Antonietta Toso legge “La scimmia futurista” di Carlo Menzinger

L’autore, fra varie tematiche, mette in evidenza l’attitudine delle scimmie di prevedere il futuro che si sviluppa in virtù della connessione viscerale che hanno con la Terra Madre, la foresta pluviale dell’Africa occidentale.

Le scimmie sono in grado, per la necessità di doversi nutrire, difendersi dagli elementi avversi della natura e dall’arrivo dei predatori siano su quattro zampe o striscianti, di anticipare le loro mosse, di percepire anzitempo gli avvenimenti disturbatori della quiete.

Per una di loro, un maschio  di nome Uthi, l’intuito futuristico non si limita alla mera sopravvivenza del corpo ma si trasforma. Uthi scopre di avere un mondo interiore, spirituale che si accompagna a quello fisico.
Avviene l’evoluzione che lo porta  più vicino al cugino-uomo.

Tutto comincia quando Uthi,  Saetta nella lingua dei nativi zulù, a vent’anni,  si trova con il suo branco, a doversi improvvisamente difendere da una tempesta tropicale mai vista prima.
È una bufera che abbatte alberi, che lancia fulmini e tuoni spaventevoli,  saette a zig zag,  gli unici bagliori che mostrano a Uthi la strada verso la sua salvezza per quanto bizzarra, colma d’interruzioni e di riprese.
La pioggia scrosciante che impedisce a Uthi di vedere il cielo, suo incontestabile punto di rifermento, la tempesta,  lo inquietano.

Eppure, nonostante l’ambiente a lui connaturale gli sia al momento ostile, nonostante le rane non smettano di gracchiare a dispetto della pioggia che non riesce ad affogarle, Uthi percepisce che qualcosa di molto diverso sta per arrivare. È un pericolo che non ha ancora vissuto ma che conosce, è il  fulmine, è  la sberla della burrasca, è il fuoco acceso dai fulmini, è saetta come l’origine futuristica del suo nome.

Uthi, Saetta, ha una missione per se stesso che deve condurlo nell’altrove in lui per avvicinarlo al cugino uomo.
Cerca di salvarsi. Ha difficoltà. Impotente e schiavo delle forze che provengono dall’alto, cade, s’intrappola nel fango, perde flessibilità. Agilità.
Cammina su okumé secolari abbattuti, si aggrappa ai rami, s’impantana nel fango acquoso, lotta per la sopravvivenza con le sue ormai deboli forze. Stremato infine perde conoscenza.
Lo raggiunge il branco. Lo crede morto e inizia una sorta di cantilena che prende il verso di un canto funebre.

Uthi si riprende. Osserva i suoi amici con occhi diversi come se avesse visitato nuove sponde. Ciò che poc’anzi è motivo d’inquietudine diventa l’inizio di una improvvisa trasformazione sotto la spinta dell’intelligenza, dell’intuizione.   

Se fin qui Uthi sopravvive grazie al suo grado di veggenza, all’abilità di pianificare il futuro,  adesso comincia a vedere un mondo migliore che non sa che alberghi dentro di lui.
Ha la sua prima visione su due zampe e può andare a visitarlo.

Il grido di soddisfazione che lancia attira il branco che lo segue e lo insegue nella sua corsa a zig zag come una saetta. O sono forse  le sue visioni, sempre più frequenti ma interrotte  a dettare il passo?

Uthi adesso ha le idee chiare. Sa quello che vuole e come ottenerlo.  Le visioni gli fanno da guida. Appare una preda, poi un terreno da caccia. Le visioni si susseguono. Sa ciò che deve prendere o scartare, dei pericoli da scansare.
Il branco pur sentendo che c’è qualcosa d’irreale in Uthi, lo segue, dopotutto  porta solo vantaggi. Ispira fiducia. Il gruppo trova la gioia di vivere e della vita. Mangia, beve, dorme, copula.
Uthi, troppo preso dalle sue visioni, si astiene, ha altro su cui riflettere.

Il racconto si fa sempre più intenso.

Uthi e il branco, in seguito a nuove peripezie che hanno luogo in quella interminabile corsa, seppur interrotta per esigenze fisiologiche, si trovano infine dentro una nuova giungla come ospiti non graditi.
Ed ecco l’attacco, la lotta, la guerra e la nuova consapevolezza di  Uthi  di sapere già che cosa è la battaglia, di provare la sensazione di amare il conflitto, la lotta, lo scontro.
Uthi, veggente, sogna la guerra e la glorifica. La venera.

Ritto sulla  cima del mondo, scagliò la sua sfida alle stelle!”

Spinge il suo branco verso un futuro di opportunità.
Qui, l’autore chiama in causa Aldo Severino, appassionato di futurismo dei giorni nostri e attratto da tutto ciò che ha il sapore dell’innovazione, le macchine scattanti, la tecnologia, le imprese Apollo, i computer. Le moto potenti. La politica.
Eppure è lui, proprio lui che scrive dei versi con i quali esprime la sua aspirazione a ritornare a essere  una scimmia antica.
Quelle sue parole sono un inno struggente, sono la denuncia della delusione che l’uomo incontra mentre cerca d’intraprendere una strada priva di mafie, di tasse, di nepotismi. Una strada che gli restituisca sé stesso solamente con l’uso dell’intelligenza, una strada che lo porti a

urlare un grido che sia un grido

Ma dove può andare un personaggio come Aldo Severino?
Aldo Severino, dentro di sé, ha annullato Firenze e l’Italia. La civiltà.
Quale incongruenza, quale scherzo del destino per un futurista desiderare, bramare di ritornare nella foresta.
Eppure succede. Ha, però, con sé, un quadretto di Giacomo Balla che gli ricorda il passato. Così è la vita. Così è la legge del contrappasso, del soffrire al contrario.  

