Antonella Cipriani legge di “La cacciatrice delle storie perdute” di Sejal Badani

La cacciatrice di storie perdute” di Sejal Badani (Newton Compton Editori 2019)

Due storie si intersecano, la vita di Amisha  e di Jaya, nonna e nipote, lontane nel tempo ma vicine nel sentimento, unite da un segreto che l’autrice sa ben celare per mantenere alta la tensione fino alla fine.

Fra loro si inserisce la storia di Lena, madre di Jaya e figlia di Amisha, una voce debole, nell’ombra, ma fondamentale per la comprensione dei fatti.

Sullo sfondo l’India, un paese povero, emarginato, sfruttato, ricco di contraddizioni ma anche di tradizioni, ideali, virtù, principi morali e religiosi.

Un romanzo ricco di tematiche (maternità, amore, amicizia, solidarietà, rivendicazione dei diritti umani, libertà, potere, ecc…) che sa catturare il lettore per la trama articolata e ben costruita  (ottima strategia letteraria l’alternanza temporale tra i primi del novecento e i  giorni nostri), ma povera nello stile, debole nel linguaggio, piuttosto superficiale e scontata, tanto da intuire già la successione dei fatti.

A parte qualche pillola di saggezza da manuale come «La felicità si annida nei rituali quotidiani e nelle storie nascoste tra le nuvole passeggere. La felicità si realizza nella vita che viviamo»…«La  perfezione può essere un’illusione e il potere implica delle responsabilità »…«Alle leggi serve molto tempo per cambiare i cuori delle persone»«Forse la vita non è altro che una sequenza di decisioni con l’aggiunta del “fattore destino”. Forse si tratta di accettare che l’impossibile implichi l’apertura di un’altra porta. E forse significa che bisogna essere più forti proprio durante i momenti difficili della vita», ho apprezzato molto le riflessioni sulla scrittura, anche se viene poco narrata l’attività di Amisha come scrittrice dando più risalto all’aspetto “rosa” della sua esistenza.

Tra le citazioni, questa in particolare: «Se ritengo una cosa importante, la riporto sulla carta, dove a mio parere starà più al sicuro rispetto alle parole che vengono pronunciate solamente ad alta voce».

Insomma per concludere, un libro che, a parer mio, se non lo leggete non avrete perso molto (mi perdoni l’autrice).

di Antonella Cipriani 24 luglio 2022

Caterina Perrone legge “Più lontano dal mare. Cronaca di un naufragio” di Antonella Cipriani

Nel mentre il capitano Schettino…

Che la realtà superi l’immaginazione è risaputo e in questo libro si conferma più che mai.

È bastato ad Antonella Cipriani raccontare con fedele obiettività la cronaca del naufragio della Costa Concordia, che lei ha vissuto in prima persona, per farla vivere anche ai lettori, attimo per attimo.

L’inizio è lento, dettagliato: l’autrice ci fa respirare l’attesa della vacanza, lo stupore di fronte alla impeccabile organizzazione della crociera, che si manifesta nello splendore degli interni della nave, in ogni dettaglio, nella minuziosa costruzione dell’accoglienza, che fanno già intravedere il susseguirsi dei giorni a venire, che fanno già pregustare inimmaginabili sorprese. E ogni iniziale risposta è già superiore alle aspettative, in un crescendo di scoperte che superano la capacità di previsione.

A questo si aggiunga il piacere di essere in vacanza, di staccarsi dal quotidiano, che offrirà lunghi momenti di relax, assecondati da uno staff che si occuperà di tutto, sottraendo gli ospiti alla necessità di prendere iniziative: l’unica sarà scegliere tra le tante proposte, tutte piacevoli, all’interno delle quali si potrà certamente trovare un’offerta su misura.

Sembra tutto talmente perfetto che si insinua qualche timore: non è possibile, qualcosa dovrà pure non funzionare.

Sarà la data? Quel venerdì 13, che suggerisce un disagio, oppure quella trascuratezza nel non dare spazio, prima della partenza, alla informazione su come affrontare una eventuale, inverosimile emergenza; “intrattenimento” di per sé noioso, che ognuno è ben contento di scansare, ma questa mancanza è una nota stonata.

Eccoci caduti dentro l’incertezza, in un ovattato senso di disagio, di fatalistica sospensione. Come se non sapessimo già che cosa accadrà.

Bisogna saperlo fare di tenere il lettore in sospeso, come in una speranza che le cose possano prendere un’altra strada, e questo Antonella lo ha fatto molto bene. Siamo sospesi, ancora non ci crediamo, ancora abbiamo la speranza che tutto potrà essere diverso, anche se invece conosciamo tutto perfettamente, nei dettagli, molto più di quanto non sappiano ancora i protagonisti di questa assurda vicenda. Inquieta vedere i momenti che precedono un evento disastroso, le persone che vivono come se non ci fosse un mostro in agguato.

Quello che ci mancava era però di vivere passo passo, come hanno vissuto loro, i naufraghi, neanche i più sventurati. E Antonella ci prende per mano e ci accompagna. Non per esibizione, è una sua esigenza rivivere, accompagnata da qualcuno che nell’ascoltare la custodisca dai fantasmi, perché, ora che tutto è finito, nel suo intimo, nel suo immaginario, si ricreeranno mille volte ancora quelle scene, quelle emozioni incontrollabili.

Ma a parte quello che abbiamo poi saputo, vale vivere in questa narrazione il botto, lo scossone, le domande incredule, i passi, le scivolate, i vetri sotto le scarpe; il recupero dei giubbotti salvagente scrupolosamente registrati nella mente, forse per scaramanzia, per tranquillizzare quel sottile tormento che si era insinuato fin dall’inizio, o semplicemente per una fatale coincidenza, che farà la differenza. Poi l’attesa estenuante sul ponte, la rinuncia della prima scialuppa e finalmente quella buona, mentre squillano i cellulari, gli allarmi e le rassicurazioni.

Un racconto che ha ancora il gusto della sorpresa nonostante il lettore sappia già tutto. Antonella ci accompagna con parole scelte, mirate, efficaci, a vivere un’emergenza che ha sfiorato l’irreparabile e per qualcuno lo ha centrato in pieno.

Nel racconto abbiamo anche conosciuto la rete di salvataggio, tanto efficace ed encomiabile quanto tragica è stata invece la gestione dell’evento da parte della società armatoriale. Abbiamo saputo dell’organizzazione dei soccorsi, del calore della gente del Giglio, del coraggio, dell’eroismo senza nome, della professionalità, che hanno trasformato una tragedia in una sequenza di vittorie e di incontri.

Come sempre la scrittura non svela soltanto la capacità di narrare ma anche molto dell’autrice, che è anche protagonista.

Emerge quindi il piglio di due donne, che, pur nello sbigottimento e nel panico, hanno saputo fare le scelte giuste, sospendendo il disorientamento, la inevitabile paura e accendendo il faro della ragione, il senso della solidarietà, la tempestività delle scelte e il coraggio.

Brava Antonella, come scrittrice, come persona.

di Caterina Perrone

Renato Campinoti legge “Le sconfinate”, l’antologia del Gruppo Scrittori Firenze

Un’idea brillante, un risultato all’altezza delle aspettative

È stata senz’altro un’idea brillante quella che ha portato Nicoletta Manetti a proporre a 14 scrittori e scrittrici di dedicare un racconto a una donna che, a suo modo, ha sconfinato dai tradizionali canoni “femminili”. Si va così da Antigone che il “colto” (e bravissimo) Roberto Mosi rievoca da par suo nel racconto iniziale, fino alla  attuale Amy Winehouse, che un giovane e talentuoso Saimo Tedino ci fa percepire nella parte finale della sua straordinaria ( e dannata!) carriera. Dico subito che l’intuizione di Nicoletta, prontamente adottata e promossa dal Gruppo Scrittori Firenze, ha trovato nell’antologia un esito di sicuro successo e di grande godibilità. Merito sicuramente degli autori e delle autrici, ma merito anche della curatrice per le direttive che hanno portato tutti a non accontentarsi di personaggi  ordinari, ma di andare alla ricerca di figure, forse considerate in qualche caso “minori” nel panorama artistico tradizionale, ma di sicuro coerenti con l’idea di “sconfinate”, intese oltre e fuori dai confini ordinari, che voleva essere, ed è stata, alla base dell’antologia. Si incontra così, dopo l’Antigone di Mosi, l’indubbia sconfinata per eccellenza rappresentata da Cleopatra nella versione niente affatto banale di Caterina Perrone, per arrivare subito alla “vampira” per eccellenza, quella Elisabetta Batori, la più prolifica assassina seriale della storia, con cui il bravissimo giallista Fabrizio De Sanctis si diverte e ci fa divertire un sacco. Si passa quindi al godibilissimo pezzo che Cristina Gatti ci regala su Mary Shelley, l’inventrice di Frankenstein, con la sua vita di lotte femministe e di sfortune familiari che riesce tuttora ad affascinare i suoi lettori.

È la più brava  e sensibile delle infermiere di Firenze, nonché abile e qualificata scrittrice, Antonella Cipriani, che si prende cura di Florence Nightingale, per portarci a conoscere quella che viene considerata l’inventrice della moderna figura dell’assistente sanitario, che in lei nasce come una vera e propria vocazione divina, una “chiamata” che la porta a rifiutare ogni altra scelta, dal matrimonio ai figli, per dedicarsi in maniera “sconfinata” alla sua vocazione. Andrea Zavagli sceglie di ricordarci la breve e intensa vita di Marie Duplessis, colei che, col suo fascino, si accompagna a uomini abbienti e che poi, colpita dalla tubercolosi, morirà ad appena 23 anni e finirà per ispirare Giuseppe Verdi per la sua Traviata.

Marco Tempestini ci fa conoscere Camille Claudel, una delle prime e affermate (solo postuma) scultrici che, innamorata dello scultore Auguste Rodin, più grande di 24 anni, riuscirà tuttavia a realizzare opere che daranno uno spirito nuovo al mondo della scultura. Il prezzo che pagherà sarà quello di passare ben trenta anni della sua vita in due manicomi, inseguita dalle manie di persecuzione e dall’odio-amore per Rodin.

Nicoletta Manetti, la curatrice, sceglie di parlarci di Suzanne  Valadon, una pittrice talentuosa, che visse nel periodo dei grandi impressionisti francesi. Con alcuni di loro, a cominciare da Toulose Loutrec, ebbe storie sia di modella che di amante. Sarà il grande Degas a riconoscere il notevole talento di Suzanne che sarà anche la prima donna alla Société Nazionale des Beaux -Artes. Ci sarà poi anche una storia con Andrè Utter e altre disavventure che la porteranno, nonostante la ricchezza, a una morte solitaria. 

Di Marina Cvetaeva, la grande poetessa russa che ebbe la sfortuna di imbattersi nella rivoluzione sovietica, ci parla Gabbriella Tozzetti, fino all’esito del suicidio di Marina.           

Una attenzione non superficiale suggerisco di dare al racconto che Nicola Ronchi parla di Leonarda Cianciulli, passata alla storia come la “saponificatrice di Correggio” per aver ucciso le sue vittime sciogliendole nella soda caustica. E’ anche un racconto molto strutturato e, come costume di Nicola, con spunti psicologici diffusi sul personaggio.

Di Tina Modotti, pioniera della fotografia, rivoluzionaria in Messico, in Unione Sovietica e in Spagna, scriverà l’epitaffio Pablo Neruda e ci parla di lei il bel racconto che le dedica Andrea Zurlo, col rimpianto di una morte a soli quarantasei anni. 

Sarà Gabriella Becherelli, insegnante di Discipline Pittoriche e grafiche al Liceo Artistico di Firenze, lei stessa autrice di numerose mostre, a far dialogare tra loro due delle più note eroine del femminismo e dell’arte grafica: Frida Kahlo e Artemisia Gentileschi, con la competenza e il fascino che riesce  a trasmetterci.                                                                     

Pieno di passione e di maestria narrativa il racconto che Silvia Zanotto ci fa di Violette Leduc, un’altra “bastarda” che si riscatterà solo parzialmente con la scrittura di libri pieni di passione e amarezza verso una famiglia che non l’ha saputa apprezzare e, per di più, non le ha dato il fascino di cui avrebbe avuto bisogno per far innamorare Simone De Beauvoir, di cui lei è follemente innamorata.                                                                                                 

Tocca a Manna Parsi farci apprezzare le difficili battaglie della giovane Forough Farrokhzad nella società iraniana degli anni cinquanta/sessanta per affermare il ruolo della donna e, al tempo stesso, contribuire al rinnovamento della letteratura persiana del 900. Purtroppo morirà in un incidente stradale a soli ventitré anni. 

Chiude la raccolta il bel racconto di Saimo Tedino su Amy Winehouse di cui ho detto all’inizio e che contribuisce sicuramente a valorizzare anche la qualità letteraria dell’antologia. 

Ho volutamente richiamato tutti i racconti di questa bella e interessante iniziativa per mettere in evidenza la qualità delle scelte dei personaggi operata da tutti gli autori. Questo non può farci sottacere, come qua e la ho cercato di fare, la qualità degli aspetti letterari e le capacità narrative da tutti, a loro modo, messe in evidenza. Facendoci concludere, dunque, che se felice è stata la scelta della curatrice, ottimo ne è stato l’esito grazie a tutti coloro che, inquadrato il personaggio, hanno dimostrato di quali abilità sia dotato il Gruppo Scrittori Firenze, come ha dimostrato in questo prolifico 2021/2022 dove ha prodotto, accanto ai lavori dei singoli scrittori, altre tre opere di pregio riconosciute a più livelli della società e delle istituzioni fiorentine, come le antologie su “Firenze Capitale”, Su “Gente di Dante” e con queste “Sconfinate”. Altri lavori sono alle viste e saranno sicuramente delle opere interessanti. Alla curatrice delle “Sconfinate”, visti i risultati, mi permetto di suggerire di pensare a un secondo capitolo che peschi ancora in quell’immenso bacino, troppo spesso trascurato, delle donne protagoniste del loro tempo e, spesso, un passo più avanti degli uomini.

di Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge: Elisir d’amore di Eric Emmanuel Schmitt

Ancora un altro libro dell’autore – direte – lo so sono seriale, ma non ci posso far niente, quando mi innamoro di un autore non ho pace se non finisco  tutta la sua bibliografia.

Il titolo già preannuncia la storia, senza necessità di spiegazione. Sarò perciò breve, di poche parole in merito a questa opera che si legge davvero nell’arco di una siesta pomeridiana.

L’amore deriva da un processo materiale o chimico, da un miscuglio di molecole riproducibili con mezzi scientifici oppure è un miracolo spirituale?”

Attorno a questa domanda, che Louise rivolge ad Adam, si articola la corrispondenza di due ex amanti, che tentano di mantenere ancora vivo il rapporto (molto intimo e profondo un tempo, perché governato dalla passione) attraverso la stima, il rispetto, la sincerità e l’amicizia

Ma è possibile rimanere amici quando si è condiviso momenti intimi e ognuno conosce molto bene debolezze, forza, vizi e virtù dell’altro? Può l’amore o meglio l’affetto, contemplare contemporaneamente l’amicizia senza la passione ? Il continuo susseguirsi di botta e risposta, intervallato a volte anche da lunghi silenzi, ce la dice lunga sui sentimenti contrastanti dei due interlocutori. Il finale a sorpresa sconvolgerà la robusta e razionale costruzione cresciuta durante tutto il periodo di corrispondenza.

Una lettura piacevole, scorrevole, stimolante per le preziose riflessioni che l’autore fa sull’Amore e su come può influenzare le nostre scelte di vita e morali: cambiare città, lavoro, trasformare la realtà attraverso la menzogna per cercare la verità…  

Un sottile gioco d’astuzia, di onestà e al contempo inganno, condotto con apparente schiettezza che alla fine non vedrà vittorie, perché in Amore non esistono perdenti e vincitori, tutt’al più difficoltà legate all’anacronismo dei sentimenti fra gli amanti come dice Adam stesso: “C’è un solo vero dramma crudele in amore, ed è quando uno dei partner è in anticipo sull’altro, che sia nel desiderio o nel declino del desiderio”.

Concludo con le parole di Louise, che apprezzo e condivido:

“L’amore sfugge alla logica, non appartiene né ai ragionamenti, né alle prove, né alla verità: rientra nel campo delle scelte personali”. Scommettiamo sull’amore. Facciamolo esistere. Che rimanga la mia sfida. L’amore mi interessa più della seduzione e del godimento, addirittura più della felicità”.

Buona lettura! 

Antonella Cipriani

Antonella Cipriani legge “Il libro bianco” di Jean Cocteau

Primo libro dell’autore, conosciuto attraverso discussioni letterarie e passaparola, anziché sugli scaffali delle librerie o in programmi televisivi culturali (ma potrebbe essere una mia mancanza, dato lo scarso interesse per questo canale informativo).  

Ritornando  dal breve viaggio da Parigi, ancora con profumi e odori della città sulla pelle, mi sono ritrovata tra le mani questo breve romanzo, acquistato e divorato in poche ore.

Chi era  Jean Cocteau? Perché così poco conosciuto a differenza di altri artisti del suo tempo? Eppure è stato un personaggio di rilievo nel panorama artistico francese, leggo cercando notizie e approfondendo meglio tutto ciò che lo riguarda. Artista poliedrico, si dedicò con passione a ogni espressione d’arte: scrittura, musica, scultura, danza e poi cinema (fu anche regista delle sue opere). Però a differenza di altri scrittori in Italia è poco rammentato (così almeno pare).

La sua prosa (basta leggere qualsiasi frase o periodo, scegliendo una pagina a caso) è uno scrigno ricco di preziosa letteratura, dallo stile ricercato, preciso, profondo, pieno di tormento, sofferto e amplificato.

 In queste poche pagine (nemmeno sessanta), ho trovato una ricchezza interiore rara, unica, un mondo ricco di sentimento e valori, esternati attraverso il dialogo intimo fra sé e con il lettore, col desiderio di fargli conoscere, renderlo partecipe della sofferenza, del dolore di un’ esistenza travagliata, complicata dal difficile rapporto con il genitore e la società, sconvolta dal lutto degli affetti, dalla dipendenza da oppio, dai ripetuti ricoveri per disintossicarsi, dalle tormentate relazioni amorose promiscue…  

Certo è, che da tutto questo tormento interiore, ne esce una narrativa pregiata, davvero godibile dal punto di vista stilistico e letterario.

Il libro bianco si potrebbe definire un romanzo di formazione, dove il protagonista, voce narrante, alla ricerca di un’identificazione sessuale, racconta le prime esperienze sensuali, la scoperta della sua omosessualità, definendola condizione inevitabile per essere nato da un padre “che se avesse scoperto i gesti che non aveva mai trovato l’occasione di sviluppare e che mi erano rivelati da frasi, dal suo modo di camminare, da mille dettagli della sua persona, sarebbe cascato dalle nuvole”. E sempre riferendosi al padre, lo descrive come un uomo che “viveva nell’ignoranza di sé stesso e accettava il proprio fardello”. 

Una lettura piacevole in cui si assiste allo sviluppo fisico, psichico e sociale del ragazzo, attraverso riferimenti e note anche autobiografiche. Il tema dell’omosessualità è centrale nel racconto ma la continua ricerca di identità, la fede cristiana, i lutti ricorrenti, il tormento  interiore, i dubbi , le incertezze, le riflessioni incessanti sulla propria condotta, sono tematiche altrettanto significative che ne attestano il carattere autobiografico.

Un prezioso tesoro di pura letteratura quando parla della bellezza e del suo potere ammaliatore:  “I privilegi della bellezza sono immensi. Agisce perfino su coloro che sembrano preoccuparsene meno”. Oppure quando parla della superficialità, ipocrisia e durezza di fronte alla morte da parte dei suoi imberbi compagni di classe:“La gioventù non è tenera”. 

Altrettanto suggestiva e interessante riflessione sulla fine ineluttabile è la frase: “Ai morti interessa solo la morte”.

E a proposito della fede:“Troppo facile rivolgerci al cielo ogni volta che perdiamo quanto ci ammaliava sulla terra. Oppure: “Quanto sia ammirevole l’economia di Dio. Dà l’amore quando ne manca e, per evitare un pleonasmo del cuore, lo rifiuta a quelli che lo possiedono”.

E concludo con un pensiero esplicativo della sua profonda sensibilità: “Finivo con l’invidiare coloro che, non soffrendo in modo vago per la bellezza, sanno ciò che vogliono, perfezionano un vizio, pagano e lo soddisfano.  […] Un vizio della società fa della mia rettitudine un vizio. […] ma non accetto di essere tollerato. Ciò offende il mio amore per l’amore e la libertà.

E con queste pillole chiudo, considerandolo soltanto un piccolo assaggio dell’autore, con la promessa prossima di continuarne la lettura con I ragazzi terribili, il suo capolavoro. 

Superfluo aggiungere leggetelo? 

Il libro bianco di Jean Cocteau (Guanda 1963)
Antonella Cipriani

Antonella Cipriani legge: “Odette Toulemonde” di Eric Emmanuel Schmitt

Spesso sento la necessità di leggere un libro di Eric Emmannuel Schmitt per perdermi nella sua prosa dallo stile sempre delicato, leggero e al contempo profondo. Per fortuna è un autore prolifico. Avevo già apprezzato alcune sue precedenti opere: Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Il bambino Noè, Diario di un amore perduto, Oscar e la dama in rosa, La sognatrice di Ostenda,… letture interessanti e meritevoli.

Odette Toulemonde non è un romanzo, ma una raccolta di otto racconti che parla dell’universo femminile. Protagoniste otto donne, diverse nel ruolo ed estrazione sociale, nella bellezza, nel carattere, nel vissuto, nella sensibilità, nell’intelligenza, nella praticità, nella tenacia, nell’ astuzia, nell’ingenuità. 

Curiosa è l’origine della raccolta. Odette Toulemonde, che dà il titolo all’opera, in realtà è un testo nato dapprima come film, successivamente è divenuto racconto; le altre storie invece sono state scritte in segreto, come dice Schmitt stesso nella postfazione, in quanto il regista gli aveva vietato di scrivere durante il periodo delle riprese; divieto non rispettato, perché lo scrittore di nascosto al mattino presto, nelle pause e la sera prima di addormentarsi, si dilettava nella composizione di queste storie, una più interessante dell’altra.

Ecco allora nascere una carrellata di personaggi indimenticabili.

Wanda Winnipeg, una donna che con astuzia e scaltrezza, riesce a scalare rapidamente ogni gradino sociale fino a rivestire cariche e ruoli importanti, anche se, in fondo al cuore, mantiene l’amore e la sensibilità di un tempo, riscattando la dignità delle sue origini.

Helene, una donna perfezionista, idealista, divisa ma lucida, che vive l’amore in modo singolare, ma pieno, sincero e passionale e che nell’avversità del destino, sa trarre lezioni di vita con ottimismo e speranza.

Odile col fantasma della sua ombra (L’intrusa), ci rende partecipi della sua storia, di una malattia che annienta la memoria a breve termine e ogni creazione di amore e affetto passati. Commovente.

Ne Il Falso, le aspettative mancate conducono alla delusione, e al cinismo della protagonista, Aimee, anche se a volte la verità sa nascondersi tra le pieghe della menzogna, e l’inatteso mostrarsi, sconvolgendo ogni regola, previsione e certezza. 

Isabelle, donna enigmatica con un segreto nel cassetto, scopre una scomoda verità nella vita di suo marito (anche lui tiene un segreto): una storia d’amore originale, che oltrepassa i confini del normale rapporto coniugale, comunemente inteso, per arricchirsi, completarsi, realizzarsi.

Donatella, la principessa scalza, è la più incantevole e fiabesca delle figure, una sorta di fata, di folletto benevolo, che stravolge la vita di un attore bello ma con scarso talento, il quale dovrà fare presto i conti con l’ineluttabilità del destino. Una storia dove la realtà si fa finzione, e la finzione tragica realtà.

Odette Toulemonde, è il personaggio più caratteristico, umile, affascinante, che con la sua semplicità, riservatezza e sincerità sa proporsi al mondo e agli altri, conquistando l’attenzione, il rispetto e poi l’amore dello scrittore di fama. Un racconto capace di trasmetterci la gioia e la felicità delle piccole cose del quotidiano (non a caso il film si intitola proprio Lezioni di felicità)

E infine nel Il più bel libro del mondo, le protagoniste, un gruppo di donne prigioniere nei gulag russi per avere osteggiato Stalin, riescono a trovare la forza di reagire, scrivendo messaggi alle figlie sulle cartine delle sigarette: la forza della speranza, una scintilla capace di accendere il fuoco della giustizia, verità e libertà.

Un libro delizioso, da assaporare con calma, con cura, per affezionarci ai personaggi, gioire e immalinconirci con loro, partecipare alle loro singolari storie, per trarne un insegnamento, una lezione di vita e di felicità, perché la nota di fondo di tutta l’opera è proprio la gioia del vivere quotidiano, nascosto nell’ordinario e che solo un animo sensibile e predisposto sa riconoscere, vedere, gustare. Un vero inno alla vita, alla bellezza, all’ottimismo.  E aggiungo: ce ne vuole davvero tanto (di ottimismo) in un periodo critico e deludente da un punto di vista umano, come quello attuale.

Leggetelo, difficile non gradire.

Antonella Cipriani 

Antonella Cipriani legge: “Bravo burro!” di John Fante

È passato un po’ di tempo dalle mie ultime letture di John Fante –  Le storie di Arturo Bandini, Full of life, La confraternita dell’uva… – e trovandomi questo libro tra le mani non ho potuto resistere, sebbene in quarta di copertina si legga chiaramente che si tratta di un libro per ragazzi.

Ambientato in Messico, Fante ci narra la storia di Manuel, un ragazzino vispo e intelligente, orfano di madre, che vive col padre, un matador fallito, irresponsabile, dedito all’alcool e allo sperpero.

L’amicizia  di Manuel con il burro El Valiente, un asino coraggioso, scampato alla morte nella lotta con un puma feroce, lo ripagherà di tutte le mancanze d’attenzione e affetto.

Non si può fare a meno di simpatizzare col bambino, così sveglio, perspicace, pieno di senno (anche quello che manca al genitore), amabile nella sincerità e ingenuità dei suoi pochi anni, e fare il tifo con e per lui, vedendolo caparbio in azione, per risollevare le sorti del paese, della famiglia ma soprattutto per riaffermare la dignità e il decoro del padre.

Anche se non ho trovato molte somiglianze stilistiche con le letture precedenti (e questo lo si può ben capire, visto il pubblico al quale è destinato), è comunque un libro assai piacevole, una sorta di favola ben scritta, grazie soprattutto alle capacità descrittive dell’autore che riesce con facilità a immergerci nei colori, profumi, suoni, sapori di un Messico secco, torrido e folcloristico. Non mancano come in ogni favola i buoni e i cattivi:  Don Francisco, suo figlio Carlos, sostenuti dalla maestra Hernandez e dal vecchio e fedele Hermano a rappresentare la bontà, l’altruismo e la giustizia;  il toro Montana negra, possente e forte, amato e temuto al tempo stesso, motivo di contesa e di discordia.

Timbro dell’opera di Fante è l’amore per gli animali, il tema della povertà, il periodo nostalgico dell’infanzia, la fede religiosa, ma soprattutto il rapporto difficile tra padre e figlio, su cui è costruito il racconto, nella continua ed estenuante ricerca di un punto di contatto tra due generazioni animate da ideali e aspirazioni diverse per non dire contrapposte.

Sicuramente una libro da proporre ai giovani lettori.

Antonella Cipriani

Antonella Cipriani legge ” Niente di vero” di Veronica Raimo

“Niente di vero” di Veronica Raimo (Einaudi 2022)

Primo libro dell’autrice, incuriosita dalla sinossi e riflettendo sul senso ambiguo del titolo che può alludere a Nessuna verità come a Niente sul personaggio di Veronica, ho pensato che doveva essere un’opera assai intrigante, “diversa”. Infatti, come sempre l’intuito e qualche positiva recensione di persone fidate, non mi hanno smentito.

Roma, anni settanta, famiglia medio borghese, caporeparto aziendale il padre, insegnante la madre. Veronica è una bambina intelligente e assai sveglia, anche se deve competere col fratello maggiore per i suoi numerosi e insuperabili talenti. I due ragazzini sono costretti a giocare e a inventarsi storie entro le mura di casa per scongiurare possibili disgrazie o malattie che il padre vede ovunque e in continuo agguato. Un mondo assai restrittivo e al contempo stimolante per Veronica, dai tanti soprannomi: Verika, Oca, Smilzi, Scarafona, Veca, Onica… e anche Troia. Già questo ce la dice lunga sul personaggio, che come gli appellativi sembra rivestire ruoli, personalità, aspettative sempre diverse e non sempre per scelta propria. La nostra curiosità trova soddisfazione dalle descrizioni esaurienti, efficaci, colorate non prive di ragionamenti e riflessioni che l’autrice ci regala col suo dialogo fluido e ininterrotto col lettore. L’iperprotettività del padre unita alla sua maniacale ossessione per le malattie, l’iperapprensività, la frustrazione e la depressione della madre, porteranno Veronica e suo fratello a sublimare l’apparente negazione alla vita dei genitori, cercando strade personali e differenti, sebbene unite dalla passione per la scrittura: “Io e mio fratello siamo diventati tutti e due scrittori. Non so cosa risponda lui quando gli chiedono come mai, io dico che è grazie a tutta la noia che ci hanno trasmesso i nostri genitori”. Meraviglioso constatare come la scrittura assuma anche questo ruolo e abbia un potere così rigenerante, come rappresenti un’attività capace di vincere sul tedio, di sopperire le mancanze. Inventare storie, costruire mondi offre la possibilità di vivere anche ciò che è impossibile nella vita reale.

Definirlo un romanzo di formazione è assai svilente, anche se di fatto si assiste alla crescita del personaggio attraverso le fasi dell’infanzia, adolescenza, età adulta, si osserva l’evoluzione del suo mondo interiore attraverso il cambiamento del rapporto con i genitori, col fratello, con gli svariati amanti, con gli amici e amiche che condividono le sue esperienze. È facile affezionarsi a Veronica, una personalità autentica che non segue mode e modelli, consigli e surrogati, solamente la sua voce interiore, quel dialogo costante con sé stessa favorito anche dalla scrittura, che la espone al mondo, sperimentando sulla propria pelle (fughe continue da casa, trasferimenti da una città all’altra, viaggi in autostop, relazioni con ragazzi di cui regolarmente si innamora) , senza i giudizi svalutanti e ansiosi della madre e le sentenze apocalittiche del padre.

Emblematica una frase che penso riassuma bene la sua personalità: “Nella mia vita non vedo mai il bicchiere mezzo pieno. Nemmeno mezzo vuoto. Lo vedo sempre sul punto di rovesciarsi. Oppure non lo vedo proprio. Non c’è nessun bicchiere. Non c’è niente. Sono di fronte a un tavolino brutto e sopra il nulla. Potrebbe sparire anche il tavolino. Anzi, è già sparito. Non mi resta l’assenza, ma la perplessità”. Una visione di sé che va oltre la superficie, che focalizzerei sulla parola “perplessità”. Ecco Veronica è una donna perlopiù incerta (“Sono sempre stata aliena al concetto di lasciarsi andare per un motivo molto banale: non so dove dovrei andare”), una donna piena di dubbi, alla ricerca di una dimensione sua più che di una verità, per questo curiosa e desiderosa di conoscere, sperimentare, vivere. Interessante il suo punto di vista sulla menzogna e verità: “Il senso di tutte le cose tende ad assomigliarsi appena ti viene richiesto di esprimerlo, e sembra che la verità possa esistere soltanto nella reticenza”… una storia è un concetto ambiguo”. Per questo non è importante indagare per stabilire se si tratta di una storia autobiografica o meno, e il titolo, lo dice chiaro.  

Interessante anche l’aspetto anticonvenzionale, anticonformistico di Veronica che non condivide l’idea della maternità legata al sesso o come realizzazione di ogni donna, esprimendo palesemente il suo desiderio di non maternità, in antitesi alla madre che invece avrebbe voluto un esercito di figli. Toccante (e condivido) la scena in cui dichiara l’unica volta in cui ha sentito davvero l’istinto materno (inscindibile dal suo ruolo di estranea e quindi non direttamente responsabile) nell’accudire la figlioletta di un gruppo di sconosciuti completamente indifferenti ai bisogni della piccina “Pensai che quello era il mio ideale di famiglia: una bambina e una ragazza che non si conoscevano e che non si sarebbero mai riviste”.

Sorprendente la capacità della scrittrice di riuscire a fare letteratura e a farla bene, anche attraverso la narrazione di argomenti intimi e imbarazzanti come il bisogno quotidiano di andare in bagno, spesso correlato a difficoltà inenarrabili, svelando anche in questo, la peculiarità del suo animo sensibile e appropriato. Anche le parolacce che spesso popolano le pagine del libro, non hanno mai un carattere offensivo o volgare, dimostrandosi sempre opportune e calzanti.

Una scrittura carica di ironia, sarcasmo, provocatoria per il perbenismo bigotto (Veronica non esita a parlare di sesso libero, di droghe leggere di cui fa uso, di fughe in autostop), divertente, comica per le esilaranti scene che l’autrice continuamente ci propone (per darne solo un esempio, basta pensare all’immagine del padre che costruisce muri a separare le stanze dell’appartamento riducendolo a una sorta di alveare, oppure la madre che riesce sempre a rintracciare al figlia ovunque cerchi di fuggire, o avvolta nella vestaglia rossa, con la banda intorno alla nuca, ad ascoltare Radio3 in preda agli attacchi di emicrania). “Siamo al paradosso” avrebbe detto il padre, che nasconde tra le pieghe della moralità anche lui il suo piccolo segreto.

Non mancano però i momenti di tristezza e di commozione, come durante la malattia e il lutto che portano spesso alla riconciliazione, al ristabilirsi di un’armonia oscurata in vita ma che la morte porta di nuovo in superficie.

Un libro davvero interessante che vale la pena di leggere, una scrittura sapiente, ricercata, inusuale, che sa cogliere i lati più nascosti dell’animo umano, svelarne i difetti e le virtù, catturare le imperfezioni della società in maniera leggera e canzonatoria, denunciare senza giudizio e polemica, capace di far ridere e commuovere al tempo stesso.

27 maggio 2022  

di Antonella Cipriani

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