Renato Campinoti legge: “Spatriati” di Mario Desiati

Un occhio non scontato sui giovani.

Non credo sia stato facile per i giurati assegnare il Premio Strega 2022. 

Più di uno dei giovani meritava l’attenzione e il risultato. Io, come si vede dalla recensione di circa un mese fa, ero stato particolarmente colpito dal libro di Veronica Raimo, che non a caso ha ottenuto l’assegnazione del premio “giovani”. 

Forse sarà stata questa lettura che non mi ha fatto ugualmente entusiasmare per il libro di Mario Desiati. 

Pur riconoscendo, va detto per amore di verità, una forte vena innovativa e una capacità affabulatoria fuori dell’ordinario, il libro non mi pare mantenga in ogni sua parte lo stesso livello e ritmo in grado di tenere adeguatamente viva l’attenzione del lettore. 

Certamente Desiati, con l’invenzione di questo rapporto di attrazione e di competizione tra Francesco e Claudia, nati e cresciuti nello stesso paese del Sud, entrambi accomunati dall’imperfezione dei rapporti familiari, desiderosi, in forme apparentemente opposte, di riscattarsi, l’una con il giro delle principali capitali d’Europa (Londra, Parigi e Berlino), l’altro cercando il successo nell’attività nel paese d’origine, apre una pista non banale all’osservazione dei giovani d’oggi. 

Insoddisfatti entrambi dei primi risultati, finiranno per andare insieme alla scoperta dei loro reali desideri sia in campo affettivo che sessuale.
Non è chiaro se il percorso non semplice cui Desiati costringe i suoi protagonisti, sia quello migliore da desiderare da parte dei giovani meridionali di oggi.
Non si capisce neppure se si tratti davvero di un modo per sfuggire al provincialismo delle loro origini e delle vicissitudini familiari, attraverso l’acquisizione di una sorta di cittadinanza europea.
Non a caso il titolo, Spatriati, vuole indicare più in negativo che in positivo la possibile nuova identità dei protagonisti. 

Identità quanto mai contraddittoria sia sul piano degli interessi culturali, ampiamente citati nel libro, sia su quello della ricerca di reali identità sessuali, anch’esse non chiare e non chiarite nella complessità delle esperienze, sia etero che omosessuali, che entrambi i protagonisti realizzano. 

La logica cui, infine, mi pare possa essere avvicinato il senso di questo pur ricco e meritevole di attenzione romanzo, è quella posta come premessa del racconto stesso con la citazione di una frase di Giacomo Leopardi tratta dallo Zibaldone: “Mai contento, mai nel mio centro”. 

Sarebbe come dire, guardando alle nuove generazioni meridionali, ma vorrei dire italiane, del livello di difficoltà cui la crisi morale, prima ancora che economica e culturale, ha frapposto alla capacità di realizzazione di se stessi. Perfino per i giovani che con una ricerca faticosa e impegnata nel campo europeo hanno cercato di realizzare. 

È, insomma, un libro che non vuole né condannare, né offrire soluzioni. Ma aprire il campo a una riflessione e a un’indagine non banale sui giovani meridionali figli della piccola borghesia contemporanea.

Renato Campinoti

Bruno De Filippis legge “Psicosfera” di Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal

“Psicosfera” di Carlo Menzinger e Massimo Acciai Baggiani è un puzzle che si compone a poco a poco, mostrando un’immagine che ha grande cura per l’armonia, la logica nascosta nell’illogico, il senso delle cose, la coerenza di una teoria.
La spina dorsale del libro è costituita da ideali e contenuti e questa parte è talmente ben curata, da prendere il sopravvento sulla storia e sulla trama.
Lo sfondo epico è costituito dall’eterna lotta tra bene e male entro cui si agita il desiderio dell’uomo di conoscere le risposte alle eterne domande: Chi siamo, da dove veniamo?
La trama, anche se, come detto, compressa dai contenuti, ha tuttavia una sua piacevole consistenza e offre molteplici step, suscitando l’interesse del lettore, come è imperativo per ogni romanzo che si rispetti, sin dalle prime pagine, sulla base dei misteri che vengono inizialmente prospettati e di cui si attende la soluzione.
L’ispirazione proveniente dal mondo di Asimov permea tutta la storia, unitamente a Solaris di Lem e a suggestioni tratte da “2001, Odissea dello spazio” e al Sogno di mezza estate di Shakespeare.
Anche l’amore è al centro del libro e con esso la coppia. Si mostra che essa non è la somma algebrica dei due componenti, ma ciò che moltiplica l’energia, consentendo l’evoluzione e la vita.
Benché i protagonisti siano chiusi in una sfera, il lettore avverte libertà e spazio, muovendosi, grazie alla narrazione, in località lontane, tra menti di persone di tutto il mondo e infinite possibilità di interagire con ambienti diversi, la cui creazione non è ostacolata dalle rigide regole della realtà, che strettamente ci imprigionano.
Gli alieni della storia – e ciò mostra la vigorosa immaginazione degli Autori – non sono copie modificate degli umani, come spesso la fantascienza propone, ma veri “alieni” per il nostro modo di pensare: diversi, magmatici e complessi e perciò incomprensibili.
Un tocco di poesia è dato dal continuo riferimento ai sogni, che costituiscono il tramite tra il reale e l’irreale, ove si muovono personaggi che, ricercando la propria identità, scoprono di avere la medesima consistenza che essi hanno.
Il libro è un omaggio, oltre che ad Asimov, a Verne, ma ha sue caratteristiche del tutto originali.
Se in “Cent’anni di solitudine” di Marquez l’universo sembra regolato dal caso e tutto comincia e finisce in sé stesso, in “Psicostoria” l’uomo ha una strada tracciata (l’evoluzione) e uno scopo preciso, essendo portatore della vita, l’unica forza che può sconfiggere l’entropia.
Ciò comporta una visione ottimistica della realtà, tuttavia temperata dall’idea che l’umanità deve cambiare, imparando a rispettare l’ambiente e proteggere la biodiversità.
Se il fascino della fantascienza consiste nella forte proiezione verso il futuro e nel non accettare i limiti che la realtà pone, gli autori di “Psicosfera” conducono per mano il lettore verso entrambi gli obiettivi, in un viaggio che parte dall’incubo dell’oscurità e giunge fino alle più lontane e luminose stelle.

Renato Campinoti legge: “Garibaldi a Gettysburg” di Pierfrancesco Prosperi

L’ucronia che fa riflettere, più che mai attuale

“Il complesso delle leggi economiche e sociali era mostruosamente sbilanciato in favore delle cosiddette classi deboli, che così succhiavano ogni energia al paese”. 

Il lettore mi perdonerà se prendo spunto da una frase che troverà solo verso la fine di questo bellissimo libro di Prosperi, che non ha a caso Urania ha provveduto a riproporre di nuovo. 

Ma è proprio da frasi come questa, messa in bocca a uno strano personaggio dall’autore nel lontano 1994, che si evidenzia tutta l’attualità e la qualità di un genere come l’Ucronia. 

Prosperi è sicuramente tra i pionieri, non solo in Italia, nella sua versione letteraria migliore, come questa, porta il lettore a godersi l’avventura che gli viene raccontata e, soprattutto, a riflettere sugli accadimenti della porzione di tempo e di mondo che gli è data di vivere. 

Sia chiaro, il libro di Prosperi è prima di tutto un eccellente prodotto letterario, che ha una storia e un ritmo in grado di tenere il lettore attaccato alle pagine dalla prima all’ultima. 

È proprio così che è accaduto anche a me e, non fosse altro che per questo, lo consiglio vivamente a chi, di questi tempi, può dedicare qualche ore a se stesso e alla scoperta di un altro pezzo di mondo come accade con i migliori romanzi. 

Ma di che si tratta? Prosperi ha immaginato che Garibaldi abbia risposto positivamente alla sollecitazione di Lincoln di andare a comandare il grosso delle truppe del Nord che combattevano per l’abolizione della schiavitù nella sanguinosa guerra civile americana negli anni ’60 del 1800. E immagina pure che nel 1863, nella decisiva battaglia di Gettysburg, succeda qualcosa che cambia le sorti della guerra e, quindi, del mondo. 

Ma non è su Garibaldi che lo scrittore si sofferma, bensì su Andrea Venier, un mite insegnate veneziano cui tocca in sorte di veder capovolgere le certezze perfino della collocazione italiana della sua amata Venezia, rimasta in mani tedesche. Da qui la ricerca, in alcuni passi perfino drammatici, delle ragioni che hanno prodotto un così forte stravolgimento della storia, fino a vedere presenti, tuttora, leggi di stampo schiavistico e razzista nella più grande potenza mondiale, finora simbolo di libertà e di innovazione. 