Lascio al lettore conoscere ancor più e in profondità le vicende di Aldo Severino che vive nella giungla,  così come lo lascio alle avventure di Uthi.
Chissà se Uthì-saetta avrà ancora qualche visione? Se incontrerà  Aldo Severino in carne e ossa o in un sogno? E il branco? Che fine fa? 

L’autore  ci dà comunque un indizio.
Che sia nella giungla o nel mondo degli umani, non è possibile vivere  davvero senza quel lembo di cielo che esiste in ogni essere vivente sulla terra.

di Antonietta Toso

2001 Odissea nello spazio

NOTA: “La scimmia futurista” è un racconto tratto da “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger di Preussenthal, presente anche sul numero monografico di IF – Insolito e Fantastico dedicato al “Futurismo“.

Antonietta Toso legge “Il ritorno degli inglesi” di Carlo Menzinger

Siamo nella  Firenze del 1800.
L’architetto Poggi abbatte le mura della città per  preparala a diventare la capitale d’Italia come infatti avviene dal 1865 al 1871.

Ed è per questo che, su di una collinetta, sorge un luogo che ospita i defunti della Comunità Evangelica e che prende il nome di cimitero degli inglesi.  

 Quello spazio, più simile a un rifugio che poco si addice all’architettura  della città, è pregno invece dello spirito della letteratura gotica, fantascientifica e paranormale che ha origine dalle parti di Ginevra.

Scrittori come Lord Byron,  Mary Shelley, Claire Clairmont Percy Shelley, Polidori  iniziano a raccontare storie di fantasmi, vampiri e morti viventi. Danno a questa nuova forma di scrittura l’identità di letteratura gotica e mettono, fatalmente, in risalto l’oscura presenza dei cimiteri altrimenti dimenticati.

Da questo momento la narrazione si fa sempre più fantasiosa e pittoresca dalle caratteristiche di una opera teatrale.
Davanti al lettore, infatti, come per magia, la collinetta, simbolo di morte,  si trasforma in un palcoscenico di vita.
Gli scrittori gotici costretti a giacere separati nei sotterranei vicoli della morte, mossi da forze ignote, paranormali, fuoriescono uno dopo l’altro dalle loro tombe. 

La poetessa Elisabeth Barrett Browing è la prima a svegliarsi dal suo lungo sonno.
Si osserva lunga e di traverso. Legge la sua data di morte, 29 giugno 1861. È incredula. Lei è viva. Si sente viva. Dove si trova? Senza l’uso delle gambe si trascina a terra.

Il  lettore che conosce e ama i suoi versi d’istinto glieli recita: la terra è riempita di cielo, è ardente di Dio.

 Elisabeth si riprende, si guarda attorno.
Cosa sono quelle scatole che corrono oltre la staccionata con le persone dentro? Sente odore di aria puzzolente. È forse nell’inferno?
Quindi Elisabeth s’imbatte nel suo  amico poeta e scrittore Walter Savage Landor, di Warwick, ripresosi, nonostante i novant’anni,  ai piedi  di una lapide che porta il suo nome.

Elisabeth e Walter si conoscono.
Seppur sconcertati conversano su ciò che tuttora più li lega, i ricordi di famiglia, gli amici  ma si domandano anche dove sono finiti. In inferno o in una specie di limbo? Oppure in una stazione intermedia che la religione cattolica definisce purgatorio? 
Non hanno ancora la risposta quand’ecco apparire davanti a loro, in carne e ossa, il poeta tedesco Arthur Hugh Clough che con grande stupore nel trovarsi lì, vivo,  si unisce ai due. Racconta, per la gioia di Elisabeth, che il Risorgimento ha vinto, che Firenze rimase capitale solo fino al 1871. Che lui viene dal futuro, dal 1937,  e che forse anche loro hanno fatto un viaggio attraverso il tempo motivo per cui sono vivi qui, adesso.

 In questo racconto, passato, presente, futuro, radici della medesima  quercia, s’intrecciano sullo stesso palcoscenico al pari della morte che si confonde e fonde nella vita.

Tomba di Elisabeth Barrett Browing

Arthur  va in giro per quel palco e incontra il giornalista Robert Davidsohn che benché anche lui appartenga al futuro non lo riconosce.
Arthur se ne rammarica, non è certo un booster per il suo ego.

I dialoghi fra i quattro morti che si ritrovavano vivi più di prima per le reciproche conoscenze, i valori umani condivisi e soprattutto per la cultura che li accomuna, fra cui la scrittura gotica, come pure la connessione intellettuale, si aggiornano e divagano sul significato della parola futuro, del loro futuro chiusi dentro una collinetta. Chi verrà a salvarli?

Avviene l’incredibile. Un giovane si avvicina a loro. Pensa che siano una rappresentazione storica che usa il cimitero come palcoscenico e chiama il 112.

