WEN – GENITORI – Naufragio – Carlo Menzinger

La montagna d’acqua s’avventò in corsa sulla nave. La prua si sollevò verso il cielo, come se l’Odissea tentasse la disperata impresa di arrampicarsi per quel mare improvvisamente divenuto verticale.

Nella cabina i viaggiatori urlanti furono sbattuti contro la parete di fondo, mentre getti d’acqua la invadevano da tutte le parti. Per un attimo interminabile la barca parve resistere in quella posizione improbabile e quasi riuscire a risalire di qualche metro la superficie mortale, poi perse l’equilibrio e si rovesciò all’indietro con la chiglia all’aria, subito sommersa dal passaggio dell’onda anomala, impotente come una tartaruga riversa sul dorso. Mentre il mare la sommergeva, la barca si spaccò in quattro pezzi.

Gli abitanti della cabina rotolarono sott’acqua più volte, l’uno sull’altro, tra le macerie della barca, mentre l’abitacolo si capovolgeva e staccava dal resto della nave. Aracne evitò per miracolo il colpo di una grossa trave che roteava su di lei. Giuseppe fu stordito da un’altra che si era staccata dal tetto. Nymphodora fu risucchiata fuori dall’acqua assieme a Ingmunde. Aracne fece appena in tempo a far riparare il piccolo Lucius in un baule, che un’onda la scagliò in mare. I marinai, all’esterno, furono spazzati via.

Finalmente l’onda passò sopra di loro e si allontanò, lasciando l’oceano alle sue spalle insolitamente calmo. Uno dietro l’altro, alcuni frammenti della nave tornarono a galla.

Alcuni marinai sopravvissuti nuotarono verso un tavolato galleggiante e vi si aggrapparono.

Aracne emergendo li scorse in lontananza, ma di loro non le importava. Si guardò invece attorno disperata gridando:

  • Lucius. Lucius. Per gli Dei, dove sei piccolo mio. Lucius.

Sentendo le grida Nymphodora si girò e nuotò verso di lei.

  • Lucius – ripeté l’ilota – Nymphodora hai visto il mio bambino? Hai visto Lucius?

Nymphodora scosse a fatica la testa. Le pareva già un miracolo essere viva. Che cosa ne era stato degli altri? Dov’era il suo Doukas? Chi poteva essersi salvato? Difficilmente Lucius. Come poteva avercela fatta un bambino così piccolo? Pensava non fosse possibile, ma non disse nulla e cercò di abbracciare la sua serva per confortarla, cercando a sua volta conforto, ma Aracne non badava a lei, mentre i suoi occhi continuavano a perlustrare il mare. Dopo poco Aracne si staccò dalla padrona e si mise a nuotare disperata, alla ricerca del figlio. Nymphodora le andò dietro.

  • Stai calma, non sprecare le forze – le gridò, ma Aracne non la ascoltava. Aveva visto un corpo galleggiare. Lo raggiunsero. Era Giuseppe, svenuto. Nymphodora, lo schiaffeggiò per rianimarlo, ma il gesuista non sembrava volersi risvegliare. La ragazza allora, sorreggendogli la testa con una mano e cercando di tenersi a galla con l’altra tentò una respirazione bocca a bocca. Giuseppe, sussultò, sputò un getto d’acqua e riaprì gli occhi, spaventato.
  • Mio Dio! – esclamò riprendendosi – che ne sarà di noi?
  • Cerchiamo qualcosa cui attaccarci per non affogare – ordinò Nymphodora, la sola dei tre che sembrasse aver mantenuto la propria lucidità.

Per fortuna c’erano molti relitti e riuscirono a raggiungerne uno abbastanza grosso da sostenerli tutti. S’issarono strisciandoci sopra.

  • E gli altri dove sono? – chiese Giuseppe, aggrappandosi.
  • Abbiamo visto alcuni marinai, ma poi le correnti li hanno allontanati – rispose Nymphodora.
  • Lucius – riprese a gridare la madre. Nymphodora avrebbe voluto gridare il nome di Doukas, ma un po’ ne sentiva l’inutilità, un po’ aveva come un groppo in gola che le bloccava il grido. La disperazione la stava attanagliando, ma il suo carattere forte la portava a reagire. Forse Doukas, il bambino e gli altri erano morti, ma loro erano vivi e dovevano cercare di restarlo. Non sarebbe stato facile e non dovevano sprecare energie.
  • Lucius è nelle mani della misericordia di Dio – Nymphodora udì Giuseppe cercare di confortare la disperata Aracne.

A quelle parole Aracne si mise a piangere, ma continuò a ripetere tra i singhiozzi il suo grido strozzato:

  • Lucius. Lucius. Lucius.

Nymphodora li fissava con sguardo vitreo.

Estratto dal romanzo “Il regno del ragno“, per la saga “Via da Sparta” di Carlo Menzinger di Preussenthal.

WEN – GENITORI – La neve di primavera – Silvia Taccagni

Ricordo di essermi chiesta per quale motivo eravamo lì; poi il fatto che tu fossi con me mi ha distratta e non ci ho più pensato.

Venendo via dal paesello dove eri nato non prendersti la solita strada di sempre, ma decidesti di percorrere quella più in pendenza, quella molto più ripida, la stessa che da bambino percorrevi in bicicletta insieme ai tuoi per venire giù in città, quella che se non avevi i freni perfettamente unzionanti ti faceva finire dritto in Arno.

Passammo sotto l’arco incastonato fra i mattoni scoscesi delle vecchie mura.

Mi parve strano perchè non ricordavo che ci fossero e cosa ancora più strana, oltre quel varco, il paesaggio cambiava completamente.

Pur essendo primavera inoltrata, lì era tutto ricoperto da una candida coltre di neve.

Padre E Figlio Nella Neve Buon Padre E Figlio - Ritratto Invernale Papà E  Figlio Che Giocano Insieme All'aperto Immagine Stock - Immagine di  infanzia, gioco: 166151641

In un primo momento ti mostrasti dispiaciuto per aver scelto quella strada, poi però fiocchi bianchi e soffici iniziarono a scendere e fu in quel momento che tu, rivolgendoti a me, usasti di nuovo quel vezzeggiativo che già altre volte avevi usato, quel diminutivo del mio nome che era la dimostrazione di tutto l’amore che provavi per me e poi mi facesti notare che, visto l’imminente arrivo dell’estate, quel manto bianco non sarebbe rimasto lì a lungo e se non volevo perdere l’occasione avrei dovuto scendere dalla macchina e tuffarci le mani.

