WEN – COVID-19 – Fuori dalle mura – Marcovalerio Bianchi

FUORI DALLE MURA

La pandemia del 2035 aveva prodotto dei cambiamenti inimmaginabili in tutto il mondo. La sua diffusione ebbe inizio dalla Cina, come quella del 2020, ma il nuovo virus, molto più potente del suo predecessore, era sfuggito a ogni tentativo d’isolamento e aveva ucciso miliardi di persone, decimando letteralmente la popolazione mondiale. L’Italia, come tutte le altre nazioni, con una popolazione ridotta a poco più di cinque milioni di abitanti, era allo stremo e, dopo dodici mesi dal suo inizio, tutto era allo sbando.
Durante i primi mesi del contagio la popolazione era rimasta fiduciosa nelle proprie case ad aspettare che tutto finisse, facendo interminabili code a supermarket o negozi di rivendita di generi alimentari, gli unici rimasti aperti. Il nuovo virus sembrava inarrestabile e ogni giorno uccideva parecchie decine di migliaia di persone fin quando arrivò al suo picco più alto uccidendo addirittura alcune centinaia di migliaia di persone.
A quel punto non fu più possibile garantire un aiuto ai cittadini più deboli e quella parte di popolazione che era da qualche tempo disoccupata o che aveva un lavoro precario, rimasta senza più soldi, iniziò dapprima a scippare le spese dei cittadini più facoltosi per poi arrivare ad assalire negozi e supermarket per procurarsi i beni di prima necessità con violenza di massa, dove spesso le persone si scannavano tra loro per accaparrarsi ciò che gli serviva.
Inizialmente le varie forze di polizia furono messe a presidiare i grossi centri di vendita di generi alimentari ma poi la situazione si aggravò ulteriormente e si formarono varie bande di sopravvissuti che anziché assalire tali punti di rivendita, rapinavano direttamente i camion o i vagoni ferroviari che trasportavano alimenti e altri beni.
Nel giro di poche settimane la situazione precipitò tanto che non furono più garantiti i beni di prima necessità e anche la popolazione benestante iniziò a morire di fame oppure per il virus. Quando non fu più garantita la semplice sopravvivenza alla maggior parte dei cittadini, la repubblica si trasformò in una dittatura con un esercito con licenza di uccidere asserragliato in diversi punti nevralgici presidiando i pochi centri rimasti aperti.


Quel dieci per cento di popolazione che mediamente riusciva a sopravvivere, la maggior parte della quale era inizialmente costituita da cittadini onesti, trovandosi alla mercé degli eventi senza più nessuna protezione o assistenza, iniziò a procurarsi armi di qualsiasi genere per cercare di sopravvivere per conto proprio, sopraffacendo gli altri con razzie nelle varie abitazioni oppure difendendosi da chi aveva meno di loro. Ormai la gente si sbarazzava per conto proprio dei corpi dei propri cari che gli morivano in casa a causa della pandemia, seppellendoli il più delle volte in qualche parco cittadino.
Iacopo aveva ventisette anni, faceva il fornaio e viveva a Firenze. Di quella grandiosa città ormai non gli restavano che gli ultimi ricordi di quasi un anno prima quando era possibile godersela camminando tranquillamente tra una moltitudine di turisti. Allora era tutt’altro che semi deserta come adesso ed era impensabile di rischiare di venire assalito per essere depredato di qualsiasi cosa ad ogni angolo. Per questo non portava mai con sé nessuna borsa o zaino che facesse presumere di essere in possesso di qualcosa di prezioso come il cibo. Aveva contratto il virus ed era riuscito a sopravvivere. Abitava in via Datini, a circa quattro chilometri da piazza del Duomo, mentre invece lavorava nel suo panificio nel pieno centro della città. Negli ultimi tre mesi del 2035 aveva assistito alla ricostruzione di alte mura cittadine, dove fino ad allora scorrevano i viali di circonvallazione e dove un tempo si trovavano le vecchie mura abbattute oltre un secolo e mezzo prima. Terminata la costruzione della nuova fortificazione tutto attorno al centro di Firenze, grazie all’utilità del suo lavoro e al fatto che risultava sano in quanto negativo al test, a lui e a pochi altri privilegiati era stata data la possibilità di risiedere all’interno delle mura dove gli era stata facilmente assegnata un’abitazione, visto che la stragrande maggioranza di case erano vuote per la morte dei loro occupanti. Tutto il centro storico delimitato dalle nuove mura e costantemente controllato dall’esercito appariva come un’oasi sicura che si trovava in mezzo a un territorio senza più alcun controllo, dove prevaleva la legge del più forte. All’ interno, oltre all’esercito e ai pochi residenti rimasti, che non potevano mai uscire, potevano aver accesso solamente una manciata di persone addette ai rifornimenti, rigorosamente controllate.

