La poesia al femminile tra Ottocento e Novecento

Di Massimo Acciai Baggiani

La questione della poesia femminile è ampia ed affrontata in molti libri; questo contributo di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo è il primo che leggo sull’argomento e devo dire che mi ha aperto un mondo. Il libro parte da Emily Dickinson non perché non vi siano state poetesse prima (basti pensare all’immortale Saffo) ma perché è dall’Ottocento che la scrittura al femminile acquista sempre più importanza fino a raggiungere la parità con quella al maschile. Gli autori del saggio antologico spaziano nella letteratura mondiale, dall’America alla vecchia Europa, al Medioriente, fino ad arrivare al presente secolo e a poetesse ancora viventi. I versi antologizzati, talvolta accompagnati dalla versione in lingua originaria (lo spagnolo e il francese), appartengono a nomi molto noti nell’ambiente quali Ida Vitale, Anna Achmaova, Agota Kristof, Julia Hartwig e molti altri. “Mille culture” (come titola l’intervento di Rosalba De Cesare) che si incontrano e colorano la Poesia, un patrimonio prezioso che scopriamo insieme alle biografie delle autrici, dalle vite spesso brevi e travagliate. Un libro che consiglio ad un pubblico maschile e femminile, per conoscere l’altra metà della letteratura troppo a lungo ignorata.

Firenze, 4 agosto 2022

Bibliografia

De Cesare R. e Pompeo L., La poesia delle donne, Left, 2022.

WEN – FOLLIA – L’Istituto – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

«È anche una sorta di esperimento sociale» gli aveva detto Antonio qualche giorno prima, quando gli aveva parlato per la prima volta dell’Istituto.

«Mah, non saprei, è tutto così misterioso… stiamo parlando del manicomio dei personaggi letterari, giusto?» aveva ribattuto, scuotendo la testa.

«Non chiamarlo “manicomio”, è una casa di riposo per persone benestanti come noi, dove gli ospiti possono vivere una vita soddisfacente lontani dalle pene del mondo. Sono felici, te lo posso assicurare. Un amico di mio cugino ci ha messo suo figlio, che crede di essere Dorian Gray, e si è trovato benissimo. Passa le giornate conversando con altri ospiti che si credono personaggi della stessa epoca storica – Anna Karenina, Sherlock Holmes, eccetera – in allegra conversazione, prendendo il tè, leggendo e praticando i passatempi adeguati al diciannovesimo secolo.»

«Ovviamente non hanno un “altro” Dorian Gray…»

«Ovviamente. Quel posto è già stato preso.»

«E se se ne presentasse un altro?»

«Lo rifiuterebbero. La coerenza prima di tutto, questa è la regola dell’Istituto. Naturalmente i dottori sono tutti laureati in letterature comparate e hanno consulenti esperti in storia e letteratura mondiale. Basterebbe poco per infrangere quella fragile illusione…»

«Mi pare un po’ difficile da gestire.»

«Sono dei professionisti, e dove c’è da mettere qualche pezza ci pensa l’ipnosi.»

«Non credo che mio fratello sia ipnotizzabile. Da quando ha avuto quell’incidente a cavallo e si è convinto di essere il Capitano Nemo…»

«Non ti devi preoccupare, ti dico. La settimana prossima posso accompagnarti a visitare l’Istituto. Sono curioso anch’io di vedere come funziona in pratica.»

«Quindi ogni padiglione ricostruisce una precisa epoca storica… deve essere molto grande!»

«Enorme direi! Una vera e propria città, moderna all’esterno e antica all’interno, come un gigantesco set cinematografico. Alcuni padiglioni sono arredati in modo futuribile, per accogliere i personaggi di Asimov o di Philip Dick.»

Giulio sorseggiò il suo tè al limone, pensieroso, quindi posò la tazzina sul tavolino, sotto al gazebo, e guardò intensamente il suo interlocutore.

«Sempre un manicomio è: gli ospiti non si possono muovere liberamente tra i vari padiglioni, tantomeno uscire dall’Istituto.»

«Certo, sarebbe uno shock: immagina di uscire dal tuo solito percorso e trovarti in un’epoca futura, o passata. L’unico che può visitare più padiglioni è il Viaggiatore del Tempo wellsiano, per ovvi motivi, senza contare i vari viaggiatori del tempo epigoni; ma solo quelli letterari, quindi non troverai un Marty McFly o un dottor Brown.»

«Immagino quindi che quando andrei a trovare Ilario dovrei vestirmi come un damerino vittoriano.»

«O come un dandy, un tipetto elegante». Antonio scoppiò in una risata che smorsò la tensione accumulata. Non era suo interesse convincere l’amico, che in fondo compativa per la disgrazia che aveva avuto in famiglia, ma era animato da affetto sincero e volontà di essere d’aiuto.

«Allora, non sei curioso anche te? Non desideri vedere com’è organizzato l’Istituto? Alla peggio avrai buttato un paio d’ore; parlare col Direttore sarà molto istruttivo e assolutamente senza impegno.»

Giulio buttò giù in un sorso il resto del tè, ormai tiepido.

«Mi hai convinto, quando sei libero la prossima settimana?»

Ci siamo accordati con Antonio per questa mattina per andare insieme a fare visita a mio fratello in quell’Istituto, che a me continua a sembrare una sorta di manicomio “specializzato”. Staremo a vedere.

Siamo così arrivati all’ingresso. L’uscere, vestito da dottore, o così mi sembra, ci chiede se lo devono cercare loro, mio fratello, o se preferiamo andare da soli nella direzione del padiglione del Capitano Nemo.

«Noi vi consigliamo di avviarvi da soli. E’ l’occasione di visitare un luogo non comune», ci dice accentuando queste ultime parole, quasi a fare riferimento al luogo “letterario”.

Fatte poche decine di metri ci imbattiamo prima di tutto nel padiglione del nipote dell’amico di Antonio, quello di Dorian Gray e di Anna Karenina, per intenderci. Ci sono un paio di dottori che ci accolgono con dei gran sorrisi e ci informano sulle condizioni di salute del giovane che cerchiamo, come fossero dei medici veri e non dei letterati in grado di corrispondere a ogni eventuale richiesta o confronto da parte dei personaggi immaginari. «Vedrà che il nipote del suo amico si trova benissimo con noi… non gli facciamo mancare niente, neppure la compagnia di altri personaggi del suo tempo». Noi ammicchiamo e ci sorprendiamo a vedere l’impressionante somiglianza tra la faccia del giovane e quella che abbiamo visto illustrata tante volte sulle copertine del libro di Oscar Wilde. E la faccia presenta delle gote lucidissime a significare che per lui il tempo non trascorreva mai. «Chissà se da qualche parte conserva il ritratto con la sua faccia che viene attaccata dal tempo», mi sorprendo a dire all’amico che mi accompagna. Ma la cosa che ci meraviglia ancora di più è la donna che conversava con lui e che, non ci voleva tanta fantasia, aveva una faccia e una fisicità in tutto simili a quella di Anna Karenina stampata sul libro di Tolstoj. Per non parlare del bellissimo vestito a colori sgargianti e ben stretto in vita a valorizzare ancora di più la perfetta linea di quella giovane signora. Il personale di sorveglianza ci guarda con un sorrisino sulla faccia che pare dirci «visto che somiglianza, eh?»

Noi preferiamo tirare diritto, sempre in direzione del padiglione di Capitano Nemo e compagni. Fatti pochi metri ci troviamo di fronte ad un nuovo, grandioso edificio dove ci sembra di scorgere una faccia che abbiamo già visto al cinema. Ci avviciniamo e ci accorgiamo che quell’uomo sta continuamente declamando la stessa frase: «Ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare…». Allora ci accorgiamo che è lui, il cacciatore di androidi di Philip K. Dick e che il geniale Ridley Scott ha portato sullo schermo da par suo. Avvicinandoci ancora, ci accorgiamo che colui che sta ascoltando il sermone è uno che assomiglia in tutto e per tutto al dottor Bowman di “2.001 Odissea nello spazio”, il quale, forse, vorrebbe raccontare anche la sua di storia, della battaglia fra la macchina/computer e l’uomo cui è costretto a far fronte. Ma l’altro continua nella sua tiritera come un forsennato e non fa parlare nessuno.

Decidiamo di tirare diritto e, soprattutto, di cominciare a cercare Ilario, mio fratello.

Ci guardiamo intorno per cercare qualcuno del personale cui chiedere dove lo possiamo trovare, ma sembra che i ”medici” e gli “infermieri” si siano tutti volatilizzati. Non solo, ma poco più avanti scorgiamo un capannone dove non sembra esserci nessuno dei pittoreschi personaggi del luogo.

Finalmente vediamo un camice bianco più avanti. Ci affrettiamo per raggiungerlo e più ci avviciniamo più sono sorpreso. Ora che sono quasi in presenza non ho più dubbi: si tratta proprio di Ilario, vestito da dottore dell’Istituto.

«Che ci fai con questo camice addosso?», mi viene immediatamente di chiedergli.

«Come che ci faccio?», mi risponde con due occhi apertissimi mio fratello.

«Ho superato tutte le prove e adesso tocca a me fare il dottore. Vedrai tra poco, quando arriverà il mio medico vestito da Capitan Nemo! Sono giorni e giorni che mi sta facendo la corte! Non vedeva l’ora di prendere il mio posto! Siete fortunati a venire di Domenica! E’ il giorno in cui, chi supera l’esame passa alla funzione di infermiere o di medico e gli altri, secondo i personaggi che si liberano, subentrano loro. Se avete un po’ di pazienza lo potrete vedere anche in questa parte dell’istituto il cambio dei personaggi. Anzi, fermatevi e guardate come si comporta il nuovo Capitan Nemo. Non riuscirà mai a interpretarlo come ho fatto io finora! Aspettate e vedrete!»

Io e Antonio ci guardiamo negli occhi e cominciamo a incamminarci verso l’uscita.

Ci basta quello che abbiamo visto!

WEN – FOLLIA – Manicomio Pirandello – Luigi De Rosa

«Ne sei sicuro?» chiese il contadino Batà.
«Assolutamente. Me l’ha detto l’impiegato uscito fuori di testa che hanno portato due giorni fa. Appena mi ha visto mi ha indicato e ha detto “Tu sei uno di loro”» disse l’imperatore.
«E io cosa c’entro?»
Enrico IV si strofinò le mani e poi fissò il suo interlocutore dritto negli occhi. «Il piano è che tu crei il diversivo della nostra fuga. Quando avrai uno dei tuoi attacchi… quando avrai… come si chiama?»
«Male di Luna»
«Ecco… quando avrai il Male di Luna tu attirerai verso di te tutti i medici permettendo a me e agli altri la fuga»
«E quindi ti aspetti che io me ne resti qui a marcire? Se vuoi scappare vengo con te»
«Infatti anche tu scapperai. Vedi, una volta che avrai attirato l’attenzione su di te non dovrai fare altro che mettere tutti quanti fuori gioco e poi ci seguirai>
«La fai facile. E dove scapperesti una volta uscito da qui?»
«Non dove. Da chi»
Il contadino non sembrava capire.
«L’uomo responsabile di tutto questo. L’uomo che ci ha fatto finire in questo posto»
«È stata mia moglie a farmi ricoverare qui perché non voleva essere sposata con uno come me»
«Sì, ma chi le ha messo in testa quest’idea? Te lo dico io. L’Autore. La persona che ha creato le nostre vite mettendole su carta»
Batà fece una faccia rassegnata. Sapeva che un uomo che si vestiva come un sovrano del passato potesse essere pazzo, ma quando l’uomo gli aveva detto che in realtà fingeva per non essere incriminato di tentato omicidio aveva pensato di non essere l’unico sano di mente chiuso in quel sanatorio. Ma ora quello stesso tizio gli stava dicendo che le loro vite erano state scritte. Aveva sentito discorsi simili in chiesa, ma Enrico IV voleva incontrare di persona questo autore, come se fosse un uomo in carne e ossa, e non l’Onnipotente. Era sicuramente un folle.
L’imperatore sembrava aver intuito i pensieri del siciliano, perché interruppe il silenzio. «Ascolta, quel ragioniere, Belluca, quello internato per aver parlato di “un treno che fischiava” ha detto che il nostro autore ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura e che partirà per il Nord Europa a breve. Mi ha detto di averlo visto in una sua visione. È la nostra unica possibilità per mettere di nuovo in sesto le nostre vite»
«E chi ti seguirebbe? Oltre al tizio del treno?»
«Verrebbero con noi anche Vitangelo Mostarda, lo schizofrenico che dice di essere “Uno, nessuno e centomila”, e il cinematografaro, Serafino Gubbio, quello che è finito sui giornali per aver ucciso l’attrice russa e che poi è sopravvissuto all’attacco della tigre. Non si era più ripreso, ma quando gli ho raccontato la storia che mi ha riferito Belluca è sembrato tornare un po’ in sé»
«E come faremo a raggiungere questo “Autore”? Se fuggiamo ci metteranno le guardie e i militari addosso»
«Un falsario di nome Mattia Pascal ci procurerà dei documenti falsi che ci permetteranno di girare liberamente per il Regno. Ci resta solo sapere quando potremo scappare. Quando ci sarà la prossima luna piena?»
«Tra due settimane. Non è una cosa piacevole, Enrico. Potrei fare del male a qualcuno»
«E non pensi al male che l’Autore ha fatto a noi? Ci ha fatto vivere delle vite per poi togliercele e renderle leggibili per i suoi lettori. Non è giusto. Dobbiamo riprenderci il nostro destino»
Due medici lì accanto si guardarono e sorrisero.
«Forse dovremmo smettere di far leggere ai pazienti i testi di Pirandello. L’esperimento sta avendo una svolta drammatica, troppo pirandelliana»
«Peccato. Speravo che leggere libri sulla follia e sull’identità li avrebbe aiutati»

WEN – SCHIZOFRENIA – La voce della coscienza – Luigi De Rosa

Perché non dovrei farlo?
Perché è sbagliato
Dimmi cosa lo rende sbagliato
Colpire un qualsiasi essere vivente senza alcun motivo ma solo per divertimento è sbagliato
Ma come faccio a capire che è sbagliato se non lo faccio?
Perché se colpisci, rischi di ferire o di uccidere. E questo è sbagliato. Una cosa a cui dovresti arrivare anche da solo
Ma io sono da solo
Ah davvero? Allora con chi stai parlando? Guardati intorno amico. Non c’è nessuno qui.
E tu chi sei allora?
Sono la parte di te stesso che non vuole compiere il gesto che hai in mente
E perché non vorrei compierla?
Perché anche se i tuoi familiari ti hanno chiuso in questo posto isolato e pieno di persone in camice bianco che ti riempiono di medicine, tu non vuoi fare del male a nessuno. Nemmeno al povero grillo che tieni stretto nella mano
Fa’ un sacco di chiasso. Io sono stufo di sentire rumori. Mi rimbombano nella testa
Ti hanno chiuso qui dentro perché senti voci nella tua testa, ma stai sentendo me in questo momento perché non vuoi veramente uccidere questo povero grillo. Lascialo andare e sarai libero dal rumore.
(il grillo viene liberato e saltella via)
Ecco. L’ho liberato! Contento adesso?
……………..
Eri l’unico con cui potevo parlare. Adesso non ho nemmeno più te



Il cuore verde: un romanzo sull’esperanto e sui sentimenti

Di Massimo Acciai Baggiani

Quello di Julio Baghy (1891-1967) è un romanzo semplice ma profondo. Un “romanzetto” (così lo definisce l’autore) ambientato all’indomani della prima guerra mondiale, in Siberia, dove molti prigionieri di guerra attendono di poter rimpatriare. Intanto studiano l’esperanto e scoprono un mondo nuovo, fatto di “comprensione umana”, cultura, amicizia e amore. Il cuore verde (La verda koro) esce nel 1937 ma è sempre attuale, soprattutto in questi tempi in cui la Russia è di nuovo coinvolta in una guerra spietata, stavolta dalla parte dell’oppressore. Cent’anni fa i sentimenti umani erano gli stessi di oggi: nostalgia di casa, sradicamento, speranze in un mondo migliore, senso di solidarietà con i compagni di sventura e… l’amore. I personaggi amano moltissimo, timidamente ma intensamente, romanticamente e castamente. Molti ostacoli si frappongono alle loro relazioni; ostacoli che oggi chiameremmo interculturali, e la consapevolezza di un futuro addio che viene dalle navi incaricate di rimpatriare gli ex prigionieri.

Tutto inizia in una spartana aula improvvisata nella Casa del Popolo di una cittadina siberiana, Nikolsk, dove pochi “samideani[1]” seguono le lezioni di esperanto di Paolo Nadai, un soldato ungherese. Tra di essi spiccano le figure di Iĉio Pang, un ragazzo cinese dall’animo poetico, e sua sorella Sulfloro (“Girasole”) innamorata di un soldato americano a cui dovrà poi dire addio. Notevoli anche gli altri personaggi: la giovane Marja, che deve occuparsi della madre malata e dei quattro fratellini e sorelline, l’impiegato postale Kuratov, con la sua commovente vicenda umana che lo ha avvicinato alla lingua internazionale, e molti altri verso cui non possiamo non provare simpatia e sincero affetto, tanto più che, come scopriamo nella postfazione dell’autore, si tratta di storie vere.

Ho scoperto quest’opera durante un festival esperantista: era sul tavolo della libreria che presidiavo nel mio turno, nell’edizione curata nel 1978 dall’Istituto Italiano di Esperanto, cattedra di Verona. L’ho preso in mano, l’ho sfogliato e subito me ne sono innamorato, decidendo lì per lì di acquistarlo e poi di tradurlo in italiano (spero appaia presto in volume). Penso che possa interessare anche un pubblico non esperantofono, anche se è pensato principalmente per i principianti di esperanto, con capitoli graduati che introducono via via varie nozioni grammaticali sempre più complesse: al di là dell’uso pedagogico rimane comunque un bel romanzo, con una storia che va al di là delle differenze nazionali e culturali, perché siamo tutti esseri umani e il cuore, verde o di altro colore, è sempre lo stesso.

Firenze, 27 maggio 2022

Bibliografia

Baghy J., La verda koro, Verona, Itala Esperanto Instituto, 1978.


[1] Samideano significa “compagno esperantista”, letteralmente “colui che ha la stessa idea”.

WEN – OSSESSIONE – Il nemico viene sempre da Occidente – Luigi De Rosa

Durante il Periodo delle Torbidi, l’esercito polacco era riuscito ad arrivare fino a Mosca.
Napoleone, Imperatore dei francesi, aveva utilizzato la sua Grande Armata, composta da soldati provenienti da tutti i territori conquistati, per attaccare la Russia ed era riuscito ad arrivare, anche se trovandola completamente bruciata, a Mosca.
Nel 1918, con il Trattato di Brest-Livovsk, la Germania era riuscita ad imporre al governo russo di cedere quasi tutti i territori della parte europea dell’impero zarista, e nel 1942, con l’Operazione Barbarossa, aveva violato il Patto di Non Aggressione stretto con l’Unione Sovietica arrivando a poche decine di km da Mosca.
Tra il 1989 e il 1991 con il crollo del Blocco Sovietico la Russia aveva perso ulteriori territori, inclusa l’Ucraina, culla dell’impero russo.
Il nemico era sempre giunto da Ovest.
L’Occidente era riuscito a sottrarre in un modo o nell’altro territori alla Russia, e così facendo il più grande paese del mondo, che un tempo confinava con la Germania e l’Austria ed aveva i suoi confini nel cuore dell’Europa, si era ritrovato relegato in “periferia”.
Ma all’Occidente questo non bastava. Voleva anche usare l’Ucraina, dove i russi avevano visto la loro nascita, come base contro Mosca.
Era inaccettabile. E lui, Igor Pavlovich, l’avrebbe impedito.
Aveva ascoltato per giorni il suo amato Presidente parlare di come i fratelli ucraini fossero sottomessi ad un governo fantoccio di matrice nazista e che andavano liberati. I tedeschi, che avevano cercato di sottrarre l’Ucraina alla Russia sia ai tempi della Grande Guerra e poi della Grande Guerra Patriottica, erano però riusciti a piantare in quel fertile paese il seme del nazismo, che ora lavorava con gli Americani, i più occidentali dei nemici, per accerchiare la Russia.
Lui, Igor Pavlovich, avrebbe aiutato il Presidente a liberare gli Ucraini dal dominio dei nazisti.
Lui avrebbe aiutato il suo leader a fare di nuovo grande la Russia. La sua patria aveva bisogno di lui.

WEN – OSSESSIONE – Ossessione – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Il giornalista ascoltava la ragazza visibilmente in imbarazzo, senza il coraggio di guardarla negli occhi per non leggervi i segni della follia. D’altronde quello che se stava raccontando era già folle, senza ombra di dubbio.

«Dunque» disse l’uomo quando il fiume di parole che lo aveva investito era diventato un rivolo e poi si era asciugato del tutto «Mi faccia riassumere la situazione: lei dice che ogni notte viene visitata da… insomma da…»

«Alieni» ripeté la ragazza, che a quanto pare non aveva paura a usare le parole «esseri di altri mondi.»

«Alieni, già… e questi alieni fanno l’amore con lei, tutte le notti, contro la sua volontà…»

«All’inizio era un vero e proprio stupro» disse lei ricominciando a piangere «mio dio che paura ho avuto, che mi facessero del male, che mi friggessero il cervello con qualche sonda, che mi vivisezionassero lì in camera mia, che mi costringessero a fare cose indicibili… ma volevano solo fare sesso con me: lo fanno proprio come noi, anche se il loro “coso” è diverso da quello degli uomini, per forma e colore. Eppure in qualche modo è stato possibile.»

«Ma come erano questi alieni? Somigliavano ai Grigi, ai Rettiliani o ai Nordici?»

«A nessuno di questi. Mi sono documentata sa? Ho letto molti libri sui cosiddetti incontri ravvicinati. Immagino ci siano tante razze nell’universo, è così grande, ci sono così tanti pianeti… ma quelli che sono venuti da me non assomigliano a ET o a quegli omini con la testa enorme, anzi non sono nemmeno umanoidi. Non hanno una testa, delle braccia e delle gambe. Sono più simili a un blob verde, fluido, semiliquido… disgustoso.»

«Dunque sono lontanissimi non solo dall’uomo, ma anche dalle altre specie terrestri; non assomigliano a nessuna forma di vita conosciuta…»

La ragazza si fece pensierosa.

«Forse un po’ alle amebe, ma grandi più di un uomo. Riuscivano però a passare da sotto la porta e dalle serrature, come se fossero liquidi. Era del tutto inutile chiudermi a chiave, quindi alla fine ci ho rinunciato.»

«Mi ripeta, quando sono iniziate queste visite?»

«Sei mesi fa; saranno sei mesi precisi il prossimo mercoledì.»

«C’è una cosa che proprio non mi torna, mi scusi: se sono così diversi da noi, perché desideravano accoppiarsi con lei? E soprattutto: come hanno fatto a metterla incinta?»

La ragazza si accigliò, asciugandosi le lacrime a un fazzoletto di carta.

«Lei non crede a una sola parola di quanto le ho raccontato finora, vero?»

«Non ho detto…»

«Eppure è tutto vero, com’è vero che temo il rapimento di mio figlio, quando sarà il momento del parto. Lo porteranno nella loro astronave, non so cosa vogliano fargli, vorranno probabilmente studiarlo come una cavia. È troppo orribile! No, non voglio pensarci. Non so come sarà mio figlio, neanche se sarà umanoide, ma non voglio lasciarlo a degli esseri così…»

«Così…?»

«Così schifosi!», urlò quasi la ragazza, ricominciando a piangere. Il giornalista del quotidiano locale si rese conto che c’era qualcosa di terribile in quelle parole, di folle soprattutto. Così, si limitò a prendere nota delle cose che quella poveretta gli aveva detto e la lasciò andare. Lei, attorniata a questo punto da uno stuolo di rappresentanti della comunicazione (s’erano affrettati perfino i ragazzi dei vari blog cittadini specializzati in “senzazionalismo” (come recitavano alcune delle testate che li rilanciavamo sia su facebook che su twitter e tik tok), riuscì a malapena a farsi largo e abbandonare quella saletta troppo stretta e anche un po’ pericolosa in tempo di Covid. Ma non fece in tempo a soffermarsi un attimo nel corridoio che l’avrebbe portata all’uscita dalla sala stampa dell’ordine dei giornalisti, che fu fermata da uno di quei giovani di un blog rivolto ai più giovani, agli adolescenti in particolare. La faccia di lei e lo sguardo erano tuttora quelli di chi è invaso da una specie di messaggio subliminale, di un folle, insomma. «La prego», le si rivolge il giovane del blog, indirizzando la telecamerina del suo cellulare verso la faccia di lei, «ripeta alcune delle cose che ha detto in sala stampa, anche per noi giovani. Non immagina la curiosità che sta circolando nelle scuole, negli ambienti sportivi giovanili, su questa faccenda del sesso con gli alieni…». Il ragazzo riuscì a trattenere la risata che gli sarebbe salita spontanea sulla bocca al solo pronunciare quella frase. Ma fu fortunato. La ragazza lo guardò come in trance, e ripetè pari pari quello che poco prima aveva detto al più quotato giornalista, ben conosciuto nell’ambiente cittadino. Il ragazzo stette attento a non sbagliare la ripresa di tutto il fisico di quella ragazza, abbastanza in carne e sufficientemente formosa per suscitare gli appetiti dei suoi coetanei. Perfino la pancetta, che ormai si notava a tendere la stoffa della minigonna piuttosto audace che indossava, rendeva ancora più intrigante l’effetto che quella ripresa doveva produrre sui suoi abituali visitatori.

A questo punto la ragazza, convinta di avere seminato quei petulanti personaggi che, in forme diverse, sembravano reinventare la figura di altri tempi del “paparazzo”, imboccò con decisione il portoncino che la portava fuori da quella ressa in cui, incautamente, si era fatta rinchiudere.

Ma non fece che pochi passi che fu fermata da un paio di persone, un uomo e una donna, che si qualificarono come i rappresentanti della radio locale più seguita in città, i quali non intendevano farsi sfuggire l’occasione di far sentire la voce della “ragazza del sesso con gli alieni”, come ormai cominciavano a chiamarla. Lei, ancora presa dal sacro furore che l’aveva portata a raccontare in quella forma esplicita ciò che, da alcuni mesi le capitava ogni notte, disse loro chiaramente che non ne poteva più di ripetere quelle cose. Li guardò con una faccia che alla donna sembrò davvero strana e ossessionata da quella storia di sesso “alieno”. «Possibile che questa pensi di raccontarci che fa sesso con questi strani esseri ogni notte da più di sei mesi? O è matta, o ci prende per i fondelli», pensò tra sé, senza tuttavia azzardarsi a pronunciare un discorso del genere. La cosa era ormai montata in città e il mestiere imponeva di fare ascoltare dal vivo la voce di questa strana protagonista. «Non ci deluda, signorina», fu quello che disse, squadrandola meglio da vicino e provando perfino un po’ di invidia per un fisico niente male di quella mezza pazza. Ancora una volta la ragazza tentò di sottrarsi all’altoparlante che già le stavano sottoponendo e alle domande con cui la incalzavano. Lei stava muta e respingeva, come poteva, le richieste di parlare. E tentò di incamminarsi per la sua strada. Il giornalista, che aveva sudato le classiche sette camicie per portare la radio ai massimi ascolti in città, non intendeva certo farsi snobbare dalle riprese sui social di quei ragazzini che l’avevano intervistata. Così buttò giù l’ultima carta. «Signorina, se fa un bel racconto come poco fa anche per noi, le possiamo dare almeno cento euro per il suo disturbo». La ragazza lo guardò come avrebbe potuto fare una nobildonna offesa da una offerta in denaro. Ma il giornalista non si fece intimorire e raddoppiò l’offerta fino a duecento euro. Quando, non scoraggiato dallo sguardo allucinato della ragazza, le offrì quattrocento euro e tirò fuori, aiutato dalla collega, le monete promesse, ottenne anche lui il suo bel racconto, condito dei particolari già dichiarati sul “coso” degli alieni e quant’altro su quello che succedeva ogni notte nella sua camera.

Convinta di aver esaudito il desiderio di notizie di tutti, la ragazza si avviò finalmente a imboccare la strada di casa. Ma si illudeva. La tv locale, che aveva speso fior di centinaia di migliaia di euro per costruire il più bello e tempestivo dei notiziari cittadini e non solo, non intendeva per nessuna ragione farsi sfuggire l’occasione di far parlare quella che quel giorno era l’autentica protagonista della cronaca locale. La ragazza fu rincorsa da una vera e propria troupe che la circondò e la costrinse ad aspettare la famosa giornalista addetta alle cronache più vivaci e piccanti sui fatti cittadini. Istruita dal giornalista della radio, non mise tempo in mezzo, anche perché tra non molto doveva montare il servizio per l’edizione della sera, e offrì cinquecento euro alla ragazza per l’intervista e il racconto di prassi. A settecento la ragazza cominciò a rispondere alle domande, con particolari («quando riescono a penetrarmi, la materia del “coso” tende a consolidarsi come quello degli umani»), che non aveva dichiarato a nessuno degli intervistatori precedenti. La giornalista avrebbe emesso gridolini di gioia, se non fosse stato sconveniente per la serietà del servizio.

Ora era finito sul serio quel vero e proprio assedio. Affrettò il passo verso casa e si meravigliò lei stessa che più nessuno la stesse seguendo.

Quando finalmente aprì il portone del palazzo di casa sua, trovò ad aspettarla una signora, che già altre volte aveva avuto modo di lamentarsi con lei.

«Io non voglio certo dirle come deve comportarsi, signorina», attaccò appena furono vicine, «le chiedo solo di pregare quegli energumeni che tutte le notti entrano nel suo appartamento di fare…quello che fate, con un po’ di discrezione, senza tutti quei mugolii e quei sospiri ad alto volume che sveglierebbero perfino un morto…la prego signorina. La sua è una vera e propria ossessione. Qualche volta, per piacere, resista e ci lasci una sera in pace!»

Vista l’ora, la ragazza sembrava solo avere fretta di rientrare in casa per mangiare qualcosa e prepararsi per la serata che l’aspettava. Così tirò fuori un paio dei biglietti da cento euro che aveva riscosso dai giornalisti e li allungò a quella signora.

«Ognuno ha l’ossessione che si ritrova, signora. Se ne faccia venire una anche lei!» E si incamminò verso il piano superiore, a casa sua, nel più assoluto silenzio.

L’esperanto e le 30 ore d’oro

È in rete la prima lezione del corso per l’insegnamento della lingua esperanto rivolto ai docenti toscani delle scuole secondarie di secondo grado, che porta il suggestivo nome di “30 ore d’oro”. Si tratta di un’iniziativa promossa dall’Istituto Italiano di Esperanto e dall’ILEI (l’associazione internazionale degli insegnanti di esperanto) in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale.

Un’opportunità, appunto, d’oro per gli insegnanti, i quali potranno apprendere, in dieci lezioni da due ore ciascuna, questa straordinaria lingua, nata 134 anni fa e ancora attuale: il corso è finalizzato al raggiungimento rapido della padronanza di base della lingua e della sua didattica ai docenti, che potranno così tenere a loro volta un corso di trenta ore ai propri studenti, nelle scuole secondarie superiori della nostra regione, per far loro raggiungere una conoscenza di livello A2 e l’input per continuare nello studio anche al di là delle trenta ore. È bene ricordare che, vista la semplicità e la razionalità con cui è stato creato l’esperanto, un’ora dedicata all’apprendimento corrisponde a molte ore di studio di un’altra lingua.

Ma non è solo per la soddisfazione di raggiungere una padronanza dell’esperanto in breve tempo che è utile imparare la lingua internazionale, con tutti i vantaggi di parlare una lingua usata da tanti amici in tutto il mondo: vi sono ragioni che riguardano anche lo studio delle altre lingue, a cui l’esperanto non mira certo a sostituirsi ma anzi a tutelarle nel loro uso a difesa delle peculiarità locali di ogni popolo. Studiare l’esperanto aiuta ad apprendere anche le altre lingue: lo dimostrano studi specifici, raccolti tra gli altri da Alessandra Madella, vicepresidente dell’ILEI.

Il corso proposto dal Progetto è gratuito e prevede la possibilità di ottenere l’attestato di primo grado, previo superamento di un esame facoltativo presso l’Istituto Italiano di Esperanto (IIE).

Il Progetto è stato creato in preparazione del Congresso Internazionale degli Insegnanti di Esperanto che si terrà a Marina di Massa alla fine di luglio del 2023 ed è stato presentato recentemente a Parigi da Alessandra Madella per il premio Hamdan dell’Unesco dedicato ad insegnanti e progetti didattici.

Maggiori notizie e molto altro materiale, tra cui il citato studio di Alessandra Madella, si può reperire, per un approfondimento, sul sito dedicato al progetto: www.30oredoro.it.

1 – Pagina facebook “RadioAttiva Network” (https://www.facebook.com/poweredbyRAN), links dei posts relativi :
-Spot Breve: https://fb.watch/c8gfey_EX1/
-Spot Corto: https://fb.watch/c8gkoq0n7c/
-Spot Dialogato: https://fb.watch/c8gnUGPQA5/
Sulla Pagina è pubblicata inoltre come post anche la Puntata Speciale dedicata al Progetto: https://fb.watch/c8gz2QrqiR/
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WEN – VISIONI – Le allucinazioni del re – Luigi De Rosa

Teodorico cavalcava al fianco del suo re, limitandosi a stare di qualche passo indietro per lasciare Alarico alla testa dell’esercito di Visigoti.
Il primo vero re del loro popolo li aveva guidati contro il più grande impero del mondo, Roma, ed erano riusciti ad espugnarla e a saccheggiarla. Per tre giorni avevano devastato la città senza che l’Imperatore Onorio, trincerato a Ravenna con le sue galline, avesse fatto niente per scacciarli. Se n’erano andati come erano giunti: travolgendo ogni cosa sul loro cammino. E quel cammino ora li stava portando verso sud, in direzione della Sicilia. Un’intera isola piena di risorse e ricchezze da depredare.
Giunti sulla punta più estrema della penisola, Alarico ordinò all’esercito di fermarsi. Avevano marciato a lungo e ora dovevano riposarsi, soprattutto per via del peso del ricco bottino sottratto alla capitale dell’Impero.
<Manda gli uomini a tagliare legna. Voglio che le navi vengano costruite il prima possibile. Quell’isola ci attende, e non dobbiamo deluderla>
Teodoro era sul punto di dare ordini in proposito, quando udì Alarico parlare ancora una volta. <Sì ti vedo>
Teodorico si voltò. Alarico si era diretto verso la spiaggia e ora parlava da solo con i piedi immersi nell’acqua. Lontano era possibile vedere la Sicilia, così vicina ma anche così lontana per un popolo come il loro non abituato a confrontarsi con il mare.
<Avvicinala, così i miei uomini potranno raggiungerla con poche bracciate a nuoto> sentì dire al suo re, ma era da solo. Non c’erano altri uomini o donne vicino a lui.
<Alarico, mio re, con chi stai parlando?> disse Teodorico avvicinandosi alla sua posizione.
Ma Alarico si voltò di scattò e lo fulminò con lo sguardo. <Zitto! Non vedi che sto parlando con Lei?! Ci sta consegnando la Sicilia. La sta facendo avvicinare per me. Le navi non ci servono più. Gli dèi ci sono favorevoli Teodorico>
Il visigoto sbiancò. Stava succedendo di nuovo. Proprio come ad Atene.
<Alarico, l’isola è laggiù e da lì non si può spostare. Ordinerò agli uomini di abbattere tutti gli alberi della zona se necessario: con tante navi invadere la Sicilia sarà più semplice dell’assedio di Roma>
Nel sentire quelle parole, Alarico estrasse la spada e la puntò contro il suo amico. <Sei uno stupido Teodorico. Non lo vedi? L’Isola è qui davanti ora, la Maga dello Stretto ha avvicinato l’isola perché potessimo arrivarci a nuoto. Non ci servono più le navi>
Alarico puntò la spada verso il suo esercito. <Uomini! La Sicilia è a pochi passi da noi. Seguitemi, ed espugniamola come abbiamo fatto con Roma!>
E dette quelle parole il re dei Visigoti si tuffò in acqua e iniziò a nuotare in mare aperto, tra le facce stupefatte del suo esercito che stava montando l’accampamento.
Agilulfo, uno dei consiglieri di Alarico, vide Teodorico e cavalcò verso di lui.
<Che cosa sta facendo? Perché si è gettato in mare?>
<Sta succedendo di nuovo Agilulfo. Proprio come ad Atene, quando siamo riusciti ad entrare in città>
Il viso di Agilulfo da rosso per la fatica si fece bianco per la paura. <No. Non di nuovo. Chi altri ha visto questa volta?>
Teodorico alzò le braccia per poi farle ricadere lungo i fianchi. <Ha parlato di una maga delle acque che ha avvicinato la Sicilia alla nostra costa. Non capisco se si tratta anche questa di una divinità del luogo>
Teodorico e Agilulfo si guardarono rassegnati.
Anni prima, quando Alarico era in guerra con l’Impero d’Oriente, aveva assaltato la Grecia e la Macedonia, espugnando una città dopo l’altra. Solo una si era salvata dalla catastrofe: Atene.
L’antica città di Pericle e Aristotele non voleva cedere all’assedio dell’esercito visigoto, e Alarico aveva dovuto catturare la città per fame occupando il suo immenso porto, il Pireo. Ma una volta entrato in città, Teodorico aveva visto il suo re parlare al vento, spaventato e soggiogato, decisamente non il comportamento abituale di un vincitore. Inizialmente lui e Agilulfo avevano pensato che fosse rimasto affascinato dalla bellezza della città, molto diversa da quelle che avevano conquistato negli anni precedenti, ma Alarico aveva ordinato ai suoi di non saccheggiarla, dicendo che gli dèi di Atene, Minerva e Achille, gli si erano mostrati per fermarlo.
Per poco l’esercito non si era ribellato, ma Alarico aveva spostato l’attenzione dei suoi soldati scatenandosi contro altre città, come Sparta. Le persone più vicine al sovrano si erano chieste se la mente di Alarico, provata dalle numerose battaglie e da marcie forzate continue, non avesse avuto un cedimento. Ed era quello che Teodorico e Agilulfo stavano pensando in quel momento.
<Soldati, raggiungete il re e riportatelo a riva. Subito!> urlò Agilulfo verso l’accampamento. Ma mentre alcuni soldati si erano gettati verso la riva del mare, Teodorico notò che la figura del re era scomparsa.
<Non c’è più. Il re è scomparso! Dov’è il re?>


Il professore si era accorto che uno dei suoi studenti aveva alzato la mano. <Sì?>
<Professore, lei quindi ci sta dicendo che il re barbaro che sarebbe morto a causa dell’illusione ottica nota come “Fata Morgana” sarebbe Alarico, il Re dei Visigoti che saccheggiò Roma nel 410?>
Il professore sorrise e incrociò le braccia. <E’ una possibilità>
<Ma è storicamente accertato che Alarico morì più a nord dello Stretto di Messina. Presso Cosenza, dopo che una tempesta aveva distrutto le navi con cui voleva invadere la Sicilia>
<Ed è qui che ti devo fermare. Secondo lo storico cristiano Orosio ci fu una tempesta, mentre per l’autore pagano Olimpiodoro Alarico fu fermato da una statua. Noi non sappiamo precisamente perché Alarico si diresse a nord, e non sappiamo nemmeno perché è morto in quanto l’unica cosa che ci è stata riportata è che il re visigoto morì improvvisamente per una malattia non specificata, e che molti schiavi furono uccisi dopo la sua morte per nascondere il luogo della sepoltura>
<Quindi la sua teoria è che Alarico era affetto da allucinazioni, le quali lo avrebbero fermato ad Atene e reso vulnerabile all’inganno della Fata Morgana, che lo avrebbe portato a morire annegato nelle acque dello Stretto di Messina, e che tutta la tradizione successiva sarebbe solo una copertura?>
Il professore sorrise. <E’ qui che ti volevo. Si tratta solo di una teoria, che tuttavia dovrebbe insegnarvi molte cose>
<Tipo?>
<Per esempio che le malattie che colpiscono il cervello esistono da molto prima che fossero diagnosticate. Oppure di non credere a tutto quello che viene riportato, ma di indagare più a fondo per scoprire la verità. O ancora, questa storia può insegnarvi ad avere un po’ di immaginazione. A voi la scelta>

WEN – VISIONI – Il Visionario – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Lo chiamavamo “il Visionario” per via delle visioni che diceva di avere. Non molto originale da parte nostra, d’accordo, invece le sue visioni lo erano eccome originali! Il vero nome lo avevamo a poco a poco dimenticato, giù al circolo; ormai per tutti quelli che lo conoscevano era semplicemente il Visionario. Non ricordiamo quando iniziò di preciso: un giorno di qualche anno fa si imbambolò durante un’accesa discussione calcistica e rimase in stato di trance per quasi dieci minuti, durante i quali ci preoccupammo non poco. Quando si riprese farfugliò qualcosa riguardo a un mostro del futuro che non avrebbe immaginato neanche Lovecraft. Ce lo descrisse nei minimi dettagli, come se lo avesse visto davvero, compreso sentire l’odore non proprio invitante. Il mostro sarebbe vissuto sulla terra tra qualche millennio o milione di anni, dopo la scomparsa del genere umano; o forse le sue forme grottesche vagamente umanoidi facevano sospettare una discendenza che la ragione rifiutava.

«È un mondo morente» ci diceva, con le mani tremanti appoggiate al tavolo «illuminato da un sole rosso, smorto, sanguinoso.» Dopodiché buttò giù in un sorso lo spritz e fu incapace di continuare, troppo spaventato.

Da allora le visioni arrivano un paio di volte al mese, sempre al circolo, e riguardavano cose di un futuro, o di un passato, mostruosamente lontani e inconcepibili. Visioni di morte, di deformità, di guerre tra esseri demoniaci, di paesaggi alieni che pure appartenevano al nostro mondo – lo testimoniava la luna, presente in molte visioni, che era la stessa che conoscevamo, ora più grande, ora più piccola.

Il nostro amico non era più lo stesso: il suo carattere un tempo gioviale e pronto alla battuta era diventato chiuso e malinconico, a tratti scontroso. Lo prendevamo in giro perché eravamo a nostra volta spaventati da quelle visioni, ma gli volevamo bene, era uno di noi fin da ragazzo: il nostro era un modo per esorcizzare questa paura, e lui se ne rendeva conto ma non ci risparmiava i suoi racconti.

«Silenzio…silenzio! Forse qualcuno sono riuscito a prenderlo…qualcuno dei primi decenni degli anni duemila… un migliaio di anni prima che tutto accadesse». Andreas si guardò intorno. Erano rimasti poco più di un paio di dozzine di umani, riparati dalla grande mutazione radiale in quel minuscolo atollo, sperso negli oceani che si erano ricomposti a casaccio a seguito di quegli incredibili avvenimenti. La prima che accorse a quel richiamo fu lei, A’mina, la sua compagna di avventure da più di un paio di centinaia di anni. Anche lei, come lui, ormai vicina al termine degli effetti di rallentamento dell’invecchiamento organico che la scarsa attrezzatura che erano riusciti a salvare aveva finora loro garantito. Ma naturalmente si fecero sotto anche gli altri, scettici sulla reale possibilità che l’esperimento di Andreas potesse andare a buon fine.

Fu il giovane quindicenne Vichy, nato dopo la grande catastrofe, a chiedere spiegazioni su cosa faceva e con quale strumento.

«Vedi questo meccanismo, simile a quegli antiquati iPad di cui avrai sentito parlare. Ebbene, attraverso questi gingilli eravamo riusciti a far transitare flussi di concetti, che si traducevano in visioni vere e proprie, capaci di trapassare una quantità determinata di anni. In sostanza servivano, nel nostro mondo, per diffondere conoscenza a larghissimo raggio spaziale e temporale dopo che le classiche forme di apprendimento tradizionale erano ormai diventate obsolete rispetto alla tecnologia. Naturalmente occorrevano brevi periodi di addestramento verso coloro (talvolta anche decine di milioni di esseri umani) cui si rivolgevano». Il giovane sembrava più scettico che convinto. «E ora a chi pensi di rivolgerti?», domandò, consapevole che di tutti i dieci e oltre miliardi di esseri umani che popolavano la terra, gli unici rimasti erano ristretti lì intorno. E, per quanto giovane, consapevole anche che non era possibile rivolgersi ai nuovi mutanti (o mostri, come tutti li chiamavano) che li avevano sostituiti, che se li avessero localizzati, li avrebbero distrutti in un baleno.

A questo punto Andreas aspettò che tutti si fossero disposti in cerchio di fronte alla sua postazione, per metterli al corrente del suo esperimento.

«Sono mesi che sto mettendo mano a questo apparecchio, cercando di capire quali sostanze possono servire per allungare tantissimo il raggio temporale entro cui possa essere utilizzato. Ne ho provate di tutte. Il litio alla base della sua memoria del tempo, che non siamo in grado di procurarci, può essere sostituito e arricchito dalle sostanze ricavate da una particolare conchiglia presente nella nostra zona. Non sapevo fino a quanto potevo spingermi nella forbice temporale. Ora, forse, l’ho capito. Si può arrivare fino a prima della catastrofe. Prima cioè che il raggio di ampiezza del buco dell’ozono fosse irrecuperabile e di lì, come è avvenuto, arrivassero i mostri che hanno distrutto la razza umana e il nostro vecchio pianeta»

«E cosa pensi di trasmettere e a chi?» chiesero quasi insieme alcuni di quelli più attenti alla sua spiegazione.

«Per quanto riguarda a chi trasmettere, sono dovuto andare a casaccio, accontentandomi, per ora, di aver agganciato una persona cui trasmettere i messaggi inscatolati nella macchina che vedete. Perché questa seconda è la questione più grossa. Non possiamo costruire nuovi messaggi o visioni. Possiamo solo trasmettere quelle accumulate e salvate nel tempo dentro il meccanismo»

Il giovane Vichy e quelli che avevano fatto la domanda si guardarono negli occhi con una faccia piena di interrogativi, cui Andreas sentì il dovere di dare delle risposte.

«Per il momento trasmetto, a intervalli, nella mente di questo che ho agganciato, gruppi di immagini dei nuovi mostri così come lì ho potuti salvare nel meccanismo. Poi, un po’ alla volta, vedo di mostrare le immagini di momenti della distruzione in cui siano visibili anche gli umani distrutti o inceneriti dalle macchine infernali degli umanoidi, come li chiamiamo noi. Il problema è che se rimane solo lui, quello che ho agganciato, rischia di essere preso per uno che ha delle visioni, senza conseguenze»

Ancora una volta fu il punto interrogativo quello che si disegnò sulla faccia dei suoi ascoltatori.

«L’ideale» concluse Andreas «sarebbe di poterne agganciare almeno un altro, magari più giovane e vispo, perché veda le stesse cose e faccia nascere, in qualche uomo di scienza, il dubbio che stiamo mandando loro messaggi perché intervengano prima della distruzione totale»

Il Visionario si è bloccato ancora una volta nel bel mezzo di una discussione di niente con gli amici. Comincia ancora una volta a parlare di mostri, di scontri bestiali che stanno infiammando pezzi di territorio. Ma questa volta c’è una novità. Che lo fa impaurire più di altre volte. «Ci sono essere umani, uomini, donne, bambini…vengono annientatati a centinaia, a milioni…ma che sta succedendo? Perché tutto questo? Possibile che non si possa intervenire?»

Questa volta ci fa preoccupare davvero. Si mette perfino a piangere. Ma tutti, ormai abituati a queste scene strazianti del visionario, cerchiamo di consolarlo e niente più.

Poi arriva un giovane di poco più di tredici anni. Comincia a dire di vedere le stesse cose di cui sta parlando il Visionario. Gli si avvicina e cominciano a parlare. Ora è il giovane che anticipa il Visionario con le scene che racconta e sono le stesse per entrambi.

Gianni è lì che ascolta. Lui è assistente alla facoltà di astrofisica. Non ha capito un gran che di quelle visioni incrociate. Ma qualcosa comincia a sospettare. Si fa avanti e, quando si calmano, prende da parte il Visionario e il ragazzino.

«Domattina, per favore, tenetevi liberi. Mi dovreste accompagnare a Sesto Fiorentino, alla facoltà di scienze a parlare con i docenti che vi dirò»

I due danno la loro disponibilità. Nessuno di noi ha da dire più niente sulle visioni del Visionario.

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