Una volante sarà qui in pochi minuti.
Avete mai immaginato la smorfia di stupore sulle facce dei morti vivi?
Beh, è ciò che spinge il giovane a raccontare loro di un certo Meucci.
«Che potenza tecnologica che è l’Italia» dice Elisabeth.

Adesso che quei morti sono tornati in vita non vogliono più morire anche se la morte come dice Arthur non esiste.  Ed ecco nascere la disquisizione su una materia che più ideologica di quella non ce n’è.       

Ai carabinieri che li prendono per drogati, chiedono di poter uscire da quel luogo, non hanno la minima idea di che cosa stessero parlando.

Segue l’interrogatorio: «Siete dei turisti? E i documenti? Perché vi siete mascherati?»

La vicenda per i morti vivi si complica invece di risolversi. Impronte digitali, ricerche DNA per tutti.
Raccontano di essere dei letterati, poeti, giornalisti. Si presentano con il loro nome e cognome. In effetti, le loro fotografie custodite negli archivi della biblioteca nazionale assomigliano molto ai quei morti viventi.
La polizia li mette in una pensione con la speranza che non si venga a sapere che si dia asilo a tutti i vagabondi che trovano rifugio nel cimitero degli inglesi. 

I   ritornati in vita osservano il mondo del XXI secolo.
Macchine, treni, aerei e milioni di morti sulla strada e sul lavoro.
Elettrodomestici di ogni genere insieme a tutto ciò che il XXI secolo si porta appresso.

Bene, cari lettori, mi fermo qui affinché possiate approcciarvi al racconto in modo spassionato, entrare nelle sue  peculiarità, soddisfare soprattutto la curiosità di conoscere l’insolita, inaspettata fine.

di Antonietta Toso

“Il ritorno degli inglesi” è presente nella raccolta “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, 2019) di Carlo Menzinger di Preussenthal

Renato Campinoti legge “Le sconfinate”, l’antologia del Gruppo Scrittori Firenze

Un’idea brillante, un risultato all’altezza delle aspettative

È stata senz’altro un’idea brillante quella che ha portato Nicoletta Manetti a proporre a 14 scrittori e scrittrici di dedicare un racconto a una donna che, a suo modo, ha sconfinato dai tradizionali canoni “femminili”. Si va così da Antigone che il “colto” (e bravissimo) Roberto Mosi rievoca da par suo nel racconto iniziale, fino alla  attuale Amy Winehouse, che un giovane e talentuoso Saimo Tedino ci fa percepire nella parte finale della sua straordinaria ( e dannata!) carriera. Dico subito che l’intuizione di Nicoletta, prontamente adottata e promossa dal Gruppo Scrittori Firenze, ha trovato nell’antologia un esito di sicuro successo e di grande godibilità. Merito sicuramente degli autori e delle autrici, ma merito anche della curatrice per le direttive che hanno portato tutti a non accontentarsi di personaggi  ordinari, ma di andare alla ricerca di figure, forse considerate in qualche caso “minori” nel panorama artistico tradizionale, ma di sicuro coerenti con l’idea di “sconfinate”, intese oltre e fuori dai confini ordinari, che voleva essere, ed è stata, alla base dell’antologia. Si incontra così, dopo l’Antigone di Mosi, l’indubbia sconfinata per eccellenza rappresentata da Cleopatra nella versione niente affatto banale di Caterina Perrone, per arrivare subito alla “vampira” per eccellenza, quella Elisabetta Batori, la più prolifica assassina seriale della storia, con cui il bravissimo giallista Fabrizio De Sanctis si diverte e ci fa divertire un sacco. Si passa quindi al godibilissimo pezzo che Cristina Gatti ci regala su Mary Shelley, l’inventrice di Frankenstein, con la sua vita di lotte femministe e di sfortune familiari che riesce tuttora ad affascinare i suoi lettori.

È la più brava  e sensibile delle infermiere di Firenze, nonché abile e qualificata scrittrice, Antonella Cipriani, che si prende cura di Florence Nightingale, per portarci a conoscere quella che viene considerata l’inventrice della moderna figura dell’assistente sanitario, che in lei nasce come una vera e propria vocazione divina, una “chiamata” che la porta a rifiutare ogni altra scelta, dal matrimonio ai figli, per dedicarsi in maniera “sconfinata” alla sua vocazione. Andrea Zavagli sceglie di ricordarci la breve e intensa vita di Marie Duplessis, colei che, col suo fascino, si accompagna a uomini abbienti e che poi, colpita dalla tubercolosi, morirà ad appena 23 anni e finirà per ispirare Giuseppe Verdi per la sua Traviata.

Marco Tempestini ci fa conoscere Camille Claudel, una delle prime e affermate (solo postuma) scultrici che, innamorata dello scultore Auguste Rodin, più grande di 24 anni, riuscirà tuttavia a realizzare opere che daranno uno spirito nuovo al mondo della scultura. Il prezzo che pagherà sarà quello di passare ben trenta anni della sua vita in due manicomi, inseguita dalle manie di persecuzione e dall’odio-amore per Rodin.

Nicoletta Manetti, la curatrice, sceglie di parlarci di Suzanne  Valadon, una pittrice talentuosa, che visse nel periodo dei grandi impressionisti francesi. Con alcuni di loro, a cominciare da Toulose Loutrec, ebbe storie sia di modella che di amante. Sarà il grande Degas a riconoscere il notevole talento di Suzanne che sarà anche la prima donna alla Société Nazionale des Beaux -Artes. Ci sarà poi anche una storia con Andrè Utter e altre disavventure che la porteranno, nonostante la ricchezza, a una morte solitaria. 