Io però non ne ebbi il tempo; tu tirasti fuori la tua macchina fotografica e scattasti una foto e poi un’altra e un’altra ancora.

Anche io ne scattai un paio a te col mio cellulare.

Poi d’improvviso quella melodia, quella canzone di Rick Astley; la mia sveglia che suonava.

Apro gli occhi con un po’ di amaro in bocca; tu sei rimasto lì.

Anche se io so di averti portato comunque con me.

E mentre do un’occhiata veloce tra le ultime foto salvate sul mio telefono, mi crogiolo ancora un po’ in quella piacevole sensazione che il nostro “incontro” mi ha lasciato.

Alla prossima, babbo.

A mio babbo Aldo.

Di Silvia Taccagni

WEN – GENITORI – La lingua verde – Massimo Acciai & Renato Campinoti

Quando fu abbastanza grande Apio denunciò i propri genitori per maltrattamenti e crudeltà. Non che suo padre Afo o sua madre Inalia gli avessero mai messo le mani addosso, o lo avessero insultato, gli avessero mai urlato contro o messo in punizione – non almeno più della media degli altri genitori di Nuova Ladia – o gli avessero mai fatto mancare il pane sulla tavola. A loro modo erano stati amorevoli con lui, perfino iperprotettivi: si occupavano di lui a tempo pieno e non gli permettevano di vedere altre persone oltre a loro due. Il “maltrattamento” denunciato era di altra natura; un caso unico nella storia dei procedimenti giudiziari, destinato a fare scalpore. Quando il giudice Bichi si trovò davanti il caso pensò sulle prime si trattasse di una specie di scherzo.

Afo era un ingegnere con l’hobby della linguistica. Aveva conosciuto Inalia durante un congresso di Volapük sul monte Camio ed era stato amore a prima vista. Si erano tenuti in contatto dopo il congresso, durante il quale avevano consumato la loro prima notte d’amore su un prato alpino, lontano dagli sguardi dei congressisti nelle rispettive camerate. Il frutto di quella notte fu il concepimento di Apio, il quale venne alla luce nove mesi dopo a Nuova Ladia, la metropoli dove Afo e Inalia si erano trasferiti per formare una famiglia. Afo aveva scoperto di avere molte cose in comune con la giovane moglie: una di queste riguardava la passione per le lingue inventate, inoltre erano entrambi glottoteti, ossia creatori di lingue. La “Lingua Verde” era stata una creazione a quattro mani, in cui la coppia aveva collaborato in egual misura, trasfondendovi la propria anima. La sua gestazione coincise, come periodo, con quella di Inalia, e la data ufficiale di nascita della nuova lingua fu ovviamente la stessa di Apio.

Non si trattava di una lingua nata per la comunicazione internazionale, come l’esperanto e il Volapük, né di una lingua letteraria. Era più simile a un codice segreto usato esclusivamente entro le mura domestiche. Quando il 23 di pratile nacque Apio la Lingua Verde aveva una grammatica completa e un vocabolario di circa cinquecento radici da cui si potevano ricavare – con un sistema di affissi e suffissi simile all’esperanto – migliaia di parole nuove. Al processo Afo avrebbe poi dichiarato di trattarsi di un esperimento, come se fosse la cosa più naturale del mondo sacrificare il proprio primogenito nel nome della glottologia.

Afo parlava il dialetto di Nuova Ladia, sua città natale, mentre Inalia era di madrelingua dolciana e non capiva una parola del marito quando questi, durante qualche sfuriata, passava al neoladiano. Tra di loro parlavano Volapük e naturalmente la Lingua Verde, quando questa fu messa a punto.

Con Apio parlavano esclusivamente in Lingua Verde.

Quando il bambino fu in grado di comunicare fluidamente in quella lingua, i parlanti ammontavano a tre in tutto il mondo: lui e i suoi genitori. Non essendoci a Nuova Ladia l’obbligo di frequentare le scuole pubbliche, Apio era stato istruito a casa, dai genitori, sempre usando la Lingua Verde, convinto a non uscire di casa perché «là fuori è molto pericoloso», come gli ripetevano sempre. A diciotto anni, quando Apio finalmente uscì da quella gabbia dorata, nessuno lo capiva e lui ovviamente non capiva nessuno. Anche quello faceva parte dell’esperimento, a dire dei genitori, osservare come avrebbe reagito una persona priva di una lingua di comunicazione quotidiana nel mondo, e poco importava loro il disagio del figlio che si ritrovava circondato da coetanei e adulti con cui non era in grado di comunicare se non a gesti, come un handicappato.

«Mamma, babbo, perché mi avete fatto questo?» avrebbe poi domandato Apio tornando a casa, usando naturalmente la Lingua Verde, l’unica lingua che conosceva.

Studi di linguistica indicano che l’età migliore per l’apprendimento di una lingua non va oltre la pubertà. Apio avrebbe potuto imparare il neoladiano o qualsiasi altro idioma del mondo, ma sarebbe stata per sempre una conoscenza imperfetta, da lingua straniera. Solo dopo molti sforzi riuscì a padroneggiare il dialetto metropolitano, non essendo neanche portato per le lingue come i genitori, e non senza difficoltà presentò denuncia alle forze dell’ordine.

Anche soltanto per padroneggiare in maniera imperfetta il dialetto metropolitano Apio dovette compiere uno sforzo grandissimo e, forse, non ce l’avrebbe mai fatta se non avesse ricevuto aiuto e incoraggiamento da Anelia, una adolescente di un paio di anni più giovane di lui. Fu questo, probabilmente, l’incontro decisivo per Apio per non rimanere per sempre legato ai canoni di comportamento di quei genitori che, con la scusa della protezione e della difesa dai pericoli del mondo, stavano di fatto negando una forma di vita degna di questo nome al loro unico figlio. «E’ il più bel frutto del nostro grande e improvviso amore», era solita ripetere Inalia quando parlavano di lui. «Dobbiamo impedire che le cose brutte del mondo finiscano per corromperne l’animo e guastare così anche il nostro meraviglioso sentimento». Il padre Afo, perdutamente innamorato di quella donna, pronto a esaudire ogni suo desiderio pur di non mettere in discussione il loro rapporto, assentiva con apparente determinazione a simili espressioni della moglie. Così, la vita di Apio trascorreva in quel mondo fittizio, privo di ogni reale collegamento, che i genitori avevano riservato a lui.

Forse la cosa sarebbe andata avanti per molto tempo ancora se, all’età di diciotto anni, gli occhi di Apio non avessero incrociato quelli di Anelia e avessero, gli occhi, cominciato a dialogare. Fu la ragazza a capire da subito che c’era tristezza e rabbia in quel giovane, che pure la fissava come avrebbe fatto un innamorato. Lei sentiva che quel giovane, così carino e fragile, stava chiedendole aiuto e pensò che non si sarebbe sicuramente sottratta. Con un gesto che non avrebbe riservato a nessun altro, lo invitò a sedersi accanto a lei nella panchina del parco vicino alle loro abitazioni. Da quel momento, un po’ a gesti, un po’ con l’espressione degli occhi, con qualche prima parola del dialetto metropolitano che Apio si era sforzato di imparare, i due giovani riuscirono a dirsi tutto quello che dovevano dirsi. Apio capì che anche Anelia, più giovane di lui di un paio di anni, aveva qualche problema con i genitori, non della stessa importanza di quello che era capitato a lui. Per lei era soprattutto un problema di crescita e di autonomia maggiore, come capita agli adolescenti di tutto il mondo. Dopo quell’incontro ne seguirono molti altri, anche se per Apio non era semplice uscire quasi clandestinamente da casa, per evitare di incappare negli assurdi divieti di quei genitori che si ritrovava. Una volta che la madre lo bloccò con l’intenzione di impedirgli di uscire, Apio fu molto chiaro, naturalmente in Lingua Verde. «Cara mamma, nei giorni scorsi hai festeggiato con me il mio diciottesimo compleanno. Sai che in Nuova Ladia questo significa che ho raggiunto un’età in cui posso prendere le mie decisioni. Forse, se fossi in grado di comunicare col mondo, potrei cercarmi un lavoro e andarmene da casa. Ma se insisti con questi assurdi divieti, saprò come fare!» Era la prima volta che Apio si rivolgeva così alla madre, la quale rimase così preoccupata e piena di paure per la minaccia del figlio di andarsene, che si fece subito da parte e lo lasciò uscire.

Apio sapeva bene che nelle sue condizioni non sarebbe potuto andare da nessuna parte, almeno fino a quando…

Così cominciò un fitto rapporto con Anelia, fatto di lunghe e proficue lezioni di lingua metropolitana e anche di tanti momenti di tenerezza quando quei giovani si accorsero di essersi innamorati l’una dell’altro e viceversa.

Ci vollero tuttavia mesi e mesi di sforzi e di studio anche notturno (Anelia aveva preparato delle vere e proprie dispense delle più comuni lingue parlate nella loro regione) che tuttavia finì per produrre l’effetto desiderato: Apio fu in grado di presentarsi alle forze dell’ordine preposte a raccogliere le denunce di maltrattamento da parte dei cittadini verso altri cittadini. Naturalmente ci volle del bello e del buono per far capire all’agente incaricato di raccogliere la denuncia di cosa si trattava veramente. E ci volle anche l’aiuto di Anelia per tradurre in neoladiano qualche vocabolo che Apio non riusciva a pronunciare correttamente.

Il processo fu condotto in maniera molto più sbrigativa e superficiale di quello che Apio e Anelia si sarebbero aspettati e, soprattutto, si concluse con un atto di assoluzione dei genitori in quanto riconosciuti attenti e scrupolosi verso il figlio. Non solo, ma Apio fu condannato a una pena singolare: non avrebbe potuto esercitare la propria autonomia, nonostante la maggiore età, per almeno altri cinque anni. In sostanza si addebitava un grave atto di ingratitudine del giovane verso i genitori, riconosciuti, appunto, bravi e attenti alla integrità del figlio. La sentenza, che qualcuno pensò fosse stata condizionata da pressioni, se non peggio, esercitate verso il giudice dai genitori e dai loro amici, fece cadere Apio in una profonda depressione. Inibito ogni rapporto col mondo esterno, soprattutto verso Anelia, il giovane pensò perfino al suicidio, cosa che tentò di mettere in atto ingerendo una quantità sproporzionata di antidepressivi. Fortunatamente il padre, che aveva notato l’infelicità del ragazzo, si rese conto per tempo di ciò che succedeva e fece accompagnare Apio all’Ospedale dove, con le cure praticate, fu salvato da una morte certa.

La svolta, nella vita del giovane, avvenne quando il padre, resosi conto dell’assurdità della situazione che si era creata per il figlio e della cattiva conduzione della sua paternità, ebbe un forte diverbio con la moglie Inalia, rompendo così una assurda complicità tutta giocata contro il figlio.

La confessione che il padre rese ad un nuovo giudice istruttore permise all’avvocato che aveva sostenuto Apio, di richiedere la riapertura del Processo (in Nuova Ladia non esistevano limiti temporali quando un condannato era in grado di esibire nuove prove, a patto che fossero davvero rilevanti, pena un accentuarsi della condanna del colpevole) e arrivare così ad una nuova sentenza di assoluzione di Apio e di condanna a risarcire il figlio con una “dote” economica da parte dei genitori.

Apio potette così affittarsi una casetta e andare a vivere da solo, cercando e trovando un lavoretto che gli permise di iscriversi ai corsi di istruzione superiore nel campo delle scienze applicate alla robotica. Naturalmente aveva spesso ospite a cena (e anche dopocena!) l’amata Anelia, in attesa che la ragazza raggiungesse la maggiore età per potersi sposare.

Apio seppe che i genitori si erano separati subito dopo la conclusione del nuovo processo e che il padre lo stava cercando per riallacciare i rapporti. Apio decise di soprassedere all’incontro richiesto da Afo.

«Per il momento voglio pensare ai miei studi e a ricostruire la mia vita», si disse, «Più avanti negli anni si vedrà».

Firenze – Sesto Fiorentino, 23-27 pratile ’29 (11-15 giugno 2021)

Per WEN luglio 2021 (Genitori)

Young mother and father and their baby boy enjoying summer evening in nature

WEN – GENITORI – Esser genitori (e non solo) – Giovanna Ristori

Col materiale che ho a disposizione, talvolta per interesse o per ovviare a situazioni complesse, scambio i miei figli con quelli degli altri, con una certa abnegazione. L’altra sera, appunto, ho dato la figlia grande in cambio del fratellino per farlo stare con l’altro mio piccino. Li ho fatti mangiare, poco, se tutta si vuol dire, poi la vicina, provvidenzialmente, ha allungato della pasta al ragù e del budino al cioccolato che sono stati spazzolati in un minuto e felicemente. (Sì, perché le persone care hanno compreso la situazione e talvolta dei bimbi e del marito hanno compassione, di talché quando cucinano un po’ di più ce ne fanno omaggio per compensare le mie mancanze verso i figli miei e quelli che ho in ostaggio). 

Comunque. Dopo cena li ho portati a fare una passeggiata, a vedere le stelle la luna e le barche lontane e dopo mille domande e scoperte emozionanti sul cielo e sul mare assaporate in un silenzio ovattato che enfatizzava la visuale, siamo tornati a casa e a letto a dormire. La mattina seguente ho mandato i due bambini, spensierati, a nuotare.

Di contro, le ragazzine preadolescenti, mia figlia e l’amica presso l’altra famiglia, si son fatte portare per negozi e la mia ha irretito il babbo che avevo previamente spedito in aiuto allo spaccio. (Per inciso, la prossima volta vado direttamente io a far compere con mio marito visto il risultato ottenuto. Ma non sarebbe la stessa cosa, è risaputo).

A fronte di questo piccolo ma significativo spaccato di come sono io in veste di genitore devo dire che io ho uno spiccato e feroce istinto materno ma è la pazienza che difetta, perché dopo le cure necessarie e le indicazioni scarne ma essenziali, impongo ai figli l’impiego dell’arte di arrangiarsi e non contrariarmi oltreché non disturbarmi inutilmente, il tutto dispensato con monito imperante.  A tal proposito con un amico, parlando del suddetto scambio di figli e confrontando il trattamento di qua e di là riservato, lui mi ha detto, non so se per sarcasmo o complimento, che io son più brava moglie, che esempio materno

Mamma di 3 figli famosa per il suo fisico perfetto dopo il parto cambia  idea (FOTO)

Lì per lì un po’ imbarazzata ho glissato l’argomento anzi, ho demandato al mio consorte la valutazione, che desse lui la soluzione e aspettando che si sciolga la riserva, vado a dir la mia ora che pudor più non mi serba. Penso infatti di essere una buona madre, considerato che da sola con mio marito abbiamo tirato su finora tre figli e anche più, senza aiuti da familiari ma solo grazie a quelli mercenari. E per come vedo i miei bambini, belli ridenti e sufficientemente malandrini mi ritengo orgogliosa di come svolgo il ruolo di madre. Ma anche quello di sposa che ritengo col predetto, vada congiunto. Infatti ho anche le caratteristiche della moglie generosa e fra le altre, in particolare, quella di farlo -mio marito, talvolta e non poco – arrabbiare; però, di contro, a mio favore ho anche quella non trascurabile dote che fa la differenza e comporta la lode, ossia so bene come si fa a farsi perdonare.

di GIovanna Ristori

WEN – GENITORI – I primi genitori – Luigi De Rosa

Adamo era molto agitato. Sua moglie stava per partorire e sentiva le sue urla di dolore fin dalla pozza d’acqua dov’era stato mandato perché non disturbasse con il suo palese nervosismo.
Raccolse più acqua che potè nella brocca che gli era stato data, ma dovette tornarci più e più volte perché ogni volta che sentiva un urlo di dolore si era spaventato e facendo cadere il prezioso liquido.
Non poteva farne a meno. Non era solo nervoso al pensiero che sarebbe finalmente diventato genitore, aveva anche molta paura. Quando viveva ancora nel Giardino aveva visto molti esemplari femmine di animali partorire, ma per loro sembrava una cosa così naturale, rapida e indolore. Ma non per loro. Non per sua moglie. Non per Eva.
Quando erano stati scacciati era stato detto loro che sarebbe accaduto. Erano stati avvertiti che il lieto evento della nascita sarebbe stato funestato da qualcosa che prima non conoscevano: il dolore.
Era la punizione rivolta contro sua moglie Eva per aver mangiato il Frutto Proibito. Ogni volta che un bimbo fosse venuto al mondo, la madre ne avrebbe fisicamente sofferto.
Adamo non poteva che sentirsi colpevole. Aveva dato retta al Serpente e ora lui e sua moglie ne pagavano il prezzo nel giorno in cui finalmente avrebbero dato al Creato il primo bambino. Fortunatamente una volta scacciati avevano trovato una faccia amica che li aveva accolti. In realtà amica solo per Eva, per lui non molto dato che la persona che li aveva aiutati era stata a sua volta scacciata dal Giardino proprio a causa sua. Inizialmente Adamo credeva che averla fatta allontanare fosse stata la scelta giusta, ma quando anche lui e sua moglie erano stati cacciati aveva capito il suo madornale errore. Era tutta colpa sua, e le urla di sua moglie ne erano la prova.
Quando finalmente giunse alla capanna con la brocca piena, la tenda che separava l’interno dall’esterno si scostò rivelando la forma di una donna dai capelli rosso fuoco.
<Era ora! Dov’eri finito?> disse Lilith, poi quando vide la brocca la sua attenzione andò all’oggetto che strappò subito di mano all’uomo lasciandolo fuori.
Adamo non si azzardò ad entrare. Non poteva aiutare Eva, ma Lilith, la sua prima compagna, invece avrebbe potuto allievarle il dolore.
Così rimase fuori ad aspettare.

Eva cercava di respirare come Lilith le diceva di fare, ma ogni volta che sembrava che il peggio fosse passato un’altra fitta di dolore la colpiva costringendola ad urlare e bloccandole il ritmo dei respiri. Quando lei e Adamo erano stati cacciati dal Giardino e aveva sentito le loro punizioni per aver creduto al Serpente, credeva che fosse suo marito ad essere stato punito con maggiore gravità: ma evidentemente la Fatica che lui avrebbe provato nel lavoro non era nemmeno paragonabile al Dolore che lei stava provando nel tentativo di diventare madre. In quel momento provò una certa invidia per la donna che si prendeva cura di lei: anche Lilith era stata cacciata dal Giardino, ma non esisteva punizione eterna per lei, perché non aveva peccato contro il Creatore ma solo contro Adamo. Ma nonostante questo, quando li aveva incontrati dopo che erano stati a loro volta cacciati, li aveva ospitati nella sua tenda quando si era accorto che della sua gravidanza. Era stata gentile. <Perché lo fai?> le chiese Eva. Non aveva mai osato chiederglielo perché temeva di provocare un litigio tra lei e Adamo, ma ora che erano solo loro due voleva saperlo, anche se forse non era il miglior momento per fare conversazione. Ma Eva aveva bisogno di essere distratta perché se c’era qualcosa di peggio del Dolore era la paura di esso.
<Risparmia il fiato. Ti servirà per spingere> disse lei senza neanche guardarla, indaffarata ad affondare delle foglie nella brocca per poterle depositare sulla fronte della partoriente.
<Come lo sai? Hai mai…> non potè finire la frase perché un’altra fitta di dolore la pervase facendola urlare.
<Certo che no. Ma anch’io ho vissuto nel Giardino e ho visto gli animali come facevano a mettere al mondo la loro prole> disse Lilith, parlando il meno possibile.
Alzò il mantello che si era cucita la stagione passata che aveva usato per coprire la seconda moglie del suo precedente compagno e capì che era giunto il momento. <Adesso ascoltami. Quando ti dirò di spingere, dovrai farlo con tutta te stessa>
Eva fu colta dal panico. <Farà male?>. Il dolore non le permetteva di pensare con lucidità.
Lilith finse di non accorgersene. <Non lo so. Ma dato che finora il tuo corpo si stava solo preparando, immagino che farà molto più male di quanto tu abbia sentito finora>
Si posizionò davanti a si abbassò per avere una visuale migliore sul punto in cui il primo bambino sarebbe nato. <Ora! Spingi!>
Eva agì d’istinto e ubbidì. Non spingeva con le braccia o con le gambe come aveva imparato a fare nel periodo di esilio dal Giardino, ma con tutto il corpo. Non sapeva come fosse possibile ma stava facendo come Lilith le diceva.
<Vedo la testa. Continua. Sei bravissima> disse Lilith mentre Eva si contorceva dal dolore. Sentiva come se il suo ventre e la sua schiena fossero sul punto di lacerarsi. Lanciò un urlo così acuto che Adamo, fuori dalla tenda, si mise a piangere.
Quando l’urlo di Eva si spense, come un fuoco che aveva arso tutto ciò che poteva bruciare, il silenzio che seguì fu rotto dal rumore di un vagito. Eva si lasciò andare, madida di sudore ma contenta che il dolore fosse cessato, e per vedere il frutto di tutto quello sforzo fu necessario anche in questo caso l’aiuto di Lilith, che dopo aver fatto nascere il bambino lo portò vicino al viso della madre. Lei lo toccò, e quel semplice contatto sembrò attenuare il pianto del bambino.
Adamo entrò e vide Lilith, Eva e il bambino accoccolati al centro della tenda.
Lilith si voltò verso di lui. <E’ un bel maschietto come, Adamo. Ne sarai fiero> disse la donna che dopo aver lasciato il neonato tra le braccia della madre, si lavò le mani nella brocca portata dall’uomo poi senza neanche guardarlo uscì.
Adamo rimase solo con la moglie ed il figlio. Si inginocchiò e si mise ad accarezzare la testa del piccolo Uomo appena venuto al mondo. <E’ bellissimo. Come te>

Eva era troppo stanca anche per sorridere. Ma con un cenno gli fece capire che doveva andare fuori.
E Adamo capì il perché.
Quando uscì Lilith stava ammirando il sole che sembrava ormai sul punto di sparire sotto l’orizzonte.
<Grazie per quello che hai fatto. Te ne sarò sempre grato>
Lei si voltò, ma non c’era gentilezza nel suo volto. <Non l’ho fatto per te. Ma per lei>
Adamo abbassò lo sguardo. Non riusciva a reggere quello di Lilith. Lei non poteva perdonarlo per averla fatta allontanare dal Giardino solo perché si era rifiutata di obbedirgli, ma nonostante questo si era prodigata per Eva. Per la donna con cui lui l’aveva sostituita.
<Sii un padre migliore di quanto tu sia stato come marito> disse la donna, la quale sembrò sul punto di allontanarsi.
Adamo tentò di fermarla. <Aspetta! Questa è la tua dimora. Dai a Eva qualche giorno per riprendersi e ce ne andremo>
Lilith si voltò e nuovamente lo guardò. <No. Questa è casa vostra ora. Non ha più bisogno lei di me ora che è Madre. Io posso andare dove voglio e vivere come voglio. Per me non è un problema. Ho imparato da tempo a vivere da sola lontano dal Giardino. Quella Fatica che per te è punizione, per me è soddisfazione, perché mi aiuta a capire che non ho bisogno di altri>
E detto questo se ne andò. Adamo aspettò che sparisse dalla sua vista, poi rientrò nella tenda. Eva lo chiamò a sè allungando un braccio. I due genitori si abbracciarono, con in mezzo il loro primo bambino.

WEN – GENITORI – La Coppa Rimet ’58 – Miriam Ticci

Fino in alto mare, nel Blu dipinto di blu, arriva la gazzarra gioiosa e fastidiosa insieme dei giovani Riminesi in cerca di donne da rimorchiare. “Vitelloni” li chiama mio padre, Dietrich Harbich, fanatico cinofila…no cinefilo…sì kinoliebhaber, in particolare del neorealismo Italiano e di Fellini; per me, invece, sono latin lovers…sto studiando Inglese!  

Wunna, ritornata a riva, trova la madre Phöbe e accanto Marta, l’amica italiana undicenne, conosciuta nel lontano 1949 durante il primo soggiorno estivo della famiglia Harbich sulla costa romagnola.  

Marta ha due anni meno di me, ma è una ragazzina accorta e matura.  Quando i maschi s’avvicinano a noi e vedono che “non attacca”, loro se la rifanno con lei: Marta manico di granata, Marta l’antica col costume di lana come le nonne, Marta la pialla…ed ecco un occhio nero al primo ragazzo a tiro, naturalmente con la mia collaborazione! Se la mamma lo sapesse, direbbe che è con la soavità che noi donne dobbiamo agire e per l’ennesima volta mi racconterebbe la favola del sole e del vento, ove sono i raggi solari caldi e gentili a vincere e non la forza bruta del tramontano.

Ore 18 del 19 giugno 1958, giovedì:

La mamma è delusa: Dietrich si è rifiutato di accompagnarla in gita a Borgo San Giuliano, seguirà invece i quarti di finale della Coppa Rimet tra Germania ovest e Jugoslavia: tutto saltato…per una stupida partita di football! È la prima volta che noto questo distacco tra i miei o forse no, già da un po’ sembrano due semirette col punto di origine in comune: più spazio percorrono più si distanziano, inesorabilmente.

Ore  21 di martedì 24 giugno:

Io già mi pregusto la mia fetta di cocomero, adorato cocomero che ti si scioglie in bocca fresco e granelloso; chiedo a Dietrich, che sbotta “Ma cosa vuoi che m’importi del cocomero, Wunna! La Nazionale Tedesca è stata battuta pochi minuti fa dalla Svezia e il primo posto per noi è perso! Ma ti rendi conto: battuti dalla slavata Svezia! Ci resta solamente la lotta per il terzo posto: Germania contro Francia, quasi una guerra mondiale! E Dio non voglia che finisca come le prime due”; la mamma interviene irritata dall’atteggiamento di Dietrich…morale della favola…un litigio alla Tedesca.

Sabato 28 giugno:

Il colpo di grazia! Finale per il terzo posto: Francia batte Germania BRD[1] 6 a 3! Dietrich è insopportabile, peggio di quando perde in Borsa; lì almeno si tratta di marchi, ma qui mio padre non ci rimette niente o meglio per una cosa da niente mette a rischio la pace familiare. Coglione! Per far distrarre Dietrich andiamo in una balera, dove un complessino suona “Eri piccola, piccola, piccola, cooosì!”; mentre mio padre si scola da solo un litro di Sangiovese, ecco due vitelloni appollaiarsi al nostro tavolo; Phöbe inizia a bere Lambrusco con loro, si lancia in un lento, che a metà interrompe per salire  in terrazza “aiutata” dall’avvoltoio che già pregusta la sua preda.

Mamma, ma che stai facendo, sei impazzita? E tu… molla l’osso e non ti avvicinare a me, perché mi metto a strillare più delle oche del Campidoglio, capito?! Vieni, Phöbe, ricomponiti e scendiamo giù, attenta ai gradini. Dietrich sveglia, è l’ora di tornare in hotel con un taxi!

Domenica 29 giugno, Wunna, sola in sala-colazioni, pensa e mangia mangia e pensa:

Ah i genitori!… La mamma abbracciata a quel viscido vitellone: spettacolo orrendo! Perché?… Non ti perdonerò mai, Phöbe!… Certo anche Dietrich ci ha messo del suo!… Ha sbagliato, sì, anche lui, ma non è un super uomo…sono persone normali…del resto i super-uomini guarda che casino hanno prodotto nel mondo nella prima metà del secolo!

Arrivano i genitori, lucidi quindi imbarazzati;

Allora tutto normale? Oggi alle 15 la  finale Brasile vs. Svezia… Dietrich, tifiamo insieme per il tuo diciassettenne Pelé? Domani lunedì ritorno a Frankfurt, ma non… in taxi!

 Si alza e li abbraccia.

Entschuldige uns, Wunna, entschuldige… ich danke dir sehr. Scusaci, Wunna, scusa…mille grazie”.

di Miriam Ticci


[1] Germania BRD: per indicare la Repubblica Federale di Germania (in tedesco: Bundesrepublik Deutschland, o BRD).

WEN -GENITORI – Una famiglia male assortita – Laura Gronchi

Giovanna esce dal supermercato con due piantine avvolte nella plastica trasparente strette al petto, le chiavi dell’auto già pronte nell’altra mano. Nota una coppia anziana che bisticcia poco lontano, vicino al recinto dei carrelli, e il pensiero va ai suoi genitori. Rammenta una calda sera estiva, in cui lei e i suoi tornavano a casa da una passeggiata, passando attraverso la pineta. All’improvviso c’era stato un blackout e i lampioni si erano spenti, il tragitto era diventato arduo nel buio pesto.

Suo padre, come un mulo con il paraocchi, aveva continuato dritto dal punto in cui si trovava, inciampando e bestemmiando di continuo, contro le numerose radici che fiancheggiavano il vialetto sterrato; parevano stare lì solo per fagli dispetto.

Anche la madre, al pari del marito, aveva seguitato ad avanzare tentoni tra mucchi di aghi di pino e sassi, lagnandosi sotto voce del comune che non puliva, non tappava le buche e non faceva manutenzione all’illuminazione.

Soltanto lei aveva approfittato del chiarore della luna per portarsi sulla parte di sentiero in buone condizioni, e proseguire senza intoppi.

«Ehi, seguitemi. Qui si cammina benissimo», li aveva esortati vedendoli in difficoltà.

«Chetati rompicoglioni!» l’aveva benedetta il padre, ignorando il consiglio.

«Ormai siamo quasi arrivati», aveva sbuffato la madre, che stava riprendendo fiato appoggiata a un pino.

Giovanna non se l’era presa, abituata a ben altro. Aveva fatto spallucce e allungato il passo, tanto discutere con loro sarebbe stato tempo perso.

Risente in bocca il sapore dell’invidia provata nei confronti delle amiche, con genitori socievoli e attivi, che le aiutavano in casa, badavano ai nipotini, e magari facevano trovare loro un piatto caldo già pronto, al rientro dal lavoro.

A Giovanna era successo l’inverso, da quando si era sposata i suoi la chiamavano di continuo,  lagnandosi di guai veri o presunti, ma soprattutto per fare loro da paciere, durante le liti che ne avevano sempre punteggiato la vita coniugale, e che, con la sua assenza, avevano subito una forte impennata.

A questo pensa Giovanna mentre varca il cancello in ferro battuto, accanto alla bella statua del Cristo benedicente.

Problemi a fare le scale

Prosegue lungo il corridoio lastricato di travertino chiaro, rimirando soddisfatta le piccole piantine di ciclamini. Sale la  rampa di scale che sta in fondo, e in breve è davanti alle due familiari lapidi, incastonate in una parete di nomi sconosciuti.

È da qualche settimana che non viene, nota che i fiori secchi dei vicini soprastanti sono caduti, sporcando le lettere in rilievo e il pavimento.

Vagabondi! pensa tra sé, armandosi di scopa e mocio per ripulire.

Mentre rassetta, parla alle foto mute e per una volta sorridenti dei genitori. «A cosa è servito tutto il vostro litigare? Non sarebbe stato meglio godersela la vita, invece di prendersela per ogni puntiglio?»

Sistema e annaffia i fori, concludendo la visita con la solita breve preghiera: «In qualunque posto siate adesso, mi auguro che abbiate smesso di scannarvi e stiate finalmente in pace.»

di Laura Gronchi

WEN – GENITORI – Elena madre di sua madre – Chiara Sardelli

Elena perde la madre all’età di quarantotto anni, l’età in cui si apre l’era della maturità confermata, almeno a stare ai cicli di sette anni, come ci è stato insegnato dalla psicodinamica classica e come ci avvertono i testi alchemici e di tradizione esoterica.  E vive l’evento in maniera non traumatica. Eppure, non tutto è come sembra. Qualcosa si spezza in lei a partire da allora. Per la prima volta finalmente si sente compiutamente adulta. Sa che le responsabilità sono sue e soltanto sue. Comincia a fare tutto, come se tutto dipendesse dal tempo e ne diventa schiava. Per la prima volta acquista un orologio al quarzo che dunque non ha la necessità di ricaricare, perché non vuole soste, ma la sua concezione del tempo è come una diarchia. La notte torna ad essere lei la padrona del tempo. Lo annienta, lo annulla, lo manipola. I sogni pasciuti sviluppano questa sua ribellione al dio saturnino, così come conosciuto sotto l’astro solare. Nella notte Elena si incarna nella pancia di nove mesi della madre e torna a succhiare il liquido amniotico.  Ancora più indietro, a colloquio con la sua essenza animica, ne ripercorre gli itinerari, scopre perché e come, si è andata ad incarnare di nuovo, perché ha scelto quella madre, senza un pater che l’abbia generata. È lei ad installare in Alma l’idea che il maschio con la sua appendice è un essere insulso che niente ha a che fare con la vera genitorialità. È lei che l’accompagna alla banca del seme, è lei che spenge ogni ritegno, ogni eco della morale cattolica in cui Alma è stata cresciuta. È lei che l’esorta all’inseminazione eterologa, è lei che le fa violare la legge e la rende schiava dei ricatti, sensibile ai possibili scandali, una volta che fosse conosciuto il marchio di quella maternità.

All’inizio i sogni avvengono in automatico, nel tempo diurno Elena non ne conserva alcun ricordo. La pacchia dura poco, che gli incubi si manifestano a sprazzi anche durante il giorno. Elena inizia a fantasticare, incontra e si informa sul web a proposito delle cronache di Akasha. Comincia a fare letture intriganti che parlano di maestri invisibili, di cura dell’anima attraverso il ricordo di vite passate.

Stasera io ed Elena ci incontriamo nel mio studio. Vi chiederete se davvero si può dare credibilità a queste storie. Io che ci lavoro intorno da circa venti anni non ci credo fino in fondo. Ad essere onesti vi ho intravisto solo una facile fonte di guadagni. Con Elena tuttavia le cose vanno diversamente.

Nella prima seduta che abbiamo avuto, sono io ad essere caduto in uno stato di trance  e in un ribaltamento di ruoli Elena mi ha guidato come fosse lei lo psicoterapeuta. Ho appreso così di avere uno spirito guida che ora mi detta la storia di Elena madre di sua madre e sotto questa scrittura automatica scrivo in prosa e in poesia:

Elena dalla lunga treccia,

Lo specchio di mia madre | Tempi

tagliasti il cordone ombelicale in anticipo di due mesi

 sui tempi

Quarantotto primavere invece hai dovuto

 attendere

prima che il sidereo astro di Selene

ti svelasse la divina verità

Tu, madre di tua madre

di Chiara Sardelli

WEN – GENITORI – Le prime parolacce- Brunetto Magaldi

            Nei primi anni cinquanta del secolo scorso, le cosiddette “parolacce” non erano ancora state sdoganate e, in presenza dei bambini, i genitori, nelle loro conversazioni, oltre a non soffermarsi su argomenti ritenuti per adulti, evitavano con cura di lasciarsi scappare colorite imprecazioni o sconvenienti intercalari.

            Anche Giovanni e Lucia, quando era presente il loro rampollo Piero di sette anni, si attenevano a questa regola, tanto più che poteva esserci presente anche la Meri, una ragazzina sedicenne che, all’età di tredici anni, era venuta da loro a servizio (si usava così e non era ancora stata inventata la parola colf) e con loro viveva a tempo pieno.

            Faceva ormai parte della famiglia e, della sua educazione, Giovanni e Lucia, ai quali i genitori di Meri la avevano affidata, si sentivano, doverosamente, investiti e responsabili.

            Ma un giorno vennero meno, o meglio venne meno Giovanni, a questi lodevoli comportamenti.

            Ecco come andò.

            Giovanni, che aveva acquistato una Topolino di terza mano, quando, ai primi di giugno cominciava a far caldo, era solito, nei giorni festivi, caricarvi tutta la famiglia, e raggiungere la non lontana spiaggia libera di Torre del Lago per trascorrervi una rilassante e salutare giornata di sole e di mare.

            Solo Aristide, il gatto di casa, rimaneva alla base.

            Ai gatti non piacciono le gite in macchina, non piace il mare e tanto meno la vita di spiaggia.

            Quella domenica, dopo aver caricato ombrellone, teli, asciugamani, costumi, nonché le provviste per il pranzo e la merenda da consumare sulla spiaggia, la famiglia prese posto nella Topolino.

            Giovanni naturalmente alla guida, eravamo negli anni cinquanta rare le donne al volante, e sul sedile accanto la Lucia.

            Nell’angusto abitacolo posteriore ingombro di pacchi e pacchetti, entrava per prima la Meri, poi Pierino al quale non dispiaceva stare fra le sue braccia.

            La Topolino era dotata di un tettuccio a mantice che veniva sempre sollevato così da rendere più confortevole il viaggio.

            Dai raggi del sole ci si difendeva con adeguati e colorati cappellini.

            Del resto il viaggio era breve.   

            Giunti all’innesto con la statale che da Lucca portava a Viareggio, Giovanni, come al solito sostò per aspettare il momento propizio per immettersi.

Fiat Topolino, un tuffo nella storia - Mocauto Group

            Il traffico nei due sensi, quella domenica, era particolarmente intenso tanto da non permettere ad un conducente particolarmente prudente come era Giovanni, un rapido inserimento.

            Dietro di loro si era fermata una spider rossa con due giovanotti dalla quale, dopo qualche secondo, cominciarono a partire strombazzanti richieste di procedere all’immissione nella statale. 

            Poi la spider si affiancò alla Topolino e, con una manovra quanto meno azzardata, si immise nella statale ed uno dei due giovanotti, facendosi imbuto con le mani, gridò all’indirizzo di Giovanni  “A  stron……..oo!” con tante tante o.

            Giovanni, inviperito, quasi lasciando il volante, anche lui dal finestrino laterale   replicò di rimando “Figlio di una grandissima i put …….aaa !” con tante tante a.

            “Ma Giovanni!” lo rimproverò Lucia “C’è Pierino! C’è la Meri!”

            Non ci furono, fortunatamente, altre indesiderate conseguenze, la Topolino svoltò a destra in direzione della spiaggia e la spider si diresse dalla parte opposta

            E fu proprio in quella occasione, che l’eminente professor Piero B. oggi noto, apprezzato ed autorevole filologo, imparò le prime due “parolacce “.

            La Meri no, le sapeva già.          

di Brunetto Magaldi

WEN – GENITORI – Genitori – Milena Beltrandi

-Posso aiutarti? Non ti agitare, è normale, siediti un attimo, ti sentirai subito meglio. – disse la presenza all’uomo.

-Sì grazie, solo un attimo, non capisco come sono finito qui. – rispose; lei sorrise.

-Lo dicono tutti, torno più tardi.

L’uomo si guardò intorno, era confuso, sconsolato. L’ultimo ricordo che aveva risaliva alla sera precedente.

Sua moglie si era coricata e lui aveva controllato che porte e finestre fossero chiuse prima di raggiungerla. Era stato bevendo l’aranciata fresca che aveva sentito un malessere indefinito, un forte giramento di testa. Il suo pensiero era corso subito a lei, il pacemaker si era messo a ronzare: il momento era quindi giunto? Si chiese se avesse il tempo per un ultimo saluto. Avvertì il vuoto del battito per un istante che gli sembrò eterno. Si voltò verso la camera: ce la poteva fare.

-Ho il cuore che fa il matto, forse è giunta la mia ora. – le disse dopo che l’aveva svegliata entrando.

-Vieni a letto sei solo stanco, ci penseremo domani. – le aveva risposto, ma lui era caduto a sedere sul pavimento, le disse che ce l’avrebbe fatta da solo ad alzarsi e aveva chiuso gli occhi. Per un momento aveva pensato che non fosse la fine. Era stato lì che aveva perso la cognizione del tempo e si era ritrovato da solo.

Era in ospedale? O era semplicemente: altrove?

Lo capì quando la presenza tornò al suo fianco.

-Sono morto vero? Non sento né fame né dolore, sono in Paradiso? – chiese.

-Piano, una cosa alla volta. No, non sei in Paradiso e sì sei morto.

-Oddio, ho lasciato sola mia moglie, si è rotta il femore da poco, come farà senza di me? – gli occhi dell’uomo si riempirono di lacrime,

-Non preoccuparti, ci sarà chi penserà a lei: avete figli, saranno loro a provvedere ai suoi bisogni.

-Non come farei io, noi siamo sposati da 65 anni, le figlie hanno la loro vita, la loro famiglia.

-Non hai fiducia in loro? – gli chiese invitandolo a seguirla. Lentamente l’uomo prendeva coscienza del luogo: il sentiero era costeggiato da fiori da una parte e di erbacce e ortiche dall’altra.

-Adesso seguimi: questo sentiero è la tua vita- gli disse,

 -Cosa? Non capisco, mi sono sempre comportato da buon cristiano, anche se non frequentavo più la chiesa. – ammise l’uomo. In quel momento un piccolo cespuglio di fiori emerse dal terreno e esplose il suo profumo intorno, l’uomo sorpreso lo indicò alla presenza.

-Andiamo per gradi! – rispose lei – senti il profumo di quella rosa! – concluse. Lui provò e la guardò estasiato. Vide se stesso giovane prigioniero in Germania tra gli internati italiani, condotti al lavoro, uscire dalla fila per aiutare una ragazzetta tedesca pallida e magra a cui era caduta una cesta di legna, vide il soldato tedesco spingerlo in riga usando il calcio del fucile, risentì il dolore sulla costola e il calore della gratitudine della giovane.

-E’ stato un gesto gentile per chi ti aveva chiesto aiuto, hai rischiato e non ti sei girato dall’altra parte. Ogni fiore contiene un gesto che ha dato calore, come hai visto. Ogni volta che qualcuno si ricorda di te e di ciò che hai fatto, in questo sentiero nasce qualcosa, un fiore se è un bel gesto, una erbaccia se chi l’ha subito ha sofferto. – Incredulo, l’uomo riprovò con una viola, meravigliandosi di come fosse facile chinarsi, nonostante l’età.

Il profumo gli mostrò un giovane in bicicletta, un contadino abituato al lavoro dei campi, uno di tanti che non conosceva ma la cui riconoscenza emanava calore. Allora, giovane militare di guardia alle saline di Stato, di nascosto dai superiori, regalava un sacchettino di sale pulito alla gente del posto che, per povertà, si accontentava di raschiarlo dai para schizzi delle ruote dei camion usati per il trasporto.

-Per scoprire cosa custodiscono le erbacce, ti basterà sfiorarle. Qui troverai gli scatti d’ira, i torti che hai fatto, i tuoi errori, insomma. Quando sarai alla fine del sentiero potrai entrare nell’Eden e incontrare parenti e amici più stretti: i tuoi genitori ti aspettano con ansia.

-Mamma, papà! – sussurrò l’uomo!

-Dovrai rispondere a una domanda però. – spiegò la presenza. L’uomo scosse la testa sconsolato, la fila delle erbacce era lunga e pensò a quante persone avesse offeso col suo brutto carattere. Ma poco più in là un altro cespuglio di fiori sbocciò profumatissimo.

-Guarda, ancora qualcuno ti pensa. – disse lei indicandolo.

-Staranno piangendo al mio funerale. – dedusse l’uomo.

-Il tempo non esiste qui! È qualcuno che ti ama davvero. È sempre più difficile vedere spuntare fiori da questo punto in là. – spiegò e svanì.

L’uomo rimasto solo annusò fiori e sfiorò erbacce, rivisse le sensazioni vissute da altri per le sue azioni. L’amore infinito provato alla nascita delle figlie lo consolò. Seguì la scia della famiglia, sicuro di trovare solo fiori, non era così sereno per il rapporto con gli amici o i colleghi sul lavoro. Si accorse che non sempre l’essere certo di fare la cosa giusta era stato percepito come tale e, a volte, aveva fatto soffrire profondamente chi doveva proteggere. Si accorse che qualcuno aveva patito per le sue parole e altri per la sua assenza. Toccando una pianta di ortica scoprì quante parole inutili aveva dette, parole che avevano umiliato e offeso anche chi gli era vicino. Si pentì di averle pronunciate, di aver agito spesso senza pensare.

Vide un fiore tra le erbacce, lo toccò sorpreso e sentì una voce:

-Sono il fiore “Nonostante tutto”, sono come il quadrifoglio: raro. Nonostante tutto sei amato, hai fatto un buon lavoro laggiù, molti ti ricordano con affetto. Dimmi: hai capito qual è il compito più difficile del mondo?

Rispose: -Essere genitori! – e la porta dell’Eden si aprì.

Di Milena Beltrandi

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