Antonietta Toso legge “La scimmia futurista” di Carlo Menzinger

L’autore, fra varie tematiche, mette in evidenza l’attitudine delle scimmie di prevedere il futuro che si sviluppa in virtù della connessione viscerale che hanno con la Terra Madre, la foresta pluviale dell’Africa occidentale.

Le scimmie sono in grado, per la necessità di doversi nutrire, difendersi dagli elementi avversi della natura e dall’arrivo dei predatori siano su quattro zampe o striscianti, di anticipare le loro mosse, di percepire anzitempo gli avvenimenti disturbatori della quiete.

Per una di loro, un maschio  di nome Uthi, l’intuito futuristico non si limita alla mera sopravvivenza del corpo ma si trasforma. Uthi scopre di avere un mondo interiore, spirituale che si accompagna a quello fisico.
Avviene l’evoluzione che lo porta  più vicino al cugino-uomo.

Tutto comincia quando Uthi,  Saetta nella lingua dei nativi zulù, a vent’anni,  si trova con il suo branco, a doversi improvvisamente difendere da una tempesta tropicale mai vista prima.
È una bufera che abbatte alberi, che lancia fulmini e tuoni spaventevoli,  saette a zig zag,  gli unici bagliori che mostrano a Uthi la strada verso la sua salvezza per quanto bizzarra, colma d’interruzioni e di riprese.
La pioggia scrosciante che impedisce a Uthi di vedere il cielo, suo incontestabile punto di rifermento, la tempesta,  lo inquietano.

Eppure, nonostante l’ambiente a lui connaturale gli sia al momento ostile, nonostante le rane non smettano di gracchiare a dispetto della pioggia che non riesce ad affogarle, Uthi percepisce che qualcosa di molto diverso sta per arrivare. È un pericolo che non ha ancora vissuto ma che conosce, è il  fulmine, è  la sberla della burrasca, è il fuoco acceso dai fulmini, è saetta come l’origine futuristica del suo nome.

Uthi, Saetta, ha una missione per se stesso che deve condurlo nell’altrove in lui per avvicinarlo al cugino uomo.
Cerca di salvarsi. Ha difficoltà. Impotente e schiavo delle forze che provengono dall’alto, cade, s’intrappola nel fango, perde flessibilità. Agilità.
Cammina su okumé secolari abbattuti, si aggrappa ai rami, s’impantana nel fango acquoso, lotta per la sopravvivenza con le sue ormai deboli forze. Stremato infine perde conoscenza.
Lo raggiunge il branco. Lo crede morto e inizia una sorta di cantilena che prende il verso di un canto funebre.

Uthi si riprende. Osserva i suoi amici con occhi diversi come se avesse visitato nuove sponde. Ciò che poc’anzi è motivo d’inquietudine diventa l’inizio di una improvvisa trasformazione sotto la spinta dell’intelligenza, dell’intuizione.   

Se fin qui Uthi sopravvive grazie al suo grado di veggenza, all’abilità di pianificare il futuro,  adesso comincia a vedere un mondo migliore che non sa che alberghi dentro di lui.
Ha la sua prima visione su due zampe e può andare a visitarlo.

Il grido di soddisfazione che lancia attira il branco che lo segue e lo insegue nella sua corsa a zig zag come una saetta. O sono forse  le sue visioni, sempre più frequenti ma interrotte  a dettare il passo?

Uthi adesso ha le idee chiare. Sa quello che vuole e come ottenerlo.  Le visioni gli fanno da guida. Appare una preda, poi un terreno da caccia. Le visioni si susseguono. Sa ciò che deve prendere o scartare, dei pericoli da scansare.
Il branco pur sentendo che c’è qualcosa d’irreale in Uthi, lo segue, dopotutto  porta solo vantaggi. Ispira fiducia. Il gruppo trova la gioia di vivere e della vita. Mangia, beve, dorme, copula.
Uthi, troppo preso dalle sue visioni, si astiene, ha altro su cui riflettere.

Il racconto si fa sempre più intenso.

Uthi e il branco, in seguito a nuove peripezie che hanno luogo in quella interminabile corsa, seppur interrotta per esigenze fisiologiche, si trovano infine dentro una nuova giungla come ospiti non graditi.
Ed ecco l’attacco, la lotta, la guerra e la nuova consapevolezza di  Uthi  di sapere già che cosa è la battaglia, di provare la sensazione di amare il conflitto, la lotta, lo scontro.
Uthi, veggente, sogna la guerra e la glorifica. La venera.

Ritto sulla  cima del mondo, scagliò la sua sfida alle stelle!”

Spinge il suo branco verso un futuro di opportunità.
Qui, l’autore chiama in causa Aldo Severino, appassionato di futurismo dei giorni nostri e attratto da tutto ciò che ha il sapore dell’innovazione, le macchine scattanti, la tecnologia, le imprese Apollo, i computer. Le moto potenti. La politica.
Eppure è lui, proprio lui che scrive dei versi con i quali esprime la sua aspirazione a ritornare a essere  una scimmia antica.
Quelle sue parole sono un inno struggente, sono la denuncia della delusione che l’uomo incontra mentre cerca d’intraprendere una strada priva di mafie, di tasse, di nepotismi. Una strada che gli restituisca sé stesso solamente con l’uso dell’intelligenza, una strada che lo porti a

urlare un grido che sia un grido

Ma dove può andare un personaggio come Aldo Severino?
Aldo Severino, dentro di sé, ha annullato Firenze e l’Italia. La civiltà.
Quale incongruenza, quale scherzo del destino per un futurista desiderare, bramare di ritornare nella foresta.
Eppure succede. Ha, però, con sé, un quadretto di Giacomo Balla che gli ricorda il passato. Così è la vita. Così è la legge del contrappasso, del soffrire al contrario.  

Lascio al lettore conoscere ancor più e in profondità le vicende di Aldo Severino che vive nella giungla,  così come lo lascio alle avventure di Uthi.
Chissà se Uthì-saetta avrà ancora qualche visione? Se incontrerà  Aldo Severino in carne e ossa o in un sogno? E il branco? Che fine fa? 

L’autore  ci dà comunque un indizio.
Che sia nella giungla o nel mondo degli umani, non è possibile vivere  davvero senza quel lembo di cielo che esiste in ogni essere vivente sulla terra.

di Antonietta Toso

2001 Odissea nello spazio

NOTA: “La scimmia futurista” è un racconto tratto da “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger di Preussenthal, presente anche sul numero monografico di IF – Insolito e Fantastico dedicato al “Futurismo“.

Antonietta Toso legge “Il ritorno degli inglesi” di Carlo Menzinger

Siamo nella  Firenze del 1800.
L’architetto Poggi abbatte le mura della città per  preparala a diventare la capitale d’Italia come infatti avviene dal 1865 al 1871.

Ed è per questo che, su di una collinetta, sorge un luogo che ospita i defunti della Comunità Evangelica e che prende il nome di cimitero degli inglesi.  

 Quello spazio, più simile a un rifugio che poco si addice all’architettura  della città, è pregno invece dello spirito della letteratura gotica, fantascientifica e paranormale che ha origine dalle parti di Ginevra.

Scrittori come Lord Byron,  Mary Shelley, Claire Clairmont Percy Shelley, Polidori  iniziano a raccontare storie di fantasmi, vampiri e morti viventi. Danno a questa nuova forma di scrittura l’identità di letteratura gotica e mettono, fatalmente, in risalto l’oscura presenza dei cimiteri altrimenti dimenticati.

Da questo momento la narrazione si fa sempre più fantasiosa e pittoresca dalle caratteristiche di una opera teatrale.
Davanti al lettore, infatti, come per magia, la collinetta, simbolo di morte,  si trasforma in un palcoscenico di vita.
Gli scrittori gotici costretti a giacere separati nei sotterranei vicoli della morte, mossi da forze ignote, paranormali, fuoriescono uno dopo l’altro dalle loro tombe. 

La poetessa Elisabeth Barrett Browing è la prima a svegliarsi dal suo lungo sonno.
Si osserva lunga e di traverso. Legge la sua data di morte, 29 giugno 1861. È incredula. Lei è viva. Si sente viva. Dove si trova? Senza l’uso delle gambe si trascina a terra.

Il  lettore che conosce e ama i suoi versi d’istinto glieli recita: la terra è riempita di cielo, è ardente di Dio.

 Elisabeth si riprende, si guarda attorno.
Cosa sono quelle scatole che corrono oltre la staccionata con le persone dentro? Sente odore di aria puzzolente. È forse nell’inferno?
Quindi Elisabeth s’imbatte nel suo  amico poeta e scrittore Walter Savage Landor, di Warwick, ripresosi, nonostante i novant’anni,  ai piedi  di una lapide che porta il suo nome.

Elisabeth e Walter si conoscono.
Seppur sconcertati conversano su ciò che tuttora più li lega, i ricordi di famiglia, gli amici  ma si domandano anche dove sono finiti. In inferno o in una specie di limbo? Oppure in una stazione intermedia che la religione cattolica definisce purgatorio? 
Non hanno ancora la risposta quand’ecco apparire davanti a loro, in carne e ossa, il poeta tedesco Arthur Hugh Clough che con grande stupore nel trovarsi lì, vivo,  si unisce ai due. Racconta, per la gioia di Elisabeth, che il Risorgimento ha vinto, che Firenze rimase capitale solo fino al 1871. Che lui viene dal futuro, dal 1937,  e che forse anche loro hanno fatto un viaggio attraverso il tempo motivo per cui sono vivi qui, adesso.

 In questo racconto, passato, presente, futuro, radici della medesima  quercia, s’intrecciano sullo stesso palcoscenico al pari della morte che si confonde e fonde nella vita.

Tomba di Elisabeth Barrett Browing

Arthur  va in giro per quel palco e incontra il giornalista Robert Davidsohn che benché anche lui appartenga al futuro non lo riconosce.
Arthur se ne rammarica, non è certo un booster per il suo ego.

I dialoghi fra i quattro morti che si ritrovavano vivi più di prima per le reciproche conoscenze, i valori umani condivisi e soprattutto per la cultura che li accomuna, fra cui la scrittura gotica, come pure la connessione intellettuale, si aggiornano e divagano sul significato della parola futuro, del loro futuro chiusi dentro una collinetta. Chi verrà a salvarli?

Avviene l’incredibile. Un giovane si avvicina a loro. Pensa che siano una rappresentazione storica che usa il cimitero come palcoscenico e chiama il 112.

Una volante sarà qui in pochi minuti.
Avete mai immaginato la smorfia di stupore sulle facce dei morti vivi?
Beh, è ciò che spinge il giovane a raccontare loro di un certo Meucci.
«Che potenza tecnologica che è l’Italia» dice Elisabeth.

Adesso che quei morti sono tornati in vita non vogliono più morire anche se la morte come dice Arthur non esiste.  Ed ecco nascere la disquisizione su una materia che più ideologica di quella non ce n’è.       

Ai carabinieri che li prendono per drogati, chiedono di poter uscire da quel luogo, non hanno la minima idea di che cosa stessero parlando.

Segue l’interrogatorio: «Siete dei turisti? E i documenti? Perché vi siete mascherati?»

La vicenda per i morti vivi si complica invece di risolversi. Impronte digitali, ricerche DNA per tutti.
Raccontano di essere dei letterati, poeti, giornalisti. Si presentano con il loro nome e cognome. In effetti, le loro fotografie custodite negli archivi della biblioteca nazionale assomigliano molto ai quei morti viventi.
La polizia li mette in una pensione con la speranza che non si venga a sapere che si dia asilo a tutti i vagabondi che trovano rifugio nel cimitero degli inglesi. 

I   ritornati in vita osservano il mondo del XXI secolo.
Macchine, treni, aerei e milioni di morti sulla strada e sul lavoro.
Elettrodomestici di ogni genere insieme a tutto ciò che il XXI secolo si porta appresso.

Bene, cari lettori, mi fermo qui affinché possiate approcciarvi al racconto in modo spassionato, entrare nelle sue  peculiarità, soddisfare soprattutto la curiosità di conoscere l’insolita, inaspettata fine.

di Antonietta Toso

“Il ritorno degli inglesi” è presente nella raccolta “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, 2019) di Carlo Menzinger di Preussenthal

WEN – FOLLIA – Bianca dove sei – Antonietta Toso

               «Bianca dove sei?» Carmela urlava.

               La piccola iniziò a correre per le anguste stanze della casa in cerca di un nascondiglio mentre sedie e sgabelli le cadevano attorno come birilli.

               Aprì la porta del bagno e d’impeto la richiuse in fretta. Con le mani dietro la schiena tentò di bloccarla con il suo esile corpo. D’istinto si voltò per ruotare la chiave nella serratura che sentiva premere contro la nuca.  

                Il respiro le faceva difetto. Il cuore era una farfalla che svolazzava nella gola, che picchiava dentro gli occhi bagnati di pianto.

               Con il dorso della mano se li asciugò,  tirò su con il naso, se lo stropicciò e rimase immobile, paralizzata dal terrore di essere trovata.

               Tese le orecchie al pari della bestiola che ha paura del cacciatore nella giungla. Niente, nessun rumore proveniva al di là di quella porta, solo quello della pioggia e dei tuoni. Temette che la donna fosse fuori ad attenderla in silenzio.

               Scettica, Bianca, prese tempo.

               Salì su di una sedia e si affacciò alla finestra.

Pulì il vetro con il polsino della manica, lo fece risplendere alla luce dei lampioni. Guardò il selciato lucido di catrame fresco.

               Finalmente gli operai hanno finito. Se ne sono andati.

               Riflesso nel cristallo c’era il suo volto e quell’aria d’infantile disperazione che squarciava le tenebre più dei fulmini.

               Bianca si allontanò dalla finestra per osservarsi allo specchio. Per guardarsi negli occhi, fissarli oltre, arrivare alla mente, al cuore. Arrivare a Dio.      

               Eccolo, Dio c’é. Tace. Finge di essere morto.

               Lo scrutava per avere conferma alla spietata intuizione che s’infliggeva.

               Mi ucciderà. Prima o poi mamma mi ucciderà.

               Si passava le mani sulla fronte e fra i lisci capelli castani. Si sfiorava il contorno del viso per accertarsi di avere un posto nello spazio. Si osservava i lividi, quelli vecchi e quelli appena inflitti. Poco prima la natica non era blu e non le doleva.        Guardò fuori.

               In quei palazzi abitavano bimbi con una vita così diversa dalla sua.

               «Bianca. Dove sei?» Nuove urlastrapparono la casa al silenzio.

               Seguì uno sbattere di porte. La maniglia di quella del bagno saltellava nelle mani della madre.    « Apri. Vieni fuori subito, ho detto.»

               A passo lento, la piccola uscì dal nascondiglio.

               «Cosa ci facevi lì dentro, eh?»

               Bianca non rispondeva.

               «Ti ho fatto una domanda. Rispondi. Perché ti sei chiusa a chiave?»

               La donna continuava a sbraitare.

               Bianca taceva. La sua mente si era inceppata.

               Smarrita, guardava la madre con occhi vuoti ma riconobbe l’ira che la rinvigoriva e deformava la bocca.

               Si rilanciò a scappare. Due falcate, la donna la raggiunse. Bianca cadde prona, le ginocchia della madre sulla schiena.  

               Carmela le strappò il vestitino. Agguantò le mutandine, gliele tirò giù per conficcarle i denti nelle natiche.

               Il dolore era pungente e adesso Bianca urlava a perdifiato.

               «L’hai ritrovata la voce, eh? Guai a te se non mi rispondi quando ti faccio una domanda. Guai a te se non parli. Quante volte ancora te lo devo dire? Che cosa ci facevi nel bagno?»

               Bianca continuava a tacere. Avrebbe voluto arrendersi, dire qualcosa. Un semplice niente forse bastava ma la mente si era inceppata.

               Carmela la prese a schiaffi, sulla faccia, sulla testa mentre la piccola si divincolava e adesso era supina.

               Con le mani attorno al collo iniziò a stringere. Stringere.

               «Ti ammazzo. Hai capito? Ti  ammazzo.»

               La piccola roteò gli occhi, gettò la testa di lato a ciondoloni, come fosse una bambola di stracci.

               Carmela la liberò.

               Bianca cominciò a tossire, a respirare a stento come fosse a un soffio dal trapasso.

               Mamma è così contenta di avermi terrorizzata a morte. Io però sono stata brava a liberarmi, sono stata brava a non farmi strozzare.   

Dal romanzo “In un cassetto”   di Antonietta Toso

WEN – FOLLIA – La follia di Michelino – Brunetto Magaldi

 “Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
Cosa non detta in prosa mai né in rima
Che per amor venne in furore e matto
D’uom che sì saggio era stimato prima”

Così, con questi versi, Lodovico Ariosto introduce l’epico racconto della follia di Orlando nel suo immortale capolavoro.

Orlando, che nel poema di Matteo Maria Boiardo era soltanto innamorato, nel poema dell’Ariosto impazzisce per Angelica che non lo corrisponde.

E di personaggi che, per amore, impazziscono o addirittura si suicidano, ne è piena la letteratura.

Basti pensare al giovane Werther o allo Iacopo Ortis del Foscolo.

Ma anche nella vita reale, un amore non corrisposto, e nella cronaca si possono periodicamente trovarne numerosi esempi, può indurre ad atti di follia che non di rado si possono concretizzare in suicidi o tentati suicidi.

C’è chi si avvelena, chi si butta sotto il treno o giù da un ponte.

E c’è chi si butta dalla finestra.

Ed è proprio quello che in preda a una lucida amorosa follia, fece Michelino, studentello di seconda media

Adesso vi racconto come è andata.

Nella sua scuola come in tante altre in quel tempo, e siamo alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, era rigorosamente vietata la promiscuità dei sessi.

Proibite le classi miste.

I maschietti avevano le loro classi e le ragazzine, che obbligatoriamente dovevano indossare un grembiule nero, avevano le loro.

Inoltre, sempre per evitare qualsiasi promiscuità, nella sua scuola erano  stati adottati orari sfalsati di un quarto d’ora sia per l’entrata che per l’uscita dei maschi e delle femmine.

Michelino si era invaghito del bel visino di una ragazzina di terza media e che, col suo grembiulino nero che mal nascondeva le sue incipienti grazie, vedeva solo entrare nella scuola mentre lui attendeva coi compagni il suo turno.

Nonostante facesse di tutto per farsi notare, la ragazzina non l’aveva mai degnato di uno sguardo. 

All’uscita le femmine uscivano prima dei maschi e non c’era possibilità di avvicinarla.

Fu così che un giorno, era già primavera e le finestre delle aule erano spalancate per fare entrare il dolce tepore primaverile, Michelino, guardando dalla finestra si accorse che nel cortile sottostante, le ragazzine di terza, nei loro grembiulini neri, stavano facendo ginnastica.

Non ci pensò due volte, era la sua grande occasione e, fra lo stupore dei suoi compagni e le grida inorridite della prof che stava spiegando il teorema di Pitagora, scavalcò il davanzale e si buttò di sotto.

Follia pura, ma follia controllata.

L’aula era al piano rialzato della scuola e il volo di Michelino fu di poco più di due metri.

Atterrò sulla terra battuta del cortiletto e fu subito circondato dalle ragazzine che interruppero la loro lezione di ginnastica.

“Ti sei fatto male?” gli disse premurosa proprio la ragazzina del suo cuore.

“No,” rispose “non mi sono fatto niente”

Nel frattempo erano accorsi i bidelli, la prof di matematica, poi la preside mentre i compagni di classe e anche quelli delle altre classi si affacciavano alle finestre.

Accertato che Michelino non si era veramente fatto niente, furono avvertiti i genitori che accorsero il primo possibile.

Ricevuti dalla preside, dapprima in ansia, poi decisamente arrabbiati, preannunciarono a Michelino draconiane punizioni.

Se la cavò invece Michelino con tre giorni di sospensione dalla scuola, e dai genitori con la sospensione della paghetta per due settimane ed il divieto assoluto di uscire la domenica con i suoi amici.

Ma Michelino era contento lo stesso.

La ragazzina dei suoi sogni l’aveva finalmente notato.  

di Brunetto Magaldi

WEN – FOLLIA – Quel malefico germoglio – Milena Beltrandi

Mi piacerebbe trovare il seme della follia per rinchiuderlo in un barattolo ermetico e scuro che gli impedisca di crescere, vorrei rimuovere l’ossigeno per negargli la possibilità di spargere le sue spore intorno e ripartire dando vita a nuova follia.

Vorrei vedere dove nasconde le sue radici sottili e malefiche, capire come riesce a infiltrarsi ovunque e riprodursi come un parassita, scoprire come possa soffocare tutto rubando lo spazio alla moralità e alla razionalità dell’essere umano.

La follia che altro può essere se non un seme?

Un seme penetrante capace di espandersi all’interno delle menti umane e possederle a suo piacimento, silente fino al momento della germogliazione. Allora la follia fa uccidere a pugni e calci per uno sguardo di troppo, annienta la donna, moglie o madre per incompatibilità di carattere o solo per la voglia di mettere fine a un legame malato. Follia chi si sente in diritto di abusare e sfruttare giovanetti e bambini solo perché appartenenti a popolazioni straniere. Follia schiavizzare uomini sottoponendoli a infinte ore di lavoro sottopagato per i propri maggiori profitti, usare prepotenza e potere per sottomettere l’onesto al malaffare.

Si può chiamare solo folle chi uccide la propria famiglia, i figli, i genitori o le fidanzate; solo la follia può portare l’uomo alla brutalità come la vediamo oggi: guerre, stragi di innocenti nelle scuole, terrorismo nella società, morti bianche nelle fabbriche, per le strade, ovunque ci si aspetti di vedere civiltà ci si accorge delle sottili radici della follia.

Tra le immagini apocalittiche che ricordo di aver sentito da bambina ce n’era una particolarmente inquietante sulla popolazione, ridotta alla fame, disperata a tal punto che: “… le madri bolliranno i propri figli per sfamarsi…” che mi ha spaventato fin oltre l’adolescenza.

Ricordo che ritenevo la cosa raccapricciante ma assurda a tal punto da sentirmi sicura sull’impossibilità della fine dell’essere umano sulla terra. Era una metafora per ravvivare il Timor di Dio e allontanare le genti dal peccato che avrebbe portato alla fine del bene. Se le metafore servivano ad ammonire i peccatori sull’avvicinarsi del Giudizio Universale, pur non credendo nelle religioni, ogni volta che un uomo uccide una donna, un giovane aggredisce un coetaneo, una madre uccide un figlio, sento che se non troveremo il modo di ingabbiare il seme della follia omicida, se non riusciremo a cambiare, meriteremo l’estinzione minacciata.

                  

                                                             

di Milena Beltrandi

WEN – FOLLIA – Mio Dio è pieno di stelle! – Adriano Muzzi

– Mio Dio è pieno di stelle!

Fu l’ultima frase del malato in fase terminale, dopo pochi secondi spirò con un sorriso stampato sul viso cinereo. Il dottore staccò i neuro-elettrodi attaccati in varie parti della testa del paziente e si girò verso il vetro oscurato della sala infermieri, sapeva che lui era ancora lì, abbozzò un cenno di saluto con la mano. Poi, una volta svolte tutte le formalità del caso, si recò nello spogliatoio per cambiarsi e per parlare con Giulio.

 – Ehi Giulio, come stai? Eri tu oggi che fornivi i sogni al paziente deceduto nella stanza 23?

L’uomo girò lentamente la testa bitorzoluta e squadrò il medico con occhi sgranati e la bocca spalancata da cui colavano fili di saliva.

 – Ciao dottor Alberto, io sogno, ergo sono, ma so di non sapere, e vivo in mondi incantati.

 – Sì, lo so Giulio, sei molto bravo in quello che fai.

 – Lo sogno, caro Alberto, da Berto, ossia Bertuccia! Lo sai che sono il più forte dell’universo, eh!?

 – Prima o poi mi devi raccontare i tuoi segreti…

Giulio era uno dei “donatori”, uno dei tanti ricoverati nel reparto neurologico affetto da gravi forme di pazzia paranoide, i cosiddetti matti. Facevano parte di un ristretto gruppo che donava le proprie fantasie ai pazienti in fase terminale che erano provati dai forti dolori, fisici e mentali. Allietavano i momenti più brutti con proiezioni di mondi fantastici e gioiosi. Una sorta di anteprima del paradiso, per chi credeva, ma anche per chi era ateo.

            Passarono gli anni e anche Alberto, il dottore, si ammalò gravemente. Nei suoi ultimi giorni di vita chiese di Giulio, e anche se ormai il “matto” era a riposo, acconsentì a fornire il suo servizio un’ultima volta.

 – Ciao Dottor Alberto, alber-t-o bello, Alberobello!

Il dottore accennò un mezzo sorriso dal letto di sofferenza in cui si trovava.

I medici attaccarono i neuro-elettrodi alla testa del febbricitante e dettero l’OK a Giulio per iniziare.

Alberto improvvisamente passò dal dolore cieco, ondate rosso fuoco di male assoluto, a un’assenza di colori e sensazioni, per poi iniziare il vero “viaggio”…

… mi sento bene, l’aria calda sferza il mio corpo muscoloso, sono in costume, in cima a un altissimo scivolo d’acqua. Il canotto su cui sono seduto parte in una corsa sfrenata su una discesa ripidissima. Ci sono scivoli di tutti i colori, arcobaleni si formano tra gli schizzi d’acqua. Percorro curve e rettilinei impossibili, sento l’accelerazione che mi fa accapponare la pelle. Urlo di gioia, divertito come non mi succedeva da quando era bambino. Con il mio piccolo canotto arrivo a un punto che sembra  un’enorme meringa multicolore, inizio a vorticare finché la traiettoria a spirale non mi porta a imboccare un pertugio in un imbuto gigante. Il tunnel riempito di musica allegra dura per alcune centinaia di metri, poi sbuco in un fiume circondato da una foresta fitta, sembrerebbe quasi l’Amazzonia, uno dei viaggi più belli che ho fatto da ragazzo. Uccelli arancioni cantano melodie di una complicatezza inarrivabile. Fiori giganti mi inebriano le narici con i loro effluvi magici; inspiro a pieni polmoni, mi sento in splendida forma. Sono il padrone del mondo!

Attraverso pianure verdi, deserti costellati da dune gialle come l’oro e poi montagne con picchi innevati. È tutto così bello, la mia mente gode eccitata; non sento dolore, non percepisco stanchezza, solo tanta felicità.

Il canottino adesso si trova su uno scivolo parabolico enorme, prendo velocità, i capelli lunghi – ma non li avevo così a 16 anni? – mi frustano le spalle. Sono alla fine della parabola a una velocità impossibile, urlo di paura e di stupore. Mi stacco dallo scivolo prendendo il volo, attraverso uno strato di nuvole, poi il blu, poi il nero e…

… mio Dio è pieno di stelle!

di Adriano Muzzi

“E coloro che furono visti danzare furono

giudicati pazzi da quelli che non potevano

sentire la musica.”

          —  Friedrich Nietzsche


WEN – FOLLIA – La sedia impagliata – Terza Agnoletti

Fui promossa e trasferita a dirigere la filiale della banca in un paese della Piana. Certi parenti che non conoscevo, di cui fino ad allora avevo ignorato l’esistenza, mi contattarono e si offersero di ospitarmi. Mio padre era perplesso, cercava di dissuadermi:

“E’ gente strana, non abbiamo avuto più rapporti da quando eravamo ragazzi…”

Pensai che se i rapporti si erano raffreddati la responsabilità (o, se preferite, la colpa) non poteva stare da una parte sola. Mi fidai di quegli sconosciuti, accettai di buon grado l’ospitalità, almeno per i primi tempi, in attesa di una buona sistemazione indipendente.

La famiglia era formata da Anna, cugina di mio padre, da suo marito Ennio, entrambi pensionati e dalla loro figlia Maria, mia coetanea, impiegata in comune. Era stata quest’ultima a contattarmi.

Nei primi tempi l’ospitalità fu gradevole, condita di piccoli e a volte anche grandi gesti di accoglienza affettuosa. Con il passare dei giorni qualcosa cominciò ad appannarsi. Anna, che chiamavo zia, insensibilmente si ritrasse, si chiuse in sé stessa, smise di svolgere i suoi compiti di padrona di casa, costringendo Maria a sobbarcarsi una gran mole di incombenze, dalle pulizie alla preparazione dei pasti e annessi. Non potevo permettere che ricadesse tutto sulle sue spalle e fui costretta a lavorare il doppio di quello che avevo immaginato. Proposi di assumere una donna per le pulizie più pesanti, l’avrei pagata io. Maria, però, non gradì. Mi spiegò che sua madre non voleva estranei in casa, specialmente quando non si sentiva bene. Aggiunse:

“Poi le passa. Faccio tutto io, tu non ti sforzare:”

Ma, naturalmente, era impossibile per me evitare di aiutarla. Ennio stava in casa pochissimo ed era sempre taciturno. La zia passava il tempo dipingendo. I suoi quadri non mi piacevano, ma non sono un critico d’arte.

I soggetti erano pochi e casalinghi: pentole, padelle, stoviglie su cui talvolta era acciambellato il gatto di casa. Una volta dipinse una vecchia sedia impagliata, anzi che cominciava a … spagliarsi! e commentò:

“Questa è proprio bella!”

In quelle pitture ripetitive e ossessive vedevo qualcosa di inquietante che non riuscivo a decifrare. Non sapevo se erano le proporzioni, i colori, le ombre a turbarmi. Coglievo il senso di una minaccia incombente, ma in modo vago.

Un giorno, tornando dal lavoro, trovai la zia impegnata in un’attività frenetica che aveva coinvolto anche gli altri due membri della famiglia. Avevano staccato dalle pareti gran parte della produzione artistica e la stavano imballando perché, sempre la zia, presso un circolo culturale di un paese vicino, aveva affittato due sale per una mostra.

Mio malgrado fui coinvolta anche in quest’impresa non facile, non semplice. Non capivo con quale criterio (se un criterio c’era) venivano appesi i quadri a quelle pareti. La zia li attaccava e li staccava anche dieci volte, cambiandoli di posto, finché la presidente del circolo venne e le disse:

“Basta! Ora comando io! Questi vanno bene così, questo invece lo mettiamo qua e quest’altro alla parete di fronte, da solo. Si apre al pubblico.”

Se aveva usato un criterio, l’aveva trovato semplicemente nella dimensione dei quadri, ma la zia si adeguò senza protestare.

I visitatori vi furono, come testimoniò il registro delle firme, tuttavia nessuno acquistò niente. Scoprii in ritardo che l’esposizione aveva un titolo, Ghefangnis, di cui non capivo il senso. Mi sembrava tedesco, mi ripromisi di cercare su un dizionario, ma decisi che non era urgente. Forse i visitatori erano venuti pensando di vedere raffigurati personaggi, oppure oggetti adeguati alla parola, se ne conoscevano il significato.

I quadri tornarono a casa, furono appesi di nuovo e la pittrice s’incupì ancora di più. Passava intere giornate a letto, si alzava appena per i pasti, perché il marito aveva proibito a noi ragazze di portarle vivande in camera.

Una mattina molto presto sentii un gran fracasso, poi urla, parole oscene.. Corsi in soggiorno. Anna, completamente nuda, stava fracassando le sue creazioni. Il pavimento era cosparso di cornici in frantumi e di frammenti di vetro dei disegni incorniciati, appunto, sotto vetro. Ennio riuscì a bloccarla, prendendole le braccia da dietro, Maria arrivò con una siringa e le fece un’iniezione.

“Non ha preso le medicine!” mi spiegò mentre lo faceva.

Fra marito e figlia la trascinarono di nuovo in camera.

Non sapendo che cosa fare, raccolsi i cartoni e le tele che non si erano sciupati, finché i due tornarono dicendo:

“Il sedativo ha fatto effetto, ora dorme. Vai a vestirti e fai colazione, altrimenti farai tardi al lavoro. Qui mettiamo a posto noi.”

Ero inquieta, a disagio. Appena arrivai in banca domandai se c’era un’agenzia che si occupasse di affittare appartamenti. Non c’era un’agenzia, ma una persona che come secondo lavoro svolgeva un servizio di sensale. Era un ometto dai modi untuosi, poco gradevoli, che mi accompagnò a visitarne due a suo giudizio adattissimi a me. Non mi piacquero. Mi consigliò di non avere fretta: avrebbe consultato alcuni proprietari.

Anna era tornata tranquilla, apatica, ma tranquilla. La trovavo a sedere sulla famosa sedia modello della pittura, intenta a osservare le sue opere come se le studiasse, specialmente quelle che si erano salvate ed erano state incorniciate di nuovo. Le fissava a lungo, poi guardava le proprie mani (il dorso, il palmo) le chiudeva a pugno, le alzava al cielo. Spostava la sedia per contemplare altri quadri e ripeteva i gesti, sempre uguali, sempre nel medesimo ordine. Non era tranquillizzante. La notte, per sicurezza, mi chiudevo a chiave nella stanza che mi avevano assegnato. L’appartamento su misura non si trovava. Pensai di accettarne uno qualunque, ma ci misi troppo a decidere.

Un pomeriggio, dopo una riunione con i collaboratori, rientrai tardi. Attraverso la porta dell’appartamento, prima ancora di girare la chiave, sentii urla che non sembravano umane. Non sapevo se era meglio tornare indietro o entrare. Decisi per questa seconda soluzione. Il dramma si stava consumando nella camera matrimoniale. Anna emetteva suoni inarticolati, poi colsi qualche frase intelligibile:

“E colpa tua…”

“Mostro!”

“Hai voluto la mia rovina…”

Non potevo capire a quali fatti si riferisse. Infine:

“Mi hai messo incinta per sposarmi e hai rovinato la ma arte! Ora me la paghi.”

Sentii un grido che non era di Anna, forse era un noo, ma non ero sicura, però spalancai la porta e mi trovai all’inferno.

Ennio era supino sul letto e Anna, a cavalcioni lo stava pugnalando con un grosso coltello da cucina. Cera sangue sulle lenzuola e sulle pareti. Presi la famosa sedia che era stata modello di pittura e la sbattei con forza sulla schiena di quella furia dannata. Cadde a terra, perse il coltello. Lo raccolsi, lo portai in camera, mi chiusi dentro e chiamai, nell’ordine, i carabinieri, l’ambulanza, il prete. Mi venne in mente il prete, perché credevo che Ennio fosse morto. Arrivarono tutti insieme, fecero una bella confusione. Era morto soltanto il gatto, squarciato da molte coltellate. Parecchie tracce di sangue erano dell’animale. Maria non si trovava.

Esauriti gli interrogatori, radunai le mie cose e presi una camera nell’unico alberghetto del posto. Il giorno dopo non andai al lavoro. Il medico mi aveva prescritto un sedativo, perciò dormii a lungo. Quando tornai in banca ebbi notizie certe.

Ennio era stato fortunato, il fendente che mirava al cuore non aveva raggiunto il bersaglio. Aveva un polmone perforato e altri guai non da poco, ma sarebbe sopravvissuto. Anna aveva due costole rotte.

“La sedia!” esclamò una delle impiegate. Ma la sedia era innocente, la colpevole ero io!

Mi dicevano: “Hai salvato capra e cavoli. Meriti un premio!”

Quale premio? Mi sentivo in colpa per aver ferito Anna, ma anche per aver sottovalutato le stranezze che aveva commesso. Quel senso di colpa mi tormenterà finché vivrò. Anna era una squilibrata, ma anch’io non avevo più l’equilibrio di una volta, la sicurezza dei miei pensieri.

 Non dissi nulla di tutto ciò, domandai:

“Maria?”

“E’ salva. La madre l’aveva fatta cadere nella cisterna che si trova sotto il cortile lastricato e che per fortuna è quasi vuota. Maria sostiene di esserci caduta accidentalmente, perché era stata lasciata aperta. Ma qualcuno l’aveva richiusa quando lei era sul fondo! Vuole difendere la madre  a tutti i costi.”

Cominciai a meditare sul senso della parola tedesca che Anna aveva usato per la mostra: significava prigione! La famiglia, il lavoro domestico, la cura della figlia per Anna erano una prigione che le aveva impedito di realizzarsi come artista. Era un ragionamento sensato? Che cosa aveva impedito a lei, Anna, di fuggire da quella prigione? Anche le mie riflessioni erano contorte.

A questo punto, però, avvenne qualcosa di inatteso. E’ proprio vero, come afferma l’Ariosto, che ognuno ha il suo ramo di pazzia e in molti rivelarono di averne uno robusto. Dopo che la stampa aveva dato risonanza alla vicenda, i quadri di Anna furono richiesti, trovarono estimatori e acquirenti, gente disposta a pagare bene una composizione di pentole e tegami, un cestino della carta straccia con gatto, una vecchia sedia impagliata… Quando tutti e tre gli attori del dramma si furono rimessi in sesto, Anna riprese a dipingere furiosamente e a vendere.

Tutto bene, dunque, anche meglio di prima, anche senza gatto!

No, non tutto bene: sono io che dubito del mio equilibrio mentale, ho paura di me stessa, avrei bisogno dello psichiatra. Temo che, a suo modo, la follia sia contagiosa.

Picasso – Natura morta con sedia impagliata

di Terza Agnoletti

WEN – FOLLIA – Follia 2022 – Laura Gronchi

La simpatia tra Marty e Terry nacque all’asilo evolvendo in amicizia sui banchi di scuola. Pareva destinata a consolidarsi in un rapporto inossidabile, il destino però ci mise del suo e così non fu.

Alle superiori si trovarono in sezioni diverse e ciò permise a elementi esterni d’intrufolarsi nel rapporto.

Terry cercò di coinvolgere Marty in un gruppo “speciale”. Gli fece vedere i filmati di bravate commesse ai danni di alcuni ragazzini.

Ce n’erano di esilaranti e ne risero assieme, Marty però se ne tenne fuori.

Detestava i toni arroganti usati nelle chat, per non parlare del disagio nel vedere le vittime in lacrime.

Le cose andarono avanti così per qualche tempo.

Il rendimento di Terry peggiorò, crebbe invece la sua fama di teppista.

Ci furono degli I-Phone spariti, si volatilizzarono anche dei capi firmati dagli spogliatoi.

Il video di una ragazza ridicolizzata arrivò su Youtube e lei diventò lo zimbello della scuola.

Settimane dopo i genitori la trovarono svenuta nella vasca con i polsi tagliati.

I sospetti portarono alle gang di bulli, tra cui quella di Terry, prove concrete però non se ne trovarono, le autorità pertanto dovettero abbozzare.

«Sei ancora in tempo, lasciali perdere» lo esortò Marty.

«Di che t’impicci? Brutto vigliacco.»

«Ho visto i video delle tue imprese. Sei cretino a stringerti un cappio al collo fino quasi a soffocare? Ma che ti dice il cervello?» Dalla rabbia lo scrollò per le spalle, l’altro però l’allontanò con uno spintone.

«Chi credi d’essere per parlarmi così? Sono il migliore! Superate le prove sarò io il capo! Tu sei una nullità!» Marty strabuzzò gli occhi alla vista del coltello che Terry brandì per farsi grande. D’istinto balzò indietro e senza dire altro lo abbandonò al suo destino.

Fino a quel giorno.

«Non puoi farlo sul serio!» Il senso di colpa gli spiattellò su un vassoio irto di spine, tutti gli indizi volutamente ignorati.

«Si che posso.» Dallo sguardo febbrile di Terry capì che era ormai tardi.

«È impossibile e lo sai!»

«Il video del salto tra i due edifici è vero! Ci sono i testimoni! Se ce l’ha fatta lui posso farlo anch’io. Voglio solo che mi filmi con il cellulare.»

«Ti ammazzerai, falla finita. Anzi sai che ti dico? Me ne vado.» Marty gli voltò le spalle e si avviò verso l’uscita. Dietro di sé solo il silenzio.

Senza testimone voglio proprio vedere come farà. A dar ragione ai pensieri, udì un sospiro che sapeva di frustrazione e dei passi. Sorrise tra sé. Perfetto! Viene via.

Giunto al pianerottolo, scese un gradino certo che Terry l’avrebbe raggiunto pregandolo di rimanere.

Sarò irremovibile.

Quando ciò non successe, con la coda dell’occhio sbirciò la situazione sul tetto. Sbiancò.

«No! Fermo!»

«Tira fori il cellulare!»

«No!»

«Tanto lo farò comunque! C’è una telecamera di sorveglianza, basterà quella.» Vide Terry  rinculare ancora di qualche metro, poi prendere la rincorsa e lanciarsi a tutta velocità verso il cornicione.

«Terry!»

Marty si paralizzò sul posto, il braccio slanciato in avanti che desiderò potesse tramutarsi in lazo per accalappiare quel folle che stava gettando la vita in quel salto nel vuoto.

Vide gambe e braccia mulinare per aria, labbra tese oscurare il sorriso spavaldo.

Marty si precipitò fino al bordo. Scorse la mano dell’amico che impattava e cercava di trovare un appiglio sulla superficie dell’altro parapetto. La disperazione però non poté nulla contro la forza di gravità e volò di sotto.

Tutto per vincere la folle scommessa di una gang di bulli.

di Laura Gronchi

WEN – FOLLIA – Mia cara Lavinia- Silvia Taccagni

Ci aveva riflettuto per giorni, vagliando i pro e i contro.

Non era certo che fosse la cosa giusta da fare, ma era l’unica che gli avrebbe permesso, senza alcun dubbio, di attirare l’attenzione di Lavinia.

Era ormai un anno che cercava di farsi notare da lei, ma ogni suo sforzo era stato inutile.

Agli occhi di Lavinia lui pareva essere invisibile.

Adesso avrebbe fatto l’ultimo tentativo. Il giorno precedente aveva comprato un enorme cuore imbottito e un bellissimo mazzo di rose rosse, poi, quella mattina, aveva indossato giacca, cravatta e i gemelli che gli aveva regalato suo padre, quelli che gli portavano fortuna.

Una volta pronto, era salito al quindicesimo piano di quel palazzone, lì dove si trovava l’ufficio di Lavinia.

Aveva escogitato un arrivo ad effetto, evitando di usare mezzi di salita convenzionali e banali.

Sarebbe stata una bella sorpresa.

Stavolta Lavinia lo avrebbe notato; era chiaro oltre ogni ragionevole dubbio.

Ma una volta giunto lassù fu lui a rimanere sorpreso; infatti venne a sapere che quella mattina la ragazza del suo cuore non era al lavoro.

Deluso per l’ennesima volta, tornò sui suoi passi. Dopo essersi trattenuto lassù a fumare una sigaretta, decise che era l’ora di tornare indietro e iniziò la discesa.

Nel tragitto tra il quindicesimo e il settimo piano ebbe modo di riflettere. Non era stata per niente una buona idea salire fin lassù; Lavinia non c’era e i colleghi di lei lo avevano preso abbondantemente in giro.

Proseguendo nello scendere contunuò a pensare. Fra l’ottavo e il secondo piano si rese conto che anche le modalità di salita che aveva scelto non erano state certo le più adeguate, come non adeguato al tipo di tecnica usata era l’abbigliamento che aveva deciso di indossare.

Mentre ancora rifletteva si rese conto che stava scendendo troppo precipitosamente.

A quella velocità l’aria gli punzecchiava le guance e faceva fatica a tenere gli occhi aperti.

Prima di chiuderli del tutto però, notò in strada una sagoma femminile che gli veniva incontro.

Era Lavinia che si affrettava per il turno del pomeriggio. Procedeva a passo spedito; era in ritardo come al solito.

Non fece però in tempo a varcare la soglia di ingresso del palazzo. Arrivata sotto il ponteggio esterno, quello che era stato allestito per il restauro della facciata, nonché quello che era stato  il suo mezzo di salita non convenzionale, lei aveva sentito un fruscio che si era fatto sempre più intenso.

Istintivamente aveva alzato gli occhi al cielo e subito dopo aveva puntato il suo sguardo per terra. Adesso si trovava lì, ferma immobile con di fronte quel che rimaneva di lui dopo l’impatto con l’asfalto.

Vi era sangue un po’ ovunque e pezzi di cervello appiccicati qua e là.

La sua faccia, quasi del tutto spappolata, era irriconoscibile.

Solo un particolare era ancora evidente; la sua bocca increspata da un sorriso, quel sorriso che aveva preso forma quando, mentre in caduta libera procedeva verso il basso, gli fu chiaro di essere finalmente riuscito nel suo intento. Una volta arrivato a terra, Lavinia non avrebbe potuto fare a meno di notarlo.

di Silvia Taccagni

WEN – FOLLIA – Pedine – Serena Taccagni

Avrebbe finito il sigaro con calma, adorava sentire l’aroma di vaniglia appiccicato sui soprammobili di casa, attaccato alle pareti, disteso sui cuscini del divano. Era tranquillo. Aveva preparato tutto nei minimi dettagli, aveva ripercorso il suo piano mentalmente milioni di volte. Fece un sospiro, buttò fuori il fumo, che gli pizzicò gli occhi, vide appannato e poi una lacrima si sprigionò pigra, rigandogli la guancia rasata e scavata dall’età, o forse solo dall’ansia. Allungò le gambe sul tavolino di vetro e contemplò la grande libreria di fronte a sé, libri antichi, libri colorati con eleganti scritte dorate, tutti in rigoroso ordine alfabetico, merito di sua moglie, precisa come un orologio.

Sapeva di avere un piano perfetto, non avrebbe potuto capitargli occasione migliore, aver trovato quel senzatetto, che alcuni suoi amici avevano scambiato per lui, aveva dato corpo al suo pensiero, ed essere dentista e avergli sistemato i denti, con la scusa di curarlo pro bono , era stata una grossa fortuna, e ora tutto era pronto per far saltare in aria lo studio dove aveva dato ricovero al sosia. In un attimo, bum, ciao ciao vecchia vita, che ora che ci pensava non conosceva nemmeno il nome del barbone, ma che importava, lo avrebbe chiamato pedina, lui come sua moglie e la piccola Clara, pedine per la sua libertà. La piccola non avrebbe sentito molto la sua mancanza, lo sapeva, in quanto a sua moglie poco ormai gli importava. Mentre era assorto nei suoi pensieri, il telefono di casa squillò, lui sobbalzò sul divano, d’istinto si lanciò verso il mobile del soggiorno, si fermò appena in tempo, non poteva rispondere, lui in fondo non era lì, era nel suo studio dentistico, dove era il suo cellulare. Doveva restare concentrato e non confondersi.  Entrò la segreteria; la prima volta era l’ospedale, un grave incidente, non potevano dire di più; la seconda, la polizia che chiedeva di richiamare prima possibile; la terza infine, il dottore del pronto soccorso annunciava in tono sommesso che sua moglie e la piccola erano decedute e lui avrebbe dovuto farsi vivo al più presto.

Il sigaro gli scivolò sul pavimento, fissò i suoi occhi in un punto indefinito della stanza, che cosa paradossale, osservò, ora erano le sue pedine a uscire di scena e non lui, come aveva programmato. Che cosa buffa è la vita, pensò. Aveva speso anni a pensare a un piano perfetto per rifarsi una vita lontano da lì, all’oscuro di tutti, e ora che il piano era perfetto, non ve ne era più bisogno. Sorrise inebetito.

D’istinto pigiò il timer che teneva poggiato sul bracciolo, e stranamente si rilassò immaginando il botto, le fiamme alte nel suo studio, il fumo E mentre raccolse il sigaro portandoselo alle labbra, si figurò quell’ultima pedina innocente che si contorceva nel fuoco, e un brivido di euforia percorse la sua schiena.

di Serena Taccagni

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