Di Marina Cvetaeva, la grande poetessa russa che ebbe la sfortuna di imbattersi nella rivoluzione sovietica, ci parla Gabbriella Tozzetti, fino all’esito del suicidio di Marina.           

Una attenzione non superficiale suggerisco di dare al racconto che Nicola Ronchi parla di Leonarda Cianciulli, passata alla storia come la “saponificatrice di Correggio” per aver ucciso le sue vittime sciogliendole nella soda caustica. E’ anche un racconto molto strutturato e, come costume di Nicola, con spunti psicologici diffusi sul personaggio.

Di Tina Modotti, pioniera della fotografia, rivoluzionaria in Messico, in Unione Sovietica e in Spagna, scriverà l’epitaffio Pablo Neruda e ci parla di lei il bel racconto che le dedica Andrea Zurlo, col rimpianto di una morte a soli quarantasei anni. 

Sarà Gabriella Becherelli, insegnante di Discipline Pittoriche e grafiche al Liceo Artistico di Firenze, lei stessa autrice di numerose mostre, a far dialogare tra loro due delle più note eroine del femminismo e dell’arte grafica: Frida Kahlo e Artemisia Gentileschi, con la competenza e il fascino che riesce  a trasmetterci.                                                                     

Pieno di passione e di maestria narrativa il racconto che Silvia Zanotto ci fa di Violette Leduc, un’altra “bastarda” che si riscatterà solo parzialmente con la scrittura di libri pieni di passione e amarezza verso una famiglia che non l’ha saputa apprezzare e, per di più, non le ha dato il fascino di cui avrebbe avuto bisogno per far innamorare Simone De Beauvoir, di cui lei è follemente innamorata.                                                                                                 

Tocca a Manna Parsi farci apprezzare le difficili battaglie della giovane Forough Farrokhzad nella società iraniana degli anni cinquanta/sessanta per affermare il ruolo della donna e, al tempo stesso, contribuire al rinnovamento della letteratura persiana del 900. Purtroppo morirà in un incidente stradale a soli ventitré anni. 

Chiude la raccolta il bel racconto di Saimo Tedino su Amy Winehouse di cui ho detto all’inizio e che contribuisce sicuramente a valorizzare anche la qualità letteraria dell’antologia. 

Ho volutamente richiamato tutti i racconti di questa bella e interessante iniziativa per mettere in evidenza la qualità delle scelte dei personaggi operata da tutti gli autori. Questo non può farci sottacere, come qua e la ho cercato di fare, la qualità degli aspetti letterari e le capacità narrative da tutti, a loro modo, messe in evidenza. Facendoci concludere, dunque, che se felice è stata la scelta della curatrice, ottimo ne è stato l’esito grazie a tutti coloro che, inquadrato il personaggio, hanno dimostrato di quali abilità sia dotato il Gruppo Scrittori Firenze, come ha dimostrato in questo prolifico 2021/2022 dove ha prodotto, accanto ai lavori dei singoli scrittori, altre tre opere di pregio riconosciute a più livelli della società e delle istituzioni fiorentine, come le antologie su “Firenze Capitale”, Su “Gente di Dante” e con queste “Sconfinate”. Altri lavori sono alle viste e saranno sicuramente delle opere interessanti. Alla curatrice delle “Sconfinate”, visti i risultati, mi permetto di suggerire di pensare a un secondo capitolo che peschi ancora in quell’immenso bacino, troppo spesso trascurato, delle donne protagoniste del loro tempo e, spesso, un passo più avanti degli uomini.

di Renato Campinoti

Gabriella Zonno legge “Gente di Dante”

Premessa
Finalmente dopo tanti mesi, sono riuscita a finire di leggere “Gente di Dante”. Il volume è stato scritto e pubblicato per il Settecentesimo anno dalla morte del Divin Poeta. Diciamo subito che libri su Dante e la Commedia sono innumerevoli. Di seguito vi allego un link da cui potrete capire quanto vasta sia la produzione letteraria dedicata a Dante e alla Divina Commedia: https://www.700dantefirenze.it/. Cito soltanto alcuni recenti testi, mi perdoneranno gli amici scrittori dell’associazione GSF, ma parlare di Dante è affascinante e complesso allo stesso tempo: “A riveder le stelle” di A. Cazzullo e “Dante” di A. Barbero. 
In questo lungo excursus, impossibile non ricordare il testo dedicato a Dante da parte di Boccaccio “La Vita di Dante”. Nel citare questi testi, però, ci stiamo riferendo alla critica letteraria del Sommo Poeta o al massimo ad alcuni fugaci passaggi  della Sua vita. Chiunque si occupi di Dante, infatti, si sofferma sulla sua figura e la Sua opera: “La Divina Commedia”, commentata da Franco Nembrini– giusto per citare una delle ultime edizioni della Commedìa. 

Quasi nessuno si occupa delle persone che hanno fatto parte della vita di Dante Alighieri. Rimane, ad esempio, un mistero di chi fosse realmente Gemma Donati, così giusto per fare un esempio.
Questa mia lunga premessa era doverosa, perché non stiamo parlando di un poeta qualunque ma stiamo parlando del Sommo Poeta. La Divina Commedia è l’opera più letta e tradotta dopo la Bibbia. 

Recensione 
L’opera qui presente quindi, a differenza della maggior parte dei testi pubblicati, ha un approccio originale e ambizioso. Si tratta di un progetto editoriale sotto forma di antologia, suddivisa in due parti: una parte storica e una parte puramente creativa. 

L’opera è edita dalla casa editrice TABULA FATI; ha ottenuto il contributo del Museo Casa di Dante di Firenze. Contiene una bellissima prefazione del professor Massimo Seriacopi e una presentazione di Paolo Ciampi. È corredata da un’ottima introduzione scritta a quattro mani da Caterina Perrone e da Carlo Menzinger

Si dà merito a tutti gli autori che si sono prodigati nello scrivere i racconti di questa ampia e dettagliata antologia, un’operazione collettiva che mira e, direi, riesce a dare forma e vita a personaggi più o meno noti che hanno fatto parte della vita di Dante. Difficile dire quale sia il racconto che mi è piaciuto di più. 

Sicuramente mi ha colpito per la sensibilità, il racconto di Brunetto Magaldi “Il breve soggiorno lucchese di Dante Alighieri”. Inutile dire che si fanno numerosi riferimenti ai personaggi della vita ma anche a personaggi citati nella Commedia: “Io sono la Pia” di C. Perrone. Si ringrazia per l’incipit:”….ricordati di me che son la Pia, Siena mi fé, disfecemi Maremma….” (Dante Alighieri, Purgatorio V 130 -136). Ci tengo a precisare che le fonti storiche dedicate alla vita di Dante sono molto poche, spesso sono soltanto dei frammenti. Quindi tutti gli autori sono stati davvero bravi nel cercare di ricostruire fatti e vicende, soprattutto quelle meno note. 

Certo un conto è scrivere della battaglia di Campaldino, mi riferisco al racconto di Giorgio Smojver oppure il racconto davvero originale di Alessandro Lazzeri “Campaldino 2021”. Pregevoli i due racconti: “La conversazione” di Giovanni Paxia e “La vendetta de lo Alighieri” di Sergio Calamandrei. Del primo, vi riporto l’incipit: “L’anno scorso un ricercatore dell’Università Paris-Sorbonne si è imbattuto in un documento in latino medioevale…” Si narra di una conversazione che sarebbe avvenuta a Ravenna nel 1318. L’autore di questo documento risulta essere un certo Jacopo Tessari. Al lettore e agli studiosi lasciamo il compito di approfondire la veridicità di questo documento sul quale sapientemente G. Paxia riesce con maestria a costruire un gradevole e verosimile racconto.

Renato Campinoti invece ci narra di un episodio accaduto a Jacopo Alighieri, figlio di Dante e Gemma Donati. Luca Anichini nel suo racconto “L’arte della guerra” ci rammenta le due battaglie più importanti per la Repubblica fiorentina: la prima contro la Repubblica senese e la seconda contro Arezzo. Siamo nel 1289 e Dante all’epoca aveva ventiquattro anni. 

Si ringraziano tutti gli autori per le numerose citazioni della Commedia. D’altronde sarebbe stato inconcepibile non farlo.
Interessante il racconto di Cristina Gatti “L’occultista ascolano”. Il suo racconto molto dettagliato ci parla di Francesco di Simone Stabili, detto Cecco d’Ascoli, accusato d’eresia per aver scritto un libercolo dal titolo “L’Acerba”, che è stata definita l’“Anti Commedia” da Gianfranco Contini.
L’unico racconto dedicato a Gemma Donati è quello dal titolo: “Io sono colei di cui nessuno mai parlò” di Antonella Cipriani. Racconto finalmente tutto incentrato tra Dante e sua moglie, Gemma Donati. 

Sorpresa ma non più di tanto dal racconto di Miriam Ticci “Dante ed io”, in cui l’autrice ci racconta semplicemente il suo rapporto con Dante. Un rapporto che non può concludersi in poche righe e parole. Dante è stato immenso nella Vita, per le sue vicende complesse, e per la sua vasta produzione letteraria. 

Mi fermo qui; non me ne vogliano gli altri autori. Tutti bravissimi, nessuno escluso. 

In conclusione, vi consiglio vivamente la lettura di questo testo a cui spero di aver dato il mio piccolo contributo, perché è un progetto editoriale collettivo che ci racconta fatti e particolari non dall’alto del Sommo Poeta ma dal basso, almeno in apparenza. In apparenza, perché come spero si sia compreso di “basso” e di popolare, in realtà c’è poco se non niente. Ancora complimenti a tutti per questa antologia così intelligentemente progettata e impostata. Un libro che può essere inserito accanto e testi di più noti studiosi; un libro che sicuramente non può mancare nella biblioteca di chi ama Dante. 

