domandare più volte: Chi?  Dove? Finalmente l’ho raggiunta qui, al pronto soccorso. Volevo rimandarla a casa: i bambini sono soli, ma lei non ti vuole lasciare. Ho chiamato sua madre che venisse a prendere la chiave. Ancora non è arrivata.

Non ci lasciare! Abbiamo bisogno di te, con tutte le tue contraddizioni. Faremo una bella litigata e ci abbracceremo. Coraggio, fratello!

Ero sano, in 48 ore sono finito in terapia intensiva", la lotta contro il  Covid di Pacielli. "Proteggetevi e fate attenzione"

di Terza Agnoletti

WEN – FRATELLI – Mio fratello non mi somiglia – Carlo Menzinger

MIO FRATELLO NON MI SOMIGLIA

Mio fratello non mi somiglia in nulla, ma c’è in lui qualcosa che mi dice che abbiamo delle radici comuni, che non siamo così diversi come sembra. Ci vogliamo bene, forse perché siamo sempre stati una famiglia unita, forse perché certi legami di sangue hanno comunque un significato.

Io sono il maggiore e quando lui è nato avevo sei anni. Pare che all’inizio fossi molto perplesso ad avere un fratello così strano. Forse ero anche un po’ geloso, perché tutti venivano a vederlo e dicevano che era un vero prodigio, che la sua esistenza era una sorta di miracolo della scienza. A me sembrava solo brutto e grosso. I nostri nonni non avrebbero mai pensato di poter avere un nipote simile, ma purtroppo non erano con noi quando è nato e non ne hanno mai saputo nulla. Non me li ricordo. Abbiamo dovuto lasciarli a casa quando siamo fuggiti. Non c’era posto anche per loro a bordo. Ricordo solo che la mia mamma piangeva e non capivo perché. Io ero contento di quel viaggio incredibile. Avrebbe dovuto esserlo anche lei, pensavo.

Sono un ragazzo caucasico, dalla pelle chiara e dai capelli castani che tendono al biondo.  Certo sono diverso dai miei nonni russi. I miei genitori per scendere qui su Fruchtbar hanno dovuto accettare di ricevere alcune mutazioni genetiche che gli consentissero di sopravvivere su questo pianeta così vitale ma tanto diverso dalla Terra. Non era solo una questione di respirare un’aria diversa o nutrirsi di cibi differenti. Fruchtbar è un pianeta intelligente, in simbiosi con tutte le sue creature, e non accetta il DNA terrestre. Io ho ereditato da loro questi geni mutati. Un ragazzo della Terra, se ce ne sono ancora, noterebbe di certo che non sono come lui, dice mio padre, ma non avrebbe dubbi sul fatto che io sia umano.

Mio fratello, invece, beh, sarebbe difficile scambiarlo per un ragazzo russo. Credo, anzi, che se si fosse aggirato per le vie di Mosca, dove vivevano i nonni, la gente sarebbe scappata vedendolo.

Non tanto per i suoi capelli verdi, pare che alcuni ragazzi se li tingessero di vari colori. Il fatto è che i suoi somigliano piuttosto a una criniera e sono formati da cose simili a piume lunghe e sottili. C’è poi il suo busto che sporge da un corpo con sei zampe, motivo per cui quelli come lui li chiamiamo Centauri. Questo dovrebbe farvi capire quanto poco sia simile a me. Quello che lo rende una sorta di mostro agli occhi degli umani credo siano soprattutto le sue dimensioni. Dice mio padre che è lungo come due ippopotami, dei buffi animali che vivevano immersi nel fango. Tutto sommato un ippopotamo ha un’aria più umana di mio fratello, con quel suo enorme muso da formica con una mascella e due mandibole.

Qui su Fruchtbar ce ne sono altri come lui e io sono fiero di essere suo fratello, perché, così dicono, lui e gli altri Centauri sono il futuro dell’umanità. Solo grazie a queste modifiche genetiche gli uomini potranno davvero diventare abitanti di questo mondo su cui abbiamo avuto la fortuna di rifugiarci fuggendo dalla Terra morente. Fruchtbar è un mondo florido ma ricco di creature pericolose. Mio fratello è fatto per sopravvivere qui. Vorrei tanto essere come lui.

Centauri, gli uomini-cavallo tra mito e folklore - laCOOLtura

di Carlo Menzinger di Preussenthal – racconto per la saga “Fruchtbar“.

WEN – FRATELLI – Elia e i suoi fratelli – Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti

L’anno in cui da figlio unico mi ritrovai con otto tra fratelli e sorelle, i mondiali di calcio si disputarono in Italia e io ero ancora minorenne. Avevo ben altro per la testa che seguire le partite degli Azzurri; avevo da poco perso i miei genitori, scomparsi entrambi in circostanze mai chiarite, e di colpo mi ero ritrovato catapultato in un’altra casa, a Paesello Sperduto, nel cuore del Mugello. Il passaggio dalla città alla campagna fu traumatico, come puoi immaginare, caro lettore, ma mai quanto dover dividere la camera da letto con così tante persone di età disparata, nella mia età disperata…

Ma non mi sono ancora presentato e già sparo giudizi sulla mia nuova famiglia, a cui dovrei fare un monumento di gratitudine. Mi chiamo Elia, piacere, figlio degli anni Settanta («L’anno il ’73…» come cantavano i Pooh, e precisamente Giugno ‘73, come cantava Faber – ricordate? «Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati»), nato da una coppia di figli dei fiori precocemente imborghesiti, senza ambizioni. Ho trascorso infanzia e adolescenza a Firenze, ma non vi spaventate: di quegli anni non ho intenzione di parlare, sono stati banali e simili a tante altre vite di miei coetanei dell’ultimo quarto di secolo, solo che io ero un tipo piuttosto solitario e le «immense compagnie» (per tornare a un’altra citazione musicale, indovinate quale) non le ho mai viste. Ero solo, con pochi amici e senza ragazza. Ero timido al punto che non osavo neanche parlarci, con le ragazze, tanto meno a quella che mi piaceva e che pertanto non ha mai saputo nulla finché non la ritrovai, molti anni dopo, su Facebook e glielo dissi un po’ per celia e un po’ per vedere come reagiva.

Niente, volevo parlarvi dei fatti di quel momento storico in cui andai a vivere con i miei cugini-fratelli, l’anno prima di quella faccenda pazzesca del viaggio in Romania[1]. Non sarà forse emozionante per il lettore come quell’avventura estera ma per me è stato un anno eccezionale, di grandi gioie e di grandi dolori.

Insomma, vivevo la mia tranquilla vita di adolescente dell’ultima decade di millennio, quando, una sera buia e tempestosa, i miei non tornarono a casa. Le ricerche della polizia sono andate avanti un bel po’, nel frattempo sono andato a vivere con gli zii e i loro otto figli. Una famiglia d’altri tempi, come suggerisce il numero della prole, che viveva anche come in altri tempi, senza riscaldamento – ma non immaginatevi l’allegro focolare delle illustrazioni, con i bimbi attorno e il nonno che racconta favole – senza Internet ovviamente e senza campo per i cellulari – tutte cose che non esistevano ancora nel 1990, o comunque erano poco diffuse.

Mio zio Gionni (proprio così, l’italianizzazione dell’anglosassone Johnny… il perché è un’altra storia che racconterò altrove), fratello di mia madre, mi accolse nel suo casolare a Paesello Sperduto (il vero nome del borgo non è importante) e mi trattò come il nono figlio.

Era da poco iniziato il nuovo anno scolastico. Io sinceramente allora mi vergognavo un po’ di questa nuova famiglia acquisita, dove si facevano figli come conigli, così ai miei nuovi compagni di classe dissi che vivevo con mia madre e che avevo tre fratelli maggiori, non so bene neanch’io perché mi inventai questa frottola, ma le bugie una volta uscite di bocca ti costringono a inventare tante altre storie per mantenere la finzione e si entra in un circolo vizioso in cui non saresti mai voluto entrare.

Ma andiamo con ordine. Il podere dove mi ero trasferito era grande, ma le camere da letto non erano tante quanti gli occupanti. Io avrei dovuto dormire con cinque miei cugini, mentre le cugine occupavano già la seconda camera. La terza era riservata allo zio Gionni e alla zia Meri (altro nome inglese italianizzato nella grafia, e altra storia che vi racconterò un’altra volta). C’era perfino una camera degli ospiti: una sorta di sgabuzzino polveroso dove non entrava nessuno dai tempi del referendum sul divorzio.

«Sono tuoi cugini» mi disse lo zio sul punto di commuoversi «ma considerali tuoi fratelli» e andò a presentarmeli, in ordine cronologico di nascita. Erano presenti tutti nell’aia davanti all’ingresso del podere, in fila come soldatini. Via via che veniva interpellato, ciascuno faceva un passo avanti e mi stringeva la mano, a parte l’ultimo che stava in braccio alla zia. Io li incontravo tutti per la prima volta, non essendoci stata mai occasione di incontrare la prole degli zii prima di quei tragici eventi.

Iniziò con le gemelle Elisabetta e Franca, ventunenni, su cui non c’è molto da dire a parte il fatto che non avevo mai visto due gemelle e che già prevedevo gli scherzi che mi avrebbero fatto, giocando sulla loro somiglianza genetica.

C’era poi Marco, vent’anni: un tipo alto e magro, già con la patente e proprietario di una Uno bianca, lavorava, come tutti, nell’impresa agricola di famiglia. Un tipo sveglio, simpatico, amante della birra e delle bibite gassate.

L’unico mio coetaneo era Fabio, detto Jim (per una certa somiglianza col giovane Jim Morrison, e perché scriveva versi che teneva nel portafoglio). Con lui non legai molto, almeno all’inizio.

C’erano infine i miei fratelli e sorelle minori: Graziano (quindici anni), Folco (tredici), Patrizia, detta Patti (nove anni) e infine l’ultimo arrivato, il piccolo Damoru, nato all’inizio dell’anno, che doveva il suo nome ad una lettura di mia zia di un autore indiano del secolo precedente. Contadini sì, ma sofisticati lettori.

Questo era il microcosmo in cui mi apprestavo, volente o nolente, ad entrare.

Riguardandola con gli occhi di oggi, a tanti anni di distanza, l’esperienza di trovarmi all’improvviso catapultato in quel vero e proprio raggruppamento di fratelli e sorelle (acquistate!) fu davvero sconvolgente e, al tempo stesso, rigeneratrice del mio modo di guardare il mondo. Non so se nel bene o nel male (giudicherai tu stesso, mio lettore), né so se sia «stato meglio…non esserci mai incontrati».

Ma andiamo con ordine.

Vi ho detto che i miei erano contadini, ma con la passione della lettura. E non solo di quella, per la verità. Insomma, mio zio Gionni (che voglia che mi prende di raccontarvi la storia di questo nome!) aveva la passione dei libri strani e, soprattutto, di quelli gotici. Insomma si era fissato col libro di Stoker su Dracula e decise che bisognava andare in Transilvania, Romania, a visitare i luoghi dove il vampiro, ispirato alla figura del principe di Valacchia Vlad III, è al centro del racconto epistolare. Ho detto viaggio pazzesco intanto perché ci volle del bello e del buono per mettere tutti d’accordo per fare di quella meta la vacanza condivisa dalla truppa. E poi perché, affittato il pulmino necessario per imbarcare la truppa (compreso il piccolo Damoru che nel frattempo aveva raggiunto i 20 mesi!), si pose il problema di come far trascorrere il tempo a quella marmaglia, continuamente desiderosa di fare una fermata per il bisogno corporale di qualcuno o per la fame o la sete di qualcun altro. Insomma, ci vollero due giorni, compresa la sosta nel motel, per arrivare alla meta. Non vi dico l’incanto di zio Gionni di fronte al castello di Bran, quello del vampiro, alle rimembranze delle sue avventure, lette e rilette dallo zio, che finirono per mettere una fifa fottuta addosso soprattutto ai ragazzini: insomma Graziano, Folco, Patti (e anche un po’ io e Fabio) misero la condizione di dividere le camere con i genitori se non volevano che trascorressimo la notte in piedi!

Sui giorni che passammo a visitare quella regione, per la verità molto più ricca di attrazioni turistiche di quelle che mi potevo immaginare, come la città di Brasov e i suoi edifici barocchi colorati, ci sarebbero da dire un sacco di cose. Ma la vera avventura avvenne quando, ormai sulla strada del ritorno, il pulmino decise di bloccarsi e di non volerne più sapere di ripartire. Il bello è che ci trovavamo sulla via del ritorno, ma sempre in Romania, in una strada ancora secondaria e iniziava a far buio! Passammo quasi due ore senza vedere anima viva in giro. I ragazzini, me compreso, ancora suggestionati dalle storie del vampiro, andarono letteralmente in paranoia. CI volle davvero tutta l’esperienza dei miei zii per impedire che la vicenda si trasformasse in una mezza tragedia. Quando, infine, trovato il piccolo guasto, il mezzo si rimise in moto e potemmo imboccare le strade principali, filammo diritti fino al confine italiano con la netta sensazione, io e i miei nuovi fratellini e sorelline, di essere inseguiti dal fantasma del vampiro!

Erano passati un paio d’anni quando, parlando col mio nuovo fratello Marco, sempre presente nei paraggi di casa, occupandosi della vendita dei prodotti della ricca azienda agricola familiare, decidemmo che non potevamo lasciare impunita la morte dei mei genitori e che, con l’avvento di internet, potevamo iniziare a fare qualche ricerca più approfondita di quella che ci raccontavano le forze dell’ordine. Scoprimmo così alcune cose sui miei genitori che non conoscevo. Per esempio che avevano fatto parte di gruppi rivoluzionari di cui avevo sentito parlare in televisione ma dei quali non conoscevo, allora, finalità e metodi di lotta.

Poi c’erano le gemelle, due ragazze ormai quando le conobbi io, che sembrava si divertissero a farsi scambiare l’una con l’altra, tanto erano somiglianti. E questo gioco lo facevano specialmente con me che, da buon ultimo arrivato, riuscivo peggio degli altri a distinguerle. Vispe e desiderose di essere ammirate come erano, si divertivano con me a provocarmi, facendo leva sulla mia timidezza e sulla loro completa disinibizione. Insomma, per non farla troppo lunga, mentre impazzivano serate di concerti e nottate di discoteche cui volevano associarmi, tanto fecero che una di loro, (così mi parve, ma potevano essere anche tutte e due!), finì per farmi fumare erba e portarmi a letto a «iniziarmi alle gioie del sesso», come mi strillo’ in faccia prima di insegnarmi tutto quello che c’era da sapere in materia. La cosa di per sé mi sconvolse un po’, ma in fondo prima o poi doveva succedere anche a me. Quello che non avevo calcolato fu il fatto che, dopo un paio di mesi, Elisabetta buttò lì che era incinta e che, forse, era colpa del sottoscritto. I genitori, naturalmente, non la presero molto bene. Si parlò perfino di procedere con l’esame del DNA per capire di chi fosse realmente il nascituro. Io credo di aver vissuto le peggiori settimane della mia vita. Poi, come era arrivata, la notizia scomparve. Insomma, Elisabetta ci comunicò che ci aveva pensato lei a risolvere alla radice il problema. Per comunicarci, dopo un paio di settimane, di essersi fidanzata con il figlio del dottore del Paesello Sperduto col quale, di lì ad un paio d’anni, sarebbe convolata a nozze. Valle a capire le donne!

Intanto anche Marco trovò una fidanzata, anche lei appassionata della rete, con la quale si mise ad approfondire la storia dei miei genitori, «fino a risolvere il caso», come si esprimevano lei e Marco. E la cosa più incredibile è che ci riuscirono davvero a capire cosa poteva essere successo ai miei. Una cosa che io nell’immediato non sono stato in grado (o forse non ho voluto) di capire fino in fondo. Mi parlarono di questi gruppi, della lotta armata, di cose di questo genere, fino al punto che in realtà i miei, a sentire loro due, non sarebbero neppure morti, ma piuttosto scomparsi in qualche lontano Paese del sud del mondo per sfuggire alla giustizia italiana. E’ questo un capitolo che ho potuto risolvere solo da poco quando, superando timori e reticenze, ormai maggiorenne, mi sono recato di persona dalle autorità a farmi raccontare la storia della mia famiglia!

Non vorrei che pensaste che sono stato male con i miei zii, i miei nuovi genitori e nuovi fratelli e sorelle. Al contrario, ho scoperto con loro sentimenti e esperienze familiari che sicuramente non avrei conosciuto in un’altra vita, magari da figlio unico. Solo per parlare di alcuni di loro, basterà dire che Folco, uno dei più piccoli quando l’ho conosciuto, dimostrerà crescendo doti insospettabili. Insomma oggi insegna matematica all’Università e non fanno che uscire sue pubblicazioni che perfino i più bravi nel suo ramo corrono a comprare per l’originalità delle osservazioni e delle nuove conoscenze. Di Marco e delle sue doti (e di quelle di Marta, sua moglie da tempo) ho già parlato. Ma se oggi volete comprare prodotti originali della campagna toscana, a cominciare dal territorio di Paesello Sperduto, dovrete entrare in uno dei numerosi negozi sparsi nella città di Firenze e del territorio toscano, andando così ad arricchire un’azienda già diventata tra le maggiori e più redditizie del territorio. C’è poi uno scrittore, che si chiama come me, che sta scrivendo romanzi che sicuramente non gli sarebbero passati per la testa senza i continui stimoli che una famiglia come questa gli ha procurato. Basti per tutto l’esempio di quei nomi dello zio e della zia.

Era l’immediato dopoguerra quando nacque mio zio, era passato il fronte da poco e sua madre, vedova da tempo, incontrò l’amore della sua vita in un soldato americano venuto fin lassù a liberare la gente dai nazisti e dai fascisti. Naturalmente, passato il fronte, il soldato giurò che sarebbe tornato per sposarla e portarla con sé. Quel soldato si chiamava Johnny e non tornò mai a Paesello Sperduto, neppure per il battesimo di quel figlio che la madre volle chiamare con un nome italiano che ricordasse quello del vero padre. Così tutti, in paese, finirono per chiamarlo “l’americano”, senza nessun intento polemico, ma per ricordarsi di quella vicenda così grande e terribile che era stato il passaggio di quell’esercito venuto da così lontano per aiutarci a fare dell’Italia una democrazia.

Di mia zia Meri si seppe che i familiari volevano per lei un nome fuori dell’ordinario, un po’ all’inglese insomma (la mamma era insegnante di lingue alla scuola media del paesello vicino alla loro residenza) e così è venuta fuori Meri. Potrei raccontarvi la storia di ciascuno di loro, delle loro vite, da Fabio alla gemella Franca, a Graziano a Patti, fino al più piccolo Damoru (che si è portato addosso tutta la vita questo strambo nome senza fare una piega!), ma voglio terminare con una semplice e per me importantissima testimonianza. Non sono mancati, né per loro né per me, gioie e dolori, cadute e rinascite, ma niente e nessuno mi toglierà la gioia di sentirmi cercare sui telefonini più moderni, da uno stuolo di nipoti e nipotine che mi chiamano zio e mi fanno sentire al centro delle loro passioni e dei loro problemi. Io, così, ho deciso da tempo che questa è la mia vera famiglia e non mi sono mai messo in cerca di niente e di nessuno. Quello che desideravo davvero era sempre lì, a portata di telefono mio o di mia moglie Maria che, sfornando figli a volontà, ha fatto diventare la nostra famiglia un nucleo familiare di sei persone. Così ho imparato a scrivere racconti e altre storie anche tenendo sulle ginocchia qualche moccioso!


[1] Vedi I Già Dimenticati, Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.

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