Naturalmente nella trama del racconto Prosperi inserisce abilmente i personaggi, dalla fidanzata poco soddisfatta delle certezze del suo uomo, all’amico sceneggiatore che sceglie di vivere in America, ad altri necessari a comporre un quadro assolutamente coerente con i fatti narrati, fino alla poliziotta affascinata dal nostro eroe, determinante per il disvelamento della vicenda. 

Insomma tutto converge verso il fine, o finale, che Prosperi aveva immaginato e che a me appare tuttora, come dicevo, di una sconvolgente attualità. 

Siamo infatti tuttora di fronte a una America alle prese con processi legati a veri e propri atti eversivi che ci hanno lasciati a bocca aperta con le immagini dell’invasione di Capitol Hill da parte di una folla di scalmanati. Con una “provincia” tuttora pronta a seguire il peperone di turno che prometta il ritorno ai tempi eroici degli USA. 

Può darsi che siano queste impressioni di carattere personale. Ma è proprio per questo, per sapere sollecitare riflessioni e reazioni emotive in ciascuno di noi lettori, che è valido e affascinante un prodotto letterario. 

Soprattutto quando ci propone un genere innovativo che, è auspicabile, sia finalmente equiparato a ogni altro filone letterario e quando, come nel caso, c’è dietro uno scrittore di qualità che fa dell’attenzione al particolare e della coerenza del racconto una sua caratteristica e anche una lezione per tanti scrittori dilettanti quali siamo molti di noi. 

Anche di questo, oltre che per il bellissimo prodotto letterario, dobbiamo essere grati a Francesco Prosperi.

Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “Le bestie giovani” di Davide Longo

Un romanzo della memoria, per non dimenticare.

Ancora una volta Davide Longo dimostra tutta la sua qualità di scrittore. Pur in un romanzo complesso e difficile, riesce a mantenere il lettore interessato e partecipe dall’inizio alla fine di un racconto che raggiunge le quattrocento pagine. 

Dico subito che non mi aspettavo da Longo, per me alla seconda lettura dopo il caso Bramard, una prova tanto complessa e impegnativa, anche “storicamente” come quella che delinea in questo lungo racconto. 

Si tratta, per farla breve, della scoperta da parte della polizia, nei pressi di Torino, di un vero e proprio deposito di ossa umane che fanno drizzare le antenne al commissario Arcadipane, peraltro alle prese con una complessa situazione familiare e di coppia. 

In pochi giorni, la polizia preposta a tali tipi di scoperte sottrae ufficialmente al nostro commissario il caso, catalogato frettolosamente come una sorta di ossario residuo della seconda guerra mondiale. 

Dopo una prima, apparente, presa d’atto di tale versione da parte di Arcadipane, il nostro arguto e scorbutico poliziotto si affida alle abilità della gente dello staff del laboratorio della polizia per capire, anche solo per il ritrovamento di un bottone di Jeans, che i reperti non possono risalire al tempo della guerra, ma sono di un periodo più recente. 

Pur in mezzo a una difficile problematica personale, che lo porta addirittura a entrare in analisi con la più improbabile (e tuttavia efficace) psicologa, Arcadipane sollecita il suo ex capo Corso Bramard a ripercorrere con la memoria un’intera, impegnativa vicenda in cui un ristretto gruppo di giovani “rivoluzionari” erano rimasti invischiati in un brutto fatto di sangue. 

Dal fallimento della mediazione del giovane Bramard per chiudere al meglio tale episodio, origina la vicenda di cui ci vuol parlare lo scrittore. Per avvertirci di come siano stati (e possano continuare a essere) possibili interventi eversivi finalizzati a piegare in una certa direzione la volontà di innovazione sociale e culturale presente nel nostro Paese. 

Interventi che, come fa dire a uno dei personaggi chiave della narrazione lo scrittore Davide Longo, non si sono limitati “solo” a sopprimere le persone colpevoli di aver pensato di cambiare in meglio il Paese, ma abbiano agito con ferocia e torture “perchè i torturatori hanno anche loro bisogno di fare pratica”, come fa dire a uno dei pochi sopravvissuti. Non si può fare a meno di rilevare l’eterogeneità dei personaggi che Longo mette in campo, a cominciare dalla psicologa di Arcadipane, Ariel come si chiama, affetta da un grave handicap alle gambe, chiamata a rimettere in sesto la situazione sessuale del commissario. Non meno particolare Isa, la giovane agente che, pur dominata da un carattere impossibile, riesce a dare un apporto importante alle ricerche di Bramard. Resta da dire che in questa vicenda, per quanto rilevante sia il personaggio di Corso Bramard, la figura dominante è senz’altro rappresentata dal commissario Arcadipane e dalle sue vicende, anche personali, appunto.Tanto che ci resteranno a lungo nella mente le figure della figlia, della moglie molto più saggia di lui nelle faccende familiari, del cane Trepet, privo di una zampa e con un occhio cecato, che è l’unico animale cui Arcadipane riesce ad affezionarsi e a fare entrare in famiglia.

Un po’ sconvolti dalle conclusioni cui Davide Longo ci conduce con questo robusto racconto, ci viene di pensare che volesse farci sapere che è al Nord che si sono giocati (e si giocheranno) i destini di questo nostro Paese dalla Democrazia fragile. La Mafia, anche quella esportata nelle altre regioni, può sconvolgere con la sua ferocia, ma non ha l’ambizione e la forza per cambiare la storia del Paese come ce l’hanno dalle parti di Bramard e Arcadipane. Ma forse mi posso sbagliare. Ai prossimi romanzi di Davide Longo la risposta.

di Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “Diario di un amore perduto” di Eric-Emmanuel Schmitt

Dal dolore alla ricerca di sé e dei suoi sentimenti

Si inizia questo libro con un po’ di scetticismo: non sarà tutto un lamento per la perdita della pur amatissima madre? 

Alla fine, quando si deve chiudere anche l’ultima pagina, dispiace e non poco allontanarci da un personaggio così, con i suoi sentimenti, i suoi lamenti, ma anche il suo, ricco, ritrovato stile di vita. 

Si perché lo spunto che da origine a questo racconto è rappresentato dal doloroso distacco da una madre che ha rappresentato sempre un punto di riferimento nella vita dell’autore. Colei che sapeva dare soltanto gioia ed equilibro, anche quando, come ci confessa Schmitt verso la fine del libro, di fronte al suo annuncio di voler terminare lo studio del pianoforte, “non smetti affatto di fare pianoforte”, le dirà con autorità. “E neanche smetterai” aggiunge di suo l’autore “di amare la bellezza e l’arte, di rimanere sensibile a ciò che nutre, consola, eleva o celebra la felicità di esistere. 

“I morti sono dei vivi che hanno fatto noi, e saranno i morti che noi ne faremo”. 

Possiamo dire che con queste frasi Schmitt mette termine al lutto durato due anni per la morte della madre e ci lascia un bellissimo insegnamento di vita. Sono molte le pagine iniziali e le singole frasi che l’autore dedica alla rappresentazione della immensità del vuoto che una mamma come la sua lascia nel suo animo e nella sua mente. 

Tuttavia sarebbe riduttivo far immaginare al lettore che si tratti di un libro riferito esclusivamente a tale, pur doloroso, avvenimento. Basta arrivare a prima di un terzo del lungo racconto dell’autore che una frase ci fa intuire che non vuol parlarci solo della morte della mamma. 

“Devo correre a Lione a leggere il segreto che mi ha lasciato nei suoi taccuini? In realtà è l’unica cosa che mi attira”. 

Comincia da qui un’altra storia in cui, pur non abbandonando mai il riferimento al dolore per la scomparsa della mamma, Schmitt ci apre il suo cuore a ben altre angosce e sensazioni che gli attraversano l’animo. 

È paradossale, ad esempio, che un libro dedicato alla scomparsa della mamma, finisca per diventare l’occasione per risolvere finalmente il vero cruccio che ha accompagnato la sua vita sentimentale: il rapporto difficile con padre che, da lui mai fino in fondo capito, si risolverà soltanto per un fortuito incontro che proprio il lutto per la madre gli permette di avere. 

Poi ci sono, in questo piccolo capolavoro di autobiografia, tante altre cose di un personaggio di tale statura. Magnifico in questo senso il rapporto con gli animali, a cominciare da quel bellissimo esemplare di cane che lo accompagnerà per un bel pezzo della sua vita e saprà farsi rimpiangere dolorosamente alla sua morte: “Dodici chili d’amore?”, si domanda alla morte dell’animale, “Si, sono pesanti. Pesantissimi. E quando se ne vanno pesano più di una tonnellata”. 

Non meno stimolante e pieno di sentimento affettivo il rapporto con la figliastra Colombe, caparbia e determinata ad avere il figlio che porta in grembo, nonostante la malattia rara, la fibrosi cistica, che la tormenta. “Tua madre era una guerriera. Come me” gli dirà per incoraggiarla a essere ottimista verso la sua attesa maternità. 

Sarà con un tenero e preoccupato sentimento che ne seguirà le difficoltà e i tormenti nell’ospedale dove infine viene ricoverata a causa delle gravi difficoltà respiratorie che la malattia, in quelle condizioni, le procurano. 

Altrettanto belli sono i passaggi nei quali, ormai in vena di autobiografia, l’autore ritorna al pensiero di sua madre. Forse la frase più bella, a questo riguardo, di tutto il libro è quella che il grande autore ci regala un bel pezzo in là nel racconto, nella parte finale: “Per vent’anni mamma mi ha svegliato con dolcezza… Quando finalmente mi voltavo sussurrava: ‘hai fatto dei bei sogni?’ ‘Si mamma, adesso te li racconto?. La prima cosa da fare su questa terra era fornire una storia plasmata dalla mia immaginazione. Ecco come si fabbrica uno scrittore…” 

Ma le parti assolutamente più interessante di tutto il libro sono, secondo me, quelle in cui Schmitt si sofferma a raccontarci la solida continuità della sua attività di attore, regista, e, soprattutto, scrittore che neppure il lutto per la madre, le vicende della malattia dell’amato cane, il ricovero ospedaliero della figliastra, la sua stessa necessità di ricovero e di operazione a una gamba riusciranno a interrompere. Sarà così che Schmitt ci porterà con sé, a scrivere il nuovo libro, un altro racconto con cui vincerà un nuovo premio, a prendere l’aereo per andare dall’altro capo del mondo a recitare il suo Monsieur Ibrahim, di nuovo a Lione a trovare la sorella e a raccontarle dell’ultima recita a Parigi. 

E sarà anche questo vero e proprio capolavoro di vita (“sono venuti a teatro, luogo sacro dell’essere umano, si aspettano il meglio e io darò loro il meglio di me. Il piacere degli altri è la mia salvezza”) che alla fine il grande autore ritrova la sua pace e la sua felicità. 

“Aspettavate che mi tornasse la gioia? E’ tornata. Stamattina mamma è viva, e non è l’ultima volta che mi regalerà gioia”.

Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge: “Asino zoppo si gode la vita” di Paolo Dapporto

Una peculiarità dei libri di Paolo Dapporto è che, una volta iniziati, risulta pressoché impossibile allontanarsene fino a quando non si vede la parola fine.

Stavolta l’autore si diletta con il “giallo” e nonostante il cambiamento di genere, mantiene sempre costante il suo stile caratterizzato dalla spontaneità, chiarezza, impronta emozionale, suggestione, competenza.

Ambientato nel paese di Sesto Fiorentino in un’ epoca pressoché contemporanea, il commissario Gaetano D’amore indaga sull’omicidio di una donna, Cristina, trovata uccisa, a notte fonda, al rientro a casa del marito, dissanguata dal colpo di una statuetta di marmo.

Un’indagine scorrevole e interessante dove la figura professionale del commissario si alterna a quella dell’uomo – padre, marito, collega, amico – rendendolo un personaggio affabile, simpatico, umano, nella semplicità dei gesti e delle intuizioni. A caratterizzarlo bene è la voce di Vasco, suicida in carcere, che come un’ombra lo segue costantemente in ogni indagine, a ricordargli l’importanza della ponderazione e della giusta calma nella valutazione degli eventi. “Asino zoppo si gode la vita” sottolinea proprio questo concetto: è bene essere cauti, procedere a passo lento per non prendere abbagli e commettere errori che porteremo sulle spalle per il resto dei nostri giorni. 

Dall’errore si può sempre imparare. Sbagliare ci offre un’ulteriore opportunità e il commissario, da uomo saggio e sensibile qual è, sa prenderla al volo.

Un romanzo davvero godibile anche se non si procede certamente a passo lento, tanto è fluente e piacevole la lettura.

Per me che non amo il genere “investigativo” ho trovato il romanzo comunque stimolante proprio perché l’autore sa muoversi oltre questo aspetto, caratterizzando contesto e personaggi, arricchendoli del sentimento, emozione, sensi di colpa, paure, incertezze tipici di ogni essere umano (come, per fare solo un esempio, la preoccupazione di Gaetano per il figlio e le sue problematiche adolescenziali).

Una lettura davvero interessante che consiglio fortemente a tutti coloro che cercano un libro di svago e non banale.

In risposta alla dedica – Il mio primo libro giallo. Speriamo bene! – che l’autore ha scritto sulla mia copia, il mio commento in merito non può essere che – Bersaglio raggiunto, risultato realizzato!-

Alle prossime storie, Paolo.  

Antonella Cipriani legge: “La cacciatrice di storie perdute” di Sejal Badani

Due storie si intersecano, la vita di Amisha  e di Jaya, nonna e nipote, lontane nel tempo ma vicine nel sentimento, unite da un segreto che l’autrice sa ben celare per mantenere alta la tensione fino alla fine. 

Fra loro si inserisce la storia di Lena, madre di Jaya e figlia di Amisha, una voce debole, nell’ombra, ma fondamentale per la comprensione dei fatti.

Sullo sfondo l’India, un paese povero, emarginato, sfruttato, ricco di contraddizioni ma anche di tradizioni, ideali, virtù, principi morali e religiosi.

Un romanzo ricco di tematiche (maternità, amore, amicizia, solidarietà, rivendicazione dei diritti umani, libertà, potere, ecc…) che sa catturare il lettore per la trama articolata e ben costruita  (ottima strategia letteraria l’alternanza temporale tra i primi del novecento e i  giorni nostri), ma povera nello stile, debole nel linguaggio, piuttosto superficiale e scontata, tanto da intuire già la successione dei fatti.

A parte qualche pillola di saggezza da manuale come «La felicità si annida nei rituali quotidiani e nelle storie nascoste tra le nuvole passeggere. La felicità si realizza nella vita che viviamo»… «La  perfezione può essere un’illusione e il potere implica delle responsabilità »… «Alle leggi serve molto tempo per cambiare i cuori delle persone»«Forse la vita non è altro che una sequenza di decisioni con l’aggiunta del “fattore destino”. Forse si tratta di accettare che l’impossibile implichi l’apertura di un’altra porta. E forse significa che bisogna essere più forti proprio durante i momenti difficili della vita», ho apprezzato molto le riflessioni sulla scrittura, anche se viene poco narrata l’attività di Amisha come scrittrice dando più risalto all’aspetto “rosa” della sua esistenza. 

Tra le citazioni, questa in particolare: «Se ritengo una cosa importante, la riporto sulla carta, dove a mio parere starà più al sicuro rispetto alle parole che vengono pronunciate solamente ad alta voce».

Insomma per concludere, un libro che, a parer mio, se non lo leggete non avrete perso molto (mi perdoni l’autrice).

Antonella Cipriani 24 luglio 2022 

Renato Campinoti legge “Odiodiclasse” di Giampiero Demi

Un raffinato romanzo-pamphlet per lettori scafati

Questo di Giampiero Demi è sicuramente un libro che pretende una buona dose di cultura, nel senso di conoscenza e studio e, al tempo stesso, una disponibilità a prendere sul serio (o forse il contrario) la verve crudelmente polemica dell’autore verso tutto ciò che è successo negli ultimi venti anni a Livorno (inteso anche come simbolo della decadenza sociale e culturale di un intero Paese). 

Fatta una tale premessa, si può cominciare a gustare ciò che di interessante e di istruttivo si trova nel libro, a cominciare da un amore sfegatato per Livorno e i livornesi, intesi come popolo livornese, di ogni angolo del quale l’autore non ci fa conoscere solo l’aspetto urbanistico e/o artistico, ma ci porta a rivivere quella che potremmo chiamare la “genesi” della sua nascita e del suo sviluppo fin dai tempi dei Medici e anche prima. 

In questo senso il libro, con i continui richiami alla sua miglior tradizione culturale, è anche un inno alla livornesità, intesa come anima inquieta, mai doma, oggi più che mai arrovellata dagli scempi urbanistici e sociali che le sono caduti addosso. C’è, anche qui, una visione della città e dei suoi mali come archetipo di ciò che più in generale è accaduto nel Paese tutto. Di qui il richiamo del personaggio principale dal suo forzato abbandono della città per più di venti anni e il suo ritorno, voluto dagli amici di sempre, per una apparente necessità di indagine su un delitto di un ufficiale dell’esercito avvenuto più di dieci anni fa. 

E qui si incontra l’altro aspetto interessante del libro: la capacità dell’autore di coinvolgere il lettore in un raffinato e complesso plot giallo che sembra condurre tutto il racconto verso esiti inaspettati e che paiono andare diritti verso la mai risolta drammatica vicenda della giornalista Ilaria Alpi e delle trame oscure che hanno avvolto la sua fine e quella della sua scorta. 

Ed è proprio qui, quando ormai sembrava di aver capito la direzione che stava prendendo il racconto che arriva la sorpresa più grande e il romanzo comincia a trasformarsi inevitabilmente in un vero e proprio pamphlet contro l’imbarbarimento sociale e culturale della nostra società. 

Sarebbe interessante, visti anche gli esiti cui tutto ciò condurrà il corposo racconto del Demi, confrontare tra più lettori l’impressione che una scelta del genere lascia in chi aveva inteso, a partire dalla prima parte del libro, di trovarsi di fronte a una raffinata e forte opera letteraria, di cruda connotazione satirica e di esplicito impatto sociale, che fa i conti, nella seconda parte, con una forte mutazione dell’indirizzo del libro, (volutamente satirico?) che lascia quantomeno insoddisfatta la parte letteraria che pure l’autore sa padroneggiare alla grande. 

Un altro aspetto di sicuro impatto nei lettori è il linguaggio volutamente aderente alla “lingua” livornese, che niente nasconde dello slang popolare, fino al largo (e discutibile) impiego della bestemmia. 

Si chiude, letta l’ultima pagina, questo libro del tutto particolare e ci prende la curiosità di saperne di più sulle vicende livornesi di cui Demi ci parla più o meno direttamente. 

È anche questo un merito non secondario di questa lettura.

di Renato Campinoti

Gabriella Zonno legge “Nova” di Fabio Bacà

Il nuovo romanzo di F.Bacà è tutto incentrato sulla dicotomia luce-ombra della psiche umana.
La storia inizia narrando la vita perfetta di un neurochirurgo di successo. Il suo nome è Davide Ricci. Classico uomo in carriera, quindi un uomo dominato dalla ragione… “Del cervello umano, Davide sa quanto ha imparato all’università, e usa nel suo mestiere di neurochirurgo….” Nessun dubbio filosofico o morale. Soltanto nozioni strettamente scientifiche e materialiste D’altronde per svolgere al meglio il suo lavoro, non può permettersi certo di essere preda di paura o delle emozioni. Quando si lavora nella microchirurgia, bisogna essere precisi e freddi come una macchina. Bisogna avere un controllo totale del proprio cervello e del proprio corpo. Ogni microscopica disattenzione, infatti, può costare la vita al paziente.

Davide è sposato con Barbara, che fa la logopedista. Hanno un figlio di nome Tommaso. La sua vita e quella della sua famiglia scorrono in modo perfetto. D’altronde sono benestanti, quindi è frequente essere invitati a eventi ed essere amici di politici e imprenditori.

La vicenda è ambientata a Lucca, cittadina ridente della provincia toscana. La narrazione inizia così in modo placido e lento per poi subire uno scossone, quando Barbara verrà aggredita da un ubriaco.

Erano insieme Davide e Barbara ma… ma Davide non ha fatto niente per difendere la moglie… perché? Scrive Bacà: ”…la maggior parte delle persone non [è] preparata a un evento psichicamente traumatico come un’aggressione brutale… per quasi tutti noi la violenza è un fatto emotivamente alieno…”.

Barbara per fortuna si salva grazie all’intervento di Diego, maestro zen. Questo sarà per Davide e Diego l’inizio di un confronto al centro del quale si trova la violenza. Grazie a Diego, Davide si renderà conto che la vita, la sua vita non può essere impostata soltanto sul dovere spasmodico di essere sempre e comunque perfetto.

In questo percorso, Davide prenderà coscienza dell’indole più intima dell’essere umano. Essere davvero umani, infatti, significa ammettere e riconoscere che in ognuno di noi alberga un lato oscuro. Non a caso, spesso gli autori di episodi violenti affermano di non conoscere la ragione ultima del loro gesto folle. La nostra società è incentrata su questo meccanismo di rimozione: bisogna essere tutti buoni e perfetti.

Purtroppo non è così. L’essere umano è contraddistinto da pulsioni molto nobili ma anche da pulsioni terribilmente violente. La domanda che sorge spontanea, allora è: come possiamo realizzare una società pacifica e armoniosa in cui tutti possano aspirare alla felicità? Bacà ci dice quello che noi buddisti sappiamo da sempre. Non è rimuovendo l’oscurità, cioè i lati peggiori della natura umana, che potremmo diventare esseri umani migliori. Soltanto guardando in faccia i nostri lati peggiori, i nostri difetti più meschini, le nostre tendenze più oscure possiamo diventare veri esseri umani. Non è un percorso facile né breve.

È un percorso che dura tutta la vita e i cui risultati non sono assolutamente garantiti. Bacà scrive in un altro passaggio: ”…Dio ha creato il mondo con la violenza… Le nostre anime sono state salvate da un atto di violenza…”.

Parole forti, ma non c’è in Bacà una volontà provocatoria nei confronti del lettore, semmai una sincera intenzionalità di scandagliare l’animo umano. In breve, il presente libro è un romanzo psicologico ma anche un’analisi intensa dell’animo umano.

Ada Ascari legge: Il caso Bramard di Davide Longo

Cosa rimane di un libro dopo che è stato letto, a parte la polvere che si accumula una volta riposto in una libreria? Dipende, dipende dal libro.

Ci sono libri che restano per un po’ per la bella storia che è stata raccontata, se è un saggio per le cose che abbiamo approfondito, restano per la curiosità che hanno suscitato oppure non resta niente… perché sono passati attraverso di noi come meteore, ci hanno dato momenti, sì piacevoli, ma subito dimenticati.

Sono una che si può definire una lettrice forte e tutto non posso ricordare, a volte mi capita di pensare che forse quel libro, quel romanzo l’ho letto, ma non ricordo niente o poco del contenuto… 

Quando poi si tratta di un giallo, spero sempre che la soluzione arrivi in fondo, ma proprio in fondo perché altrimenti la delusione mi prende e vorrei lasciare la lettura.

Per il caso Bramard è stato diverso, giallo, soluzione finale, non del tutto scontata, anche se avevo subdorato qualcosa… ma quello che mi è rimasto di questo libro è stata la lingua.

Una lingua espressa con una  scrittura per niente ridondante, una scrittura stringata, con dialoghi che devi rileggerli due volte per seguirli, dialoghi reali, con sottintesi, dialoghi di persone che si conoscono e che quindi non hanno bisogno di tante parole. Una scrittura concentrata, senza una parola superflua che porta diritta al punto. 

Poi all’improvviso all’interno di questa scrittura così essenziale, spuntano alcune righe di vera poesia. 

La poesia è quella forma di scrittura in cui non è necessario dire, ma far sentire. Si sente all’improvviso “l’odore di pacificata rovina”, si vede “una bellezza che richiede pazienza per essere compresa”, si ascoltano “gli addii carichi di cose taciute”.

Ci troviamo all’improvviso davanti a qualcuno che “ha i polsi che gli escono dalle maniche del giubbotto come snodi di una vecchia lampada da tecnigrafo” ed entriamo in una stanza di ospedale a “tre letti, tutti occupati da gente che non sarebbe tornata a casa”, che delicatezza in questa sola frase.

A me di questo libro è rimasta la poesia e il sottile pensiero che “sotto occhi lentissimi” fa chiedere “come può esser così leggero il male?

Il male in una trama gialla, è dentro la storia, non ci sarebbe storia senza delitto, senza il male che scava la mente, che ha lo stesso effetto della goccia che scava la pietra.

E questa trama ha il male dentro, un male che si porta dietro come un peso dentro uno zaino da montagna. 

Ma alla fine si arriva alla vetta, non senza essersi sbucciato, o ferito, toccato nel corpo e nella mente, barcamenato tra dolori e sentimenti, che lasciano il lettore pronto per un nuovo capitolo. Perché deve esserci un nuovo capitolo a questa storia di morte e di rinascita, anzi di resurrezione. 

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: