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I FINALISTI DEL PREMIO LETTERARIO LA CITTÀ SUL PONTE

La Segreteria del Premio Letterario “La Città sul Ponte” del GSF – Gruppo Scrittori Firenze  ha il piacere di comunicare i finalisti della VII Edizione del 2022.

La proclamazione dei vincitori e la comunicazione delle graduatorie per ciascuna sezione avverrà nella giornata di sabato 3 Dicembre 2022, dalle 10,00 alle 18,30, presso la Biblioteca Comunale delle Oblate, in via dell’Oriuolo, 24, a Firenze.

La prenotazione non è obbligatoria ma è gradita, possibilmente entro il 27 novembre, scrivendo a ponte.gsf@gmail.com

Si fa presente che la Biblioteca fa parte della ZTL (Zona a Traffico Limitato) del centro di Firenze, raggiungibile a piedi o con mezzi pubblici dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella (S.M.N.), dove è presente anche un parcheggio sotterraneo a pagamento.

Di seguito il programma della giornata:

Sabato 3 dicembre – ore 10,00

Biblioteca Comunale delle Oblate

La Città sul Ponte – VII edizione 2022

Premio Letterario Nazionale di Narrativa e Poesia

CERIMONIA DI PREMIAZIONE

Biblioteca Comunale delle Oblate

ORE 10.00         Saluti di Cristina Gatti presidente del Gruppo Scrittori Firenze – Breve presentazione delle attività e dei coordinatori della Giuria

ORE 10.15         Premiazione dei vincitori della Sezione Poesia

                          Premiazione dei vincitori della Sezione Monologo teatrale

ORE 11.00      Poetry Slam, contest di poesia a cura di Daniele Locchi.

                          Proclamazione e premiazione del vincitore

ORE 12.00         Roberto Manescalchi presenta “Pier Paul Rubens: il colpo di lancia” Genesi, esecuzione e futuro della memoria di un capolavoro. Identificato un nuovo bozzetto dell’opera?

—   Pausa pranzo  —

ORE 14.30   Saluti di Paolo Ciampi presidente del Premio Letterario La Città sul Ponte e tavola rotonda con Paolo Ciampi, presidente del Premio “La Città sul Ponte” da titolo: “Fare squadra per il libro. Autori e mestieri dell’editoria a confronto” – Interventi di Alessandra Cafiero (Puzzle Book), Micol Carmignani e Chiara Del Corona (Carmignani ed.) ed Enrico Rulli (Gruppo Editoriale Tabula Fati Solfanelli).

ORE 16.00    Premiazioni dei vincitori delle Sezioni di narrativa :    

                       Racconti, Romanzi inediti, Self publishing e Romanzi editi

ORE 18.30        Chiusura dei lavori

La partecipazione è gratuita ed è consigliata la prenotazione tramite la piattaforma online
dedicata oppure contattando la Biblioteca al numero 055 261 6512 e
all’indirizzo bibliotecadelleoblate@comune.fi.it

Di seguito trovate l’elenco, in ordine alfabetico, dei finalisti
(come scritto sopra, la classifica finale sarà comunicata il 3/12/2022):

Sezione A Racconto
Colombo Pierangelo                       Il crocifisso
Lucchetti Leandro                           Silvia… una donna
Mazzei Claudio                                 Un attimo dopo
Mazzocchi Silvia                               Il sangue non va più via
Miranda Marisa                                Il re del borgo
Nucci Danilo                                       Diario di una salma
Ossola Daniele                                  Il delitto dell’Isolino
Rei Marzia                                          Il bosco di Grib
Rizzi Emanuele                                 Il Museo dei timorati
Tringali Corrado                               Lo Scrittore
Vaccari Elisa                                       Smarties

Sezione B Romanzo edito
Baldassarri Fabio                             Il Dott. Fabbri e il gioco del calcio
Calisi Luigi                                           Il mondo finisce all’orizzonte
Celentano Francesco                     Tutta la verità
Cipolla Maria Adele                        Le cicatrici d’oro
Gregori Massimo                             Plagio
Maccioni Iacopo                              Dentro lo zaino
Piermattei Marco                              Tina
Salabelle Marisa                               Gli ingranaggi dei ricordi
Toffanin Iuri                                       A guardar passare le famiglie felici
Vaccari Elisa                                       La compagnia

Sezione C Romanzo self-publishing
Capriati Elio                                       Suite medievale
Oliverio Gerolamo                          La settima parte
Oliveri Alessia                                  La grotta delle ostriche
Parafioriti Cristiano                        Invictus
Pastorino Nicola                               Tremando

Sezione D Romanzo inedito
Bellucci Donatella                            Stelle senza cielo
Carraresi Barbara                             La città senza tempo (afterworld)
Di Stefano Placido                           Teoria della violenza
Mauri Andrea                                   La lezione del duende

Sezione E Poesia
Garofalo Innocenza                        Vorrei ancora essere figlia
Avvantaggiato Massimo Vito      In me la madre
Ambrosini Daniele                          Cecina nell’idillio di agosto
Treglia Miriam                                  Via oltre
Mari Remo                                         Mottarone
Lo Bianco Lucia                                 Ladri di pelle
Casadei Franco                                  La mai chiusa ferita
Cheri Donatella                                Khalil
Milani Mauro                                    Camminiamo
Avvantaggiato Massimo Vito      Kiev
Bambi Stefano                                 Vieni sediamoci qui
Milani Mauro                                    Uocchie
Lo Bianco Lucia                                 Vertigine

Sezione F Monologo teatrale
Bellucci Donatella                           Fiona
Zordan Stefania                                Mettiti una mano sulla Coscienza
Pasquini Matteo                              Il foglio

Congratulazioni a tutti i partecipanti.

Vi attendiamo numerosi per scoprire assieme i vincitori di questa edizione del Premio.

Il Coordinatore Generale del Premio Letterario “La Città sul Ponte”

Maria Rizzi legge “L’analisi ragionata dei testi critici riguardo Wanda Lombardi” a cura di Enzo Concardi

L’analisi ragionata dei testi critici riguardo la Poetessa Wanda Lombardi, di Morcone, in provincia di Benevento, condotta dall’ottimo Enzo Concardi, seguendo i commenti di autorevoli colleghi come Giuseppe Manitta, Monica Rubino, Carlo Onorato, Rossella Cerniglia, Marcella Mellea, Fabio Amato, Nazario Pardini ed altri, equivale a una navigazione attraverso il lirismo dell’artista, nella quale è messa in rilievo la sua tendenza a evocare il neoclassicismo nella forma e nei contenuti. Quasi tutti i critici citati riscontrano tratti in comune con Leopardi, Pascoli, non solo per il ricorso al metro classico, ma per l’ossimorica visione dell’esistenza, spesso tendente al nichilismo. Altro tratto evidenziato dagli esegeti è il rapporto con il divino, la tensione alla verticalità presente nei versi della Nostra e l’empatia con madre natura.

Tra tutti solo il professor Nazario Pardini accosta la poetica della Lombardi a quelle di Umberto Saba e Vittorio Sereni. E leggendo le liriche della Nostra lo stesso Concardi conviene circa le corrispondenze con Saba «per lo stile spezzato, frammentato» e con Sereni per il «malum vitae’, il tormento, la percezione della labilità dell’esistere». Molte altre disamine vengono prese in esame dal relatore, ma la mia scelta, dopo aver navigato tra tanti illustri esperti di ermeneutica, cade sulla lettura dell’antologia essenziale delle poesie di Wanda Lombardi.

Il saggio critico, a mio umile avviso, è di per sé esaustivo; in appendice al libro è riportata una antologia essenziale di poesie scelte da varie raccolte e che coprono un periodo di vent’anni, dal 2001 al 2021. Le prime, tratte dalla silloge Sensazioni del 2001, ci consentono di annegare nel mare intimistico della Poetessa, che dimostra, una volta di più, che il mondo esterno non è che un riflesso del nostro universo interiore. I ricordi degli amori sono il tessuto della nostra identità. La Lombardi dedica al padre versi di velluto, che echeggiano i grandi della letteratura. «… Ma tra i molti visi, / come in un dipinto incastonati, / emerge il tuo, padre, / a sbiadire e sovrastare gli altri…» (Ricordi). La fede, elemento cardine del lirismo della Poetessa, è presente in questi primi versi come fonte di gioia di vivere e come unico presupposto per la pace. Nel leggere Ritrovare la pace, ho pensato alla meravigliosa asserzione di Khalil Gibran: «Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola». Dalla silloge Nel silenzio (del 2002) sono tratte liriche sul mondo dell’adolescenza, così simile a una malattia esantematica per i giovani e per i loro genitori. L’autrice affresca con versi meno classici, incisivi, colloquiali e infinitamente teneri l’universo dell’epoca in cui si conquista a morsi l’esperienza. «…I tuoi problemi, / che problemi non sono, / crisi profonde ti creano, / irritabilità, depressione…» (Cuore di adolescente). Il rapporto con i miracoli poetici del creato è evidente in alcuni testi dal tono selvaggio come carezza… mi si perdoni l’ossimoro, che stanno a dimostrare come la natura può divenire il medium nella relazione tra il conduttore e la persona, agevolando i momenti di relazione empatica che consentono la crescita nell’intersoggettività. In effetti la Lombardi allude a tale connessione, mette in risalto che quando lo stato climatico risuona in noi è proprio perché si è sferzati dallo stesso vento, guidati dalla stessa «invisibile mano».

Nella poesia Soffio divino, tratta dalla raccolta Luce nella sera del 2011, natura, esistenza e fede divengono un tutt’uno, dimostrando che l’essenza divina che si manifesta nella natura non è altro che la natura stessa che si palesa, si mostra e si impone all’uomo come un ente divino. Nell’antologia essenziale troviamo anche liriche di impegno civile, che spingono a pensare alle assonanze riscontrate dal professor Pardini tra la Nostra e Umberto Saba. A livello stilistico si notano la riduzione del lessico, la semplificazione della sintassi, la frammentazione del ritmo. «Corpi innocenti pestati, vinti / da chi fa della violenza / ideale di vita, / degli abusi mezzo per emergere…» (Tempi assurdi, da Gocce di rugiada, 2017).

Il timbro, caratteristica pregnante della poetica di Wanda Lombardi, diviene il colore vividissimo delle liriche più recenti. Spesso sottovalutiamo il valore di questa antica categoria poetica, rimasta ignota all’estetica classica, ma è proprio grazie a essa che il ritmo può mutare di continuo, anche all’interno della stessa lirica. Con il trascorrere del tempo l’Autrice esprime in modo sempre più incisivo la sua sete di interiorità e la capacità di possedere un linguaggio che è specchio dello spirito. Lei ha l’attitudine a parlare di Dio e a persuadere che la fede è molto umana e molto umanizzante, crea un clima nel quale ci si sente sollecitati a dare il meglio di se stessi. E illumina ancora sul concetto che l’incanto della natura, il mistero affascinante che la avvolge sono forse l’unica chiave di cui disponiamo per cercare di aprire la porta che ci separa dalla verità. «Commuoversi / dinanzi a una distesa marina / che brilla come diamante / o a vette maestose / che parlano col cielo / è dolce momento per il cuore. / Svegliarsi / tra concerti d’uccelli, / sorridere al sorriso di un bimbo / o dinanzi a un foglio bianco / inseguendo un nuovo sogno, / è sollievo per l’anima / che si inchina / alla Tua grandezza, Signore» (Piccole, grandi cose, da Gocce di rugiada, 2017).

Gli affetti, la malinconica nostalgia dei giorni trascorsi con loro, ricorrono nella poetica di quest’Arista e la sottoscritta non può che ammirarla e condividere i suoi slanci. Mantenersi, ovvero tenersi per mano, da napoletana, è il mio verbo preferito. Può bastare per la vita intera sapere di aver provato quell’amore senza tempo. Rinunciarvi rappresenta una follia. La mitologia dell’infanzia è radice di ogni nostro comportamento, e i genitori, i fratelli, quando sembrano morti sono solo svenuti. Possono riprendere a vivere nel miracolo della memoria e, come insegna la Lombardi, in quella “poesia che sa salvare il mondo”. «…Ma ancora oggi, nel tuo cinquantesimo, / piango pensando a te, alla tua storia / e intatta rivedo la tua eleganza, / il corpo tuo perfetto che invidiavo quasi. / Quante cose vorrei dirti, / quanto rivederti / per respirare con te aria d’amore!…» (Mamma, da Volo nell’arte, 2021). In famiglia si impara la grammatica dell’amore, il linguaggio attraverso il quale Dio comunica con noi. Se è vero che nel mare dell’esistenza siamo tutti naufraghi di una carezza, sento di poter affermare che le liriche di questa Poetessa dalle origini non lontane dalle mie, sono state l’isola, il ponte nel silenzio, il porto di sicurezza. Le anime si sono mescolate, la carezza l’ho avvertita e desidero restituirla.

Maria Rizzi

Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-48-0, mianoposta@gmail.com.

Ada Ascari legge: “Maria. Frammenti di una vita” a cura di Francesca Crisi

Il libro è a cura di Francesca Crisi con Antonella Agati, Adriana Aromolo, Nadia Boccare, Maria Rosaria Brogi, Paola Campanile, Beatrice Giaquinto, Carla Rossi.

Chi è Maria? Questo mi sono chiesta mentre leggevo l’agile libretto che Francesca ha voluto mandarmi. Mentre leggevo venivo portata in varie direzioni, quasi strattonata da scritture diverse, per stile e contenuti. 

Maria è in primo luogo, indubbiamente la nonna materna di Francesca, ma il suo ritratto viene frammentato in innumerevoli schegge che a volte cozzano tra loro dividendosi a loro volta.

Mai titolo è stato più azzeccato, la vita di Maria non è infatti raccontata come una biografia strutturata in modo classico ma è divenuta soggetto di un esperimento di scrittura coraggioso: farla raccontare da sette donne sulla base di pochi indizi forniti dalla sola persona che avrebbe avuto il diritto/dovere di raccontarla: la nipote Francesca.

Ciascuna biografa interpreta gli indizi in modo proprio, accompagna le notizie degli scarni avvenimenti, interpreta le immagini in bianco e nero scoperte in una valigia, e le introietta, le mastica, a volte con difficoltà iniziali, altre volte con il gusto della novità fino a farle diventare una storia. Storia che, pur con le inevitabili differenze, ha un suo senso. Ogni frammento scritto da mani diverse si incastra con quello che racconta lo stesso avvenimento. 

Anche se per Nadia, Maria incontra Francesco sul ponte di Bassano e invece per Antonella lo incontra sulla strada dopo la disfatta di Caporetto, resta indubbio che Maria e Francesco si incontrano e si trovano, poco importa dove. E a chi importerebbe oggi dopo più di un secolo? 

La vita di Maria prosegue pagina dopo pagina inframmezzata da fotografie in bianco e nero che ce la mostrano rendendola reale e concreta. 

Tutta la vita di Maria è stata dedicata al suo Francesco, uomo volitivo e di successo, ce lo dice subito Antonella, forse la più critica che definisce “dictat” il primo ordine di Francesco. «Ti do 48 ore per preparare le tue cose. Dopodomani si parte per Roma».

Maria comincia a ubbidire, ad assecondare l’uomo che diventerà suo marito, anche se osteggiata dalla famiglia di lui. Maria remissiva, Maria paziente, Maria fiduciosa.

I frammenti si dipanano nel tempo come fili di racconto, che si intrecciano e portano voci diverse alla storia. La voce del fratello, la voce dalla madre attraverso le lettere che Maria scrive. Lettere non reali, ma così ben congegnate che sembrano vere.

E forse lo sono, chissà se Maria le avrebbe scritte nello stesso modo, forse sì, e la questione sta tutta in quel “forse”.

Lo dice bene Francesca nella sua introduzione, e mi scuso della citazione un po’ lunga…

Cosa accade nello scrivere la biografia di una persona che non è più in vita, quando non abbiamo la sua presenza, la voce, il suo volto a rassicurarci e confortarci, siamo soli alla ricerca di tracce che parlino di lei, del periodo storico in cui ha vissuto; dovremo fare i conti con documenti, lettere, fotografie, oggetti: indizi su di lei, sulla sua vita e le relazioni che ha avuto. 

Ascolteremo, se possibile, testimonianze di chi l’ha conosciuta; visiteremo i luoghi che ha abitato. A poco a poco, emergerà la sua personalità, prenderà forma la sua storia, probabilmente troveremo solidi punti dove appoggiare i piedi – fatti indiscutibili – ma saranno pochi, il resto lo dobbiamo immaginare. Mediando con le notizie che abbiamo e immedesimandoci in lei le daremo un’anima, immagineremo i suoi sentimenti, i suoi pensieri, la faremo agire iniziando, così, a tessere la trama della sua vita.

Le parole che ho evidenziato sono quelle fondamentali, Immaginare – immedesimarsi perché non si può far altro per dare un’anima alla persona che si vuole raccontare.

Un lavoro prezioso quello di Francesca e le sue amiche biografe – non voglio chiamarle allieve – perché attraverso l’esperimento messo in atto ci fa capire che la memoria è fallace, che la memoria non sta tutta nei fatti, nelle date, snocciolate una dopo l’altra, ma sta nel ricordo soggettivo che si ha della persona che si vuole raccontare. Proprio per questo è così importante confrontare i ricordi anche all’interno della stessa famiglia. Quante volte anche io mi sono stupida di avere ricordi diversi da quelli di mia sorella su alcuni avvenimenti accaduti a nostro padre e madre.

La storia di Maria è apparentemente la stessa, come se in uno stesso panorama ciascuno ponesse la sua attenzione su un particolare diverso e ogni particolare contribuisce a farci vedere il tutto.

Non credo che mai biografia sia stata tanto esaustiva come questa di Maria che Francesca ha contribuito a ricostruire come si fa con il kintsugi. Così come l’oggetto danneggiato e frammentato accetta e riconosce la propria storia e diventa con l’oro, più bello e resistente di quanto non fosse prima, così la storia di Maria acquista un nuovo valore, complesso e profondo, più prezioso perché più ricco delle voci che hanno contribuito a farla conoscere.

Renato Campinoti legge: “L’uomo del porto” di Cristina Cassar Scalia

La Sicilia com’è, con e senza la Mafia

Ancora una volta Cristina Cassar Scalia ci dimostra, con questo bellissimo e affascinante libro, come il genere giallo sia bello per la suspense che sa creare, contribuendo in alcuni passaggi a rendere addirittura frenetico il ritmo (e il lettore con esso) e, allo stesso tempo, si dimostra un’arma letale per scoprire i pregi e difetti delle persone e delle realtà dove vivono. 

Nella migliore tradizione di Simenon, si potrebbe dire! In questo, che a me è sembrato il più completo, l’intreccio tra le vicende del professore Vincenzo La Barbera trovato morto ammazzato in uno speciale pub di Catania, le vicissitudini personali di Vanina Guarrasi, vicequestore della squadra mobile di Catania, quelle dei tanti personaggi che le ruotano intorno e, naturalmente, l’ombra dei maggiori criminali del mondo mafioso siciliano, forniscono un quadro completo della realtà siciliana come solo pochi grandi scrittori (che non importa ricordare!) hanno saputo fare. 

In questa occasione, per di più, Vanina è costretta suo malgrado a vivere sotto scorta a causa di una diretta minaccia rivolta dalla mafia palermitana a lei stessa. 

Ecco perché, di fronte al ritrovamento del cadavere del professore La Barbera e alle prime ipotesi che avanzano l’idea che ci potesse essere lo zampino della mafia a causa della lotta del medesimo contro lo spaccio di droga verso i giovani, “Vanina cercò di allontanare l’odore ributtante di criminalità organizzata che iniziava a sentire. La solita ondata di rabbia le serrò lo stomaco”. 

La reazione di Vanina è comprensibile, anche alla luce del fatto che i due più importanti uomini della sua vita, il papà poliziotto e l’amore della sua vita, il Procuratore Paolo Malfitano, sono stati, l’uno ucciso dai mafiosi di fronte a lei bambina, l’altro ferito sempre dai mafiosi e salvato in extremis da un intervento armato della stessa Vanina. 

Naturalmente le indagini relative al professore La Barbera prendono, faticosamente, la loro strada e si intrecciano con vicende di una parte della gioventù siciliana (e non solo) che Cristina Cassar Scalia ricostruisce in maniera egregia. 

Si avverte, oltre a una rara qualità di scrittrice e di proprietà di linguaggio, anche nell’uso del dialetto nelle conversazioni (un modo che preferisco rispetto a scelte di altri scrittori siciliani!), una attenzione documentaria alle vicende sia del presente che del passato, che danno maggiore credibilità all’insieme della narrazione. 

Restano da sottolineare due altri aspetti, tra i tanti, di questi libri via via sempre più interessanti che Cassar Scalia ci fa gustare. Anzitutto, la golosità di molti dei personaggi, a cominciare da Vanina per prima, che finisce per mostrarci il meglio della produzione dolciaria dei bar catanesi. Un altro personaggio, solo apparentemente secondario del mondo di Vanina, quella Bettina, proprietaria e confinante dell’abitazione di Vanina a Santo Stefano, che “adotta” in senso alimentare la Guarrasi sempre di fretta e le riempie il frigorifero delle più appetitose specialità culinarie dell’isola delle quali veniamo così, anche noi lettori, a conoscenza.

Infine, sempre tra i personaggi, ancora in evidenza il Commissario Patanè, in pensione da tanti anni (lui ne ha 84!) con il quale, al netto delle più moderne tecniche investigative come l’aggancio delle celle dei telefonini, Vanina condivide un feeling investigativo che li porta a raggiungere insieme, nel senso del contributo alla soluzione dei misteri, il risultato finale!

Devo dire che, più o meno volontariamente, in questo caso la bravissima scrittrice contribuisce a mostrare (anche con confronti diretti con coetanei di Patanè) il valore di un “invecchiamento attivo” dove, come diceva la grandissima Rita Levi Montalcini, “si comincia a invecchiare quando si smette di studiare”. 

Insomma, si chiude (malvolentieri) questo bellissimo libro di Cristina Cassar Scalia e si ha la sensazione di essere noi stessi parte di quel mondo di cui ci ha parlato. Aggiungendo così, come fanno i più bravi autori, un altro pezzo di vita a quella che conduciamo quotidianamente.

Renato Campinoti

Premio Internazionale degli Scrittori Italiani

Scrittoriitaliani.net in collaborazione col Circolo dei Lettori Prato organizzano la prima edizione del Premio Internazionale degli Scrittori Italiani (qui il link). Sono previste quattro sezioni (libri editi, poesia edita e inedita, racconti brevi editi e inediti, premio alla carriera) e i premi, oltre a coppe e targhe e attestati, consistono nell’iscrizione al portale Scrittoriitaliani.net.

Per tutte le informazioni scrivere a concorso@scrittoriitaliani.net 

www.scrittoriitaliani.net

Renato Campinoti legge “Gli ultimi giorni dell’Europa” di Antonio Scurati

Un libro da leggere, per non perdere la memoria

Consiglio vivamente a tutti di leggere questo terzo volume/romanzo del bravissimo Antonio Scutari sulle vicissitudini di Mussolini, giunto ora a fare i conti con l’impeto assassino di Hitler e della sua decisione di conquistare l’Europa e non solo. 

Se lo dovessimo dire in poche parole si potrebbe affermare che questo voluminoso e prezioso racconto, dal maggio del 1938 all’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940 narra il progressivo asservimento di Mussolini (con qualche vera e propria presa in giro!) alla volontà, ferrea, di Hitler su due versanti in particolare: Anzitutto la decisione di introdurre le leggi razziali e la caccia agli ebrei che inizialmente Mussolini ritiene essere una vera e propria follia e che finirà per applicare in maniera rigida anche in Italia. 

Per capire quanto pesante è questo punto di arrivo o di vero e proprio asservimento, di Mussolini al capo dei nazisti, basterà riportare quello che ancora nel Novembre del 1934 diceva a Nahum Goldmann, del direttivo dell’Organizzazione sionista mondiale che era andato a trovarlo a Palazzo Venezia. “Conosco Hitler” afferma Mussolini,” Ė un imbecille e un cialtrone, un cialtrone fanatico. Quando non vi sarà più alcuna traccia di Hitler gli ebrei saranno sempre un grande popolo… Non temetelo e dite ai vostri ebrei che non bisogna avere paura…” 

Se non fosse tragico quello che è poi successo, con la complicità dello stesso Mussolini, verrebbe quasi da sorridere. Non passeranno due anni e anche l’Italia si doterà della legislazione razziale e antisemita che conosciamo! 

“Poiché nella scuola si forgia lo spirito delle nuove generazioni, è naturale che il governo cerchi di proteggere la scuola da contaminazioni ebraiche… Oggi in Italia l’antisemitismo assume forme e dimensioni di legittima difesa contro batteri fisici e morali.” Questo scriverà il 3 Settembre del 1938 il Corriere padano diretto da Nello Quilici, amico di Italo Balbo e, finora, fine intellettuale e vivace animatore culturale, oggi costretto ad allinearsi col Duce che, dopo ripetute contorsioni, si arrende all’ordine di Hitler di approvare le leggi razziali che iniziano con l’allontanare gli studenti ebrei dalla scuola. 

Si arriverà così all’assurdo che il fascismo finisce per perseguitare perfino l’ebrea Margherita Sarfatti, fino a pochi anni prima amante di Mussolini e oracolo indiscusso della politica culturale del regime fascista. 

Sappiamo i drammatici effetti che tali leggi hanno avuto sul popolo ebreo e la macchia indelebile che la loro approvazione ha lasciato sulla storia d’Italia nel ventennio nero. Ancora più drammatica e foriera di conseguenze sanguinose per i popoli d’Europa e non solo (basti pensare ai morti americani e all’ecatombe atomica per le note città giapponesi!) è stata la scelta di assecondare la belva nazista nella sua follia sanguinaria. 

Il carattere non meramente storico (anche se ancorato strettamente ai fatti e agli avvenimenti) ma, appunto di grande romanzo storico, permette al lettore di misurare in forma satirica e grottesca, le contorsioni e gli autoinganni con cui il Duce giunge, solo alla fine, a scegliere di scendere in campo a fianco di Hitler, pur consapevole (i dati riportati dai suoi stessi capi di stato maggiore sono inoppugnabili al riguardo) della assoluta impreparazione dell’Italia del 1940 a una simile impresa. 

Indeciso a tutto il Duce lascia che il genero Galeazzo Ciano si diletti al Circolo del Tennis di Roma a fare la parte di quello contrario all’alleanza di ferro con Hitler. Mussolini è alla ricerca di una qualche motivazione che non gli faccia perdere la faccia con il Fuhrer e nello stesso tempo gli impedisca di fare davvero la guerra con l’intensità e la potenza dell’alleato. 

Ecco allora che non accetta le proposte delle potenze democratiche. 

A proposito degli inglesi, dopo la visita di Chamberlain a Roma nel Gennaio del 1939, con tanto di bombetta e ombrello, arriverà a sentenziare: “Questi uomini non sono più della pasta dei Francis Drake e degli altri magnifici avventurieri che crearono l’impero. Questi sono ormai i figli stanchi di una lunga serie di ricche generazioni”. 

Stesso atteggiamento sprezzante terrà quando, nominato primo ministro Winston Churchill nel maggio del 1940, a ridosso dell’entrata in guerra dell’Italia, questi pronuncerà un discorso che impressionerà il Parlamento inglese e tutta l’Europa e che invece la stampa di regime in Italia gli affibbierà il titolo di “Discorsetto di Churchill”. 

 Nel frattempo, pur controvoglia, Mussolini ha firmato il cosiddetto “Patto d’acciaio” con Hitler e sarà trascinato, dallo stesso, verso il baratro della guerra contro tutto e tutti. 

Davvero drammatiche, e anche ridicole, sono le vicende che si susseguono tra la fine del 1939, quando Hitler si guarderà bene dall’informare il cosiddetto alleato delle proprie iniziative (dall’annessione dell’Austria, alla conquista della Jugoslavia, fino all’attacco alla Polonia e, poi alla Francia) convocandolo solo dopo aver assunto le sue decisioni e impedendogli quasi di parlare negli incontri in zona Brennero che gli concederà quando e come ritiene lui. 

Perfino un uomo mite come Paul Schmidt, interprete per conto del ministero degli esteri, annota nelle sue memorie, dopo l’incontro di Ciano per conto di Mussolini con Hitler: “Ciano, da parte sua, mancò di far presente che in base al patto di alleanza l’Italia avrebbe avuto diritto di esigere che fosse formulata una risoluzione comune sull’atteggiamento dei due Paesi nella questione polacca”. 

Naturalmente Hitler andò avanti per conto suo senza tenere nella minima considerazione le implorazioni di Mussolini circa la necessità di tempo per l’Italia per prepararsi alla guerra. È così che Musolini si risolve, preso dalla disperazione, a scrivere un lungo memoriale a Hitler perché tenga conto delle ragioni dell’alleato. 

È Ciano, questa volta (siamo ormai al 5 gennaio del 1940) ad annotare nel suo diario: “È un ottimo documento – pieno di saggezza e di misura, che lascerà il tempo che trova. I consigli di Mussolini sono accolti da Hitler solo quando coincidono esattamente con il suo pensiero”. 

È drammatico rileggere oggi, a tanta distanza di tempo, il carattere di vero e proprio burattino che il Duce degli italiani ebbe in quella drammatica scelta. 

L’ultimo incontro con Hitler prima della scelta sciagurata, avvenne al Brennero il 18 Marzo del 1940 durante un’abbondante nevicata. Mussolini intendeva far presente al capo nazista le difficoltà dell’Italia anche dal punto di vista degli armamenti. Hitler non gli permise nemmeno di parlare. Gli illustrò per più di due ore le teorie sulla guerra coordinata e di movimento e gli chiese la data precisa dell’ingresso in guerra dell’Italia, cui il Duce dette una confusa risposta. 

Fu così che, ingannando perfino se stesso, Mussolini si risolse a teorizzare l’entrata in guerra dell’Italia solo per assestare l’ultimo colpo al nemico già sfiancato dai tedeschi. Ne parlò con Ciano che non poteva che assecondarlo. Ignorando l’appello di Roosvelt, presidente degli Usa, giunto a Palazzo Venezia il 14 maggio del 1940, Mussolini si affaccerà di nuovo al balcone della piazza e, il 10 Giugno del 1940 comunica la decisione di aver dichiarato guerra alla Francia. 

È davvero l’inizio della fine. Il dramma dell’Italia sta per compiersi. Il terzo capitolo di questo bellissimo modo di ricordarci la storia del fascismo e i danni materiali e morali che ha fatto all’Italia, finisce qui. 

Ci sarebbero tante altre cose da ricordare, per tutte la ridicola storia del matrimonio di Galeazzo Ciano con la figlia di Mussolini, dove ognuno fa i propri comodi e tutti devono credere che sia un legame esemplare! 

Intanto, in attesa dell’epilogo, non resta che dire un grazie enorme a Scurati, sia perché un popolo senza memoria è pericoloso prima di tutto a se stesso, sia per l’alta qualità della prosa e della scelta narrativa (già sperimentata da me in Una storia romantica) che è un insegnamento per coloro che volessero imitarlo anche in altri contesti narrativi.

Renato Campinoti legge “La commedia cinematografica toscana” di Fabrizio Borghini

Un lavoro di grande respiro e passibile di sviluppi ulteriori

Dobbiamo essere davvero grati a Fabrizio Borghini per questo impegnativo lavoro che, partendo più da lontano, traccia un percorso di continua crescita della commedia cinematografica toscana, a far data da Amici miei di Monicelli, con l’avvio di Benigni, la stella di Nuti e Veronesi,  di Benvenuti, per rilanciarsi poi con Pieraccioni e via via tutti gli altri, fino ai successi di Virzì. 

Già l’accuratezza e le testimonianze che conformano questa parte del lavoro di Fabrizio, meritano attenzione e un elogio all’autore. Il lavoro, fitto di nomi e circostanze, suscita riflessioni, per me, in almeno quattro direzioni. 

La prima cosa che impressiona nel lavoro di Borghini è il riferimento, neppure di sfuggita, al retroterra culturale della città di Firenze, la più ricca di teatri disseminati in tutta la sua realtà, anche come sviluppo qui più che altrove di una borghesia colta, amante delle belle arti che favoriranno la nascita di molte compagnie e molti attori che sarebbe lungo qui ricordare, come invece fa il testo dell’autore. 

In seguito a ciò è interessante il richiamo alla nascita e sviluppo del teatro di vernacolo, anch’esso fucina di attori una parte dei quali ritroveremo poi nella commedia cinematografica. Un nome per tutti, Sergio Forconi, che ritroveremo nel Berlinguer ti voglio bene, di Bertolucci e Benigni nella famosa gag sul ruolo della donna. Non manca, infine, in questa parte che andrebbe ulteriormente indagata sulla base dei numerosi spunti forniti da Borghini, un riferimento alla nascita e allo sviluppo di una forma di Cabaret particolarmente corrosivo e tagliente, che è all’origine di figure come Benigni, Messeri, I Giancattivi di Nuti, Benvenuti, Athina Cenci, per fermarsi qui, e che rappresenta anch’esso una vera e propria fucina su cui, dopo il successo di Amici Miei, troverà facile riserva di attori e registi per dare sviluppo alla nostra Commedia nel cinema. 

La seconda riflessione che rimane dalla lettura del testo è l’assoluta poliedricità della gran parte dei personaggi, da Benigni, a Nuti a Pieraccioni, fino a Panariello a Paci e Ceccherini (ma è una lista per difetto) che sapranno svolgere più ruoli, da attore a sceneggiatore a regista che ne faranno una specie particolare nel panorama cinematografico nazionale. 

E qui viene l’altra riflessione suscitata dal testo di Fabrizio: il ruolo svolto negli anni di forte sviluppo del cinema fiorentino e toscano dalla Cecchi Gori e in esso, dalla figura di Rita Rusic, vera talent scout della Casa, che non solo scoprirà i personaggi, ma ne saprà valutare i talenti, incoraggiandoli e sostenedoli in produzioni di largo successo. 

In primis, naturalmente Il Ciclone di Pieraccioni, vero e proprio campione d’incassi (i cui proventi serviranno al marito di Rita e titolare della Ditta, Vittorio Cecchi Gori per l’acquisto di giocatori di prestigio come Rui Costa per la sua Fiorentina!), superato di poco l’anno dopo da La vita è bella di Benigni. C’è da domandarsi se senza una figura come quella della Rusic e una casa di produzione come la Cecchi Gori, ci sarebbe mai stato il successo di film come il Lucignolo di Ceccherini o il Pinocchio di Paci o, ancora il Bagnomaria di Panariello. 

Cecchi Gori per noi comici toscani è stato quello che Lorenzo il Magnifico fu per Michelangelo”, arriva a dire Giorgio Panariello a questo proposito. 

Infine un’ultima considerazione. Il lavoro di Borghini non riguarda, come potrebbe sembrare, solo Firenze e il suo hinterland, ma abbraccia tutta la realtà toscana. Non a caso Nuti è pratese, come Veronesi, Benvenuti è di Pontassieve, Monni è campigiano, lo stesso Benigni è di Vergaio, Prato. Panariello è di Viareggio, come versiliese è il capostipite Monicelli. Infine, pur trascurandone tanti altri, c’è il livornese Virzì che è tuttora in grande attività ed è sicuramente uno dei più amati dal pubblico e dalla critica, che non a caso gli ha tributato numerosi riconoscimenti. 

Insomma si chiude malvolentieri questo libro di Fabrizio Borghini, perché sarebbero ancora tante le domande che vorremmo fargli su storie che lui ha solo sfiorato, come la vicenda personale di quello che è da considerarsi il capostipite del cabaret fiorentino, Giulio Ginanni, prima avvertito e poi picchiato con conseguenze mortali dai fascisti per farne tacere la verve libertaria e critica. 

Allora come visse il teatro, il vernacolo, il cabaret a Firenze (la città della banda Carità e di Pavolini) durante il regime fascista? E un’altra domanda viene dalla lettura della vicenda personale di Francesco Nuti, prima osannato per tanti e grandi successi, anche di botteghino, riportati e poi rifiutato addirittura dalle case cinematografiche. 

Quanto c’è di personale e quanto di responsabilità del cannibalismo dell’ambiente  e degli interessi nella rovinosa caduta a cui abbiamo asssitito? Una analoga curiosità suscita anche la vicenda di Vittorio Cecchi Gori, stretto tra ingenuità e falsi e interessati suggeritori. 

Ma non possiamo chiedere tutto a Borghini, certamente uno di quelli che sulla commedia cinematografica e sulla storia culturale della nostra regione ne sa più di tutti noi. Accontentiamoci per ora di questo pregevole lavoro e degli spunti che ci suggerisce per le ricerche che, ci auguriamo, saprà tradurre in altri, qualificati, lavori.

di Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “Anja e Dostoevskij a Firenze” di Nicoletta Manetti

 Un libro agile e di assoluto interesse

Riprendendo un suo precedente racconto (“Le rose di Dostoevskij”) apparso nell’antologia “Accadeva in Firenze Capitale” uscita a cura del Gruppo Scrittori Firenze in occasione dei centocinquanta anni dalla presa di Porta Pia e dalla fine del ruolo di Firenze come Capitale d’Italia, questa volta Nicoletta ci regala un quadro più compiuto dell’esperienza del grande scrittore russo nella nostra città. 

Sono più di uno i “registri” su cui l’autrice svolge il suo racconto. C’è, anzitutto, l’aspetto delle gioie e delle pene personali che Dostoevskij e la sua seconda e giovane moglie Anja vivono in questo non brevissimo (più di otto mesi) periodo nella nostra città. 

È appena passato un anno dalla perdita della loro prima bambina, Sonja, morta ad appena tre mesi di vita. Il dolore che si portano dentro è lenito dal fatto che Anja è ora di nuova incinta e tutti e due vivono con trepidazione l’aspettativa del nuovo figlio. 

Accanto a questo ci sono le precarie situazioni finanziarie della famiglia (una costante di Dostoevskij, posseduto anche dal demone del gioco) e la necessità di rispettare i tempi di consegna dei capitoli de “L’Idiota” che sta portando a termine nella nostra città, che costringono lo scrittore e sua moglie (lei assunta in primis come dattilografa) ai lavori forzati in casa. 

Il tempo stesso che incontrano in città (arrivano di Novembre, (il peggior mese nel clima fiorentino!), piovoso e umido, non aiuta certo l’incerta salute di Fëdor. Tuttavia, come scriverà anni dopo la figlia nei suoi ricordi, “i miei genitori erano molto felici a Firenze“, esagerando probabilmente gli aspetti positivi e trascurando i tanti aspetti negativi (basti pensare al caldo umido e soffocante che incontrano nei mesi prima della loro dipartita o l’assenza di risorse cui deve far fronte anche la suocera che li raggiunge!). 

In conclusione, come ci racconta la bravissima Nicoletta, parafrasando una celebre riflessione de “I Demoni”, “il grande Dostoevskij ha trovato tutta l’infelicità e la felicità di cui aveva bisogno. In egual misura”. Il secondo aspetto su cui si sviluppa il piacevole racconto della brava Nicoletta è quello relativo a ciò che la città offre a Dostoevskij e sua moglie. 

A lui, anzitutto, permette di frequentare quotidianamente il ricco Gabinetto Vieusseux, che aveva già conosciuto sei anni prima e cui ora si abbuona nuovamente. “E mio marito” – ricorderà Anja nel suo libro di memorie – “vi si recava ogni giorno, dopo pranzo. Inoltre prese a prestito e lesse per tutto l’inverno le opere di Voltaire e Diderot, in francese, lingua che conosceva molto bene“. 

Accanto a questo “dono” (Lo scrittore prese in prestito anche Madame Bovary, da lui molto amato e che farà apparire nelle pagine finali de “L’Idiota”) Firenze permise allo scrittore di frequentare il ricchissimo patrimonio artistico della città. 

Di due opere in particolare, ci ricorda Nicoletta, rimase particolarmente innamorato, “La Madonna della Seggiola”, del grande Raffaello, che lo portava spesso a ritornare alla Galleria Palatina a deliziarsi di questa opera. La seconda meraviglia che lo attrasse particolarmente fu “La porta del paradiso” del Ghiberti, che non si stancava di osservare ogni volta che passava nei pressi del “bel San Giovanni”, come ricordava con nostalgia il grande esule Dante. 

Ma Firenze, nella bella stagione, fu generosa con i coniugi, permettendo loro di frequentare le meraviglie del giardino di Boboli e le famose rose che destarono stupore in entrambi. 

Certo, siamo nel periodo di Firenze Capitale, la città, per ospitare le migliaia di travet piemontesi calati in riva d’Arno, è un cantiere a cielo aperto. C’è confusione, i rumori non agevolano certo il raccoglimento e il silenzio necessari allo scrittore e alla sua dattilografa. 

Insieme al clima (prima piovoso, poi caldo soffocante) sono queste sicuramente le ragioni che, appena arrivano i soldi degli scritti consegnati in tempo grazie alla collaborazione della moglie, spingono i Dostoevskij a programmare la partenza e finalmente vanno prima a Praga e dopo pochi giorni a Dresda, dove Anja partorirà e dove, forse, potranno meditare sull’esperienza fiorentina, che non li avrà certo resi sempre felici, ma neppure indifferenti a tanta storia e bellezza. 

Grazie dunque a Nicoletta Manetti per averci fatto conoscere da vicino l’esperienza di uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento (e non solo!) nella nostra città, di cui erano rimaste solo una targa (vicino alla prima abitazione nella zona di piazza Pitti) e l’iscrizione nei registri del Vieusseux, prima che l’ambasciata russa facesse dono della statua dello scultore Zeinalov, situata alle Cascine.

Renato Campinoti

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Raffaele Piazza legge “Nei giorni” di Enza Sanna

La raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una prefazione dal carattere molto acuto, scritto che è esauriente, centrato e ricco di acribia a cura di Maria Rizzi.

Il testo non è scandito e per la sua unitarietà contenutistica, stilistica e contenutistica potrebbe essere considerato un poemetto.

Scrive la prefatrice che con autentica ammirazione si è imbattuta nel canto elegiaco di una poetessa che affresca versi nei quali si respirano le pietre profumate d’antico, le chiese d’incenso, le botteghe di cuoio e le pasticcerie di canditi della sua Genova. Continua la Rizzi affermando che la poesia che apre la raccolta vola sul piano metafisico, disciplina la verità attraverso l’inventiva, stupisce nel dimostrare come il senso del nostro percorso terreno sia nella delizia del disordine, “nell’ingrandire così tanto il momento nel riuscire a fare dell’eternità un niente, e del niente un’eternità” (cit. Blaise Pascal).

Leggiamo l’incipit del componimento intitolato Certezza di cose vere:«Anche oggi è sorta l’aurora / calice di chiarità di luce / e con la luce la speranza, / certezza di cose vere / forza vitale a una realtà futura / per cogliere l’essenza dell’eternità. // È incontro di mente e cuore / passione e cautela / trascendenza e ragione / è rischio, è sfida di sopravvivenza / gioia prima della gioia / oltre ogni comprensione…». Un inno alla speranza, alla libertà, all’equilibrio e all’armonia, sotteso ad una vena intellettualistica di matrice filosofica.

Il senso e il sentimento del tempo sembrano essere i protagonisti della raccolta, categorie che fanno da sfondo ad una natura elegiaca con l’aroma del pane ancora caldo e la danza dei fieni sulle aie: «… Dà vita il respiro del vento al mandorlo in fiore / in campi aulenti di mirto / ove è fiamma la ginestra posseduta dal sole…» leggiamo in Necessaria regressione». Una magia e malia della parola emoziona il lettore nel sogno ad occhi aperti nel naufragare leopardianamente nel paesaggio che pare a poco a poco iridarsi per scendere fino all’anima e c’è un tu che è presente come la vita intensa dell’albero. Linearità dell’incanto pare pervadere questi versi precisi, leggeri e icastici nella loro icasticità e intelligenza.

L’io poetante si apre ad immagini e viene detta anche la parola stessa nel suo ripiegarsi su se stessa con un procedimento intrigante: «…Indocile ora la parola nella sua secchezza / quasi verbale prosciugamento / nella sua sofferta indecisione / che ogni iniziativa vieta / nella soluzione degli eventi…» leggiamo in Sopraggiunge il crepuscolo; componimento composito e complesso come tutti quelli della raccolta e uno dei pregi di questa poetica è proprio la chiarezza nella sua vera natura articolata e sublime che tra detto e non detto trova la propria forza nel debordare dell’ipersegno.

Al lettore pare di affondare nelle pagine, nelle composizioni che hanno qualcosa di scabro ed essenziale e solipsisticamente l’io-poetante molto autocentrato descrive situazioni che a tutti noi è capitato di vivere magari inconsciamente o preconsciamente ma che non avremmo potuto dire, delineare come riesce a fare la Nostra con urgenza e grande forza espressiva in quello che diviene un serrato esercizio di conoscenza in versi permeati da fascino, forza e nello stesso tempo dolcezza.

di Raffaele Piazza

Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.

Floriano Romboli legge “Scorie d’esperienza” di Francesco Rossi

Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “Scorie d’esperienza”di Francesco Rossi, con prefazione di Floriano Romboli, nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2022.

Si ritiene generalmente tramontata l’idea, legata in special modo alla stagione estetica e critica del Romanticismo, secondo la quale l’arte coinciderebbe con l’immediatezza intuitiva, farebbe tutt’uno con la schiettezza e la spontaneità fantastico-sentimentale, e sarebbe tanto maggiormente coinvolgente e riuscita, quanto meno appesantita da ingombranti bardature intellettualistiche, quanto meno subordinata a estrinseche finalità ideologiche, ad astratti presupposti culturalistici.

A ben vedere da sempre la poesia è sublimazione di cultura, frutto di attenta elaborazione stilistico-formale, occasione privilegiata per un confronto ponderato e sollecitante con figure e opere della tradizione storica e letteraria coeva o passata, momento impegnativo di una aemulatio rivolta alla precisazione di un nuovo punto di vista, alla prospettazione di opzioni ideal-problematiche diverse.

Infatti non casualmente la prima sezione della raccolta consiste nel richiamo sistematico a titoli della produzione lirica di Pier Paolo Pasolini menzionati nella loro specificità referenziale, da Le ceneri di Gramsci (1957) a L’usignolo della Chiesa Cattolica (1958), da La religione del mio tempo (1961) a Poesia in forma di rosa (1964) a Trasumanar e organizzar (1971); a Francesco Rossi lo scrittore di Casarsa appare intimamente contraddittorio, diviso fra il rigore della razionalità argomentativa e la passionalità immedesimante, istintivamente e vivamente partecipativa: «…/ In teatro strenuo s’esibisce / il voler che il viscere lacerato, / l’intelletto e il sentire rappresenta. // Vasta delle esistenze la distesa, / il brulicare di vite e passioni / onde il cerebro la tragedia incarna. /…» (A miglior vate le ceneri…).

Soccorrono dei versi compresi nel poemetto eponimo del primo libro pasoliniano rammentato poco sopra: «Mi chiederai tu, morto disadorno, / d’abbandonare questa disperata/passione di essere nel mondo?» (corsivo mio, come sempre in seguito); il nostro autore vi si richiama esplicitamente («…/ Disperata vitalità s’afferma / il valore del personale obiètto, / onde nell’Inferno / si brucia e perde / d’autostrade e di città degradate, / burelle orrende al brulicare ostesse. /…», Trasumanar in forma d’inerte rosa…) e ne fa spunto per un interessante approfondimento della contraddizione alla quale si è fatto cenno: Pasolini è testimone invero vigile («…/ ma nella condizione fuor di speme / s’assedia al proprio tempo il Testimone, / scontrosa erma di corrucciato orgoglio / contro il reo disperdere armonia», La religione del tempo), non nasconde la propria forte vocazione pedagogica: «Smania il Poeta di parlare al mondo, / di raccontare, di offrire se stesso, / a un contesto sociale di valori! // Religioso oscuro cerimoniale, / lugubre cattolico sensuale / per l’ossessione di barocca tinta, / involve ìtere d’Ideologia, / dai riti della tradizione avita, / attraverso la colpa per il vizio, / fino alla scoperta d’agito Vero. /…» (L’usignolo che stonato canta…); nondimeno approda infine a una condizione di disorientamento, di ripiegamento etico-intellettuale, di scacco: «L’abiura scocca come al giovanile / errore, al mondo perso d’ideali, / belle bandiere per sempre vanite. // Rimorde allor l’oratoria all’impegno, / trasumanar organizza l’esistenza, / flusso che non s’arresta al personale / d’occasioni e d’incontri all’abbandono, / polemica riflessa condizione / di qual difficile uman sia salto» (Trasumanar in forma d’inerte rosa…, op. cit.). […].

Floriano Romboli

L’AUTORE

Francesco Rossi è nato nel 1973 a Jesi (AN); nel 1997 si è laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Perugia. È docente di Materie Letterarie e Latino c/o il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Jesi (AN). Ha al suo attivo in campo letterario le seguenti pubblicazioni: Controcanto pasoliniano (antologia poetica); Il cerchio dell’ombra (antologia poetica), 2010;  CredereRicordareRiflettere! (romanzo storico), 2010; Eccezioni del tempo (racconti), 2011; Il gigante di Dio (antologia poetica), 2012; La divisa del prefetto (romanzo storico), 2012; Immemoriale (romanzo autobiografico), 2012; Proprietà transitiva. Autobiografia su commissione (romanzo autobiografico), 2015; Anch’io sono figlio della Crisi (romanzo autobiografico), 2015; L’assalto al treno e oltre (romanzo storico), 2019; Una medicina per l’anima (romanzo giallo), 2021.

Francesco Rossi, Scorie d’esperienza, pref. di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 188, isbn 978-88-31497-90-9, mianoposta@gmail.com.

Ada Ascari legge “Una donna” di Annie Ernaux

È strano che gli ultimi due libri che ho letto, dopo un periodo di apatia, siano stati due libri che si occupano di morte, perdite, ricordi.

Del primo “Cambiare l’acqua ai fiori” ne ho parlato qualche giorno fa, proprio su questo blog, del secondo mi accingo con emozione a parlarne.

“Una donna”, una madre vista attraverso gli occhi della figlia in un percorso che inizia il giorno della sua morte e che poi prosegue cronologicamente dalla nascita fino a tornare al punto di inizio quasi come si fosse chiuso un cerchio.

Annie Ernaux ha scritto “Una donna”, ma  avrebbe potuto chiamarsi “Una madre” dal momento che la sua figura è vista con gli occhi della figlia che ricostruisce il rapporto di amore odio con lei nel corso degli anni. Si dice che le figlie femmine amino il padre e siano in conflitto con la madre, un conflitto che negli anni però si stempera nel momento in cui ci si riconosce nella donna che ci ha messo al mondo. Ogni figlia è sua madre, per quanto possiamo rinnegarla e non accettarla.

Mi sono bevuta le parole che la Ernaux ha depositato tra le pagine, le ho sorseggiate sentendo spesso che avrebbero potuto essere mie, le stesse che avrei potuto rivolgere e mia madre. Mi ci sono identificata, ho rivisto mia madre sovrapposta alla sua, ho udito le stesse parole, ho risentito gli stessi sentimenti, le insofferenze, l’odio e poi l’amore, la stessa voglia di andarmene, di fuggire, e la stessa nostalgia di tornare da lei.

Una scrittura, quella della Ernaux, asciutta secca, quasi chirurgica nelle sue affermazioni; frasi che potrebbero essere staccate le une dalle altre e che avrebbero comunque senso, ma che ne hanno di più messe una dietro l’altra nella cronologia di una vita di donna forte, decisa, determinata a dare alla figlia ciò che lei non aveva potuto avere.

Non mi vergogno a dire che ho pianto leggendo le ultime pagine del libro quando la madre diventa sempre più indifesa e bambina, quando la figlia stessa non riesce più a riconoscerla, e si trova costretta a trasferirla in una ambiente più adatto alla sua malattia.

Ospedale, casa di riposo, lungo degenza, hospice, sono questi i luoghi che ci aspettano, luoghi che accolgono chi non può più vivere con i propri cari, luoghi che oggi sono sempre più invalicabili e solitari dopo il Covid.

Ma sto divagando, la donna raccontata dalla Ernaux è stata fortunata, anche se inconsapevole ha avuto chi la accudiva, andava da lei e la ascoltava, ha avuto chi la accarezzava sul volto sdentato.

Invidio la Ernaux, che ha potuto stare tanto tempo con la donna che l’ha messa al mondo, che l’ha vista invecchiare e ha goduto di lei fino alla fine, io non ho avuto questo privilegio, mia madre se ne è andata troppo presto, ma sento spesso nei sogni la donna, quella donna, che mi faceva impazzire con le sue raccomandazioni, i suoi consigli non richiesti, le parole insopportabili, ma anche l’amore che provo ancora per lei. Quello stesso amore che ha spinto una figlia, con un grande talento per la scrittura a descrivercela e farcela conoscere, a mettercela davanti, nella sua semplicità di donna.

Grazie Annie di avere scritto un libro così bello e intenso.

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