Gabriella Zonno

Cristina Gatti è Mary Shelley

Monologo teatrale recitato in occasione della presentazione dell’antologia di racconti “Le Sconfinate” al Giardino delle rose il 31 maggio 2022

Il mio nome è Mary… Mary Wollstonecraft Godwin Shelley, sono nata a Londra il 30 agosto del 1797. Sono vissuta in pieno 19° secolo. Forse è evidente, dal mio abbigliamento…
Ci furono molti cambiamenti sociali in quel tempo. La schiavitù fu abolita in gran parte dell’Europa e delle Americhe. Porto un abito nero, come vedete. É un colore che mi piace, ma è anche perché sono nata già vedova, sono nata in braccio alla morte. 
Mia madre è morta dandomi alla luce e io l’ho conosciuta e l’ho amata attraverso le sue opere. Una donna eccezionale mia madre, Mary Wollstonecraft. Le sue parole traboccavano dalle pagine, entravano in me, nel mio sangue. Mia madre mi ha insegnato l’orgoglio di essere donna. E il diritto di essere amata. Non mi è mancata mia madre, perché lei vive in me, nel mio spirito ribelle, indomito, quello che voi oggi chiamate femminista. Ma, ditemi, non avete una parola migliore per voi? Chiamatevi donne. Donne e basta.
Sono stata prima orfana, poi ho avuto i lutti dei miei cinque figli, infine vedova. Persi la prima figlia a Venezia. Anche il mio quinto figlio morì in Italia a San Terenzo, ancor prima di sapere se fosse un maschio o una femmina: era il 16 giugno del 1822, anno che poi si rivelò assai infausto, perché poco dopo persi anche mio marito. Ricordo il tentativo disperato di lui per fermare l’emorragia in una vasca piena di ghiaccio. Fu terribilmente crudele vedere l’acqua divenire rossa e sentire il mio corpo svuotarsi della vita. 
La morte mi è stata sempre compagna, sorella, il mio tormento continuo…
Ma io volevo amare, volevo vivere. E l’ho sfidata!

Sono stata fortunata. Mio padre, William Godwin, l’unico amore a me concesso alla nascita, mi ha educata, mi ha permesso di studiare. Era un filosofo, un giornalista, un uomo illuminato con idee anarchico-comuniste. Era un grand’uomo mio padre. E poi mi ha rinnegata. 
Io però lo ringrazio. Quello fu il segno del suo apprezzamento. Solo così potei capire che avevo conquistato la mia propria voce. Ricordo le sue parole: 

“Libera la mente dai pensieri e dalle parole delle altre persone Mary, e trova la tua voce!”

Io l’ho trovata la mia voce, quando decisi di andarmene da casa col mio amore. 
Mio padre mi rinnegò, così sono cresciuta. E sono stata amata.
Conobbi Percy Bysshe Shelley che avevo soltanto 15 anni. Era amico di mio padre, un suo discepolo. 
Per lui fu meraviglioso conoscere un essere di sesso femminile tanto istruito e raffinato. Una donna come me era rara in quei tempi. Mi condusse davanti alla tomba di mia madre – ancora la morte mi chiamava – e lì ci innamorammo. Queste furono le sue parole:

“… e su questo io ti sfido adesso, Mary, 
io ti sfido a fare quello che ti dice il tuo cuore
e a venire via con me
e a permetterci di trovare
aria fresca che ci riempia i polmoni
un nuovo sole che ci riscaldi il viso
e una nuova vita che valga la pena davvero di essere vissuta
insieme…”

Niente poteva arginare il nostro amore, inarrestabile, impetuoso, fuori da tutte le regole e confini, nemmeno il fatto che Percy fosse già sposato. Aveva vent’anni ed era bellissimo… Dio mio se era bello!
Provai a rifiutarlo, ma l’amore prese possesso di tutto il mio essere e fui schiava. 
Percy sapeva parlare, sapeva ammaliare, un foglietto sul mio scrittorio diceva:

“Il chiarore del sole abbraccia la terra
e i raggi della luna baciano il mare
per che cosa tutta questa amorevole tenerezza
se tu non vuoi baciarmi…”

Nessuno al mondo avrebbe potuto fermarci, noi il nostro amore e la libertà. 
Anche questo era un modo di sfidare la morte. Volli vivere e amare con tutta me stessa. 
Ma la morte seguiva i miei passi.

Fuggimmo insieme io e Percy, vagabondi prima in Francia e poi per l’Europa. La nostra non fu soltanto una fuga d’amore, di cui fummo accusati, ma la scelta naturale di chi non ha padroni. Ci apparteniamo e saremo sempre uno dell’altra perché quello che ci unisce è eterno.
Avevamo vicino a noi gli amici che condividevano gli stessi ideali. Volevamo essere i fondatori di un nuovo mondo, un mondo libero. Lord Byron, John William Polidori e Claire Clairmont la mia sorellastra che fuggì dall’Inghilterra insieme a noi. 
La mia naturale attitudine alla scrittura non si fece troppo attendere. A diciannove anni composi la prima versione del mio Frankenstein o “The Modern Prometheus”, il moderno Prometeo. La mia sfida alla morte continuava. Promoteo sfidò gli Dei donando il fuoco agli uomini. Io sfidavo la morte ridando la vita a ciò che Lei aveva preso. Lei mi toglieva un figlio dopo l’altro e io la sfidavo costruendo un uomo da pezzi di cadaveri inanimati. 
Eravamo sul lago di Ginevra, forse non tutti sanno che il mostro che ho creato era così reale che mi fece compagnia durante le notti insonni trascorse nella villa di Lord Byron. 
Byron e gli altri si complimentarono con me, ma fu un’altra donna a comprendere profondamente il significato della mia opera, mia sorella Claire. Mi disse:

“Mi ha spaventata a morte… Non è una storia di fantasmi, io lo so.
Non ho mai letto niente di così perfetto, nello spiegare quello che si prova a essere abbandonati.
Ho tremato per la rabbia del tuo mostro, ho desiderato la sua vendetta perché era anche la mia.
Mi chiedo quante anime proveranno compassione per la tua creatura tormentata più del dovuto.”