Non molto tempo prima, Iacopo stesso, quando ancora abitava in via Datini, era stato assalito più volte per strada e una volta persino a casa sua, dove di notte due disperati si erano infiltrati nell’abitazione forzando la serratura nella speranza di trovare del cibo; ma a Iacopo, già da allora, data la sempre maggiore carenza di mezzi di sostentamento, non era stato più permesso di portare alimenti fuori dalle mura e gli era concesso di mangiare solo quando era al lavoro, fra l’altro delle porzioni assai ridotte. Non trovando niente da mangiare, gli intrusi, pensando che lo avesse nascosto, avevano iniziato a picchiarlo selvaggiamente. Infine uno dei due, dopo aver scarrellato, con sguardo truce gli puntò la pistola a distanza ravvicinata e gli disse che entro tre secondi gli avrebbe sparato in testa se lui non avesse dato loro il cibo richiesto. Iniziò a contare volgendo per un istante lo sguardo verso il compare in segno di approvazione. Fu allora che Iacopo, trovatosi perso, nella disperazione, approfittando di quell’ attimo di distrazione dell’uomo che gli puntava la pistola contro, velocissimo sfilò un coltello da cucina dal ceppo di legno e lo piantò nella gola dell’aggressore, impossessandosi della sua pistola che scaricò sull’altro malvivente prima che quest’ultimo avesse avuto il tempo di reagire.
Ormai tutta la parte di Firenze esterna alle mura era terra di nessuno, la polizia praticamente non esisteva più e l’esercito ci metteva piede solo per qualche estemporanea perlustrazione per sondare la situazione esterna ovvero per seppellire i morti nella zona più vicina al centro e sanificarla dato il vomitevole odore di putrefazione che giungeva fino all’interno delle mura. La gente non faceva quasi più caso a degli spari che ormai erano all’ordine del giorno, pensando che l’essere indifferente ai problemi altrui avrebbe probabilmente prolungato la propria sopravvivenza. Ancora oggi Iacopo non riusciva a dimenticare di essere stato, seppure per necessità, un assassino e spesso gli tornava in mente il copioso flutto di sangue che uscendo impetuoso dalla gola dell’assalitore gli inondò il viso e quell’espressione incredula di un uomo morente con gli occhi fuori dalle orbite…
Pur non potendo per nessun motivo avventurarsi fuori del centro di Firenze Iacopo aveva iniziato a rilassarsi e ad accettare quell’esistenza da recluso privilegiato che ormai conduceva da qualche mese. A differenza delle persone oltre le mura, la maggior parte della popolazione che abitava in centro non aveva contratto il virus e si trovava costretta a indossare tuta, guanti e delle mascherine con elevatissimo potere filtrante che solo l’esercito, i potenti e pochi altri potevano avere in quanto difficilissimi da reperire. Ma Iacopo, essendo sopravvissuto alla pandemia, si sentiva un miracolato e per di più fortunatissimo a non essere costretto a indossare tutte quelle protezioni. Gli tornò in mente quando viveva tutti i giorni nel terrore di contrarre il virus, protetto solo da una mascherina a bassa capacità filtrante che poi non gli sarebbe servita a niente e dei guanti monouso che dopo qualche settimana terminò. Si lavava le mani decine di volte al giorno, cercava di stare il più possibile distanziato da chiunque, quando rientrava a casa separava i vestiti usati fuori dagli altri, insomma viveva una vita nella più assoluta fobia tanto da diventare veramente paranoico. Ma alla fine tutto ciò non gli era servito; fu comunque fortunato perché quello sfibrante stress non durò a lungo in quanto contrasse il virus tra i primi, quando ancora gli ospedali funzionavano e furono in grado di salvargli la vita intubandolo a seguito della gravissima infezione polmonare che era scaturita. Poi medici e infermieri iniziarono a morire come mosche e infine gli ospedali furono assaliti da una popolazione in preda al panico che, come impazzita, li devastò completamente alla ricerca di mascherine, guanti, bombole per ossigeno ed altri apparecchi che poi non aveva neppure le competenze per usare ma magari riusciva a rivendere al mercato nero in cambio di cibo. Gli tornò in mente che durante la costruzione delle mura l’esercito trasferì tutte le apparecchiature che era riuscito a salvare e i medicinali nel centralissimo ospedale di S. Maria Nuova, lasciando il più delle volte morire negli altri ospedali quei pochi pazienti sopravvissuti. Ma anche a S. Maria Nuova, data la mancanza di posti e di personale medico, oltre alla mancanza di efficienti apparecchiature e medicinali, veniva accolta solo una piccolissima parte delle persone, che prima di essere ricoverate venivano accuratamente selezionate per importanza, mentre chi non era abbastanza potente o raccomandato, veniva abbandonato a se stesso ad una morte quasi certa.
In Italia l’esercito ormai presidiava solo le città più grandi, le principali zone di produzione agricola e di quelle industrie ancora attive, tenendo sotto controllo le maggiori vie di collegamento per fornire costanti scorte ai mezzi che trasportavano beni di prima necessità.
Nonostante le protezioni anche nell’esercito i soldati morivano con una certa frequenza perché fin troppo spesso veniva fatto qualche piccolissimo errore nell’indossare o nel togliersi la tuta dimenticandosi, spesso per lo stress, di rispettare alla lettera le procedure sull’uso dei dispositivi di protezione. Per tale ragione quando era possibile, i soldati deceduti venivano sostituiti da altri che avevano già avuto la malattia e che erano immuni, in modo tale da disporre di uomini che potevano essere sempre operativi senza dispositivi di protezione; ciò aveva un minor costo di gestione e i soldati immuni quindi potevano essere utilizzati con meno rischi per missioni di scorta ovvero di verifica e controllo del territorio esterno. Fra questi soldati immuni, Iacopo aveva riconosciuto un suo vecchio amico coetaneo, Alessandro, col quale una volta usciva spesso. Iniziarono a frequentarsi di nuovo, anche se, per via del coprifuoco che aveva luogo dalle venti in poi, si potevano vedere per poco tempo. Parlavano della loro situazione attuale ma anche della loro vita di un tempo e del dispiacere di aver entrambi perso tutti i loro cari. Tuttavia, tornando da un giro di perlustrazione, un giorno Alessandro confidò a Iacopo di aver visto la vecchia fidanzata dell’amico viva e vegeta anche se allo stremo delle forze per la fame e gli stenti a lungo patiti. Pensò che Alessandro si fosse sbagliato in quanto la sua fidanzata era stata ricoverata in ospedale prima di lui e quando Iacopo fu dimesso dall’ospedale e aveva chiesto notizie della sua donna, i medici, sbagliando persona, lo avevano informato che era deceduta. Era anche stato a casa dei genitori di lei, dove abitava, ma trovò la casa disabitata arrivando alla conclusione che sicuramente erano morti tutti e quindi finì, suo malgrado, per farsene una ragione. Quando però Alessandro come prova gli porse l’anello che lui aveva regalato anni prima a Rosanna, Iacopo sussultò. Si ricredette e, quando seppe che aveva imminente bisogno di cibo, chiese all’amico, consenziente nonostante i grossi rischi a cui entrambi sarebbero andati incontro, di far avere, durante i suoi giri di perlustrazione, del pane e della frutta a Rosanna, beni in quei momenti preziosi. Andò bene per un paio di volte ma poi, la terza volta, il capitano, insospettito dallo strano comportamento di Alessandro, che ultimamente cercava spesso delle scuse per allontanarsi qualche minuto dal plotone, lo fece pedinare fintanto che raggiunse un luogo appartato dove venne visto regalare del cibo a una giovane donna. La giovane donna riuscì a scappare ma Il cibo venne recuperato dalla pattuglia che lo aveva pedinato e assieme ad esso venne trovato un biglietto d’amore indirizzato a Rosanna con la firma di Iacopo. Alessandro venne immediatamente arrestato e interrogato e, nonostante il soldato si fosse chiuso nel più ostinato mutismo, il capitano fece fare delle indagini dalle quali risultò che Iacopo era il fornaio di via Guelfa che il soldato Alessandro frequentava negli ultimi tempi. In quel periodo il solo fatto di portare fuori dalle mura degli alimenti o quant’altro necessario alla sopravvivenza dei cittadini della fortificazione, significava tradire la nazione e il tradimento in genere era punito con la morte. Trovarono un giudice clemente che anziché infliggere loro la pena di morte decise per la pena dell’esilio a vita, anche se l’esilio fuori dalle mura era quasi considerata come una pena di morte.
Processati per direttissima, il giorno dopo i due furono sbattuti fuori dalla porta Romana e lasciati al loro destino. Iacopo non si sapeva perdonare di aver trascinato l’amico in quella difficilissima situazione, ben sapendo che senza più lavoro né conoscenze probabilmente non sarebbero riusciti a sopravvivere. Si sentiva addosso, pesante come un macigno, la responsabilità dell’accaduto ed era pervaso da un gran rimorso… poi però pensò che era giusto quello che aveva fatto e che, avendone la possibilità lo avrebbe rifatto, perché comunque aveva tentato di salvare la vita a Rosanna. Subito dopo chiuse gli occhi: gli apparve il candido viso della giovane donna e si rincuorò. Se proprio non fosse riuscito a salvarsi, almeno adesso avrebbe avuto la possibilità di poter riabbracciare la sola donna che aveva veramente amato in tutta la sua vita.

di Marcovalerio Bianchi

PRIMO WEN DEL GSF

Comincia il WEN del GSF, il Week-End del Narratore! Durante la giornata di oggi, sabato 4 Aprile 2020, sul blog del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, saranno pubblicati i numerosi racconti ricevuti sul grande tema di questi giorni, la pandemia di coronavirus detta “COVID-19”. Proseguiremo domani, domenica 5 aprile, pubblicando le vostre poesie sul medesimo tema.

Leggili qui: https://grupposcrittori.wordpress.com/tag/wen/

Nel frattempo, potete già inviare i vostri racconti e le vostre poesie per il secondo WEN, sul tema “QUANTI SIAMO”.

Per questo secondo appuntamento la scadenza per inviare i testi è il 27 aprile. Anche questa volta testi dovranno pervenire all’indirizzo blogautori.gsf@gmail.com.

Sabato 2 maggio pubblicheremo i racconti e domenica 3 maggio le poesie.

Partecipa anche tu.

Dispositivi di protezione individuale vie respiratorie: istruzioni ...

WEN – COVID-19 – L’amore ai tempi del Coronavirus – Manna Parsì

L’amore ai tempi del coronavirus
Esco dall’ufficio di corsa, la borsa del computer mi scivola dalla spalla, non ricordo in quale tasca abbia infilato il cellulare, il cappotto è sbottonato e il vento circola tra torace, addome e schiena. “Ora ti ammali…” direbbe la mamma. In questi giorni lei è diventata anche porta voce della protezione civile per noi familiari, con la sua perenne ansia amplificata perché io continuo ad andare al lavoro. Oggi mi ha telefonato almeno dieci volte per ricordarmi i nuovi decreti emanati dal governo per combattere il coronavirus. Intanto il nostro capo pensa che il Covid-19 sia una sorta di epidemia di massa che porterà alla selezione naturale e quindi continua a lavorare sui nuovi progetti con noi dipendenti al guinzaglio.
Per le vie regna il silenzio nonostante l’arrivo della primavera e l’inizio delle feste delle contrade. Il ragazzo del bar sta chiudendo il locale e quando mi vede, sorpreso mi chiede come mai sia ancora per strada.
“Sembra il coprifuoco!” gli dico preoccupata. “Peggio, è il coronavirus!”, mi risponde seccato.
Lo saluto e cammino più veloce perché il supermercato chiuderà fra poco. Nella strada deserta echeggiano solo i miei passi. Mi giro per guardare se c’è qualcuno altro. E se adesso Jack lo squartatore sbuca da un angolo e mi aggredisce, nessuno potrà salvarmi. Urlerò e chiederò aiuto. Che soluzione banale, il solito stereotipo di genere, dirà la mamma. Con questi pensieri cupi arrivo al parcheggio. Mi tremano le mani e le chiavi scivolano e finiscono sotto la macchina. Mi piego per cercarle, mi cade il cellulare dalla tasca della borsa del computer e si apre in due. Cerco di recuperare i pezzi che all’improvviso sento un rumore di passi. Ecco, Jack lo squartatore. Mi faccio venire un attacco di tosse e i passi diventano più veloci e ad un tratto spariscono. La mamma mi dirà brava, degna di una donna forte.
Al supermercato c’è una lunga fila. Prendo il carrello controvoglia e mi metto a distanza di un metro dal tizio davanti a me. La gente trova sempre un modo per chiacchierare, ma la mia mente è già piena di problemi di lavoro e di impegno sociale per combattere il Covid-19. Sono ancora molto giovane per ammalarmi, ho tanto da fare, viaggiare, conoscere, crescere e altre cose che ora non mi vengono in mente…
Non ci posso credere, sto sognando? Un paio di occhi verdi grigi che luccicano al buio mi stanno fissando. E’ seduto in un angolo lontano da noi comuni mortali a guardarci nella nostra fragilità. Mentre lui sembra così distaccato e indipendente. Se ne accorge che lo sto guardando e si mette in piedi. Quella luce nei suoi occhi mi dà energia e riscalda il mio cuore.


“Vai avanti o no?”, la voce di un ragazzo mi strappa dal nido d’amore che avevo costruito nella mia mente in pochi minuti. Tiro il carrello avanti e cerco di nuovo quei bellissimi occhi. Oh Dio l’ho perso. Ma no, solo si è spostato. Ora sta fermo vicino a me e mi sta fissando. Credo di piacergli, mi si avvicina e il mio cuore si ferma. Struscia la sua testa alle mie gambe e sento il calore del suo corpo, tanto piacevole.
“Muoviti, non voglio rimanere qui fino a mezzanotte” sbotta il ragazzetto dietro di me.
Allora butto via il carrello, lo prendo in braccio e accarezzo il suo pelo morbido. Mi guarda con affetto e stringe la testa al mio petto.
“Ti chiamerò, Micio, Ti piace?” e riprendo la strada di casa.

di Manna Parsì

WEN – COVID-19 – Dalla finestra – Caterina Perrone

Dalla finestra

La facciata grigia, qui di fronte, mi manda fuori di cervello. Abitavo in una casa affacciata su un giardino; mi hanno fatto tornare, senza dirmi che qui si muore di angoscia prima che di Covid. Finestre tutte uguali, chiuse; tende tutte bianche, tirate. Come se qualcuno volesse guardare dentro. Per vedere che cosa?
Una finestra è aperta. Qualcuno che non ha paura dell’aria. E degli sguardi. Qualcuna: una donna. Transita e subito scompare. Libera lo stralcio di una stanza colorata. Il divano, si direbbe un letto, la coperta azzurra, stropicciata, una lanterna bianca: chissà quanta luce farà col buio. Cuscini sparsi sulla stuoia. Una foto grande tutta la parete: il Gange a Varanasi, la gente che si bagna. Sbuca l’angolo di un tavolo di legno; una pianta fiorita cade arruffata.
Non sta bene guardare!
Come mi piace guardare!

Ricompare alla finestra, appoggiata di spalle. Scuote la testa come se ridesse. Sta leggendo un messaggio. Forse.
Scrolla i riccioli biondi spettinati, stretti appena da un fermaglio che non ce la fa a tenerli tutti. La manica verde della maglia scivola, scopre la spallina nera del reggiseno. In un gesto distratto la rimette a posto. Inutile, cade di nuovo.
Sento il calore della pelle, come se l’avessi tra le mani.
Si volta e si rivolta subito. Scappa via.
Fermati! Ho voglia di vederti tutta intera! Fammi almeno vedere la faccia.
Ha messo la musica. Note difficili, scompagnate, di un pianoforte che improvvisa sull’armonia di una canzone senza melodia.
Si accartoccia sulla stuoia, abbraccia le gambe, tocca i piedi nudi. Si stira come un gatto, al ritmo delle note. Si muove come una nuvola nel vento, un capriolo sull’erba. Come l’’acqua che si spande in una pozza. E scompare.
Scena vuota. Spettacolo finito.
Mi manchi.
Pazienza, ne ho di cose da fare per intrattenere le mie ore immobili. Posso regalare tempo al tempo.

Cala la sera, in un languore di viola. Chissà che cosa sta facendo.
Torno alla finestra. Una luce striscia da terra, illumina di ombre lo spazio tra le tende ancora aperte.
Legge, seduta a terra contro il divano, a gambe incrociate. Attorciglia col dito una ciocca di capelli, infila la mano dentro la maglietta, si carezza il seno.
Vuoi farmi morire.
Afferra tra le cosce qualcosa che infila in bocca: un seme, una briciola, una pasticca. Mastica, scioglie, assapora. Prende, senza guardare, il calice di vino che è lì a terra. Lo porta alle labbra. Sorbisce appena.
L’aperitivo! Aspettami, arrivo.
Il mio succo di pomodoro è aspro, speziato, piccante. I pistacchi salati, croccanti. Sono qui di fronte e non mi guarda.
Solleva la testa dal libro, chiude gli occhi, insegue un pensiero. Arrivato. Acchiappato al volo. Ahm! Inghiottito.
Quel movimento impercettibile del capo mi ha fatto sentire come se…
Ho capito, ti lascio leggere. Tornerò a darti la buonanotte.

Ha tirato le tende azzurre. La luce disegna la sua ombra: le ombre raccontano. Si spoglia molto, troppo lentamente perché io non sia preso dall’affanno.
Vai a dormire?
Resta sveglia fino a tardi. La abbandono con nostalgia.

Mi sveglia il riflesso tenero del giorno.
Ogni mattina mi regala il profumo del caffè, il mio biscotto preferito che si scioglie in bocca.
Spalanco i vetri. Spalanco le persiane. Spalanco il respiro nell’aria pungente.
La finestra è aperta. Già sveglia?
Appare, come se fosse in attesa. Mi guarda con il sorriso che avevo immaginato e gli occhi che brillano.
«Buongiorno.»
«Buongiorno» rispondi.

di Caterina Perrone

WEN – COVID-19 – Oggi siamo gli eroi – Antonella Cipriani

Oggi siamo gli eroi


Emile Cioran ha detto: “Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa”.
Si parla troppo e mai come in questo momento avrei bisogno di silenzio. Il pensiero però corre, la parola preme.
Il virus ci ha confinati in casa. Circondati soltanto dagli affetti più intimi. In fila ai supermercati. Distanti. Sospesi. Per me poco è cambiato. Lavoro in ospedale, sono infermiera. Ai check point d’ingresso accolgo, controllo, misuro, metto in sicurezza chi è più sfortunato di me. Il pericolo di incontrare il re Corona è assai più alto rispetto a chi sta a casa propria come il Decreto comanda, ma di certo inferiore a chi il sovrano se lo trova già nei letti delle degenze, dove si lotta con scienza e speranza. Io, sono solo una pedina di questo meccanismo che se funziona ci potrà dare un po’ di respiro, nel vero senso della parola. Ai colleghi delle rianimazioni va tutta la mia stima.
Tante consapevolezze comuni maturano in momenti così critici. “La salute prima di tutto” è un detto che anche gli stolti conoscono. Non c’è uomo, politico, avvocato, banchiere, maestro, musicista che possa svolgere la sua passione senza la salute. Siamo esseri mortali ma con la cura e l’assistenza possiamo superare certe fasi infelici della vita e andare avanti, spesso in modo dignitoso. Mai come oggi sembriamo renderci conto che mancano medici e infermieri, risorse sanitarie, apparecchiature, farmaci, mascherine, guanti….


Solo ora capiamo che il taglio nel settore sanitario non si deve fare. Non per accontentare chi come me ci lavora – con turni migliori, un lavoro più agevole, mezzi e strumenti più efficienti – ma per garantire un servizio che funzioni davvero, senza attese e fraintesi, con personale competente, qualificato, aggiornato e affidato, che possa accogliere e curare chiunque arrivi al Pronto soccorso senza chiedere compensi. Abbiamo un Servizio di cui dovremmo essere fieri e negli anni siamo riusciti a rovinarlo. Chiedete all’ americano medio cosa pensa del proprio.
Nel fracasso di questa tragedia finalmente una nota intonata: duemila colleghi riusciranno ad entrare negli ospedali e a svolgere la professione per cui hanno studiato e creduto, senza essere costretti a emigrare altrove. Ci voleva tanto clamore per capirlo e consentir loro l’accesso finora negato, perché ritenuto non necessario?
Uniti e livellati – come un grande comico diceva – da un virus che ci vede tutti uguali, “ce la faremo e andrà tutto bene” ripetiamo ogni giorno.
L’applauso sui balconi di tutta Italia, la sera scorsa mi ha emozionata.
Mi auguro che quelle mani che hanno applaudito con tanto vigore e convinzione continuino a farlo anche quando lo spettacolo sarà finito e non saremo più sotto i riflettori. Ricordatevelo quando vi rivolgerete a noi nelle sale d’attesa, conservate la stima che adesso nutrite nei nostri confronti e unitela al rispetto, lo stesso che vi mostriamo. Oggi siamo gli eroi, ma lo eravamo anche ieri, e lo saremo domani. Scrivetelo nella memoria e ripetetelo ogni volta che varcherete la soglia di un ospedale, anche solo per dirci Grazie, la parola più semplice, che ci ripaga da ogni sforzo, fallimento o successo e ci inietta l’energia giusta per alzarci al mattino e affrontare un nuovo giorno. Non siamo eroi, siamo solo persone che continuano a credere in una professione che hanno scelto, con scienza, coscienza e umanità.

di Antonella Cipriani

WEN – COVID-19 – L’ultimo respiratore – Carlo Menzinger

L’uomo dai capelli brizzolati era seduto in sala d’aspetto. Ogni tanto si sfilava gli occhiali appannati e li scuoteva per pulirli. Poi li indossava di nuovo, ma con la mascherina facevano presto ad appannarsi di nuovo.

Nella stanza c’erano altre due persone, sedute a distanza da lui. Nessuno parlava. Una donna sulla sessantina sbottò, borbottando tra sé e sé:

«Non è giusto! Non è giusto. Sono cinque giorni che non me lo fanno vedere… Devo fidarmi di quello che mi dicono i medici… E se morisse? Non gli avrei nemmeno detto addio…»

L’uomo anziano con il bastone annuii, sorridendo sotto la propria mascherina. Si vedeva dagli occhi. Non disse nulla, però. Che cosa poteva dire? Erano giorni che si dicevano sempre le stesse cose. Il sistema sanitario era al collasso. L’intera Italia era in quarantena, i malati erano troppi. Non c’erano abbastanza letti, non c’erano abbastanza medici e, soprattutto, non c’erano abbastanza respiratori.

Una dottoressa in camice, mascherina e guanti comparve sulla porta. Aveva  i capelli raccolti in una cuffia.

«Signor Masini, può venire un attimo con me?» disse rivolta all’uomo dai capelli brizzolati. Lo accompagnò in una stanza lì vicino.

«Signor Masini, mi dispiace, ma sua madre è entrata in crisi respiratoria.»

L’uomo impallidì. Dopo un attimo di esitazione rispose:

«L’avete intubata?»

«Mi dispiace, ma non abbiamo più respiratori.»

«Come sarebbe? Fatevene mandare uno da Torregalli o da Ponte a Niccheri… ce ne sarà uno da qualche parte, no?»

«Mi dispiace, Signor Masini, ma lo avrà sentito dire, con il covid-19 siamo in crisi, ha esaurito tutte le nostre risorse. I respiratori sono già tutti in uso. È così in tutta Firenze e quasi in tutta Italia. Non c’è verso di averne altri.»

L’uomo la fissò con gli occhi rossi. Si frugò in tasca, forse per prendere un fazzoletto, pensò la dottoressa. Estrasse invece un coltello a serramanico e aprendolo all’istante lo puntò alla gola del medico, passandole veloce alle spalle.

«Mi porti subito da mia madre» le intimò.

La dottoressa lo guidò nel reparto. La vecchia, distesa nel letto, era chiaramente in affanno.

«Datele un respiratore» intimò l’uomo a un infermiere nel corridoio, che fissò lui e la dottoressa spaesato.

«Le ho già detto che non ne abbiamo» ribadì il medico e sentì la lama pigiare di più contro il collo.

«Toglietelo a qualcun altro» intimò l’uomo.

«Sua madre è in fin di vita, mi dispiace Signor Masini, non avremmo neanche il tempo di predisporre la macchina e disinfettarla.»

«Non importa, mia madre è già contagiata, staccatela a qualcuno e datela a lei.»

«Tutti i pazienti ne hanno bisogno. Toglierla a qualcuno significa ucciderlo. A chi dovremmo levarlo? A quel ragazzo? A quella donna? A quell’uomo?» il medico indicava i vari degenti nella corsia.

«Scelga lei. Chi ne ha meno bisogno.»

«Tutti! Serve a tutti. Come posso scegliere. Mi uccida, piuttosto.»

La madre, prendendo coscienza della situazione, con il respiro corto, parlò:

«Che cosa fai Lucio, lascia stare…» tossì «ho vissuto la mia vita. Sono anziana. Lasciami andare. Non hai bisogno di me. Non servo a nessuno. Non fare sciocchezze…» nello sforzo si lasciò andare a un attacco di tosse, che le mozzò il respiro residuo. Si fece paonazza.

«Addio, Lucio» poi rivolta alla dottoressa «lo perdoni. Perdonatelo.»

Volgendo gli occhi un’ultima volta verso il figlio, si immobilizzò nel gelo della morte.

Lucio Masini capì che tutto era finito. Lasciò andare la dottoressa e si accasciò in ginocchio ai piedi del letto della madre.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Risultato immagini per respiratore terapia intensiva

WEN – COVID-19 – Ferragosto a ventoso – Massimo Acciai Baggiani

Ieri, 19 ventoso dell’anno 228, il discorso del capo del governo. Allo schermo appariva calmo, fiducioso, ottimista. Ha parlato di «sacrifici necessari», di «crescita importante dei numeri dei morti», di rinunciare agli aperitivi, ai raduni nelle piazze. Ha parlato di responsabilità e di interessi nazionali da tutelare. L’ansia intanto cresceva in me, mi stava contagiando. Sono andato a letto tardi e ho dormito male.

Oggi, 20 ventoso. Strade vuote, sembra ferragosto. Un ferragosto primaverile, con cielo sereno e temperature miti. Una fila di persone, a un metro di distanza l’una dall’altra, fuori dal supermercato. Pochi passanti, con la mascherina. Dove l’hanno presa? Da un po’ sono diventate introvabili, come l’Amuchina. Nei negozi e in farmacia si entra uno alla volta. La gente ha paura, ma è combattuta, divisa tra l’insofferenza tutta italiana alle regole, la voglia di fuga, di distrazione, e la paura di ammalarsi. Tutti sanno che i posti negli ospedali sono limitati, così come i medici. Se i casi di polmonite superano quei posti, addio. Game over.Risultato immagini per mascherine antivirus

Ma gli italiani sono un popolo di irresponsabili; lo hanno sempre dimostrato, nella storia. Branchi di adolescenti che, in totale disprezzo della salute – propria e altrui –, organizzano rave nei parchi, al motto di: «Ci vogliono tenere a casa, uscire è un atto rivoluzionario!». I politici non sono da meno “rivoluzionari” delle nuove generazioni, e si accalcano in festini e ricevimenti come i nobili al tempo della peste. Arriva poi un professorone che ricorda come, nel medioevo, la gente riempisse le chiese e le processioni in tempi di pestilenza, mentre oggi le chiese vengono chiuse: lo dice con un senso di bigotta, odiosa nostalgia.

L’amore ai tempi del coronavirus. Già, come sarà? Come si regolano le coppie, se baci e abbracci sono vietati per legge? Non lo so, per me, erano cose sconosciute anche prima dell’ordinanza del governo. Sono sempre stato un solitario, non è una novità. Oggi faccio il salto: rinuncio, per mia scelta, a questo mondo bizzarro e insopportabile. La pandemia è solo un pretesto, diciamolo pure. Questo sole che tramonta pigro dietro i palazzi è l’ultimo che vedrò, prima di chiudermi in casa. Per sempre, ossia finché non passerò all’altro mondo, cioè al nulla. Il destino dell’hikikomori non è così male, in fondo. Posso lavorare da casa, faccio tutto online, perfino la spesa posso fare su internet e farmela consegnare a domicilio. Il mio appartamento è pieno di libri, e comunque ho il mio laptop. Cosa si può desiderare di più, in questo “mediaevo”?

Il «sacrificio necessario» di cui parlava il capo del governo per me non è affatto un sacrificio. Tutt’altro. Vedetevela voi, io passo la mano.

La brezza profumata di primavera mi accarezza il volto mentre mi dirigo, senza fretta, verso casa.

Forse è l’unica cosa che mi mancherà.

 

Firenze, 20 ventoso ’28 (10 marzo 2020)

di Massimo Acciai Baggiani

WEN – COVID-19 – Chi è il Signor Covid? – Francesco Guglielmino

Chi è Covid – 19?  E’ un parente di HCoV-229E,  HCoV-OC43, HCoV-NL63,  Mers e Sars. Nella loro vita  non  lavorano,  non ballano:  non fanno niente. Ah, qualcosa la fanno:  entrati nel nostro corpo ci fanno venire febbre,  bronchiti e problemi respiratori.   

Mi domando quale sia il ruolo di questi virus nell’ecosistema della Terra:  forse quello di romperci le parti basse o forse farci capire che possiamo vivere in altro modo?

di Francesco Guglielmino

Risultato immagini per covid-19

WEN – COVID-19 – “Covid-19” – Paolo Orsini

Covid-19

Non è più il tempo di incrementare il numero dei lemmi nel dizionario delle parole scritte al contrario, oirartnoc la eralrap id opmet li è non. Passata la nottata, lunga e buia, di questa immane silenziosa pestilenza, cercherò il più possibile di restare tra gli argini, non certo della verità, quello è impossibile e solo le fedi ci riescono, anche se soltanto per imposizione, è proprio il caso di dirlo, dall’alto, ma almeno in quello dell’onestà verso me stesso, vale a dire verso quei valori in cui mi riconosco, e di sicuro da oggi chiederò sempre più spesso a me stesso quali siano questi valori, o meglio quali siano i giusti valori e allora, per darmi una risposta, dovrò tornare un po’ indietro nel tempo, dopo un’altra immane catastrofe che non fu per niente silenziosa ma tragica fino all’inverosimile di morte e di distruzione, e se quei valori sono stati creati dalla comunità umana nel tentativo di non replicare, se non nei romanzi e nei film catastrofici, quella sciagura disastrosa, allora sono valori giusti, validi, e a quelli devo dire in realtà da sempre mi sono riferito, ma a maggior ragione adesso, perché quando il mondo tornerà ad accopparsi, finita l’emergenza, come ha sempre fatto fin dai tempi delle tigri con le zanne a sciabola, non sarà più il tempo delle parole al contrario, ma quello della chiarezza per rafforzare e diffondere i giusti valori della convivenza umana.
La cosa che più mi fa inferocire di questo virus è che è un vigliacco, almeno l’ebola ammazza tutti quelli che infetta senza distinzioni, anche un mandingo forte come un toro, questo invece è discriminatorio, va a infrangere uno dei più importanti valori a cui prima mi riferivo, se la prende soprattutto con i vecchi, già deboli fin dalle ossa fragili come il vetro, già irrimediabilmente minati nei loro sistemi immunitari, con un piede nella fossa, ma ciò che più mi fa imbestialire è che li fa morire nell’assoluta solitudine, gli affetti più cari tenuti fuori dalla stanza di ospedale, lontani dalla bara al cimitero, alimentando un enorme senso d’impotenza nei sopravvissuti, che nuoteranno a lungo nelle vischiose acque del senso di colpa per non aver potuto fare abbastanza, non aver potuto tenere una mano, consolare uno sguardo implorante, accarezzare una pelle rinsecchita. Quando percepii l’ultimo respiro esalato molti anni fa da mia nonna, ero là, vicino a lei, non potevo fare nulla se non tenerle una mano ossuta e contratta dall’artrite nel calore delle mie, tutto era senza senso e inutile perché ormai quella triste nera figura aveva deciso di calare su mia nonna il suo manto di silenzio e di fredda immobilità, però l’ultimo movimento fu proprio delle sue dita che cercavano, con impercettibili movimenti, le mie dita, un ultimo contatto con la vita, e capii che se ne era andata non perché chiuse gli occhi, ma perché non cercò più la mia mano.

25 marzo 2020 Paolo Orsini

WEN – COVID-19 – Sul balcone – Nicoletta Manetti

SUL BALCONE

Il sole scalda di azzurro il bricco sul fornello, mentre la radio aggiorna i numeri dei contagi, dei guariti, dei morti, e chiede a noi di restare a casa. Terminate le notizie, mi sintonizzo su Toscana Classica ed esco sul balcone.
E’ sessanta centimetri profondo il mio balcone, forse neppure, la sedia ci entra a malapena di traverso, se sposto i vasi. Un cielo azzurro sfacciato, immobile di silenzio. Un cielo vuoto di aerei, di scie. Benedico questo piccolo balcone esposto ad est.
Nel calore del mio bozzolo, il cane accanto, mi vergogno di questa pace, della musica, del viaggio iniziato ieri tra le pagine in cui sono ruzzolata, come da un prato scosceso d’erba molle; tra poco ripartirò.
Colgo qualche foglia di salvia, un rametto di rosmarino; insieme al profumo, però, oggi sento il loro dolore nella mano:- Profumo per me, dolore per voi, scusate!- dico. Sì, lo dico a voce alta, devo essere impazzita. Sento ridere: è la vicina, affacciata al davanzale. Non ci incontravamo da mesi, ora ci ritroviamo a scambiarci ricette, quasi protese nel vuoto, quassù, dove il dolore arriva come un’eco, sospese, ma protette.
Ieri la cassiera, mascherina e guanti bianchi, aveva gli occhi di mia figlia; ha sorriso anche a una signora che, incurante del tempo rubato, discuteva il numero dei punti per la sua ridicola raccolta, il prezzo non tornava. Anche la farmacista, dopo, mi ha sorriso, lo sguardo stanco.
Le ho lasciate lì, e sono tornata casa, sul mio balcone, sulla sedia il libro da iniziare. Ci sono caduta davvero come Alice nella botola, lasciandomi poi trasportare come facevo da bambina tra le onde quando il mare era mosso.
Oggi però ho anche altro da fare: ringraziare. Ringraziare lui, lei, loro, che stanno là fuori, per approvvigionarci, nutrirci, curarci. Chi è dentro l’inferno, incerottato nel camice, dove e quando il camice c’è, a tentare, a sperare, e i figli e i genitori anziani a casa, e ciononostante i numeri che salgono, e le file dei morti, che sono morti soli.
Grazie ai sibili lontani delle sirene, sperando ogni giorno di udirne di meno. Al canto del merlo sul comignolo. Ai bambini nel giardino di sotto che giocano a squarciagola. All’amico poeta che gioca a battaglia navale con la nipotina dall’altra parte della città.
Grazie a te cassiera che somigli a mia figlia, e a te farmacista dagli occhi stanchi.
Grazie ai settemila che hanno risposto all’appello, trecento ne hanno chiesti, e in settemila hanno risposto. L’umanità allora è bella.
Grazie al mio amore lontano, alle figlie vicine, ai genitori che cercano di farcela, alla persona che si prende cura di loro, ma è lontana dai suoi.
Grazie agli amici per cui la distanza non esiste. Grazie al mio cane, ma noi siamo una cosa sola, e sta scrivendo con me. Grazie a te, a te, a te.
Io devo solo stare qui, lo chiamano sacrificio. Devo solo stare qui, abbracciata a un raggio di sole sul mio balcone. A ringraziare.

di Nicoletta Manetti

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: