Chiara Sardelli legge “Psicosfera” di Massimo Acciai e Carlo Menzinger

Psicosfera”, il romanzo scritto a quattro mani da Massimo Acciai Baggiani e da Carlo Menzinger di Preussenthal, ha tutti gli elementi per diventare un classico della fantascienza. Immerge il lettore in un’aura pirandelliana costruendo una storia che sembra dettata dalla non logica dell’assurdo, con un finale a sorpresa che a me fa pronunciare il famoso aforisma: “così è se vi pare”. Benché solo una manciata di anni ci separi dal mondo fantastico di ‘psicosfera’ -siamo nel 2036- la storia dell’umanità è ridescritta dalle fondamenta. Purtroppo l’elemento, il collegato alla nostra quotidianità è di segno negativo. Gli umani in ‘psicosfera’ hanno fatto un cattivo uso del loro libero arbitrio, compromettendo il proprio destino. La loro civiltà sembrerebbe doversi aggiungere alle altre che senza spiegazioni plausibili sono scomparse, civiltà di millenaria sapienza. Una sapienza che a un certo momento del suo sviluppo, incosciente e forse ignara dei moniti che gli giungono dal seme dell’entità superiore che l’ha generata, è divenuta aliena a sé stessa, andando incontro a un futuro di autodistruzione. Così parla Oberon, il personaggio di shakesperiana memoria, fantasmagorico e inquietante, che imperversa nelle pagine: «L’uomo è la fine. È l’Alfa e l’Omega. Guardali, Yelena. Che cosa hanno fatto alle altre specie della superficie? Che cosa hanno fatto all’acqua che bevono, all’aria che respirano, alle risorse che consumano? Come puoi credere ancora in loro? Sai cosa merita l’uomo? La sua è una razza da cancellare e da dimenticare. Il più grande errore di Gaia, merita le tenebre e le tenebre avrà.» L’uomo è dunque sull’orlo di un abisso apocalittico, ma là, dove tutto si puote, si racconta un’altra storia. Grazie a questa ‘storia altra’ alcuni Tramiti si stanno spendendo come novelli Messia anche se, per buona parte del racconto, la loro parola rischia di essere inascoltata e la buona novella di non tradursi in realtà. Il popolo di Gaia rischia di non raggiungere mai la propria meta, di non risalire a riveder le stelle. Perché in ‘piscosfera’ non tutta la vita si svolge sulla superficie del nostro pianeta. Anzi, la regia e l’essenza che percorre la storia millenaria dell’uomo è nelle mani di una popolazione il cui ecosistema è situato nel ‘tenebroso, ignoto cuore della Terra‘. Anche se questo è solo un modo di dire: la realtà che sperimenteranno i cosmonauti, in qualche maniera trasportati in una diversa dimensione, si alimenta di una luce, non si sa come generata, che ha la caratteristica di non produrre ombre. La missione delle tre coppie, maschio femmina, ivi trattenute, è di garantire la vita nel sistema stellare degli esopianeti. Perché il popolo di Gaia è impotente e non può raggiungere questo scopo se non con l’aiuto degli umani. Ecco quindi che si serve di Tramiti che restituiranno alla specie homo sapiens la memoria dell’antica saggezza e con essa il senso del proprio destino. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte non solo ad un mondo rovesciato, ma ad un sistema di valori a sua volta capovolti. Basta riflettere che il popolo di Gaia niente ha a che vedere con le specie animali, trattandosi piuttosto di esseri senzienti minerali. Come pure i Tramiti sono soggetti abilitati dai poteri ESP, tipo la telepatia e il teletrasporto. Si insinua, sul fondo della storia, il dubbio che entrambe le realtà, quella del pianeta come noi lo conosciamo e quella della sfera concava in cui sono trattenuti i cosmonauti, siano effetto dei sogni, popolati da semplici cloni, cioè dai doppi eterici dei personaggi protagonisti. Si aggiunga che il finale è aperto: la trama, pur approdando alla liberazione dei cosmonauti, lanciati nel viaggio verso il mondo interstellare, non dà certezza del successo di questa impresa. Anzi, sembra preconizzare una continuità della lotta tra le forze favorevoli e avverse alla specie umana. Forse non tutto sta già scritto in questa storia. Il finale potrebbe legittimare un seguito coerente, arricchendo il lettore di nuove eccitanti avventure. Il mio invito è di procedere alla lettura del libro con animo disincantato, ma ricettivo, pronti a misurarsi con le sconvolgenti novità e le incalzanti domande esistenziali che il testo pone.

di Chiara Sardelli

Tre autori, due libri, un progetto: Psicosfera, Suggestioni fiorentine e una nuova antologia

Martedì 7 giugno alle ore 17.30
presso la Biblioteca Buonarroti – Viale Guidoni –
per “La porti un libro a… Novoli”
Rassegna di presentazioni di libri
Massimo Acciai Baggiani – Carlo Metzinger – Chiara Sardelli
Prsenteranno
“Psicosfera” e “Suggestioni fiorentine”

Durante la serata, presentata da Caterina Perrone sarà illustrato il progetto per una nuova antologia Collettiva di Fantascienza.

Saranno presenti gli autori appena rientrati dal Salone del Libro di Torino.

WEN – OSSESSIONE – L’inquilino del piano di sotto – Chiara Sardelli

     

Quella volta che Adriana mi aveva invitato a prendere il tè da lei e, per un buon quarto d’ora, con mia grande sorpresa, aveva incentrato il discorrere su Andrea, l’inquilino del piano di sotto, così tutto lo appellavamo, mi ero meravigliato. Quasi scocciato, avevo interrotto la conversazione, cercando di riprendere fiato e di dire la mia: “A me non sembra un tipo così speciale. A parte l’età ragguardevole, oggi non è un’eccezione, non so cosa ci troviate tutti da ridire o da incuriosirvi. È una persona molto autonoma che evidentemente sta bene in compagnia di sé stesso. Cura il giardino come se fosse il salotto buono di casa e ogni tanto dipinge e allora? Di tanto in tanto si scorda di salutare, ma non per maleducazione, questo lo abbiamo assodato! Evidentemente è preso sempre dai suoi pensieri. Non deve avere parenti, poiché non riceve mai nessuno, a parte un signore suo coetaneo che viene a trovarlo due o tre volte all’anno”. La faccia di Adriana con quel sorriso forzato e compunto, mi rimandava un misto di disapprovazione e imbarazzo, scandito anche dal vuoto della conversazione che era rimasta in sospeso. Un vuoto che lei non intendeva colmare. Fui io a trarre le conclusioni: “Ripeto, e allora? Che ce ne importa a noi?”, mentre con fare ironico e scanzonato cambiavo argomento di discussione.

Mai avrei immaginato che il signor Andrea potesse diventare centrale nei miei pensieri. A distanza di qualche mese, una noiosa e invalidante ernia cervicale mi aveva costretto fermo in casa. Dipendevo in tutto dalla mia governante una ragazza di colore i cui servigi, a causa della malattia, mi erano utili tutti i giorni. Se non avessi avuto la lettura e la scrittura a compensare i disagi di una clausura forzata tra quattro mura, me la sarei cavata in qualche altro modo, ma certo sarei stato parecchio intrattabile! A essere onesti anche la presenza di Geraldine allietava le mie giornate facendomi sentire meno la pesantezza della situazione. Era lei che mi portava il quotidiano e, con le sue risate argentine, mi raccontava storie minute, aneddoti, osservazioni, talvolta piccole maldicenze, gettando un ponte di collegamento con la realtà al di fuori del mio habitat ristretto.
Quello che sconvolse i miei giorni e anche le mie notti, successe una mattina, senza alcun preavviso. Geraldine era arrivata con un certo ritardo, ma la cosa non mi dava disagio. Avrebbe prolungato, di conseguenza, l’orario di uscita. Come al solito, la giovane si era chiusa la porta dietro le spalle, aveva mormorato qualcosa a proposito del tempo inclemente, sostando a lungo nel corridoio. Forse, immaginai, per scuotere il soprabito e appenderlo, mentre indossava le sue solite scarpe da casa. Quando venne da me nella camera, fui attratto dalle sue gambe lunghe e ben tornite che esponeva, indossando senza imbarazzo una minigonna davvero mini. Avevo avuto più volte riprova dell’avvenenza di Geraldine, soprattutto le curve morbide e sinuose del corpo, esaltate dal colore ambrato della pelle, si lasciavano ammirare e facevano dimenticare le fattezze dure del volto.

Dovetti fare un certo sforzo su me stesso per non lasciarmi andare ed esprimermi con le gestualità tipiche dei maschi, riportando alla memoria che eravamo nel chiuso di una stanza e magari un fischio e un apprezzamento pesante avrebbero assunto un significato diverso, una provocazione dura da digerire.

Mentre la ragazza mi allungava il quotidiano, non reggendo all’urgenza di commentare tutta quella bellezza che mi si parava davanti, con la lingua incespicai qualcosa: “Dovevi scegliere proprio questi giorni che sto chiuso in casa per indossare questa minigonna”. Tirando su col naso e fingendo attenzione alle pagine che scorrevo, continuavo: “Non che non ti doni, anzi…”, mi mostravo indifferente, ma il leggero rossore che increspò le guance di lei mi fece piacere.

La giovane ci mise poco a riprendere il fare abituale. Inchinandosi verso la pianta per staccare alcune foglie morte, fece scivolare la conversazione sul più e sul meno: “Signor Francesco, è il caso che vi avviciniate alla cucina, così io apro la stanza e annaffio la pianta, dopo di che vengo subito a prepararvi la colazione”.

Non potei fare a meno di osservare la correttezza della sua parlata, che sempre mi meravigliava in una donna, come lei, di origine africana. L’accento della lingua francese si notava appena, nella pronuncia con cui arrotava la erre, ma per il resto era impeccabile, compreso quel voi che ostinatamente continuava a usare, nonostante le mie rimostranze. A nulla erano servite le spiegazioni storiche, cioè che il voi era una forma introdotta sotto il fascio in tempo di orgoglio autarchico e caduta in desuetudine, ora nel dopoguerra. Sembra che le fosse stato insegnato come segno di rispetto dalle suore che avevano curato la sua educazione e, su questo, Geraldine non mollava.

 Il mio tu era giustificato dalla differenza di età. Sempre mi era sembrata una barriera insuperabile che facilitasse l’educazione e non consentisse, pur nella frequenza giornaliera, l’avanzare di confidenze improprie. Quel giorno la mia certezza era meno granitica. Mentre la ragazza si era piegata sulla pianta, il mio sguardo si era soffermato sull’incrocio delle sue gambe e il pensiero era andato oltre ad immaginare il sesso chiuso tra le cosce. Svelto, avevo preso a incamminarmi verso la cucina, compiaciuto che l’erezione si fosse manifestata con così breve attesa.

Quando lei tornò nella stanza mi trovò seduto nella seggiola impagliata attorno

al tavolo in marmo, distratto, con gli occhi che osservavano un piccolo cartoccio di fiori ancora da scartare. Non feci a tempo a domandare, che Geraldine mi anticipò la spiegazione: “Che belle queste rose, ve le manda il signor Andrea, un pensiero gentile non vi pare?”    

Non riuscendo a trattenere la sorpresa: “Come, il signor Andrea?! Se ci salutiamo appena! E tu poi come lo conosci?” La voce aveva assunto un tono allarmato di cui ancora non mi era chiaro il perché.

Geraldine continuò a spiegare: “Il signor Andrea frequenta la Chiesa, è lì che l’ho conosciuto, poi da qualche tempo, ora che salgo queste scale tutti i giorni, abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchere. Ultimamente mi ha offerto di fargli da modella, riprendendomi nel suo giardino. Così ha saputo della vostra malattia”. La giovane si era interrotta e, incerta, aveva ripreso: “Spero che non vi dispiaccia”. Subito zittendosi e scrutando il mio volto.

Nel rispondere avevo indurito le fattezze e le parole se n’erano uscite spedite con un tono tagliente: “Sei molto giovane, dovresti riflettere prima di dare confidenza agli estranei!”.

Geraldine sgranando gli occhi cigliati, da cerbiatto e, cercando di rispondere educata, fece trapelare un leggero fastidio: “Il signor Andrea è sempre molto rispettoso e poi dovreste conoscermi”. Mi sentii punto dall’osservazione. In effetti, in rapporto alla giovane età, avevo sempre percepito Geraldine come una che sa come comportarsi.

Passai una mano a massaggiare la nuca, il dolore tornava a farsi sentire con prepotenza e mi offriva l’occasione per cavarmela dirottando l’attenzione. Geraldine subito premurosa andò alla ricerca dell’analgesico e il nostro stare insieme sembrò scorrere sui binari consueti.               

Dentro di me qualcosa però si stava insinuando, una voglia ansiosa, un desiderio di attribuire agli incontri del signor Andrea e di Geraldine un che di peccaminoso e una punta di gelosia mi spronava a immaginarmi loro due insieme nel giardino al piano di sotto. Mi vergognavo dei miei istinti, ma avrei dato non so che per poterli spiare indisturbato. Cominciai a sognare a occhi aperti con un eccesso di voyerismo che per compenso mi pervadeva e mi lasciava in uno stato di attonito appagamento. Solo che il giardino, mai lo avevo visitato. Così nei giorni successivi, cominciai a domandare a Geraldine di questo giardino e mi feci un’idea. La giovane non sospettò e mi fornì dei particolari a cui la mia immaginazione si aggrappava ingigantendoli.     

Spesso vedevo la donna vestita di una semplice tunica trasparente che si addentrava nell’orto e, ambigua, le nudità sottaciute ma disciolte dalle movenze, si offriva allo sguardo del vecchio e al mio, mentre con fare complice, aggirandosi nell’unico filare della vigna, coglieva i frutti a grappolo.

Quest’idea dell’uva stava diventando ricorrente, mi ossessionava di giorno e di notte: più esattamente l’offerta dell’uva che Geraldine avrebbe fatto a me e al signor Andrea, avvicinandosi discinta, una volta al pittore che la ritraeva, una volta a me sognante, che furtivo e senza essere notato, mi ero introdotto nel giardino ad appagare gli insani istinti.      

Queste visioni notturne si stavano succedendo con puntualità nel mio immaginario onirico, io le attendevo e le agognavo. Oramai stavo decisamente meglio e dovevo prendere in considerazione l’opportunità di diradare le visite di Geraldine che avrebbe ripreso a prestarmi i suoi servizi una o due volte a settimana.

La prospettiva mi disturbava. Mi ero affezionato a quella specie di ossessione e non volevo staccarmene.

Fu il caso, come spesso succede, a decidere per me. Una mattina Geraldine mancò al suo appuntamento e lo fece senza potermi preavvisare. La cosa non mi piacque mi sentii pervaso da un senso di oscuro e tragico presentimento. Quella notte avevo di nuovo sognato la vigna, ma di Geraldine non vi era traccia: solo la tunica della giovane, insanguinata e dispersa per terra, tutta trasparenze, mi aveva attratto, mentre sgomento abbandonavo la mia postazione dietro i vetri della finestra da cui osavo spiare.

Il giorno successivo, nel pomeriggio, fu Adriana a darmi la notizia. Con una specie di sogghigno mi avvisava che l’inquilino del piano di sotto si era autodenunciato per l’assassinio della giovane.

Non ho mai saputo se quei sogni avessero un carattere premonitore o se invece, semplicemente, appagassero le mie pulsioni.

Fatto sta che, forse con intento di liberazione, appena Adriana si levò dai piedi, cominciai a scrivere una storia, cruda e truce. Raccontavo con viva immaginazione dell’inquilino del piano di sotto, seguendolo dall’infanzia fino agli ultimi giorni. Raccontavo come l’ossessione di possedere il giovane corpo di Geraldine l’avesse invaso e gli avesse ottenebrato la ragione, fino a quel gesto insensato consumato nella vigna di casa. Quella vigna che, al pari dell’ossessione, anche io conoscevo bene.        

di Chiara Sardelli

Nostri autori al Salone del libro di Torino

Venerdì 20 e Sabato 21 Maggio 2022 -In orario da definire- Massimo Acciai Baggiani, Sergio Calamandrei, Carlo Menzinger di Preussenthal e Chiara Sardelli saranno al Salone del Libro di Torino, Lingotto Fiere, Via Nizza, 294, presso lo stand del Gruppo Editoriale Tabula Fati (Stand B52) per presentare i loro libri.

Psicosfera
Suggestioni fiorentine nella narrativa di Carlo Menzinger
L’architettura dell’ucronia”.

https://www.salonelibro.it/

WEN – VISIONE – Nelle acque del mare – Chiara Sardelli

Nelle acque del mare

ho riposato il mio corpo

Le membra stanche faticano a ricevere il dono

di immateriale leggerezza

Finché non rilasciano ogni resistenza e sprofondano

giù, sempre più giù

Cullato dalle vibrazioni delle onde, il mio essere

ha subito una trasformazione

I sensi tutti, allertati, godono di un’improvvisata

visione

Sono al cospetto di Teti e della sua reggia

Le nereidi, languidamente danzanti

mi frizionano con olii essenziali,

di trasparenza ricoprono le mie nudità

Inginocchiata di fronte al tuo trono,

in trepida attesa, aspetto il tuo vaticinio

Forse saprai indicarmi quale sacrificio

mi renderà degna dei tuoi doni

di Chiara Sardelli

WEN – SOGNO – Stregata dal sogno – Chiara Sardelli

Ti stai liberando del mantello a ruota, rigorosamente nero, mentre i tuoi occhi infuocati, quasi degni di un satiro vagano per la stanza. È un seminterrato, le mura spesse come quelle di un castello fanno da cinta ai locali di un’improvvisata cucina. Più che i fornelli mi colpiscono, alla vista, gli alambicchi, circondati da libri alti, rilegati in pelle che rimandano la preziosa rarità di un antico sapere. Ti ho aspettato a lungo, stamani mattina e, infatti, mi hai raggiunto che è quasi ora di pranzo. Il tuo destriero, sta nella vicina corte, le redini allacciate al possente anello di ferro, sta brucando, rimestando le erbe frammiste alla biada dal sacco di iuta che hai sistemato pendente dal suo collo per il suo pasto. Io sono vestita come un’inserviente, una modesta veste nera allacciata sul davanti, lo scollo ad uomo, i bottoni di madre perla che sbucano dalle asole e trattengono le generose forme Neanche ti degni di concedermi una parola, anche se il sorriso che ti increspa le labbra carnose restituisce un non so che di fascino al taglio della tua bocca altrimenti sgraziata e può fare le veci di un saluto. Avvicinandoti, sempre silente, recuperi da uno degli scaffali un blocco mal squadrato in pietra serena che, al tuo sollevarlo, acquista un’inusitata leggerezza. Con lo sguardo abbassato sul capace tavolo di marmo, mi guidi a recuperare una lima di dimensioni idonee. Allenata evidentemente da una lunga consuetudine, per niente sgomenta, inizio il lavoro. Ti do le spalle e sento il tuo sguardo che mi percorre le membra e mi scuote di dentro, il brivido che si fa strada lungo la schiena accende il desiderio, anelante attendo i tuoi baci. Non mi sbaglio, sei tu ora che ansimante vuoi il mio corpo e forse non solo quello. Mi strattoni dapprima alzato, premendo il tuo bacino sul mio ventre, strofinando il membro rigonfio che si fa avvertire sotto la stoffa dei pantaloni ancora chiusi. Mi prendi, vorace senza troppi riguardi, stesa sul pavimento, ti muovi con pochi colpi rapidi e ratti, lasci che il piacere ti sorprenda subitaneo raggiungendo il culmine. Tutto dura troppo poco, immusonita mi ricompongo e torno al tavolo, senza più l’ardire di guardarti e domandare. Il mento, alzato in subitaneo moto, porta gli occhi all’altezza della grata che separa la stanza dall’ambiente esterno. In lontananza si staglia la figura del giovane inserviente di colore che sta trascinando il cavallo verso le stalle. Inaspettato mi coglie un fremito, forse il ricordo di un’antica ferita rimarginata sì, ma ancora viva.

CASACCA ANTIBE NERO

di Chiara Sardelli

WEN – SOGNO – Ricordi di un sognatore – Chiara Sardelli

Ho sempre sognato e quasi sempre ho ricordato. Sembra che la prima affermazione non sia niente di straordinario. Dagli esperimenti del mondo medico e scientifico si trae la conclusione che tutti sogniamo. La seconda circostanza, quella di ricordare, è meno comune e anche si presenta in maniera discontinua in coloro che hanno quest’ abilità. Sembra addirittura che ci sarebbe la possibilità di dirigere i sogni è un discorso che ci porta lontano. Ai sogni lucidi e ad esperienze  affermate da chi si interessa di paranormale.  Queste ultime in realtà hanno poco  a che fare col sogno vero e proprio. Sono esperienze al di fuori del corpo che confermerebbero l’esistenza del cosiddetto doppio eterico e la possibile sperimentazione di episodi di ubiquità. Ma se ci si avvia su questa strada, si potrebbe anche trattare dei  sogni guidati, mutuati dai racconti  di  estasi delle religioni orientali e oggi molto in uso in occidente nelle pratiche di autotraining e di meditazione anche piscoterapeutiche.

I miei ricordi però fanno parte proprio del mondo dei sogni. Una cosa che mi ha sempre colpito, è il ricorrente motivo dei quattro elementi. Ne ricavo che il nostro essere, il nostro piccolo microcosmo ha a che fare e continuamente si arrabatta nel crogiolo delle proprio essere sensoriale con la terra , l’acqua, l’aria e il fuoco.

Non a caso per primo elemento ho nominato la terra. C’è stato un periodo della mia età giovanile che il sogno mi portava nei seminterrati. Poiché ho sempre sognato a colori, questi erano intonati all’ambientazione, parecchi grigi e  marroni smorti . Il grigio delle pareti in calce, caratterizzate da anelli robusti che ai mei tentativi non aprivano vie di fuga, il grigio antracite delle inferriate che schermavano luci e vere finestre. Il marrone invece era il colore dell’aere che permeava di sé tutti i contorni e le sostanze materiali di questo universo sotterraneo. Ancora grigio e marrone mescolato ai ferri cigolanti di immaginifiche macchine rotatorie. Mi succedeva sempre più spesso di scendere gli scalini per ritrovarmi prigioniero in questi habitat. Qualche volta addirittura il sogno iniziava sopra la superficie della terra, ma io riuscivo a ritrovare la via maestra, interrandomi al seguito di immaginari cunicoli, talvolta scavando e appiattendomi, mi lasciavo trasportare da vie di acqua sotterranee. Che il mio ego fosse poco soddisfatto di queste peregrinazioni, a parte la sensazione di mancanza di aria o piuttosto di un’aria insalubre, umida e asfittica, mi fu reso presto chiaro dal fatto che mi ritrovavo a tastare i muri e combattevo con l’ansia di chi vuole evadere senza riuscirvi. Presto, fortunatamente,  cominciai a sperimentare l’oppressione di muri che in ultimo mi graziavano, trasformandosi in saracinesche o ponti levatoi che si alzavano verso l’esterno.

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Ci fu quindi un breve intervallo in cui il mio io a bordo di improvvisati mezzi di trasporto, in genere auto sportive di modesta pretesa e quasi sempre guidate da terzi, scendeva a terra in vicinanza di selve e sottoboschi. Anche in questo caso a prevalere era il contatto con la terra, ma i colori erano più vivi. Il marrone talvolta si mescolava al rosso dei dirupi scoscesi, al nero violaceo di alcuni arbusti e piante, al giallo delle polveri dei massi, al verde del fogliame e delle fronde ombrose.

Finché poi, sempre a bordo di macchine, talvolta sportive e più costose, i viaggi non avvennero in compagnia e il tema ricorrente fu quello della visita in ville, quasi sempre abbandonate e bisognose di ricostruzione. Anche qui nelle immagini spadroneggiavano i muri, muri possenti, da ritinteggiare.

Ecco perché ho continuato ad associare questi tipi di sogno all’elemento della terra.

Finalmente cessai di occuparmi di ville e, tornato alla natura, iniziai a seguire i corsi d’acqua incaponendomi a frequentarli. Acqua  che circondava improvvisati sepolcri,  con il mio corpo incapsulato i n una bolla, non saprei di quale materiale, con me capace di percepire il rumore attutito, ma  fluido delle correnti. Viaggi in canoe che scivolano lente percorrendo foreste fluviali o su  improvvisate imbarcazioni, male in arnese, che raggiungevano popolazioni primitive, circondato da ‘palafitte e dai tuffi dei pescatori. Rifugi difficilmente raggiungibili e, una volta raggiunti, imprigionanti ai bordi di portentose cascate. In ultimo ho effettuato in sogno  traversate, spesso fluviali, su mezzi da crociera muniti di tutti gli agi della modernità.

Dopodiché, di nuovo, cambiai mezzi di trasporto. Scendendo e salendo su elicotteri o  aerei anche di modeste dimensioni e su  navette spaziali poco credibili, che mi facevano pensare a viaggi nel tempo piuttosto che a pionieristiche escursioni planetarie.

Nell’epoca della maturità la mia memoria onirica mi ha spesso tradito Ho mantenuto solo la coscienza di sognare. Mi svegliavo dunque sapendo dii avere sognato, talvolta visitato da immagini che svanivano subito, senza recuperare il significato dei sogni, senza potermi addentrare nel linguaggio dei simboli, senza trarne stimoli e incitamenti.

Avvicinandomi alla vecchiaia,  mi sono riconciliato con me sognante. Mi sono visto sognare, mantenendo la lucidità di questa esperienza e ho fatto una serie ripetuta di sogni di numeri, ma la fortuna al lotto non mi ha mai arriso.

Stanotte il sogno mi ha invitato ad un intrigante viaggio in mongolfiera. Tutto è iniziato però con un signore canuto, vestito di nero, come un tempo  erano gli impiegati alle linee telegrafiche, indaffarato a distribuire bolli sui suoi interminabili moduli che, dopo una buona sosta e  buona dose di pazienza da parte mia, finalmente ha intascato quanto dovuto, immagino, per il biglietto.        

Mi sono rivisto poi, invecchiato, seduto ad una scrivania , di ampie dimensioni, in un salotto con mobili in stile vittoriano, grandi librerie alle pareti, impegnato ad intingere il pennino nell’inchiostro.

Peccato che tutto sia svanito troppo presto. Troppo presto per provare l’ebbrezza della mongolfiera, troppo presto per raccontarne l’emozione. Troppo presto per vagare nei regni dello spirito Là dove mi auguro mi porti il sogno quando, finalmente,  incontrerò l’elemento del fuoco.                 

di Chiara Sardelli

WEN – SOGNO – Clodia, un conto da pagare e una caccia al tesoro – Chiara Sardelli

Dunque, i nostri due personaggi sono a mangiare fuori. È una giornata soleggiata di fine estate, la temperatura mite, ma che già richiede il golfino sopra l’abito. Il ristorante che li ospita è un tipico ambiente turistico: la pavimentazione acciottolata, le sedie appropriate per il giardino, il chioschetto con le scorte alimentari e le bibite delimitato dal pietrisco e coperto con un tetto impagliato. Lui è un uomo in là con l’età come anche ci svela la canizie della capigliatura, rasata a spazzola. La barba, più folta,  è curata, i baffi sono assottigliati in maniera da evidenziare, senza nascondere, le labbra carnose e sensuali. Sta parlando alla donna con dolcezza, muove verso di lei il braccio disteso sul tavolo, accarezzandole la mano. Lei, più giovane, veste una tuta sportiva nera che ne assottiglia le forme generose. Un bel sorriso aperto illumina e addolcisce le fattezze. Il viso è struccato e i lineamenti sono marcati. Lui si è alzato, sta dicendo qualcosa alla donna prima di allontanarsi. Lei rimane seduta a lungo, forse lo aspetta. Se non tornerà ci sarà da regolarizzare il conto. Stranamente sul tavolo è depositata una fascetta stretta e lunga, di carta, lei se ne accorge e alza il bordo superiore, muovendo la mano destra con incertezza. L’altra mano portata d’istino sul seno a placare il respiro che le si accelera in petto. Così riesce a vedere una sequenza di cinque oggetti che, sa, le saranno utili  per intrattenere con l’uomo un rapporto come lei vuole, insomma un rapporto soddisfacente. Il primo oggetto è quello di cui mantiene la visuale più chiara. Una botte cerchiata appoggiata per terra in verticale. Accanto alla botte una pergamena arrotolata, la mappa che guida al tesoro. Per terra il terzo oggetto un tris di posate avvolte nel panno, posate grandi come si usano per il fuoco a legna. Quindi  scorge l’icona riproducente una cornice argentata e alta nel bordo, utile per le foto da scrivania. Del quinto oggetto perde l’immagine. La donna rimane sgomenta, Siena non è la sua città natale non potrà mai leggere con esattezza la mappa senza qualcuno che l’aiuti.  D’altronde una voce interna le suggerisce che alla caccia al tesoro non si partecipa in solitaria, anche lei avrà a disposizione una sua squadra, su cui contare per la risoluzione degli enigmi. Il primo nome che si affaccia alla mente e che trapassa, in un soffio vitale, l’ostacolo delle labbra è quello di Eleonora, la giovane teacher con cui l’uomo mantiene un rapporto epistolare. Lei senese di origine, tifosa della contrada sovrana dell’Istrice, potrà suggerire altri membri da cooptare nella squadra. Un posto però la donna che sogna lo vuole riservare alla sua progenitrice che si è fatta sentire da lei, è già al lavoro in una delle contrade morte e avrà come suggeritore un collega: senese d’origine, che diamine! La forza della logica insinua un dubbio: non ci sarà una squalifica se uno dei membri della squadra appartiene al mondo dei più. Clodia, sognante, sente il morso come se fosse un cavallo a cui vengono tirate le redini. Qualcosa scioglie la tensione e sempre la logica le suggerisce: siamo in sogno cosa, può impedirti di spezzare le catene del tempo e dello spazio? Superato lo scoglio, rimane solo l’interrogativo sul quinto oggetto.  Per consolarsi, ora Clodia ripete a sé stessa il significato dei quattro oggetti di cui già ha un’immagine ben definita. La botte cosa potrebbe contenere? Vino, od olio se fosse orcio. Ma orcio non è, dunque il dio della passione sfrenata sarà apportatore di consigli per la maglia a rete che la donna sta ordendo alla conquista dell’uomo. Le posate sono simbolo di condivisione, stanno alla tavola imbandita, ma sono tre le posate. C’è la lama del coltello a significare ciò che va tagliato, c’è la punta della forchetta ad ammonire che non tutto sarà facile e  piano, ci saranno acuti pungenti e cime ardue ad alimentare la sfida, ci saranno residui da raccogliere con il cucchiaio. La cornice è come un promemoria che invita ad esaltare la bellezza dei ricordi. La mappa fa da contraltare al pagamento del conto. Come dire, ci sarà uno scotto, ma ne valeva la pena. Per il quinto oggetto di cui Clodia sognante non trattiene memoria, forse avrà bisogno di un altro appuntamento onirico. Chissà che i tempi non si prolunghino finché il vaticinio non sarà spento con la conquista del palio. Clodia nel sogno si concede un’immersione nel profondo, amica si fa di sé che sogna. E, in effetti, vede il drappo  liberato al  vento. Ma non riesce a cogliere i dettagli dell’immagine, neanche esattamente i colori. Ci sta il giallo e forse il nero. Da sveglia farà un inventario delle contrade. Le visiterà tutte, se di persona, oppure con l’immaginazione, poco importa. Comincerà con quelle che appunto mescolano i due colori nel fazzoletto di stoffa che simboleggia la contrada.

Stemma della contrada sovrana dell'istrice | Bottega d'Arte Toscana

di Chiara Sardelli

Chiara Sardelli legge “Sparta ovunque” (Tabula Fati)

Sparta Ovunque. Sette racconti ambientati nell’universo di Via da Sparta, Chieti 2020 Tabulati Fati

Sostiene Carlo Menzinger di Preussenthal, l’amico scrittore che ha creato l’universo ucronico di “Via da Sparta”cui ha dedicato una trilogia, che tutte le opere creative degli scrittori sono opere collettive, in quanto ogni lettore ricrea, si potrebbe dire a propria immagine e somiglianza, un nuovo originale prototipo della storia che si va raccontando. Mi sa che in effetti Carlo abbia ragione e che per me si stia aprendo un nuovo universo di lettura in cui a prevalere è la mia ingenua e giovanile anima di scrittrice. Tutta questa pappardella, per dire che nel commentare “Sparta Ovunque”, sono mossa dalle mie sensazioni di futura scrittrice e quindi si tratterà di una recensione atipica. “Sparta Ovunque” è l’ antologia di racconti nei quali sei autori si sono uniti a Carlo Menzinger di Preussenthal accettando la sfida di immergersi nell’universo ucronico di “Via da Sparta”. Attingendo al gergo manageriale si potrebbe dire che si tratta di uno spin off in cui appunto le nuove opere creative si sviluppano sotto l’influenza dell’opera originaria da cui derivano rispettandone le coordinate fantastiche. Queste coordinate sono tante e tali che faccio prima a rimandarvi alla lettura della trilogia “Via da Sparta” su cui non intendo eccessivamente spoilerare. Nei presenti racconti, comunque, vengono richiamati alcuni aspetti che mi coinvolgono e allertano la mia fantasia. Intanto viene ridescritta la geografia politica del nostro pianeta. “Via da Sparta” è per l’appunto un mondo ucronico, poiché l’autore, divergendo dalla storia come noi la conosciamo, immagina che Sparta abbia sconfitto Tebe a Leuttra nel 371 a.C.. Ne è derivata la sua supremazia nel mondo con un dominio che si è esteso a gran parte dei continenti. La capitale dell’Impero di Sparta si trova al posto dell’antica Sparta, nel Peloponneso, ma ora si chiama Lacedemone. L’Impero si estende per tutta Europa, fino agli Urali, ma vi sono anche territori parzialmente indipendenti come i Regni Perieci del Nord, corrispondenti alla Scandinavia. Al di fuori dell’Europa fanno parte dell’Impero di Sparta anche Africa, Nord e Sud America, parte dell’Asia meridionale, tra cui India e Bengala. l’America centrale con capitale Mexicatl (l’attuale Città del Messico) è indipendente. L’impero secolare di Sparta è contrastato ad oriente dai samurai di Nippon Koku (il nostro Giappone) che, sottomessa la Cina nel 1540 d.C., hanno esteso la loro supremazia sull’altra metà del pianeta. Una descrizione dettagliata di questo mondo comporterebbe una mappa che in realtà è stata definita con il contributo di Francesco Guglielmino. Bene! Immaginate un po’ che cosa mi interessa e mi coinvolge nell’intimo, di tutto questo rimescolamento? Le terre che hanno mantenuto una propria indipendenza e in particolare i Regni dei Perieci nel Nord Europa. Come se sotto a questa indipendenza stesse scritto resistenza. E’ un’apparizione fugace, che tuttavia trova spunti giustificativi in alcune narrazioni. Per esempio nel racconto “Lo scisma” di Massimo Acciai Baggiani centrale è il ruolo della comunità de I Gesuisti che, pur non avendo niente a che fare con le terre del Nord, possono essere definiti come una sacca di resistenza al pensiero monoverso e totalitario che ha dato luogo alla realtà distopica avveratasi nell’Impero di Sparta. Queste pagine in cui l’autore rilegge e ripercorre il pensiero cristiano mi hanno molto toccato. Lo dico da laica, contaminata anche dal fascino di altre religioni. Tuttavia è difficile sottrarsi al senso di compassione e umana fratellanza, all’anelito di libertà che è anche libertà di credo, che si respira in queste pagine, di cui manco a dirlo consiglio caldamente la lettura. Altre attrattive di questo racconto, che mi avrebbero comunque spinto a parlarne, è che l’autore immagina che I Gesuisti siano apportatori di una nuova lingua, un idioma che aveva mescolato al greco, lingua originariamente parlata, le tracce del dialetto germanico del territorio di insediamento. Infatti, il loro villaggio sorge nella zona denominata Sappada sulle Dolomiti friulane al confine occidentale della Carnia. Le tracce del dialetto germanico erano presenti soprattutto in espressioni tecniche ma anche in durevoli modi di dire. Ne era nata una lingua franca a cui viene dato il nome di apolema. Ecco, una suggestione questa, di una nuova e diversa lingua, che potrebbe germinare nella mia fantasia di scrittrice, come se si trattasse di una specie di linguaggio cifrato, verso il cui orizzonte mi spingono le mie consistenti letture di storie di spionaggio. Un altro particolare che mi ha ben impressionato è la creazione di un mostro, il Rollatos -colui che spezza i rami-un animale sui generis che vive nei bòschi da tempo immemorabile, forse una bestia immortale. Si ciba di cinghiali e di altri animali e, sporadicamente, di uomini e di donne. Il suo habitat è il Bosco delle streghe da cui egli bandisce in particolare gli stranieri, mentre mostra pietà nei confronti dei Gesuisti che oramai conosce e di cui tollera la presenza. Mi affascina questa provocazione intellettuale di animali fantastici e prima o poi potrei dedicarmici affrontando le peripezie di una prova saggistica e narrativa insieme. Come ora sto facendo per il sogno e per il tempo della notte che in genere lo ospita. Altri elementi comuni a questi racconti e derivati dalla trilogia originaria, si insinuano nella mia mente con fastidiosa insistenza. In primis le proprietà del tempo divergente che regna in “Via da Sparta”. Perché Carlo Menzinger si è inventato un vero e proprio calendario: Il tempo viene computato contando gli anni dalla 1^ olimpiade quindi alla data del calendario cristiano si sommano 776 anni. Per esempio il 771 a.C. sarebbe stato detto primo anno dopo la seconda Olimpiade. Ciò consente di dire che la saga di Aracne inizia in un 2009 alternativo e prosegue fino al 2015. I mesi dell’anno sono così costituiti

POSEIDIONE (15 dicembre – 14 gennaio)

GAMELIONE (15 gennaio – 14 febbraio)

ANTESTERIONE (15 febbraio – 14 marzo)

ELAFEBOLIONE (15 marzo – 14 aprile)

MUNICHIONE (15 aprile – 14 maggio)

TARGELIONE (15 maggio – 14 giugno)

SCIOROFORIONE (15 giugno – 14 luglio)

ECATOMBEONE ( 15 luglio – 14 agosto)

MEGAGITNIONE (15 agosto – 14 settembre)

BOEDRIMIONE (15 settembre – 14 ottobre)

PIANEPSIONE (15 ottobre – 14 novembre)

MEMACTERIONE (15 novembre 15 dicembre).

Le novità non finiscono qui poiché non si aveva un’unica misura del tempo. Per esempio l’unità di misura calcolata secondo il tempo della capitale Lacedemone era il centiode a sua volta suddiviso in dieci periodi millesimi o milliodi. Nella Anoteregnosia (una specie di Università degli studi) ogni lezione veniva divisa 5 periodi la mattina e tre periodi il pomeriggio. Gli ospedali conoscevano un modo tutto loro di dividere il tempo, eccetera. Questi dettagli sono estremamente sfidanti e sollecitano un mondo fantastico cui dare vita. Peraltro tutti i racconti si esprimono posizionando la storia in un anno olimpico. A mio modo di leggere vi sono almeno due racconti che si pongono quasi al limite dei confini del mondo ucronico creato da Carlo Menzinger. Questo assolutamente non ostacola che si propongano in maniera interessante. Parlo del racconto d’inizio “Le donne di Sparta” e di quello che pone termine alla raccolta “Deus Vult”. Comincio dal secondo – autore Pierfrancesco Prosperi- in quanto vi ravvedo dei punti di contatto con la narrazione di Massimo Acciai Baggiani che già ho commentato. In questa storia i protagonisti vivono in stato di schiavitù come tutti gli iloti e sono in fuga da Lacedemone capitale dell’Impero spartano poiché nei rifiutano i principi. Anch’essi anelano alla libertà e allo scoccare della cripteia, l’annuale caccia agli iloti, hanno progettato di raggiungere la Calcide terra nella quale

esisterebbero piccole comunità di uomini liberi che vivono di caccia e di pesca, uno stile di vita alternativo. Solo che in questa narrazione l’anelito alla libertà per compiersi necessita di una vittoria che si ispira sì a principii di giustizia ma si accompagna ad una furia cieca che porta alla distruzione di Lacedemone senza distinzione tra i buoni e i cattivi. Per quanto riguarda il racconto “Le donne di Sparta” – autore Donato Altomare- la caratteristica che più mi ha intrigato è il ricorrere alla mitologia in un contesto fantascientifico. Mi si è aperto come un orizzonte, che certo sfrutterò e che mi rende più vicino, più amica questo tipo di letteratura. Racconti come “L’onore di Sparta” – autore Sergio Calamandrei – e “Odino e il serpente ” – autore Paolo Ninzatti – sono focalizzati su temi bellici che mi sono meno congeniali. E’ indubbio che comunque gli approfondimenti storici sono importanti e condotti con scrupolosa affidabilità, così da imporsi e rendere interessante la narrazione.In ultimo e non per ultimo voglio ricordare il contributo di Linda Lercari Bartalucci dal titolo “Nella terra dove si sveglia il sole”. Caratterizzato dalla ambientazione esotica, ha per protagonista un essere mezza volpe e mezza donna che ha abbracciato l’arte del Samurai. Qui, più che agitare lo spettro dell’animale fantastico, si fa strada il topos letterario della creatura da laboratorio che l’autrice impegna in una invettiva dialogante contro il genetista senza scrupoli che le ha dato i natali. Mi perdonerà l’amico Carlo se questa volta evito di commentare il suo contributo, in sé interessante, ma viziato da un’asimmetria di posizione che lo rende privilegiato rispetto agli altri scrittori. Sono poche queste righe di commento alla raccolta dei racconti e forse anche frammentate nella logica che le sottende, ma, spero, possano invogliare alla lettura di un’opera che certo merita attenzione.

di Chiara Sardelli

La straordinaria nevicata dell’85

Recensione di Chiara Sardelli (28 luglio 2021)

Una lettura facile o meglio dire scorrevole questa del libro di Massimo Acciai Baggiani che pure affronta temi importanti.

La trama è presto detta: il protagonista del romanzo soffre di una amnesia che gli impedisce di trattenere e valorizzare nella veglia cosciente i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza. Per questo si vede costretto ad affidarsi agli album fotografici di quei primi anni di vita che gli restituiscono degli spezzati, frammenti iconici di eventi importanti nell’ambito familiare ed anche di cronache del quotidiano. Talvolta banali, eppure così potentemente cariche di emozioni. Potrà altrimenti ricorrere all’amico Matteo, compagno di classe che dall’elementari continua a frequentarlo. Come succede spesso, la svolta decisiva nella vita di questo quarantenne smemorato avviene per caso. Durante una conferenza in cui per l’appunto si parla di viaggi nel tempo avviene l’incontro fatale con Guidalberto Negrini, un uomo si potrebbe dire dalle mille risorse.

Il tizio, quasi vivesse due vite in contemporanea, nella dimensione ordinaria lavora alle Poste e abita un modesto appartamento in un palazzone ottocentesco nel centro storico di Firenze; e lì cominciano gli elementi extra ordinem: la moglie fattucchiera, gli esperimenti e i poteri paranormali di Guidalberto che si rileva abile ipnotizzatore, oltre ad una figlia ventiduenne che, come Beatrice per Dante, guiderà il nostro eroe in un viaggio nel tempo risalente all’inverno del 1985 ( da qui il titolo del romanzo). Come nell’inferno che si rispetti, il protagonista, personaggio senza nome, dovrà affrontare il mostro, cosiddetto anti-engramma che ha determinato la sua amnesia e soprattutto incontrare il suo sé bambino, accettarlo e reintegrarlo nella sua identità adulta.

Con leggerezza Massimo ci parla di questo peregrinare agli inferi fino a risalire a riveder le stelle. Ci parla del passato e del futuro, di come anzi il futuro parlerebbe a chi vi ci fosse catapultato con un salto temporale di circa trenta anni. Delle aspettative andate deluse, ma anche delle scoperte e delle innovazioni che vanno ben oltre gli sforzi e i prodotti della nostra immaginazione cristallizzata nel presente di trenta anni prima.

Non so se si possa parlare di un romanzo fantascientifico in senso proprio, almeno di non inquadrarlo nella fantascienza speculativa. Poiché la lettura porta a riflettere sulle antiche saggezze, sulle tecniche della meditazione, note alle pratiche buddhiste ed allo stile di vita zen, sul potere salvifico della parola che si fa verbo o meglio mantra, sull’unione che nasce dal padroneggiare lingue in comune. Che se poi la lingua è l’esperanto, di cui l’autore è fantastico seguace, meglio. Spero di avervi dato un’idea di questa opera, curiosa e seria ad un tempo, anche se per entrare in empatia, bisogna stare tra queste pagine e trovarvi il proprio personalissimo modo di starci.

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