Caterina Perrone legge “Più lontano dal mare. Cronaca di un naufragio” di Antonella Cipriani

Nel mentre il capitano Schettino…

Che la realtà superi l’immaginazione è risaputo e in questo libro si conferma più che mai.

È bastato ad Antonella Cipriani raccontare con fedele obiettività la cronaca del naufragio della Costa Concordia, che lei ha vissuto in prima persona, per farla vivere anche ai lettori, attimo per attimo.

L’inizio è lento, dettagliato: l’autrice ci fa respirare l’attesa della vacanza, lo stupore di fronte alla impeccabile organizzazione della crociera, che si manifesta nello splendore degli interni della nave, in ogni dettaglio, nella minuziosa costruzione dell’accoglienza, che fanno già intravedere il susseguirsi dei giorni a venire, che fanno già pregustare inimmaginabili sorprese. E ogni iniziale risposta è già superiore alle aspettative, in un crescendo di scoperte che superano la capacità di previsione.

A questo si aggiunga il piacere di essere in vacanza, di staccarsi dal quotidiano, che offrirà lunghi momenti di relax, assecondati da uno staff che si occuperà di tutto, sottraendo gli ospiti alla necessità di prendere iniziative: l’unica sarà scegliere tra le tante proposte, tutte piacevoli, all’interno delle quali si potrà certamente trovare un’offerta su misura.

Sembra tutto talmente perfetto che si insinua qualche timore: non è possibile, qualcosa dovrà pure non funzionare.

Sarà la data? Quel venerdì 13, che suggerisce un disagio, oppure quella trascuratezza nel non dare spazio, prima della partenza, alla informazione su come affrontare una eventuale, inverosimile emergenza; “intrattenimento” di per sé noioso, che ognuno è ben contento di scansare, ma questa mancanza è una nota stonata.

Eccoci caduti dentro l’incertezza, in un ovattato senso di disagio, di fatalistica sospensione. Come se non sapessimo già che cosa accadrà.

Bisogna saperlo fare di tenere il lettore in sospeso, come in una speranza che le cose possano prendere un’altra strada, e questo Antonella lo ha fatto molto bene. Siamo sospesi, ancora non ci crediamo, ancora abbiamo la speranza che tutto potrà essere diverso, anche se invece conosciamo tutto perfettamente, nei dettagli, molto più di quanto non sappiano ancora i protagonisti di questa assurda vicenda. Inquieta vedere i momenti che precedono un evento disastroso, le persone che vivono come se non ci fosse un mostro in agguato.

Quello che ci mancava era però di vivere passo passo, come hanno vissuto loro, i naufraghi, neanche i più sventurati. E Antonella ci prende per mano e ci accompagna. Non per esibizione, è una sua esigenza rivivere, accompagnata da qualcuno che nell’ascoltare la custodisca dai fantasmi, perché, ora che tutto è finito, nel suo intimo, nel suo immaginario, si ricreeranno mille volte ancora quelle scene, quelle emozioni incontrollabili.

Ma a parte quello che abbiamo poi saputo, vale vivere in questa narrazione il botto, lo scossone, le domande incredule, i passi, le scivolate, i vetri sotto le scarpe; il recupero dei giubbotti salvagente scrupolosamente registrati nella mente, forse per scaramanzia, per tranquillizzare quel sottile tormento che si era insinuato fin dall’inizio, o semplicemente per una fatale coincidenza, che farà la differenza. Poi l’attesa estenuante sul ponte, la rinuncia della prima scialuppa e finalmente quella buona, mentre squillano i cellulari, gli allarmi e le rassicurazioni.

Un racconto che ha ancora il gusto della sorpresa nonostante il lettore sappia già tutto. Antonella ci accompagna con parole scelte, mirate, efficaci, a vivere un’emergenza che ha sfiorato l’irreparabile e per qualcuno lo ha centrato in pieno.

Nel racconto abbiamo anche conosciuto la rete di salvataggio, tanto efficace ed encomiabile quanto tragica è stata invece la gestione dell’evento da parte della società armatoriale. Abbiamo saputo dell’organizzazione dei soccorsi, del calore della gente del Giglio, del coraggio, dell’eroismo senza nome, della professionalità, che hanno trasformato una tragedia in una sequenza di vittorie e di incontri.

Come sempre la scrittura non svela soltanto la capacità di narrare ma anche molto dell’autrice, che è anche protagonista.

Emerge quindi il piglio di due donne, che, pur nello sbigottimento e nel panico, hanno saputo fare le scelte giuste, sospendendo il disorientamento, la inevitabile paura e accendendo il faro della ragione, il senso della solidarietà, la tempestività delle scelte e il coraggio.

Brava Antonella, come scrittrice, come persona.

di Caterina Perrone

Renato Campinoti legge “Le sconfinate”, l’antologia del Gruppo Scrittori Firenze

Un’idea brillante, un risultato all’altezza delle aspettative

È stata senz’altro un’idea brillante quella che ha portato Nicoletta Manetti a proporre a 14 scrittori e scrittrici di dedicare un racconto a una donna che, a suo modo, ha sconfinato dai tradizionali canoni “femminili”. Si va così da Antigone che il “colto” (e bravissimo) Roberto Mosi rievoca da par suo nel racconto iniziale, fino alla  attuale Amy Winehouse, che un giovane e talentuoso Saimo Tedino ci fa percepire nella parte finale della sua straordinaria ( e dannata!) carriera. Dico subito che l’intuizione di Nicoletta, prontamente adottata e promossa dal Gruppo Scrittori Firenze, ha trovato nell’antologia un esito di sicuro successo e di grande godibilità. Merito sicuramente degli autori e delle autrici, ma merito anche della curatrice per le direttive che hanno portato tutti a non accontentarsi di personaggi  ordinari, ma di andare alla ricerca di figure, forse considerate in qualche caso “minori” nel panorama artistico tradizionale, ma di sicuro coerenti con l’idea di “sconfinate”, intese oltre e fuori dai confini ordinari, che voleva essere, ed è stata, alla base dell’antologia. Si incontra così, dopo l’Antigone di Mosi, l’indubbia sconfinata per eccellenza rappresentata da Cleopatra nella versione niente affatto banale di Caterina Perrone, per arrivare subito alla “vampira” per eccellenza, quella Elisabetta Batori, la più prolifica assassina seriale della storia, con cui il bravissimo giallista Fabrizio De Sanctis si diverte e ci fa divertire un sacco. Si passa quindi al godibilissimo pezzo che Cristina Gatti ci regala su Mary Shelley, l’inventrice di Frankenstein, con la sua vita di lotte femministe e di sfortune familiari che riesce tuttora ad affascinare i suoi lettori.

È la più brava  e sensibile delle infermiere di Firenze, nonché abile e qualificata scrittrice, Antonella Cipriani, che si prende cura di Florence Nightingale, per portarci a conoscere quella che viene considerata l’inventrice della moderna figura dell’assistente sanitario, che in lei nasce come una vera e propria vocazione divina, una “chiamata” che la porta a rifiutare ogni altra scelta, dal matrimonio ai figli, per dedicarsi in maniera “sconfinata” alla sua vocazione. Andrea Zavagli sceglie di ricordarci la breve e intensa vita di Marie Duplessis, colei che, col suo fascino, si accompagna a uomini abbienti e che poi, colpita dalla tubercolosi, morirà ad appena 23 anni e finirà per ispirare Giuseppe Verdi per la sua Traviata.

Marco Tempestini ci fa conoscere Camille Claudel, una delle prime e affermate (solo postuma) scultrici che, innamorata dello scultore Auguste Rodin, più grande di 24 anni, riuscirà tuttavia a realizzare opere che daranno uno spirito nuovo al mondo della scultura. Il prezzo che pagherà sarà quello di passare ben trenta anni della sua vita in due manicomi, inseguita dalle manie di persecuzione e dall’odio-amore per Rodin.

Nicoletta Manetti, la curatrice, sceglie di parlarci di Suzanne  Valadon, una pittrice talentuosa, che visse nel periodo dei grandi impressionisti francesi. Con alcuni di loro, a cominciare da Toulose Loutrec, ebbe storie sia di modella che di amante. Sarà il grande Degas a riconoscere il notevole talento di Suzanne che sarà anche la prima donna alla Société Nazionale des Beaux -Artes. Ci sarà poi anche una storia con Andrè Utter e altre disavventure che la porteranno, nonostante la ricchezza, a una morte solitaria. 

Di Marina Cvetaeva, la grande poetessa russa che ebbe la sfortuna di imbattersi nella rivoluzione sovietica, ci parla Gabbriella Tozzetti, fino all’esito del suicidio di Marina.           

Una attenzione non superficiale suggerisco di dare al racconto che Nicola Ronchi parla di Leonarda Cianciulli, passata alla storia come la “saponificatrice di Correggio” per aver ucciso le sue vittime sciogliendole nella soda caustica. E’ anche un racconto molto strutturato e, come costume di Nicola, con spunti psicologici diffusi sul personaggio.

Di Tina Modotti, pioniera della fotografia, rivoluzionaria in Messico, in Unione Sovietica e in Spagna, scriverà l’epitaffio Pablo Neruda e ci parla di lei il bel racconto che le dedica Andrea Zurlo, col rimpianto di una morte a soli quarantasei anni. 

Sarà Gabriella Becherelli, insegnante di Discipline Pittoriche e grafiche al Liceo Artistico di Firenze, lei stessa autrice di numerose mostre, a far dialogare tra loro due delle più note eroine del femminismo e dell’arte grafica: Frida Kahlo e Artemisia Gentileschi, con la competenza e il fascino che riesce  a trasmetterci.                                                                     

Pieno di passione e di maestria narrativa il racconto che Silvia Zanotto ci fa di Violette Leduc, un’altra “bastarda” che si riscatterà solo parzialmente con la scrittura di libri pieni di passione e amarezza verso una famiglia che non l’ha saputa apprezzare e, per di più, non le ha dato il fascino di cui avrebbe avuto bisogno per far innamorare Simone De Beauvoir, di cui lei è follemente innamorata.                                                                                                 

Tocca a Manna Parsi farci apprezzare le difficili battaglie della giovane Forough Farrokhzad nella società iraniana degli anni cinquanta/sessanta per affermare il ruolo della donna e, al tempo stesso, contribuire al rinnovamento della letteratura persiana del 900. Purtroppo morirà in un incidente stradale a soli ventitré anni. 

Chiude la raccolta il bel racconto di Saimo Tedino su Amy Winehouse di cui ho detto all’inizio e che contribuisce sicuramente a valorizzare anche la qualità letteraria dell’antologia. 

Ho volutamente richiamato tutti i racconti di questa bella e interessante iniziativa per mettere in evidenza la qualità delle scelte dei personaggi operata da tutti gli autori. Questo non può farci sottacere, come qua e la ho cercato di fare, la qualità degli aspetti letterari e le capacità narrative da tutti, a loro modo, messe in evidenza. Facendoci concludere, dunque, che se felice è stata la scelta della curatrice, ottimo ne è stato l’esito grazie a tutti coloro che, inquadrato il personaggio, hanno dimostrato di quali abilità sia dotato il Gruppo Scrittori Firenze, come ha dimostrato in questo prolifico 2021/2022 dove ha prodotto, accanto ai lavori dei singoli scrittori, altre tre opere di pregio riconosciute a più livelli della società e delle istituzioni fiorentine, come le antologie su “Firenze Capitale”, Su “Gente di Dante” e con queste “Sconfinate”. Altri lavori sono alle viste e saranno sicuramente delle opere interessanti. Alla curatrice delle “Sconfinate”, visti i risultati, mi permetto di suggerire di pensare a un secondo capitolo che peschi ancora in quell’immenso bacino, troppo spesso trascurato, delle donne protagoniste del loro tempo e, spesso, un passo più avanti degli uomini.

di Renato Campinoti

WEN – SCHIZOFRENIA – Che fatica essere sempre in due – Caterina Perrone

A – Taci! smettila di contraddirmi.
B – Se ti contraddico è perché ho le mie ragioni. Urli, scaraventi le cose contro tutti e contro tutto, ridi come un’ossessa e poi passiamo per pazze. E poi ci saltano addosso. Ora non saremmo legate come salami a questo letto, se te ne stavi zitta invece di uscirtene con quella frase: “Mi tolga le mani di dosso come fa sempre quando non ci vedono.”
A – Con chi dici? Con il dottor Pesavento? Bravo quello! che pesa il vento, Secondo te dovrei fidarmi di uno che perde tempo con questioni così strampalate? È capace che una volta o l’altra mi mette le mani addosso davvero. Quelle siringhe poi, e come mi guarda.
B – Ti sbagli con l’uomo delle pulizie.
A – Che ne sai tu? Già tu le dici sempre giuste. Smettila, vattene. Possibile che non te ne vai mai? Sempre a borbottare con quella voce chioccia, insopportabile, pari pari a quella di mamma. Ho fatto di tutto per liberarmene e con te è come avercela ancora intorno, che mi rimbomba nella testa: che cosa fai? Così non si fa. Da ammazzarla a coltellate.
B – Infatti… se facevi come ti dicevo io, non saremmo qui, chiusi in questa cella, con tutta questa gente intorno che ci fa le domande. E ci mette una contro l’altra. Vuoi sempre rispondere tu. Lascia che parli io che so che cosa dire.
A – Quando mi danno quelle gocce, perdo la testa. Ma so io come fare, aspetto che siano andati via e vomito. Se facessi come vuoi tu, non sarei più capace di intendere e di volere. Sei disutile.
B – Veramente… se le tenessi quelle gocce, io finalmente sarei qui da sola, senza tante intromissioni. E poi senti, diamoci il cambio, ci stiamo una per volta. Sarebbe più umano.
A – Smettila, non ti sopporto più, sempre mi chiacchieri nel cervello. Sempre con le tue proposte sensate. Fai questo e fai quello, non fare questo, non fare quello. La solita voce che mi stritola.
B – Facciamo che si dorme una per volta.
A – E no! Se mi addormento tu prendi le cose in mano. No, non posso dormire, sono sicura che mi elimineresti. Di te non mi fido, anche meno dell’infermiere, quello che mi mette sempre le mani addosso. A me piace molto, sa dove toccare.
B – Fossero solo le mani… Io dico che lo fai apposta perché sai che mi fa imbestialire, mi sento esplodere di rabbia, di impotenza.
A – Tu non vuoi perché sei sempre stata bacchettona. Mi rovini anche il minimo piacere. Se tu stessi un po’ più calma. Ma insomma che cosa c’è di male a…
B – E mi domandi che cosa c’è di male? Come se non l’avessimo già capito. Come la definiresti quella volta con lo zio?
A – Che sarà? Di ogni cosa fai una tragedia. È stato allora che hai cominciato a contraddirmi, a fare la voce di mamma. A me non era parso così spiacevole e tu a schifarti, come ora, a impedirmi ogni possibile forma di godimento.
B – Smettila, sei la solita schifosa. Con quella tua morbosità… appiccicosa, lurida.
A – Sempre la solita.
B – Perché ridi? Non mi fido quando ridi.
A – Niente, niente.
B – No, ora me lo dici, sennò guarda… ti strozzo.
A – Provaci, se sei capace.
B – Smettila di ridere, mi fai impazzire, lo sai che quando ridi di me non lo sopporto. Allora?
A – Vuoi proprio che te lo dica?
B – Avanti.
A – Ho conosciuto una voce che, invece di darmi torto sempre come fai tu, mi dà sempre ragione. Sono convinta che sarebbe una buona soluzione.
B – Un’altra? Vorresti dire essere in tre invece che in due?
A – Sì. Vediamo a chi darà ragione.
B – Sei impazzita? Un’altra tra noi due?
A – Sì, perché? Vedi che sempre mi contraddici? Non ti va mai bene niente. Ma intanto ho deciso: dove ci stanno due ci stanno anche tre.
C – Eccomi compagne, io sono pronta, prometto che vi metto d’accordo. Con il dottor Pesavento ci parlo io. Sarà uno scherzo da ragazze. Vedrete, saremo fuori di qui in men che non si dica.

di Caterina Perrone

WEN – OSSESSIONE – Non chiama – Caterina Perrone

Non chiama.
Succede sempre così, dicono che chiamano e poi niente.
Fammi vedere l’ora. Be’ forse è ancora presto, lui a quest’ora può non essersi ancora alzato. Sì, ma se fossi io mi sarei alzata per tempo per essere sicura di fare in tempo a dare la risposta. Anzi non avrei dormito tranquilla pensando che dovevo dare una risposta attesa.
Via mi faccio un caffè, così mi passa il tempo e mi distraggo. Anzi è meglio mi faccia una camomilla, con un altro caffè rischio di schiantare. Ecco, lo sapevo ho finito la camomilla, mi farò un orzo.

E lui non chiama.
Certo che se non mi tengo vicino il cellulare quello magari suona e io non lo sento.
No! Guarda, l’ho messo in silenzio. Aiuto. Magari ha chiamato e io non me ne sono accorta e sono stata qui a rimuginare.
Non ha chiamato. Ma controllo meglio, ché a volte non segnalano tutto questi oggetti diabolici.
Ma perché non chiama? Vediamo, faccio delle ipotesi. Potrebbe essersi addormentato; potrebbe essersi scaricato l’iphone; ma che cosa ci vuole a tenerlo carico? Forse non trova il caricatelefono. Potrebbe averlo perso. Difficile per uno preciso come noi. O magari glielo hanno proprio rubato. Stanotte? Ieri sera mi ha chiamato e ha detto preciso, preciso: Te lo dico domattina.
Certo non mi ha detto a che ora, ma lo sa che me lo deve dire, sennò non so come fare.

Eccolo, finalmente! Questo suono mi pare celestiale.
«Sì? Ah, ciao mamma. No niente, non ho niente, solo sto aspettando una telefonata e non posso stare tanto al cellulare. Sì certo ti richiamo quando ho fatto, non mi dimentico, vedrai, ma per piacere lasciami andare, ho sentito una vibrazione e forse è arrivata la chiamata che aspetto. Per piacere mamma, del cane me ne parli un’altra volta, se Bobbi non ha mangiato ieri sarà stato indisposto, o forse si è stancato delle solite crocchette. Ecco, ora  ti arrabbi, lascia perdere. Ciao.»
Non mi piace essere brusca con mia madre, ma è un tormento, ogni piccola cosa diventa un’ossessione.
Stavo già dimenticando di controllare. No è la solita comunicazione che mi dice che oggi è domenica. Come se non lo sapessi già.

Di quell’altro nessuna traccia.
Sai che cosa faccio? Ci vado di persona. Sì, mi sembra la cosa migliore. Così mi tolgo il pensiero e anche lui se lo toglie. Ammesso che per lui sia un problema, sennò avrebbe già fatto il mio numero.
Insomma lo voglio sapere, per me è importante per i giorni che verranno. Sennò non mi do pace.
Ho paura che, se continuo così, divento come mia madre. Oddio, no, non voglio diventare come lei, neanche assomigliarle. Non posso, non è vita. Una ossessione. per lei e per gli altri che le stanno intorno. Per me prima di tutti. Non voglio, per nessuna ragione al mondo. Ma ora no, ci penso un’altra volta sennò mi confondo e non riesco più a risolvere quell’altro problema.
Ora devo andare a sentire. Dunque, ho spento il fuoco? Ho chiuso la finestra, che non si sa mai. Metto un po’ di ordine, se entrasse qualcuno… Tutto a posto. Porto l’ombrello? C’è qualche nube all’orizzonte, niente di ché, ma meglio aver paura…
Aspetta, faccio l’ultima pipì, che non si sa mai dovessi trattenermi fuori a lungo. Ecco fatto, mi trucco? appena, appena. Fatto. Le chiavi, il fazzoletto, i guanti.
Tutto a posto? Vai, verso l’avventura.
Chissà che cosa mi dirà quando mi vede arrivare.
Che bella giornata! E lui a letto a dormire. Il solito bischero, e io lo tiro giù dal letto. Mi dovrà ringraziare piuttosto.
Ora che ho preso la decisione sono più contenta, come se avessi già la risposta. Ma… e se lo trovo in compagnia? Ieri quando abbiamo parlato sentivo degli strani rumori. Non ci voglio pensare, sempre a pensare male. Quasi, quasi torno indietro. Oddio non ho il cellulare. Dov’è? Mi è caduto?Ecco proprio adesso doveva capitare. Ho calcolato tutto e quando sono andata in bagno lo ho appoggiato. Non è possibile, no eccolo, stavo quasi per venire.

Un messaggio: “Sono partito presto. Non ho chiamato per non svegliarti. Jo non l’ho trovato. Se ne riparla quando torno martedì, tanto è per domenica prossima, vero?

di Caterina Perrone

Antonella Cipriani legge “Lo sguardo e il riso” di Caterina Perrone

“Lo sguardo e il riso” (ed. Porto Seguro 2017) di Caterina Perrone 

Romanzo breve ma intenso, Lo sguardo e il riso di Caterina Perrone, una lettura avvincente, travolgente come l’amore narrato, così potente da coinvolgere e stravolgere tutti i sensi, così forte da sostenere qualsiasi lotta nel suo nome, così determinato da comportare a volte scelte difficili.

Viola, una ragazza piena di fascino anche se di una bellezza non convenzionale – alta, flessuosa, dalla chioma lunga e rossa – lavora presso la bottega del padre, esperta nell’arte delle spezie e dei profumi. Con la sua maestria, ingegno e sensibilità sa formulare e creare i profumi più calzanti, gli unguenti più efficaci, rimedio alle afflizioni più frequenti. Già all’inizio del romanzo la scopriamo innamorata di Matteo, un giovane bello (e qui la bellezza è espressa proprio letteralmente), audace, pieno di vitalità, amante delle belle donne che corteggia e seduce senza nessun scrupolo. Fra i due nascerà un’intesa che va oltre le convenzioni, e che vedrà un susseguirsi di imprevisti, colpi di scena, fughe e ritorni, assenze, perdite, novità, capaci di mantenere nel lettore la tensione giusta, quella che intriga e lo invoglia a continuare nella lettura.

Ambientato in un tempo e luogo che l’autrice non menziona, ma che dalle descrizioni pare essere il Quattrocento e la Toscana, ha tutti gli ingredienti (positivi e negativi) adatti a stimolare l’interesse e l’attenzione nel lettore: amore, passione, amicizia, sostegno, complicità, desiderio di conoscenza, libertà, curiosità, potere, invidia, gelosia, sopraffazione, arroganza, violenza…

La bellezza della scrittura di Caterina va oltre la trama (ben strutturata), perché ci conduce per mano nella narrazione – facendoci respirare i profumi inebrianti degli unguenti che Viola prepara, percepire la pelle vellutata del suo corpo e dell’amato, ammirare i colori diversi di ogni stagione dell’anno, ascoltare il brusio del bosco e il cinguettio degli uccelli a primavera o il silenzio dell’inverno – creando nel complesso un’opera deliziosa che potrei paragonare a una favola per adulti. Anche nei dialoghi, sempre ben formulati e precisi si apprezza la competenza dell’autrice.

Un bel romanzo dal punto di vista femminile, trattato con leggerezza (ma non superficialità), soavità, amore e che sa cogliere l’intimità di una donna e il suo desiderio di identità e indipendenza.

Consigliato a chi non è più bambino ma vuol continuare a sognare come se lo fosse e come nelle favole divertirsi, riflettendo.

Già conoscevo la scrittura di Caterina attraverso i suoi racconti, e anche in questo romanzo ritrovo il suo stile, asciutto, competente e dettagliato, una scrittura diretta e davvero gustabile con e in tutti i sensi.

  1 maggio 2022

di Antonella Cipriani

Caterina Perrone legge “Psicosfera” di Massimo Acciai e Carlo Menzinger

Un mondo al contrario, lo scenario si svela nel progredire della storia, inatteso, imprevedibile.

Non è facile immaginare un mondo cavo, dove non esiste il cielo dove il sotto e il sopra sono lo stesso palcoscenico, dove le forze gravitazionali si distribuiscono in modo a dir poco inedito. Ci accompagnano in questo cammino abbagliante di sorprese un drappello di astronauti e una comunità di psiconauti. Perché ancora non abbiamo compreso appieno le forze che dominano gli eventi.

È difficile concepire che nel magma incandescente situato nel profondo della crosta terrestre vivano, o forse meglio esistano potenti entità psichiche. (Chissà se la dico giusta)

È forse perché non possono vedere le stelle che questi esseri percepibili, ma non visibili se non come emanazioni, che si esprimono attraverso i sogni, vorrebbero diffondere la vita nello spazio ‘intero. È per questo che si occupano degli uomini e cercano di condurli verso un’evoluzione che li lanci a colonizzare altri pianeti.

I protagonisti umani credevano già di partecipare a una storia molto ambiziosa e gravida di futuro, mentre volavano in una stazione spaziale o si avventuravano nella colonizzazione di Marte, e invece sono trascinati, loro malgrado, in un progetto che non sembra appartenere alle loro aspettative, che all’inizio non riescono a capire, di cui poi diventeranno consapevoli e consenzienti.

Un gioco di illusioni tra realtà, percezione e sogno, che a volte è più reale e, come sempre, più significante del reale, a saperlo interpretare.

Perché la “materia” vincente o forse si potrebbe dire la “forza” è quella psichica coesa, in una comunità di pensieri e di volontà che agiscono meravigliosamente all’unisono e quindi creano un fantastico, esorbitante potere. Tanto da manovrare gli umani, dirigerli verso un loro possibile destino. Anche sulla crosta terrestre, che parrebbe ormai insignificante rispetto alla complessità del mistero che si svolge sotto, ci sono uomini e donne che sanno collegarsi in una rete telepatica, raccontando potenzialità dimenticate della mente umana e della forza che si sprigiona dall’essere coesi e rivolti nella stessa direzione.

Naturalmente lo scenario prevede forze contrarie, entità che non credono alle potenzialità umane, ma piuttosto vogliono promuovere altre creature. Come dar loro torto?

La battaglia tra il bene e il male, nelle sue diverse forme non conosce fine.

Un inno alla comunità di forze e intenti che, nel bene e nel male, creano poteri giganteschi in lotta tra loro e non si sa chi vincerà, forse nemmeno alla fine del libro.

Ma qual è il bene? E qual è veramente il male? A ogni lettore il suo verdetto.

di Caterina Perrone

Caterina Perrone con Psicosfera

Si ricorda che i lettori di “Psicosfera” possono partecipare con i propri racconti all’antologia “Dal profondo” come indicato qui.

WEN – INCUBO – Maledette chiavi – Caterina Perrone

Le chiavi, dove sono le chiavi?

Si fruga nelle tasche. Possibile? Ma quante tasche ha?

Eccole, le guarda. Non sono le mie chiavi. Gira intorno lo sguardo. Non è la mia casa. Allora chi ha suonato?

Un’ansia la prende alla gola, deve chiudere la porta, poi guarderà dallo spioncino.

Le dita maneggiano le chiavi, che si impigliano negli anelli. Le mani tremano non riescono a stringere, il mazzo cade a terra e intanto i passi arrivano e le voci sono tante.

Ecco l’ha trovata, la infila nella toppa, la gira nella serratura ma non chiude. Non è quella giusta, ce ne deve essere un’altra, e loro suonano, bussano, spingono la porta.

Guarda dallo spioncino: un occhio enorme appoggiato dall’altra parte della lente. Non potrà dire che non c’è.

Dai, dai, possibile non riuscire a chiudere una porta?

Ecco questa deve essere la chiave. Le mani esitano come fossero malate. Finalmente le infila, gira e dà quattro mandate.

«C’è, è in casa, ha chiuso la porta, ma passiamo dalle finestre.» Sono voci che sussurrano. Sente anche il suo nome.

Le finestre! non ci aveva pensato. Corre. Ma quante finestre ci saranno in questa casa?

Non accende la luce, la vedrebbero.

Entra passo passo nella stanza, inciampa in una stoffa che è caduta, si aggroviglia, forse è una coperta.

Non ci sono tapparelle, ma imposte: dovrà aprire i vetri e sporgersi per chiudere.

Le voci sono già proprio lì sotto.

Sente un tonfo alle spalle.Si volta: due occhi la guardano dallo specchio. Arrgh!!! un gatto corre via.

Apre la finestra, appena lì sotto c’è silenzio e qualche scalpiccio. Deve protendersi fuori per acchiappare l’imposta. È inutile non c’è alternativa. Chiude gli occhi per non vedere, si allunga per acchiappare il fermo.

Una mano gelida le stringe il polso. La voce le si è stretta in gola, non riesce ad urlare. Non vede, sente solo quella pelle umida e gelata che serra. Si volta, cerca un’arma e trova proprio un coltello. Che fortuna.

Chiude gli occhi e si abbatte su quella mano. Sente un urlo. Le dita sono ancora lì avvinghiate alla sua mano, scorre un liquido freddo e scivoloso, verde come gli occhi del gatto.

Le scuote via ma non mollano. Chiude l’imposta con questo braccialetto che la strizza.

Ora le altre finestre, ma quante saranno? Porta con sé il coltello.

Gli occhi del gatto si sono messi in mezzo, miagola feroce, come una tigre, le contende la strada, la assale sulle gambe, sembra una vendetta per quello che ha appena fatto.

Se lo strappa da dosso, ma quello si aggrappa ai vestiti, alla pelle delle braccia.

Ha un’idea: prende il gatto che si divincola, glielo getterà addosso se entrano. La bestia si storce tra le sue mani, le morde, le graffia, sente denti e unghie nella carne, a stento riesce a tenerlo distante dal viso. Sangue dappertutto.

Dov’è l’altra finestra? Eccola, è spalancata.

Non saranno già entrati da quella parte…

Un’ombra, le è sembrata sgusciare via dalla porta.

Che deve fare? Chiudere o scappare lei dalla finestra?

Il gatto si è quietato o forse sembra piuttosto morto, forse lo ha strozzato nella foga di tenerlo stretto. Non è più la sua arma, dov’è la sua arma? Il coltello dove l’ha messo? Dove lo ha lasciato? Deve tornare a prenderlo o andare avanti?

Ecco l’ombra che torna, grande nera, vede i denti che ridono come occhi di gatto. Si avvicina, pare una bestia che sta per spiccare un salto.

Gli lancia addosso il gatto morto, ma quello ride ride, l’ha già presa per le spalle.

Balza sul letto annaspando in un urlo roco.

di Caterina Perrone

Marzo 2022: tre antologie del GSF, tre presentazioni

Questo mese di marzo offre a tutti la possibilità di incontrare gli autori del Gruppo Scrittori Firenze e i loro scritti in tre occasioni:

Lunedì 7 Marzo alle ore 17,00 i curatori dell’antologia del GSF “Accadeva in Firenze Capitale” Cristina Gatti e Sergio Calamandrei la presenteranno presso la SMS di Rifredi in via Vittorio Emanuele II, 303.

Sabato 12 marzo alle ore 17,00 la curatrice dell’antologia del GSF “Le sconfinate” Nicoletta Manetti la presenta presso la Sala dei Marmi del Parterre in Piazza della Libertà.

Martedì 22 Marzo alle ore 17,30 i curatori dell’antologia del GSF “Gente di Dante” Caterina Perrone e Carlo Menzinger di Preussenthal la presenteranno presso la BiblioteCanova in via Chiusi 4/3 A.

EVENTO ANNULLATO

Ci scusiamo con tutti ma la presentazione di “Gente di Dante” è stata annullata. Presenteremo brevemente il volume in occasione della presentazione de “Le sconfinate”.

Si tratta delle ultime tre antologie del GSF con racconti a tema dei propri soci, edite nel 2021 e 2022. Agli eventi interverranno alcuni dei numerosi autori e sarà possibile acquistare delle copie raccogliendo le loro dediche.

Vi aspettiamo!

WEN-SOGNO-Il drago – Caterina Perrone

Perché mi sono svegliato? Proprio ora che stava per cominciare il bello della battaglia.

Sento ancora la saliva in bocca, il sapore di una sospensione che doveva compiersi; il desiderio mi sorprende indifeso nel buio del silenzio.

Ho solo la vaga percezione di quella presenza che si avvicinava alle mie spalle a passi soffocati. E mi faceva terrore. Un corpo si era appoggiato alla mia schiena senza che potessi fuggire perché le gambe non rispondevano più. La natura di quell’essere mi sfuggiva, i suoni del suo respiro non erano del tutto umani, ma rantoli trattenuti, sospiri di una passione animalesca. All’improvviso un velo di seta sottile si era incollato alla mia pelle, esasperava morbidezza e tepore dell’altro corpo. Rabbrividisco ancora.

Voglio riaddormentarmi, voglio arrivare in fondo, vedere questa creatura: percepivo la pienezza di un seno, il netto turgore dei capezzoli. Un cavallo mi sgroppava in gola.

Devo addormentarmi. Voglio vede…

Eccoti, ci sei ancora, non sei fuggita creatura. Mi giro lentamente per non perdere il contatto della pelle.

Abbassi lo sguardo e non posso vedere gli occhi ma i capelli sono come un intrico di rovi.

Una frase mi esce che non riconosco. «Fammi vedere i tatuaggi.»

Sollevi gli occhi come dardi e mi sorridi sinistra. Qui mi aspettavi. Le mani, tra i veli, potrebbero essere artigli.

Ti afferro per le braccia, prima che tu mi possa colpire, ti scrolli via con tutte le tue forze, poi sento che affondi tra le mie mani. Mi avvicino alla bocca, mordo quella piccola ferita che non riesce a deturparti le labbra, la lecco per sentire quella asperità che vorrei averti procurato coi baci. Ti liberi di me, mi trascini verso i cuscini e ti butti riversa.

Non c’è parte dove non vorrei affondare; sgroviglio quella seta che si intriga nelle dita, ti fa sembrare irraggiungibile.

Ecco finalmente si svela l’arcano delle mie parole.

Il tatuaggio scende dalle natiche alle cosce, risale sui fianchi fino alle spalle. Un drago rosso e oro, con le ali che armano le braccia.

«Prendimi, prendimi ora» mi sussurri col suono strascicato del desiderio. «Ti farò volare, sulle mie ali.»

Sei prostrata, come in preghiera, così ti prendo. Entro nella tana del drago con un sussulto, le mani scivolavano sui seni tesi, sulla vita sottile, affondavano nelle natiche, ti guido stringendo i fianchi.

 Ti scrolli, ti torci, trascinata dall’onda dei tuoi lamenti rochi. Fluttuano le ali. Non sento più i piedi, non sento più le gambe, siamo un solo corpo pulsante, un drago in volo.

Saliamo in cielo, crolliamo sulla terra, scivoliamo sopra le acque, sfioriamo le cime dei monti, ci buttiamo dai dirupi, montiamo in grandi spire sulla distesa del mondo, tanto da vederne i confini.

Percepisco ogni tua pulsazione, ogni tuo fremito esplode dentro di me.

Infilo una nube, ti porto sempre più in alto, fino a sbucare in una prateria di stelle, dove la luna ride.

Quanto è durata la notte? Finché si è udito l’usignolo. Troppo presto ha cantato l’allodola.

di Caterina Perrone

TRE PREMI PER “GENTE DI DANTE”

L’antologia del GSF – Gruppo Scrittori Firenze “Gente di Dante” (Tabula Fati, Settembre 2021), curata da Caterina Perrone e Carlo Menzinger di Preussenthal il 10 ottobre ha avuto l’onore di veder premiato un nuovo racconto presente nel volume. Si tratta di “Io sono la Pia”, con cui Caterina Perrone ci parla di questo misterioso personaggio femminile della Divina Commedia, la cui esatta identificazione è ancora dibattuta.

Sono così già tre i racconti presenti nell’antologia che hanno vinto dei premi.

Io sono la Pia” di Caterina Perrone il 10/10/2021, è stato il primo classificato in Categoria C della 7^ edizione del Premio Internazionale di Letteratura “Sigillo di Dante”, promosso dal Comitato della Spezia della Associazione Dante Alighieri, con la seguente motivazione: Racconto bellissimo imperniato su uno dei personaggi più tragici e misteriosi di Dante. La storia della Pia nella “Commedia” è limitata a sette versi, nei quali però è ottimamente delineato il carattere “gentile” della donna, e questo racconto ce la fa rivivere proprio così e secondo le più recenti interpretazioni: si tratterebbe di Pia Malavolti, moglie di Bertoldo degli Alberti. Appare stupenda la descrizione dei personaggi e molto accurato e documentato lo spaccato del Medioevo, tra lotte civili e vita quotidiana. Il titolo va letto calcando sulla parola “Io”, come a dire: “Sono io la vera Pia di Dante e non altre descritte nel tempo”.

L’epica ingloriosa fine del cavalier Donati” di Paolo Ferro è opera vincitrice del Premio “La Città sul Ponte – 2020 del GSF, Categoria “Racconto a tema: la Toscana, terra di Storia e di storie”, già pubblicato da A.L.A: Edizioni nell’antologia del Premio “La città sul Ponte”. La motivazione del Premio è: “Ottima e dettagliata ricostruzione storica dell’autore che con maestria ripercorre, passo dopo passo, le gesta di un personaggio che fu determinante per la sorte della città di Firenze“.

Ready Infernum Player” di Silvia Alonso, il 15 Maggio 2021, si è classificato secondo per la sessione racconti inediti sull’inferno dantesco al Premio Letterario Internazionale Creati-Vita Firenze, con la seguente motivazione: Sapienzale il racconto “Ready Infernum player- l’amore che muove il sole e le altre stelle” che sa aggiornare il viaggio dantesco al tempo odierno in tono satirico, introducendo un videogame, a più livelli, al posto della struttura delle tre cantiche della Divina Commedia ma, al contempo, attuando in modo senziente una scrittura fruibile da tutti i lettori in base alla propria preparazione culturale. Quindi, vari gradi di comprensione in quanto all’interno dell’opera sono contenuti simboli e archetipi, da sempre patrimonio filosofico di vera saggezza, proprio come era per i Fedeli D’Amore di cui Dante faceva parte.” (Enrico Taddei, segretario del Premio).

Con l’occasione si ricorda che Lunedì 18 Ottobre 2021, alle ore 17,00 presso SMS – Società di Mutuo Soccorso di RifrediVia Vittorio Emanuele II, 303 (50134 Firenze), ci sarà la Presentazione dell’antologia del GSF – Gruppo Scrittori Firenze“Gente di Dante”.

Presentano Clara Vella, Arrighetta Casini e il curatore Carlo Menzinger di Preussenthal. Brevi interventi degli autori presenti

Il GSF con questo volume che comprende 36 racconti sui personaggi del tempo e delle opere dell’Alighieri, ha voluto commemorare la ricorrenza dei 700 anni dalla morte del poeta fiorentino.

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