Oggi per voi sono famosa per aver creato un mostro, ma quanti conoscono le mie opere successive? Pochi sanno quanto io sia stata anche una veggente, una maga della scrittura. Forse una strega. Quanti di voi sanno che uno degli ultimi romanzi “The Last Man” parla di una epidemia che avrebbe decimato la popolazione? Mi meraviglio che nessuno di voi abbia notato questo, visti i tempi che state attraversando. 
Forse tra qualche anno se ne parlerà di più. A me non importa. 
La mia vita è stata fortunata, non crediate il contrario.
Ogni evento mi ha insegnato qualcosa, ho bevuto dal calice del dolore così tante volte. Ma la vita mi ha offerto molte consolazioni. Come mio figlio Percy Florence, l’unico che mi è rimasto, nato anche lui a Firenze (guarda Florence Nightingale) che si prende cura di me ora che la testa mi duole costantemente e le mani tremano.
La più grande consolazione però è questo! (mostra la borsetta con il cuore di Percy).
Quando il mio amato Percy nel 1822, soltanto cinque anni dopo dalla composizione del Moderno Prometeo, morì in mare, io ebbi il dono di poter conservare il suo cuore. Eccolo!  
Quei giorni a San Terenzo furono tormentati. La mia anima che sapeva intuire il futuro, come vi ho detto, era inquieta. Infatti mio marito partì con la barca a vela da Livorno e non fece più ritorno. 
Piansi e scrissi e piansi e scrissi, finché le lacrime non si asciugarono. 

“Fosti portato via dalle onde 
e ti perdesti nelle tenebre
in lontananza”

“Ora sono sola […]
Le stelle possono vedere le mie lacrime 
e i venti bere i miei sospiri, 
ma i miei pensieri sono un tesoro segreto 
che non posso confidare a nessuno”

Questa è stata la mia vita, una vita ricca, dove ogni cosa intorno a noi bruciava di ardore, oppure faceva gelare il sangue nelle vene e accelerava il battito del cuore.
 (si rivolge al marito) Anche tu hai sfidato la morte, mio amato. Questo tuo cuore – Cor Cordium come lo chiamate – non è bruciato nella pira in cui ti cremarono, sulla spiaggia di Viareggio. Ma è sopravvissuto ed è tornato da me perché io potessi prendermene cura. Byron e Trelawny me lo portarono. Ricordo che scrissi una lettera all’amica Maria Gisborne, il 15 agosto del 1822: 

“Oggi – il sole splende nel cielo – essi sono andati sulla costa deserta per compiere le ultime funzioni alle loro spoglie mortali. Hunt, Lord Byron e Trelawny. Le leggi sulla quarantena non ci permisero di rimuovere i loro corpi prima – ed ora ce lo permettono solo a condizioni di cremarli… Ho visto il luogo dove ora giace – i rami di pino indicano il luogo dove la sabbia lo copre…”

Oggi conservo questo frammento delle nostre avventure, del nostro amore, che presto, temo sarà sepolto con me. Forse questa volta, è il momento di arrendersi alla morte. 
Forse finalmente saprò cosa c’è al di là.

Cristina Gatti

Tre autori, due libri, un progetto: Psicosfera, Suggestioni fiorentine e una nuova antologia

Martedì 7 giugno alle ore 17.30
presso la Biblioteca Buonarroti – Viale Guidoni –
per “La porti un libro a… Novoli”
Rassegna di presentazioni di libri
Massimo Acciai Baggiani – Carlo Metzinger – Chiara Sardelli
Prsenteranno
“Psicosfera” e “Suggestioni fiorentine”

Durante la serata, presentata da Caterina Perrone sarà illustrato il progetto per una nuova antologia Collettiva di Fantascienza.

Saranno presenti gli autori appena rientrati dal Salone del Libro di Torino.

Paolo Dapporto legge “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger

Penso che l’ucronia, la forma di narrativa utilizzata dall’Autore in questa raccolta di racconti, sia la più efficace per esprimere la precarietà e la vulnerabilità dell’uomo. Cosa sarebbe successo se… Il lettore è consapevole che quello che non è avvenuto presto succederà: Si formerà un buco nero che inghiottirà tutto, la città tanto amata ruoterà su sé stessa, sarà inondata dalle acque, voleranno larve e droni infedeli, Savonarola accenderà il falò delle vanità, e tanto altro. L’uomo è un essere indifeso, una piccola cosa immersa in una natura più indifferente che ostile. Sono più importanti le zanzare che finiranno per sterminarlo. Ci vuole dire questo Carlo Menzinger di Preussenthal. La sua intenzione non è allarmarci né metterci in guardia: non c’è rimedio, perché la diagnosi è infausta. Molto centrati e apprezzati gli approcci scientifici presenti in molti dei suoi racconti. “Apocalissi fiorentine” è un libro colto che si distingue e si gusta dall’inizio alla fine. Non posso che congratularmi con l’Autore per la sapienza e la freschezza che ci ha trasmesso con la sua opera.

di Paolo Dapporto

Bando per partecipare a un’antologia del GSF sulle “Donne immaginarie”

Care socie e soci,

eccoci quindi a una nuova avventura, a un nuovo viaggio che potremo affrontare insieme.
Nella prossima antologia faremo parlare delle donne “personaggio”.
“I sei personaggi” di Pirandello erano “in cerca di autore”. Immaginiamo invece, al contrario, personaggi (noi ci occuperemo di quelli femminili) della letteratura, del cinema, delle opere musicali, ormai autonomi dal loro autore, che scalpitano, vivono di vita propria, reclamando libertà di parola. Un po’ come Pinocchio che, appena presa vita attraverso le mani di Geppetto, scappa per andare incontro al mondo.
Molte eroine ci sembra di conoscerle oltre le pagine che le racchiudono, diventano vecchie conoscenze, talvolta care amiche. Sono vive. Possono avere ancora molto da dire.

Alcune possono avere recriminazioni da fare rispetto all’etichetta che gli è stata imposta (Emma Bovary? Turandot? Circe? La strega di Biancaneve? Crudelia Demon?), altre qualcosa da aggiungere a loro discolpa (La monaca di Monza? Calipso?) o chi è stufa di essere il sogno erotico di tutti (Valentina di Crepax?) o, ripensandoci, col senno di poi, si comporterebbe in modo diverso (Butterfly non si toglierebbe la vita per chi non la merita?) o magari qualcuna rifarebbe tutto ciò che ha fatto ed è grata dell’ammirazione ricevuta (la saggia Penelope? Rossella O’Hara? Mary Poppins? La maestrina dalla penna rossa?).

Insomma, un alibi qualunque per far parlare le nostre eroine in prima persona. Infatti dovranno essere monologhi di lunghezza compresa tra i 5.000 e i 20.000 caratteri, di qualunque epoca,  dal mito ai giorni nostri.

Questi sono solo alcuni spunti. La letteratura, le fiabe, la musica, il mito, il cinema, il teatro, la pittura, sono serbatoi infiniti.

Per evitare duplicati, PRIMA D’IMPEGNARSI NELLA SCRITTURA, sarà opportuno comunicare la propria scelta alla mail antologie.gsf@gmail.com. Se quel personaggio è già stato opzionato, occorrerà sceglierne un altro e comunque ci metteremo d’accordo.

Quindi sarà opportuno iniziare a scrivere solo dopo aver ricevuto la mail di conferma di “personaggio libero”. Ciò non comporta comunque garanzia di ammissione finale all’antologia.

L’iniziativa è gratuita e nasce come progetto riservato ai SOCI. Si rivolge quindi a tutti gli iscritti in regola con le quota del GSF per l’anno in corso e a tutti gli AUTORI che vorranno iscriversi prima dell’invio del racconto. La quota annua per l’iscrizione, che consente di partecipare a tutte le iniziative dell’associazione, è di € 15,00 pagabili con bonifico bancario, iscrivendosi on-line con l’apposita scheda di iscrizione. Tutte le informazioni in merito sono disponibili sul sito del GSF alla pagina: http://www.grupposcrittorifirenze.it/chi-siamo/iscriviti.

Dato che vogliamo dare la possibilità di partecipare a tutti, è possibile divulgare l’iniziativa anche ai NON-SOCI, vostri amici e conoscenti, che, dopo mail preliminare, dove dovranno indicare il nome del personaggio prescelto e specificare che non sono soci, potranno inviare il testo. Qualora il testo venga accettato, sarà loro richiesto di effettuare l’iscrizione all’associazione.

L’elaborato dovrà essere di originale produzione dell’AUTORE, secondo quanto espresso nella SCHEDA DI ADESIONE che potete scaricare in fondo a questo post e dovrà presentare le caratteristiche elencate nel presente documento, pena l’esclusione, a insindacabile giudizio del Comitato Editoriale.

Il testo finale dovrà essere inviato, insieme alla scheda di adesione, alla mail antologie.gsf@gmail.come entro il 30 GIUGNO 2022.

Buon lavoro!

Le curatrici

Cristina Gatti e Nicoletta Manetti    

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CARATTERISTICHE DEL TESTO:

Gli elaborati dovranno presentare le seguenti caratteristiche:
– Essere dei monologhi. Ovverosia scritti in prima persona da un personaggio femminile della letteratura, della lirica, della favolistica, del cinema, della pittura, del mito o dei fumetti.
– Avere una lunghezza compresa tra i 5.000 e i 20.000 caratteri, spazi inclusi;
– Essere scritto secondo le Regole Editoriali riportate di seguito.

REGOLE REDAZIONALI
– File in formato DOC o DOCX (il formato PDF non è ammesso);
– Carattere Times New Roman corpo 12;
– Interlinea 1.5;
– Testo giustificato, senza spazi automatici fra i paragrafi e i rientri;
– I dialoghi dovranno essere inseriti tra le caporali: «…»;
– I pensieri dei personaggi e le parole straniere dovranno essere scritte in corsivo
– I titoli tra le virgolette “…” (es. “I promessi sposi”);
– Per le frasi riferite all’interno di un dialogo, utilizzare le virgolette “…” (es. «Mi disse: “Sei la mia eroina preferita”».)
– La punteggiatura deve essere dopo le virgolette o le caporali;
– Rispetto delle regole grammaticali e ortografiche.

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