Gabriella Zonno legge “Gente di Dante”

Premessa
Finalmente dopo tanti mesi, sono riuscita a finire di leggere “Gente di Dante”. Il volume è stato scritto e pubblicato per il Settecentesimo anno dalla morte del Divin Poeta. Diciamo subito che libri su Dante e la Commedia sono innumerevoli. Di seguito vi allego un link da cui potrete capire quanto vasta sia la produzione letteraria dedicata a Dante e alla Divina Commedia: https://www.700dantefirenze.it/. Cito soltanto alcuni recenti testi, mi perdoneranno gli amici scrittori dell’associazione GSF, ma parlare di Dante è affascinante e complesso allo stesso tempo: “A riveder le stelle” di A. Cazzullo e “Dante” di A. Barbero. 
In questo lungo excursus, impossibile non ricordare il testo dedicato a Dante da parte di Boccaccio “La Vita di Dante”. Nel citare questi testi, però, ci stiamo riferendo alla critica letteraria del Sommo Poeta o al massimo ad alcuni fugaci passaggi  della Sua vita. Chiunque si occupi di Dante, infatti, si sofferma sulla sua figura e la Sua opera: “La Divina Commedia”, commentata da Franco Nembrini– giusto per citare una delle ultime edizioni della Commedìa. 

Quasi nessuno si occupa delle persone che hanno fatto parte della vita di Dante Alighieri. Rimane, ad esempio, un mistero di chi fosse realmente Gemma Donati, così giusto per fare un esempio.
Questa mia lunga premessa era doverosa, perché non stiamo parlando di un poeta qualunque ma stiamo parlando del Sommo Poeta. La Divina Commedia è l’opera più letta e tradotta dopo la Bibbia. 

Recensione 
L’opera qui presente quindi, a differenza della maggior parte dei testi pubblicati, ha un approccio originale e ambizioso. Si tratta di un progetto editoriale sotto forma di antologia, suddivisa in due parti: una parte storica e una parte puramente creativa. 

L’opera è edita dalla casa editrice TABULA FATI; ha ottenuto il contributo del Museo Casa di Dante di Firenze. Contiene una bellissima prefazione del professor Massimo Seriacopi e una presentazione di Paolo Ciampi. È corredata da un’ottima introduzione scritta a quattro mani da Caterina Perrone e da Carlo Menzinger

Si dà merito a tutti gli autori che si sono prodigati nello scrivere i racconti di questa ampia e dettagliata antologia, un’operazione collettiva che mira e, direi, riesce a dare forma e vita a personaggi più o meno noti che hanno fatto parte della vita di Dante. Difficile dire quale sia il racconto che mi è piaciuto di più. 

Sicuramente mi ha colpito per la sensibilità, il racconto di Brunetto Magaldi “Il breve soggiorno lucchese di Dante Alighieri”. Inutile dire che si fanno numerosi riferimenti ai personaggi della vita ma anche a personaggi citati nella Commedia: “Io sono la Pia” di C. Perrone. Si ringrazia per l’incipit:”….ricordati di me che son la Pia, Siena mi fé, disfecemi Maremma….” (Dante Alighieri, Purgatorio V 130 -136). Ci tengo a precisare che le fonti storiche dedicate alla vita di Dante sono molto poche, spesso sono soltanto dei frammenti. Quindi tutti gli autori sono stati davvero bravi nel cercare di ricostruire fatti e vicende, soprattutto quelle meno note. 

Certo un conto è scrivere della battaglia di Campaldino, mi riferisco al racconto di Giorgio Smojver oppure il racconto davvero originale di Alessandro Lazzeri “Campaldino 2021”. Pregevoli i due racconti: “La conversazione” di Giovanni Paxia e “La vendetta de lo Alighieri” di Sergio Calamandrei. Del primo, vi riporto l’incipit: “L’anno scorso un ricercatore dell’Università Paris-Sorbonne si è imbattuto in un documento in latino medioevale…” Si narra di una conversazione che sarebbe avvenuta a Ravenna nel 1318. L’autore di questo documento risulta essere un certo Jacopo Tessari. Al lettore e agli studiosi lasciamo il compito di approfondire la veridicità di questo documento sul quale sapientemente G. Paxia riesce con maestria a costruire un gradevole e verosimile racconto.

Renato Campinoti invece ci narra di un episodio accaduto a Jacopo Alighieri, figlio di Dante e Gemma Donati. Luca Anichini nel suo racconto “L’arte della guerra” ci rammenta le due battaglie più importanti per la Repubblica fiorentina: la prima contro la Repubblica senese e la seconda contro Arezzo. Siamo nel 1289 e Dante all’epoca aveva ventiquattro anni. 

Si ringraziano tutti gli autori per le numerose citazioni della Commedia. D’altronde sarebbe stato inconcepibile non farlo.
Interessante il racconto di Cristina Gatti “L’occultista ascolano”. Il suo racconto molto dettagliato ci parla di Francesco di Simone Stabili, detto Cecco d’Ascoli, accusato d’eresia per aver scritto un libercolo dal titolo “L’Acerba”, che è stata definita l’“Anti Commedia” da Gianfranco Contini.
L’unico racconto dedicato a Gemma Donati è quello dal titolo: “Io sono colei di cui nessuno mai parlò” di Antonella Cipriani. Racconto finalmente tutto incentrato tra Dante e sua moglie, Gemma Donati. 

Sorpresa ma non più di tanto dal racconto di Miriam Ticci “Dante ed io”, in cui l’autrice ci racconta semplicemente il suo rapporto con Dante. Un rapporto che non può concludersi in poche righe e parole. Dante è stato immenso nella Vita, per le sue vicende complesse, e per la sua vasta produzione letteraria. 

Mi fermo qui; non me ne vogliano gli altri autori. Tutti bravissimi, nessuno escluso. 

In conclusione, vi consiglio vivamente la lettura di questo testo a cui spero di aver dato il mio piccolo contributo, perché è un progetto editoriale collettivo che ci racconta fatti e particolari non dall’alto del Sommo Poeta ma dal basso, almeno in apparenza. In apparenza, perché come spero si sia compreso di “basso” e di popolare, in realtà c’è poco se non niente. Ancora complimenti a tutti per questa antologia così intelligentemente progettata e impostata. Un libro che può essere inserito accanto e testi di più noti studiosi; un libro che sicuramente non può mancare nella biblioteca di chi ama Dante. 

Gabriella Zonno

Dante tra Firenze e Ravenna

Incontro d’autori al Chiaroscuro

Giovedì 14 Aprile 2022 – ore 18,00
Caffè Chiaroscuro
Via del Corso 36 R (50122 Firenze)
Paolo Ciampi e Paolo Codazzi presentano
L’incontro tra gli autori di due antologie dantesche
Gente di Dante” e “Le altrui scale
Introduce Cristina Gatti, Presidente del GSF.
Intervengono i curatori Nevio Galeati,
Carlo Menzinger di Preussenthal e Caterina Perrone.

Ogni sera Dante ritorna a casa… all’Impruneta

BIBLIOTECA COMUNALE DI IMPRUNETA

Piazza Buondelmonti, tel. 0552036404

Sabato 5 Marzo, ore 16,30

Presentazione del libro di Roberto Mosi

Ogni sera Dante ritorna a casa. Sette passeggiate con il poeta

Roberto Mosi ci accompagna con un’allegra brigata di vecchi amici tra le strade della Firenze medievale … 
Presenza e incipit dell’assessore Sabrina Merenda.

Il pittore Enrico Guerrini presenta momenti della sua ricerca sui colori e le forme della Divina Commedia e disegna all’impronta luoghi e personaggi.

Ogni sera Dante ritorna a casa: una piccola, geniale operazione culturale di Roberto Mosi (letto da Renato Campinoti)

Fra le pubblicazioni uscite in occasione dei settecento anni dalla morte del

Ogni sera Dante ritorna a casa. Sette passeggiate con il poeta - Roberto  Mosi - Libro - Ass. Culturale Il Foglio - Narrativa | IBS

Sommo poeta, mi fa piacere segnalare questo volume che Roberto Mosi ha composto, raccogliendo il frutto di ben sette passeggiate intorno ai luoghi della vita e delle opere (La divina commedia principalmente!) fatte insieme ad un gruppo di amici, in un periodo, quello della fase più dura della Pandemia e delle restrizioni conseguenti. E’ stato questo, anche un modo per esorcizzare, con la cultura e la poesia di Dante, la tristezza di quei momenti.

Nonostante l’ingresso nel periodo della regione rossa (per la Pandemia!), il gruppo non si è fermato, impostando due delle sette passeggiate in forma virtuale, dando anche un segnale di positività alle restrizioni inevitabili. Va detto che la compagnia degli amici era ben formata, nel senso di una solida cultura dantesca e non solo e di una presenza anche di attori di scena che hanno contribuito ad arricchire per loro (e per noi lettori) la descrizione dei luoghi e delle rimembranze dantesche presenti nelle sue opere.

Molto ben organizzata la logica delle passeggiate che, partendo dal luogo più intimo di Dante, quella che viene comunemente riconosciuta come la Casa di Dante, in via Alighieri, dove è posta la lapide che è a premessa di tutto il percorso (“Io fui nato e cresciuto sovra il bel fiume d’Arno alla gran villa”) si snoda poi alla riscoperta delle lapidi che nel ‘900 il Comune fece mettere a memoria delle vicende dantesche. Dal “mio bel San Giovanni”, il Battistero dove fu battezzato, ai luoghi del conflitto tra i Donati e i Cerchi, (acerbo il racconto della violenta morte di Corso Donati, l’uomo che con violenza aveva preso il potere e cacciato Dante e poi i figli dalla città)   che fu la vera cagione del suo esilio, fino ai ricordi del suo avo più amato e stimato, Cacciaguida, perito nella crociata alle porte di Gerusalemme. Forse la cosa più interessante del volume è proprio questa giustapposizione tra la Firenze dei tempi di Cacciaguida (“Fiorenza dentro da la cerchia antica…si stava in pace, sobria e pudica”, dice Cacciaguida) e i tempi vissuti da Dante, immersi nello scontro tra i nuovi ricchi delle manifatture e della finanza e i nobili che gli Ordinamenti di Giustizia del 1293 vogliono tener fuori dal potere e dalle cariche della Repubblica. Nella Firenze del 300, insomma, lo sviluppo economico e la crescita di nuovi ceti (“la gran villa”, la più grande d’Europa a quei tempi) producono appetiti e scontri tra fazioni che vanno bel al di là delle vicende nate con lo sgarbo di Bondelmonte alla famiglia Amidei, la sua uccisione violenta e la nascita delle fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini.

Ma sarebbe inutile ripetizione ripercorrere qui le scoperte e le notizie che Mosi, col gruppo di amici, ci rimembrano con questo bel lavoro. Agile, sospeso tra la guida specialistica (Dante e la sua vita) e l’approfondimento culturale, si esce davvero arricchiti dalla lettura di quest’opera, che del resto va ad infoltire la ricca lista di libri dedicati da Mosi alla storia meno conosciuta di certe zone della Toscana (su tutte per me: “Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone. Storie francesi da Piombino a Parigi”), per non parlare delle tante opere poetiche che lo hanno visto raccogliere numerosi e prestigiosi premi.

di Renato Campinoti

TRE PREMI PER “GENTE DI DANTE”

L’antologia del GSF – Gruppo Scrittori Firenze “Gente di Dante” (Tabula Fati, Settembre 2021), curata da Caterina Perrone e Carlo Menzinger di Preussenthal il 10 ottobre ha avuto l’onore di veder premiato un nuovo racconto presente nel volume. Si tratta di “Io sono la Pia”, con cui Caterina Perrone ci parla di questo misterioso personaggio femminile della Divina Commedia, la cui esatta identificazione è ancora dibattuta.

Sono così già tre i racconti presenti nell’antologia che hanno vinto dei premi.

Io sono la Pia” di Caterina Perrone il 10/10/2021, è stato il primo classificato in Categoria C della 7^ edizione del Premio Internazionale di Letteratura “Sigillo di Dante”, promosso dal Comitato della Spezia della Associazione Dante Alighieri, con la seguente motivazione: Racconto bellissimo imperniato su uno dei personaggi più tragici e misteriosi di Dante. La storia della Pia nella “Commedia” è limitata a sette versi, nei quali però è ottimamente delineato il carattere “gentile” della donna, e questo racconto ce la fa rivivere proprio così e secondo le più recenti interpretazioni: si tratterebbe di Pia Malavolti, moglie di Bertoldo degli Alberti. Appare stupenda la descrizione dei personaggi e molto accurato e documentato lo spaccato del Medioevo, tra lotte civili e vita quotidiana. Il titolo va letto calcando sulla parola “Io”, come a dire: “Sono io la vera Pia di Dante e non altre descritte nel tempo”.

L’epica ingloriosa fine del cavalier Donati” di Paolo Ferro è opera vincitrice del Premio “La Città sul Ponte – 2020 del GSF, Categoria “Racconto a tema: la Toscana, terra di Storia e di storie”, già pubblicato da A.L.A: Edizioni nell’antologia del Premio “La città sul Ponte”. La motivazione del Premio è: “Ottima e dettagliata ricostruzione storica dell’autore che con maestria ripercorre, passo dopo passo, le gesta di un personaggio che fu determinante per la sorte della città di Firenze“.

Ready Infernum Player” di Silvia Alonso, il 15 Maggio 2021, si è classificato secondo per la sessione racconti inediti sull’inferno dantesco al Premio Letterario Internazionale Creati-Vita Firenze, con la seguente motivazione: Sapienzale il racconto “Ready Infernum player- l’amore che muove il sole e le altre stelle” che sa aggiornare il viaggio dantesco al tempo odierno in tono satirico, introducendo un videogame, a più livelli, al posto della struttura delle tre cantiche della Divina Commedia ma, al contempo, attuando in modo senziente una scrittura fruibile da tutti i lettori in base alla propria preparazione culturale. Quindi, vari gradi di comprensione in quanto all’interno dell’opera sono contenuti simboli e archetipi, da sempre patrimonio filosofico di vera saggezza, proprio come era per i Fedeli D’Amore di cui Dante faceva parte.” (Enrico Taddei, segretario del Premio).

Con l’occasione si ricorda che Lunedì 18 Ottobre 2021, alle ore 17,00 presso SMS – Società di Mutuo Soccorso di RifrediVia Vittorio Emanuele II, 303 (50134 Firenze), ci sarà la Presentazione dell’antologia del GSF – Gruppo Scrittori Firenze“Gente di Dante”.

Presentano Clara Vella, Arrighetta Casini e il curatore Carlo Menzinger di Preussenthal. Brevi interventi degli autori presenti

Il GSF con questo volume che comprende 36 racconti sui personaggi del tempo e delle opere dell’Alighieri, ha voluto commemorare la ricorrenza dei 700 anni dalla morte del poeta fiorentino.

LA GENTE DI DANTE IMPROVVISAMENTE

Sabato 9 ottobre alle ore 11,00 saremo presso la Biblioteca delle Oblate (via dell’Oriuolo 24, Firenze), dove nel pomeriggio il GSF proclamerà i vincitori del Premio La Città su Ponte. Il volume sarà presentato nell’ambito dello spettacolo “DANTE IMPROVVISAMENTE” del Rimattore Pier Paolo Pederzini.

Lunedì 18 Ottobre 2021, alle ore 17,00 saremo invece ospiti del SMS di Rifredi in via Vittorio Emanuele II, 303. Presentano Clara Vella e Arrighetta Casini.

Dante senza veli

Di Massimo Acciai Baggiani

Mentre sto scrivendo queste righe non è ancora finito il mese dedicato ai festeggiamenti per i 700 anni della morte del Sommo Poeta, in questo secondo anno pandemico che ha già visto tanti eventi dedicati a lui e alla sua Opera: non è molto ad esempio che è stato presentato, alla Biblioteca Buonarroti qui a Firenze, l’antologia Gente di Dante, curata da Carlo Menzinger e da Caterina Perrone per il Gruppo Scrittori Firenze (a cui ho partecipato con un mio racconto di genere fantascientifico, Lettere postume di Dante Alighieri), e presto faremo il bis al Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, accanto all’omonimo museo dedicato al Poeta.

Tra i prefatori dell’opera figura il dantista Massimo Seriacopi, che ha fatto anche da consulente storico. Seriacopi ha a sua volta pubblicato, in questo stesso anno dantesco, una breve monografia intitolata Dante senza veli. In un’ottantina di pagine l’autore si propone di parlare di Dante senza le “incrostazioni” della leggenda che fin da tempi antichi avvolge la sua figura, di cui poco sappiamo come dati storici inconfutabili. Dante rappresenta ancora un mistero, ma Seriacopi si propone di togliere i “veli”, non i segreti. Nella prima parte del libro traccia una breve biografia del Sommo (non a caso il sottotitolo del libro è Una biografia) partendo da quei pochi dati storicamente certi, in particolare intorno all’amaro “essilio”. La seconda e la terza parte sono costituite da una carrellata delle sue opere e dal pensiero del Poeta, desunto dalle prime. Il libro si conclude con una notarella non meno importante che sfata la “diceria” secondo cui il vero nome del Sommo sarebbe Durante e non Dante (presunta forma sincopata del nome di battesimo, nomignolo con cui sarebbe entrato nell’immortalità letteraria).

Il testo di Seriacopi è corredato dalla riproduzione di diverse opere a tema di Enrico Guerrini e da un cd allegato con alcuni frammenti della Commedìa su musiche originali, composte per l’occasione da Fabiano Fiorenzani. Insomma, un omaggio prezioso a questa figura che Seriacopi non esita a definire «il più grande poeta mai vissuto sul nostro pianeta»[1], presentato nel giardino dell’SMS di Rifredi, ieri 27 settembre 2021 con grande partecipazione del pubblico, il quale ha dimostrato che Dante è ancora oggi, dopo sette secoli, un poeta assolutamente “popolare” e non confinato alle accademie.

Firenze, 28 settembre 2021

Bibliografia

AA.VV., Gente di Dante, Chieti, Tabula Fati, 2021.

Seriacopi M., Dante senza veli, Castelfranco Piandiscò, Setteponti, 2021.


[1] Seriacopi M., Dante senza veli, Castelfranco Piandiscò, Setteponti, 2021, p. 27.

ECCO LA GENTE DI DANTE!

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“Gente di Dante” è l’antologia di racconti del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, omaggio ai settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. Ma quale morte, se il suo ricordo ancora riesce a destare emozioni, scatenare fantasie, generare narrazione?

La “Gente di Dante” non è solo quella di Firenze del 1200 e 1300 o delle sue opere, siamo anche noi, che a lui ancora ci ispiriamo, scrittori appassionati e coinvolti non da un ricordo ma dalla presenza viva della sua figura e della sua storia.

L’iniziativa ha trovato tanti seguaci: ci siamo voltati e la “gente” era ormai una piccola folla. Tanti autori, tante idee diverse, tanta inventiva, tante chiavi narrative, dalla storia, all’ucronia, alla creazione fantastica. Il GSF ha così voluto soddisfare gli amanti di generi letterari diversi, ma soprattutto rendere omaggio al grande poeta fiorentino, alla sua opera poliedrica, non dimenticando che fu il primo scrittore di genere fantastico nella nostra lingua e che fu uomo oltre che artista. Da questa molteplicità le due anime dell’antologia:

La suggestione della storia

L’incanto della fantasia.

Ed eccovi allora, in attesa che sia pubblicato, per cominciare a farvi un’idea l’indice del volume:

Prefazioni

Un nuovo modo di far parlare Dante – Massimo Seriacopi

Vivo tra i vivi, con questi racconti – Paolo Ciampi

Introduzione dei curatori– Carlo Menzinger di Preussenthal e Caterina Perrone

Parte 1: La suggestione della storia

  1. Il ghibellino – Fabrizio De Sanctis
  2. L’arte della guerra – Luca Anichini
  3. Io sono la Pia – Caterina Perrone
  4. La zara di Campaldino – Giorgio Smojver
  5. Due Cavalieri – 11 giugno 1289 – Gianni Marucelli
  6. L’amicizia rivoluzionaria – Luca Lunghini
  7. Maestri e opere – Gabriele Antonacci 
  8. Segreti e bugie nella famiglia Alighieri – Renato Campinoti
  9. L’ospite illustre – Maila Meini
  10. Due esuli a confronto – Barbara Carraresi
  11. Il breve soggiorno lucchese di Dante Alighieri – Brunetto Magaldi
  12. L’epica ingloriosa fine del cavalier Donati – Paolo Ferro
  13. Corso Donati, il Barone – Roberto Mosi
  14. Sotto il Ponte Rubaconte – Milena Beltrandi
  15. La conversazione – Giovanni Paxia
  16. La vendetta de lo Alighieri – Sergio Calamandrei
  17. L’ultimo sogno di Dante – Antonella Bausi
  18. L’occultista ascolano – Cristina Gatti

Parte 2: L’incanto della fantasia

  1. O se il mio cor avesse immaginato – Nicoletta Manetti
  2. Io sono colei di cui nessuno mai parlò – Antonella Cipriani
  3. L’infante Dante- Manna Parsì     
  4. Campaldino 2021 – Alessandro Lazzeri
  5. Il sabato di San Barnaba – Pierfrancesco Prosperi
  6. De abdicatione – David Ferrante
  7. Bieiris, Dante e Margherita – Rosalba Nola
  8. Un inizio divino – Samuele Mazzotti 
  9. Il poeta e il cavaliere – Bruno Vitiello 
  10. Notte di metà settembre – Francesco Russo
  11. Dante ed io – Miriam Ticci
  12. Viaggio nel tempo – Terza Agnoletti
  13. Il barattiere – Fabio Ferrante
  14. Il Paradiso è un attico al 6° piano – Francesca Tofanari e Oliva Cordella
  15. Ready Infernum Player – Silvia Alonso
  16. I canti perduti – Carlo Menzinger di Preussenthal
  17. Lettere postume di Dante Alighieri – Massimo Acciai Baggiani
  18. Con occhi di bragia- Donato Altomare

Appendice

A casa di Dante – a cura dell’Unione Fiorentina Museo Casa di Dante.

L’antologia sarà edita dal Gruppo Editoriale Tabula Fati.

Oltre agli autori hanno collaborato al volume i curatori Caterina Perrone e Carlo Menzinger di Preussenthal, il Comitato Editoriale, composto oltre che dai curatori, da Massimo Acciai Baggiani, Renato Campinoti, Barbara Carraresi, Cristina Gatti, Chiara Sardelli e i consulenti storici Alessandro Ferrini e Massimo Seriacopi. L’immagine di copertina suggerita all’editore è di Daniela Corsini.

Questo volume fa parte dei progetti editoriali promossi dal Gruppo Scrittori Firenze, costituitosi nel 2016 quale Associazione Culturale.

Dalla sua fondazione, il GSF ha visto la partecipazione di oltre duecentocinquanta persone alle varie attività. Tra le attività promosse dal GSF vi sono premi letterari e artistici, quali “La Città sul Ponte” e “Artwork”, presentazioni e incontri letterari, corsi di scrittura, gruppi di lettura, reading, iniziative turistiche e artistiche, spettacoli teatrali e vari momenti conviviali (www.grupposcrittorifirenze.it,   https://grupposcrittori.wordpress.com/). Con i suoi autori il GSF ha realizzatole antologie collettive Vista da noi (Porto Seguro ed., 2016); Squi-Libri (Porto Seguro ed., 2017); Je t’aime…Moi non plus (Porto Seguro ed. 2017); La gioia di vivere (ALA ed., 2019); Accadeva in Firenze capitale. Racconti storici dal 1865 al 1871, (Carmignani ed., 2021).

Il canto della negazione. Lectura di Inferno XIII, con l’ausilio di commenti inediti trecenteschi – Massimo Seriacopi

Intendo partire, riguardo all’analisi che mi propongo di intraprendere, da alcune notazioni di carattere linguistico e, per così dire, “tecnico”, perché credo sia giusto sancire una prima, fondamentale regola per la filologia e la critica dantesca: si parta sempre da un’analisi del testo strettamente attinente al dettato e alle espresse intenzioni di Dante (tenendo però presente l’evoluzione del pensiero registrabile nel corso di un itinerario intellettuale e letterario, nonché esistenziale), e da ciò che per lui “faceva scienza” (ma che, si ricordi, dall’autore veniva originalmente rielaborato e sistematicamente finalizzato).

E quindi: voglio sottolineare il fatto che all’interno dei primi 105 versi del canto XIII dell’Inferno, che comprendono l’intero episodio inerente ai suicidi (terminante con la terzina successiva all’ultimo verso ricordato), compare ben 17 volte la negazione non, e la prima volta essa è proprio il termine di apertura di questo canto.

Considerando il funzionamento del “sistema espressivo” e strutturale dantesco (senz’altro preordinatamente organizzato), questa insistenza non può essere casuale; e viene sùbito evidenziata, si noti, attraverso l’anafora del non, già appunto parola iniziale del primo verso, all’interno della terzina costituita dai versi 4, 5 e 6; l’avverbio di negazione viene insistentemente replicato pure al verso 7, con rafforzamento dato verso la fine di quest’ultimo verso da ; non passi inosservato poi nemmeno il neun presente al verso 3!

Come se non bastasse, degna di rilievo in tale direzione appare l’insistita ripetizione, in apertura dei secondi emistichi dei versi 4, 5 e 6 già “incriminati”, della congiunzione avversativa ma, che sigla in modo geometricamente corrispondente un senso di contrapposizione, ancora una volta, volutamente insistita, un senso di ribaltamento di una realtà utopica (una sorta di giardino edenico) in una distopica (l’evidente contrapposizione speculare ad esso, la sua “gemellare” deformazione); e sarà opportuno sottolineare anche l’insistita presenza di forme verbali in costruzione negativa o che rimandano ai concetti di sottrazione e assenza.[1]

Non può esserci dunque dubbio: ci troviamo di fronte a un vero e proprio “canto della negazione”, in perfetta corrispondenza alla sorte ultraterrena di chi ha voluto negare la propria vita, alla condizione attuale ed eterna di chi nella vita terrena ha fatto violenza nei confronti di se stesso, del proprio corpo, del proprio “livello di esistenza” consegnandosi così, dalla dimensione umana, a quella vegetativa, nettamente inferiore nella “scala” esistenziale, e quindi, in definitiva, ad una collocazione ben precisa (benché casuale all’interno della selva nella quale si viene scagliati) nella regio dissimilitudinis alla quale ci si è volontariamente consegnati con distorto uso del libero arbitrio da Dio donato.

Non so, quindi, quanto sia corretto parlare, a proposito di tale condizione, di “terribile innaturalità”[2] quando invece bisognerebbe porre l’accento sullo “scadimento” della condizione umana a livello vegetativo (ma è una vegetazione che pensa e parla! L’essere vegetale diventa davvero una gabbia tormentosa dell’anima umana, in questo rimescolamento di natura “superiore” e “inferiore”), sulla violenza perpetrata nei confronti dell’ordine naturale da parte dei peccatori in questione, che agiscono in deliberata contrapposizione a quell’inclinazione naturale che porta all’autoconservazione e all’oculato utilizzo di ciò che serve per esistere, e che annullano nel proprio animo la virtù teologale della Speranza, e per questo non possono essere che “perduti”.

Tali aspetti vengono nettamente ribaditi dal personaggio esemplare incontrato, Pier delle Vigne, ai versi 103-108: poiché infatti non è giusto aver ciò che om si toglie, nel momento del Giudizio Universale, quando tutte le altre anime si rivestiranno delle proprie spoglie, nessuna di quelle dei suicidi, secondo la concezione dantesca, potrà attuare questo atto di ricongiungimento e riunificazione anima-corpo al momento del ritrovo collettivo nella valle di Giosafatte; i corpi rifiutati dai loro stessi “proprietari” verranno appesi ognuno al corrispondente prun (quello in cui è già ora rinchiusa, conglobata e ormai per così dire “connaturata” l’anima) della mesta selva.[3]

Non si esaurisce qui, inoltre, si noti bene, l’insistito uso del concetto di negazione e, vorrei dire, del “ribaltamento”, del “capovolgimento” causato dal rifiuto del corpo e anche dei beni che ci sono stati donati; sono aspetti, questi, che vengono siglati proprio dall’uso linguistico caratterizzato, come si diceva, da tale senso di negazione e di contrapposizione ripetutamente adottato: altre spie linguistiche in tal senso sono il termine invidia (in negativizzante preposto al verbo “vedere”: la viziosa incapacità di sopportare la vista dei successi altrui, invece di farli diventare uno stimolo esemplare per il proprio innalzamento; o, se preferiamo, è chi podere, grazia, onore e fama/ teme di perder perch’altri sormonti,/ onde s’attrista sì che ’l contrario ama, a rigore di Purgatorio XVII, 118-120); il “tornare” dei lieti onor’ in tristi lutti; disdegnoso e disdegno; la contrapposizione giusto/ingiusto; il contra me del verso 67 ripreso nel me contra me del verso 72; l’ossessiva presenza di forme verbali in costruzione negativa o che esprimono sottrazione o assenza, come già sottolineato; e se nella narrazione attribuita a Pier delle Vigne questi viene rappresentato come artefice di un raffinatissimo “gioco stilistico” a ricordarne la valenza di magister dell’ars dictandi (affamato di onori mondani, di umana gloria e di quella “memoria” che ora giace) che ebbe in vita, non passi inosservato il fatto che qui Dante, in questa sua “riproduzione mimetica”, mette in atto una vera e propria aemulatio che non ha niente da invidiare a quella che attuerà in chiusura del canto XXVI del Purgatorio con i versi in lingua d’oc “messi in bocca”, per così dire, all’anima di Arnaut Daniel.[4]

E, ancora una volta, anche la ricerca esplicativa di un exemplum che trasporti da un’esperienza individuale a un’intera realtà “sociale” viene attuata e convincentemente proposta negli episodi inerenti a Pier della Vigna e agli scialacquatori; si narra, qui, dello svellere per l’eternità l’anima dal corpo, degli inganni causati dai desideri e dalle cure del mondo terreno qualora si ceda all’allettante sirena della realizzazione egoistica, vana e pure superba, o dello smodato uso dei beni terreni in generale: altro modo per veicolare la propria distorta autoaffermazione, inerente a una dignitas che erroneamente si basa solo su valori mondani, perfino quando si manifesta l’ansia di proclamare al mondo dei viventi la vera natura del comportamento tenuto in vita nei confronti di Federico II; ma qui, tra questi dannati, inoltre, allo stesso tempo, si prospetta una volontà di negazione del progetto divino, quello che prevede una vita “socialmente produttiva” e fruttuosa all’interno della comunità, e non certo la propria dissoluzione per un superbo e immaturo disdegnoso gusto, che suona proprio come un’autoaccusa.

Non si trascuri però, contemporaneamente, la complessità delle visioni offerte da autore, che non può che condannare, pur riflettendo sulla fragilità umana e sulla degenerazione del mondo, e pellegrino nella dimensione ultraterrena, ma che prova comunque un’accorata pena e che riflette su quell’invidia diffusa nelle corti (e nei comuni: questa è la lonza del primo canto, l’invidia che distorce la polis  fiorentina!) che era stata concausa del suo esilio; basterebbe pensare a ciò che scrive uno storiografo dell’epoca, Ricordano Malespini, nella sua Istoria fiorentina, ad locum,proprio a proposito di Piero delle Vigne, per capire quale poteva essere la considerazione dantesca del maestro nell’ars dictandi: “apporgli tradimento” fu conseguenza dell’invidia provata dagli altri cortigiani nei confronti del “suo grande stato”.[5]

La volontà mal indirizzata di peccatori del genere, la loro concezione egoistica e contraria alla caritas (e alla speranza) perfino, paradossalmente, nei confronti del corpo umano loro assegnato, ha comportato una dissociazione anima-corpo tale da inibire per l’eternità la loro riunificazione, e da negare per sempre l’unità di queste due nostre imprescindibili componenti (v. 37: uomini fummo, e or siam fatti sterpi, con la netta contrapposizione tra un tempo che non può più tornare e un presente che prefigura un’eternità di totale negazione di un riscatto); e in più l’ambiente nel quale la narrazione di questi episodi è inserita non può non rimandare, specie con la parte finale del canto, a quella civitas diaboli che Firenze è diventata, selva selvaggia nella quale le regole di civile e fraterna convivenza vengono negate e ribaltate, con un sovvertimento che meritatamente la consegna alla realtà della negazione (negazione del Bene, unica sussistenza del Male già secondo sant’Agostino[6]), a questa distopica regio dissimilitudinis che è l’Inferno, come già si era notato.

Di tutta questa serie di elementi e di “strategie rappresentative” messe sistematicamente e preordinatamente in atto le scelte lessicali e stilistiche, e anche le “contorsioni” sintattiche e il fonosimbolismo insistito (a suo tempo ben sottolineato da Spitzer[7]), sono spia evidente, ed efficace parte costitutiva.

Si valuti poi, ancora una volta, la ricercatezza linguistica, metrica, stilistica che caratterizza l’intero canto, in intima corrispondenza con l’eccellenza nell’ars dictandi testimoniata dall’operato di Piero delle Vigne: rime rare, ricche, e inoltre antitesi, allitterazioni, iterazioni e anche ripetizioni insistite di parole e di loro radicali, etimologie, onomatopee e armonie imitative, con insistito indirizzarsi verso quel simbolismo fonico di cui si diceva, teso a creare, in definitiva, un senso di disarmonia e di disagio e malessere che evoca con magistrale efficacia l’atmosfera della realtà distopica nella quale si vuole far immergere il lettore, spingendolo a confrontarsi con un particolare tipo di “disarmonia morale”, come efficacemente la definì proprio Spitzer.[8]

Anima lesa e, insieme, spirito incarcerato, dalla individuale esperienza umana e dalla collettiva punizione della tipologia di peccatori il massimo protagonista del girone saprà muoversi, alternatamente, su due distinti registri stilistici, per come ce lo rappresenta l’Alighieri nelle due diverse risposte offerte ai quesiti proposti, rivelando così, oltre alle caratteristiche complesse attribuite alla “creatura artistica”, i differenziati approcci psicologici e i diversi modi di concepire le vicende riportate da parte dell’auctor; e dunque, se la prima sua risposta al quesito di Virgilio è fervente nel tono e nella resa stilistica, la seconda è consistentemente più semplice ed essenziale, parlando dal punto di vista della strutturazione retorica, pur nell’elencazione di parole dai suoni aspri che comunque la caratterizza e pur considerando l’uso del prezioso zeugma fanno dolore, e al dolor fenestra riferito all’azione delle guardiane/aguzzine arpie.

Qualche notazione almeno meriterà anche la parte conclusiva del canto (vv. 109-151), che riguarda la sorte ultraterrena (e la valenza esemplare insita nel giudizio morale e nella pena esaminata) degli scialacquatori, ma anche del fiorentino suicida, e rimanda esplicitamente, riguardo a quest’ultimo innominato personaggio, alla situazione per così dire “autolesionista” della Firenze nel passaggio tra XIII e XIV secolo:[9] il senese Lano (forse Arcolano Maconi) e il padovano Iacomo da Sant’Andrea, ormai solo ombre tormentate e fatte a pezzi da nere cagne, bramose e correnti (notevole l’allitterazione e-r, caratterizzante, in realtà, non a caso, la narrazione dell’intero episodio, e la disposizione accortissima degli accenti) così come in vita avevano dilacerato i propri beni, ben sintetizzano la concezione dantesca, sottolineata ancora una volta da una studiata concertazione fonica, di contributo dato al “caos sociale” e conseguente “infernalizzazione”; e il cespuglio piangente senza soluzione “grazie” alle ferite che gettano insieme sangue e flatus vocis doloroso mostra insieme lo strazio disonesto delle parti del sé attuale separate e rovinate rispetto al già tristo cesto nel quale ora è trasformato e lo strazio disonesto che Firenze ha fatto di sé con le lotte intestine che da tempo la caratterizzano, con il sovvertimento delle regole di pacifica convivenza civile che ha voluto attuare, con la corruzione e con il dover convivere con quella sorta di anatema per cui continuamente l’arte della guerra la renderà trista.

Il suicida fiorentino ha fatto giubbetto a sé delle sue case; e Firenze si è dimostrata, passando dal caso singolare e paradigmatico del suo cittadino a quello della comunità (che lo ha nutrito e formato e disfatto) nel suo complesso, altrettanto autolesionista e “suicida”: ha rinunciato non solo a intendere quei due giusti (legge naturale e civile) ricordati da Ciacco, ma, vittima volontaria delle tre fiere, invidia, superbia e avarizia, cioè di se stessa dilaniata dalle fazioni politiche, dell’atteggiamento del re di Francia Filippo IV il Bello, di papa Bonifacio VIII, è arrivata a perseguitare e a cacciare dal proprio seno i cittadini più virtuosi e maggiormente capaci di indirizzarla verso il ben vivere, verso il buon governo politico.

Vorrei aggiungere infine, alle osservazioni finora proposte, considerazioni inerenti a elementi interpretativi registrati in due volgarizzamenti di commenti trecenteschi al poema dantesco fino a qualche anno fa ancora non recuperati e che erano rimasti inediti; si tratta di quanto ho potuto riportare alla luce da due codici laurenziani.

 All’interno del codice segnato Pluteo 40.37, datato 1417 e conservato nella Biblioteca Mediceo Laurenziana di Firenze, ho rintracciato un volgarizzamento rielaborato del commento alla Commedìa di Benvenuto da Imola, che ho

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trascritto e pubblicato in edizione critica prima sulla già citata rivista «Letteratura Italiana Antica»,[10] poi in volume;[11] alle  pp. 102-103 del volume, relativa alla c. 40r del manoscritto, l’anonimo commentatore/traduttore sostiene, parlando della pena dei suicidi: «Et notatur, per declaracione di questa pena, che sono tre anime. Alcuna è vegetativa, la quale è nelli arbori e nelle piante; alcuna è sensitiva, la quale è nelli animali brutti, come è il cavallo, e cane, et cetera; alcuna è racionale, e questa è ne l’uomo. E l’uomo che uccide sé medesimo adopera contro a queste tre anime, però che ogni uomo e tutti animali e tutti àlbori naturalmente fuggono la morte, ed è contro a la ragione de l’intelletto uccidere sé medesimo. E perché li arbori secchi non hanno in sé vita né anima, però questi disperati sono assomigliati a lloro».

Si prosegue poi, riguardo al v. 3, che da niun sentiero era segnato: «significa che niuna dritta maniera ha questa tale morte»; e, per il v. 4, Non fronda verde: «perché mai non aranno vita»; per il v. 5, non rami schietti: «però ch’e’ torsero l’uso della raione»; per il v. 6: non pomi v’eran, ma stecchi con tosco: «però che nullo frutto ne seguiva».

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Quali sono, dunque, gli elementi costitutivi della narrazione (e del “sistema morale” ad essa sotteso), secondo l’esegeta che utilizza e rielabora le notazioni di Benvenuto?

Intanto, degna di nota è la “classificazione” compiuta seguendo i precetti aristotelici degli “stadi dell’esistere” e la successiva reductio ad unum in negativo che viene addebitata al suicidio, capace di annullare in un solo colpo, andando contro a la ragione de l’intelletto, le tre anime (vegetativa, sensitiva e razionale); poi, va evidenziato il modo in cui i dannati in questione vengono designati: disperati; e questa è la chiave di volta secondo la quale giustamente viene letto il senso dell’episodio narrato e indagato.

Nessuna dritta maniera caratterizza la scelta del suicidio: il “torcere” l’uso della ragione, il mettersi in condizione di non portare nessun frutto dalla propria esistenza, viene convenientemente stigmatizzato perché l’esegeta si è reso ben conto di quale messaggio morale e politico è sotteso al dettato dell’autore.

In definitiva: abbiamo o non abbiamo adempiuto al compito che ci è stato assegnato donandoci, con la vita terrena, la ragione e il libero arbitrio?

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Abbiamo o non abbiamo dato il nostro contributo per l’armonizzazione, il corretto ordinamento (specchio di quello divino) di quella grande polifonia che è il creato? Ci siamo o non ci siamo affidati al disegno provvidenziale che il Creatore ha tracciato per noi? Questo è il parametro valutativo (e costitutivo) al quale sottostà l’intero poema, alla ricerca di un senso e di un fine dell’esistenza; e il commentatore mostra di averlo compreso a fondo, e di conseguenza esamina sotto questa ottica i versi che sta chiosando.

Varrà poi la pena di soffermarsi sul volgarizzamento/rielaborazione concernente la prima redazione del Comentum di Pietro Alighieri al poema paterno, da me rintracciato all’interno del manoscritto segnato Ashburnam Appendice Dantesca 2, conservato, anche questo, nella Biblioteca Mediceo Laurenziana, redatto a fine Trecento su traduzione rielaborata della suddetta prima redazione:[12] a proposito della selva dei suicidi, alla c. 18v, l’anonimo volgarizzatore/rielaboratore appunta: «Questo bosco significa lo stato delli uomini che si disperano e uccidonsi; e degnamente è figurato nel bosco, però che il bosco è luogo e ragunamento di piante, che hanno solamente la vita vegetativa e non sensitiva. Così quelli che uccidono sé medesmo sono riputati uomini sanza sentimento, come alberi. E perché li uomini morti non hanno più vita vegetativa, però finge che quelli alberi erano sechi. E a probazione di questa figura si puote inducere quello che dice Aristotile nel secondo libro Dell’anima».

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Viene reso esplicito il riferimento all’autorità e al testo aristotelico, e, come si può notare, torna anche qui la parola-chiave che designa gli uomini sanza sentimento (tali sono da reputare i suicidi; e se il bosco è un ragunamento di piante, una città, come è Firenze, non è forse un ragunamento di uomini?) ben delineando il principio di causa-effetto che ne ha determinato l’autocondanna: si disperano, perdono ogni speranza in sé, nel mondo, nell’intervento divino, e uccidonsi, perché la perdita della Speranza è quel passo terribile che proprio Dante riuscirà a evitare, nonostante le ingiustizie che ha dovuto subire in un mondo corrotto e all’interno del quale sono state sovvertite le regole di civile convivenza, tant’è vero che si farà proclamare da Beatrice il figliuolo della Chiesa militante che ha maggior Speranza, e che proprio per questo ancora vivente ha la concessione di vedere la Gerusalemme celeste pur inviluppato nella prigionia “egiziana” della fragilità umana, perché possa poi trasmettere un messaggio profetico e provvidenziale: Dante non sarà una pianta secca, come il suo “collega letterato” Piero, bensì un produttore di frutto, prima con il tentativo di intervento politico-civile, poi, quando ciò non gli sarà più reso possibile, con i propri scritti, e in particolare con il sacrato poema.[13]

Addirittura si sentirà investito, come si accennava, di un ruolo profetico, dopo la duplice investitura ricevuta a livello politico da Cacciaguida e a livello spirituale da san Pietro, in quanto latore di un messaggio salvifico: l’odio e l’invidia che gli vengono riversati addosso vengono così trasformati in un gesto generoso di solidarietà e amore, perché davvero il poeta spera nel riscatto, nel raggiungimento del buon fine ultimo, del genere umano nel suo complesso.

L’anonimo rielaboratore del commento alla c. 19r continua l’analisi del testo

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precisando inoltre «che il vivere è in diversi modi nelle creature, però che nelli alberi e erbe dà potenzia vegetativa, ciò è di sollevarsi, notricarsi e crescere, ne li animali bruti el vive<re> dà potenzia vegetativa e anche sensitiva, nelli uomini dà potenzia vegetativa, sensitiva e intellettiva».

E anche qui vediamo la volontà di sitematizzare ordinatamente la definizione dei diversi “livelli” dell’esistenza, in modo simile a quello che poi esplicherà Benvenuto da Imola (e con lui il suo “vogarizzatore”); poi si prosegue: «E perché la cosa sì debbe esse<re> dinominata dalla parte più nobile, però l’uomo è denominato uomo quando ha la potenzia intellettiva, e quando è privato di questa potenzia intellettiva e razionale non è chiamato uomo». Di séguito si aggiunge, inoltre, che «l’uomo, togliendosi la ragione, non rimane più uomo, ma solo animale bruto e sensitivo. E togliendosi la potenzia sensitiva rimane insensibile e solo vegetabile come l’albero, imperò che volere non essere, come vogliono quelli che ssi uccidono, è contro a la ragione e la sensibilità».

Dunque, ogni componente di ognuno dei livelli dell’esistenza viene negata, per una sorta di spregio, attraverso il deprecabile atto: non trovando senso nel proprio esistere, l’uomo, rinunciando a quella potenzia intellettiva e razionale che appunto lo rende tale, compie l’atto più insensato possibile, spia di quella paralizzante perdita di speranza alla quale più volte ho fatto riferimento, e che penso sia adombrata anche nell’allegoria di Medusa presentata nel corso del IX canto di questa stessa cantica; e nella realtà infernale rivela di avere rinunciato anche alla potenzia sensitiva, riducendosi per l’eternità alla condizione di un vegetale infruttuoso, disseccato.

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Inoltre la disamina della intentio auctoris prosegue con queste osservazioni: «Onde dice Boezio che il desiderio dell’essere procede  da’ principi della natura. E così, figuratamente, l’autore finge bene questi cotali che si privano della vita sensibile essere arberi secchi. E però dice Salamone nel sesto capitolo dello Ecclesiastes: “Non ti levare in superbia col pensiero dell’anima tua come il toro, acciò che la tua virtù non sia percossa per stultizia e rimanghi come legno secco nel bosco”. E nel Vangelo di santo Luca l’uomo ch’è privato di grazia fu assomigliato all’albero del fico, che sùbito diventò secco».

Si vede bene, a questo punto, quanto venga ribadito, rifacendosi a fonti bibliche e filosofiche, il concetto di infruttuosità a cui più volte ho fatto riferimento; ma c’è anche un altro aspetto potentemente sottolineato di séguito: «E questa desperazione presuppone el desiderio d’alcuna cosa; e perché l’uomo estima essere impossibile avere quella cotale cosa, però si uccide, acciò ch’e’ non <so>stenga pena di quello desiderio inutile. E però non desidera la morte in quanto è male, ma in quanto pone fine a uno altro suo male. E chiamasi peccato in Spirito Santo, però ch’è opposito alla clemenzia di Dio».

Aspetto davvero interessante, questo del riferimento al desiderio insoddisfatto: proclama a chiare lettere come solo l’acqua della fede in Dio possa soddisfare completamente e definitivamente l’arsura delle nostre aspirazioni, la nostra volontà di riunificazione, di reductio ad unum di una vita altrimenti per sua natura insoddisfacente, poiché scissa, raminga, immersa nel tempo e nell’imperfezione, nel limite e nella fragilità; la pena del desiderio inutile, impossibile da realizzare, diventa talmente insopportabile da poter spingere al suicidio pur di eliminare (anche se illusoriamente) quella sofferenza; ma, attenzione: tale atto viene definito peccato contro lo Spirito Santo, opposito alla clemenzia di Dio, e si badi bene che questo è proprio il peccato definito imperdonabile da Gesù Cristo secondo i Vangeli, perché è un peccato contro l’amore e dimostra sfiducia nell’intento risolutivo e buono del Creatore.

Nella parte conclusiva del percorso esegetico, il commento riporta ulteriori elementi che concernono la caratterizzazione della pena immaginata dall’autore a livello del secondo girone del settimo cerchio: «E dice che questo bosco, ciò è la fama de’ disperati, non ha alcuna via, a significare quanto è malagevole al nostro pensiero cognoscere le cagioni di tanta malizia. E dice come questi diventano piante, e non hanno i loro corpi, però ch’è degna cosa che a l’uomo sia tolto quella cosa della quale elli ha privato sé ingiustamente. Ora, a proposito tornando, l’uomo, uccidendo sé medesmo e scialacquando e suoi beni, toglie a ssé la vita e beni; però il poeta finge che ll’arpie mordono quelli sterpi e non lasciano nascere nulla, e il morso loro è velenoso, sì che uccide quelli alberi e diventano aridi».

Si può vedere allora con chiarezza quali intenti presupponga un’esegesi di questo tipo: il bosco viene riconosciuto come rappresentante della fama de’ disperati, privo di vie tracciate perché la razionalità ha difficoltà a riconoscere le cause scatenanti di un peccato così concepito e attuato, tale da provocare non smarrimento, ma definitiva perdita, che “priva di sé”, attenzione, ingiustamente, sempre e in ogni caso ingiustamente, anche se vittime di ingiustizie, e su concetti di questo tipo sicuramente Dante, a suo tempo e paragonando la situazione personale a quella del “collega”, deve avere riflettuto.

Non lascerà quindi spazio a sentimenti come quelli adombrati nella figura delle arpie, che aggrediscono e isteriliscono, avvelenano e uccidono: l’aridità, contraria alla fertilità dell’altruismo, non “farà nido” nell’animo dantesco, proiettato, grazie anche alla rappresentazione poetica di simili exempla, verso la dimensione della solidarietà e dell’intervento costruttivo nel mondo dei viventi, che da questi messaggi possono trarre grande giovamento morale ed esistenziale, veicolato dalla musicalità dolcissima della poesia.

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EMERICO GIACHERY, «Inferno». Canto XIII, in Con Dante. Letture, saggi, indici. Volturino (FG), Appula Aeditua, 2016, pp. 33-51.

ANNALISA RISTORI, Firenze, covo d’invidia. Il canto dei suicidi di Dante Alighieri nell’ottica di Firenze. Trento, Edizioni del Faro, 2016.

(Massimo Seriacopi)


[1] Ad esempio, v. 23: non vedea; v. 36: non hai; v. 49, non averebbe; v. 56: non posso tacere; non gravi; v. 65: non torse; v. 74: non ruppi; v. 80: non perder; v. 84: non potrei; e, per l’altra tipologia: v. 21, torrìen; v. 27: si nascondesse; v. 28, tronchi; v. 32: colsi; v. 35: scerpi, ecc.

[2] Così GIANVITO RESTA, Canto XIII dell’«Inferno». Lectura Dantis Romana. Roma, Bonacci, 1977, p. 321.

[3] Ben diversa (volutamente) dalla divina foresta spessa e viva di Purgatorio XXVIII 2.

[4] Sempre Resta, a p. 325 del saggio citato, sostiene opportunamente che qui ci troviamo di fronte a «una retorica in cui opera un fermento di moduli e stilemi che attestano una frequentazione non episodica, anzi approfondita e consapevole, dello stile della cancelleria federiciana nelle coordinate fissate proprio dal “maestro” Pier della Vigna; una frequentazione che ha anche lasciato tracce della “retorica di Piero” nella “retorica di Dante”».

[5] Il discorso del dannato è teso a negare le responsabilità insite nel proprio comportamento: fedele, sì, ma autocelebrativo, il personaggio non vuole riconoscere che la  rovina che duramente l’ha colpito è stata determinata anche da un atteggiamento teso a far valere la propria esclusività di rapporto con l’imperatore, in un impeto tra narcisistico e superbo. Ma riguardo al presentarsi “scisso” di Dante narratore e personaggio nella valutazione di quanto “finge” di essere venuto a conoscere si consideri ciò che osserva, acutamente, Maria Maslanka-Soro a p. 153 dello studio citato in Bibliografia, per cui la distanza tra io narrante e io narrato (messa in particolare rilievo proprio nell’incontro con il suicida), «particolarmente significativa nel doloroso regno dell’inferno, consiste in una diversa consapevolezza etica e conoscitiva», in evoluzione dopo ogni incontro e comunque improntata a una sensibilità ancora tutta “umana” e al confronto con i propri umani errori e limiti: ma mentre le scelte sbagliate dei dannati non erano state smentite fino alla morte fisica, e quindi hanno comportato una definitiva morte spirituale, Dante ha sempre tempo e sta instaurando proprio un percorso catartico che lo (e ci) potrà portare alla salvezza.

[6] E si rilevi che proprio Agostino, nel De civitate Dei, all’interno del capitolo intitolato De morte volontaria ob metum poenae sive dedecoris,  valuta il caso dei suicidi “giusti”, che si sono uccisi per sfuggire il disonore mostrando quindi un’estremizzata laudis aviditas stigmatizzata (poiché sintomo di una fragilità di carattere deleteria) con parole che sembrano essere servite per la considerazione dantesca: etiam qui se ipsum occidit homicida est, et tanto fit nocentior cum se occiderit, quanto innocentior in ea causa fuit, qua se occidendum putavit,  e che testimoniano quindi la distorta “scala dei valori” che il suicida in ogni caso contrappone perfino all’istinto naturale, oltre che al “codice di comportamento” civile: è un contributo a quel caos nella società, il suicidio (o anche l’insensato scialacquare), che costituisce il vero elemento caratterizzante della conseguente condizione di “infernalità”.

[7] LEO SPITZER, Il canto XIII dell’«Inferno». Letture dantesche, a c. di GIOVANNI GETTO. Firenze, Sansoni,  1965, pp. 221-48.

[8] Cit., p. 235.

[9] Non sarà poi così fondamentale l’identificazione “storica” del personaggio (Lotto degli Agli secondo alcuni esegeti, Rocco dei Mozzi per altri, ecc.); notevole, casomai, quanto asserisce a tal proposito Boccaccio nel suo commento ad locum, poiché delinea ancor più acutamente la valenza esemplare voluta dare dall’Alighieri: «in que’ tempi, quasi come una maledizione mandata da Dio nella città nostra, più se ne impiccarono; acciocché ciascun possa apporlo a qual più gli piace di que’ molti».

[10] Rispettivamente nel volume I, 2000, per la parte riguardante l’Inferno, e nel volume II, 2001, per la parte che concerne il Purgatorio.

[11] MASSIMO SERIACOPI, Un volgarizzamento del commento di Benvenuto da Imola all’«Inferno» e al «Purgatorio» di Dante. Reggello (FI), FirenzeLibri/Libreria Chiari, 2008.

[12] MASSIMO SERIACOPI, Volgarizzamento inedito del Commento di Pietro Alighieri alla «Commedia» di Dante. Il Proemio e l’«Inferno». Reggello (FI), FirenzeLibri/Libreria Chiari, 2006.

[13] Cfr. Paradiso XXV 52-57.

MASSIMO SERIACOPI, Identificazione di un poeta. Dante attraverso alcuni “suoi” personaggi, Locorotondo (BA), Pietre Vive editore, 2021, pp. 72.

L’agile libretto si compone di cinque saggi danteschi che, nel loro insieme, forniscono, tassello ciascuno di un preciso ambito di indagini, un campionario dei versatili interessi del dantista, sempre capace di abbinare rigore filologico e talento comunicativo nella sua esplorazione della Comedìa

Partendo dall’assunto che il complesso iter poetico di Dante auctor scortato dal proprio bagaglio culturale e dalle proprie mirabili risorse espressive “finge” in senso tecnico una visione, lo studioso sottolinea come si modella via via la composizione testuale attraverso momenti di rispecchiamento con momenti di letteraria autoriflessione.

Il primo breve saggio – Belacqua o del “nichilismo” – è uno schizzo della figura del liutaio Duccius di Bonavia, vocatus Belacqua, incontrato da Dante trai negligenti incalliti nell’Antipurgatorio, con cui instaura, secondo quanto riportato nel IV canto, un rapporto affettuoso e intimo, tessuto di ironia, mimesi degli scambi e dei lazzi occorsi quando egli era in vita; ed ora trasformato da Dante nell’antesignano di un inerte “nichilismo”, che tuttavia il cammino purgatoriale sarà in grado di riscattare.

Nell’incipit al commento del passo dell’XI canto del Purgatorio che ha per protagonista Oderisi e che costituisce l’oggetto del secondo saggio – Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido: arte e bellezza nel Purgatorio dantesco –, S. evoca la smagliante bellezza delle miniature medievali che l’“onor d’Agobbio” richiama, da penitente, in un esercizio di radicale umiltà, individuando due successioni di pittori e di poeti che la fragile

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precarietà delle “umane posse” potrebbe facilmente disperdere.

I due Guidi vengono identificati senza dubbio come Guinizzelli e Cavalcanti, per il quale viene rievocato, anche alla luce dell’incontro infernale con Cavalcante, il sodalizio interrotto con il Dante della Vita nova, nonché l’eccellente stile e la mirabile fattura compositiva del corpus poetico tramandato (che gli valse il ritratto esaltante da parte di Lorenzo il Magnifico riportato nella trattazione), impregnato, sottolinea S. (erede di un filone ben ampio, ma non univoco, di studi cavalcantiani) dell’aristotelismo radicale di matrice averroista.

Dante auspica quindi una conciliazione tra la pratica dell’arte e l’altruismo, onde scongiurare ogni “tumore” di superbia, pernicioso per il retto vivere comunitario. 

L’incontro di Piccarda nel cielo della luna è oggetto del terzo saggio – Bellezza come armonia – e il suo contrario – nel Paradiso dantesco -, in cui emerge la familiarità del dantista con i commenti più antichi del poema dantesco. 

Esso si pone come prima tappa di quella mirabile educazione alla bellezza che Dante, via via “trasumanato”, sperimenta sotto la guida della Beata Beatrix, figura Christi, che, dopo avergli scaldato il petto d’amore, ha anche iniziato a guarirlo dalle distorsioni intellettuali cui i suoi limiti umani lo assoggettano.

Ci si sofferma quindi sul capovolgimento del mito di Narciso in reazione all’apparire delle anime (vv. 17-18) e sulle componenti neoplatoniche del pensiero di Dante utilizzando la lente esegetica di una redazione inedita del commento di Francesco da Buti (dal codice Martelli 7 conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, di cui è fornita in nota la descrizione codicologica) per opporre la limitatezza del mondo terreno alla perfezione (pur variegata nella teodicea dantesca) degli eletti del paradiso.

Per cui davvero nei cieli “ogni dove è paradiso” (vv. 88-89), luogo di bellezza pura dove l’amore votivo di Piccarda si contrappone all’amore di Francesca, che ha tinto il mondo di sanguigno, e la sua delicatezza alla ferina e strumentale arroganza di Corso Donati e della sua consorteria (pur con l’ipoteca “lunare” di una certa passività del personaggio). 

Il terzo saggio – Il folle volo di Ulisse come modello “puro ma impossibile” di vitute e canoscenza – rappresenta per S. un vero e proprio ritorno alle origini delle sue ricerche incentrate sul canto di Ulisse, e via via integrate negli anni, nonché già oggetto di contributi di spessore.

Il protagonista dell’Odissea è il solo dannato con il quale il poeta vive davvero un’identificazione analogica sorprendente, condividendone dei tratti costitutivi essenziali, come l’ansia di conoscenza e la ricerca della verità; tanto, pur con un’ambiguità nel testo diversamente sciolta dai commentatori antichi, da immaginare che non fosse mai tornato a Itaca per rimettersi in mare aperto dopo il soggiorno presso Circe.

Per delineare il senso di quel viaggio nella prospettiva dantesca, lo studioso evidenzia il fatto che una presunta sacralità delle colonne d’Ercole quale limite invalicabile non viene minimamente menzionata dai commentatori trecenteschi, (pur tendenti in genere alle facili allegorizzazioni; S. ne offre una rassegna, integrandovi quindi le interpretazioni di Landino e Castelvetro), né ad Ulisse vengono imputate superbia o disobbedienza, piuttosto viene sottolineata la temerarietà del suo estremo viaggio, spinto tuttavia, rileva Pietro Alighieri, da un eccesso di prudentia.

Seguendo, quindi, le raffinate strategie della fictio dantesca nel confronto con le fonti (interessante la somiglianza con un passo della Storia Vera di Luciano di Samosata, mentre è stato già messo ben in luce l’influsso esercitato su Dante dalla prima delle Heroides di Ovidio, su cui si innestano accenni rintracciati in Seneca e Servio) e ripercorrendo, sia pur in modo cursorio, la densa dossografia sul personaggio, dai commenti trecenteschi alla critica moderna – in particolare le osservazioni acute di Vincenzo Di Benedetto, Raffaele Giglio e  Edoardo Fumagalli -, lo studioso giudica quindi infondata l’interpretazione della “orazion picciola” come atto di frode, salvaguardando la complessità dell’eroe, temerario e magnanimo insieme: scelerum inventor come testimonia l’elenco delle colpe che ne hanno determinato la condanna (vv. 58-63), ma al contempo eroe della conoscenza.

Benché a posteriori il dannato giudichi “folle” la sua impresa, l’appello ai compagni, che tanta forza eserciterà nella memoria di Primo Levi internato ad Auschwitz, si sottrae ad ogni condanna e rivela la profonda consonanza intellettuale da parte dell’auctor/agens con la rifondazione da lui operata del personaggio omerico: emblematica dell’approccio di Dante alla cultura classica, oggetto di esaltazione ma nel contempo recepita nella piena consapevolezza dei suoi limiti, in quando estromessa dalla rivelazione cristiana; il poeta, dunque, a differenza di quanto accade con i tanti dannati delle Malebolge in cui icasticamente emerge la distorsione della natura umana causata dal peccato, crea con Ulisse «un meraviglioso connubio di dignità e di tragedia» (p. 45), di nobiltà d’animo a cui il suo alter ego Dante può associare, al contempo, l’umile capacità di accettazione del limite e della volontà divina e la potenza imprevedibile della Grazia; ma diviene anche un monito a mettere l’intelligenza a servizio del prossimo e del bene comune, depostone ogni utilizzo decettivo o strumentale.

Il capitolo conclusivo – Esempi di ricezione dantesca: Pascoli, Patapievici e Kadare – apre il libello ad una dimensione più ampia di letteratura comparata, e non solo.

Con un rapido excursus della articolata esegesi dantesca di Giovanni Pascoli nei suoi saggi contenuti in Sotto il velame, Intorno alla Minerva Oscura, La mirabile visione, già oggetto degli studi di S. – per il poeta di San Mauro, contro un approccio impressionistico ed estetizzante, del poema sacro va colta la complessa intelaiatura simbolico-allegorica, alla luce delle interconnessioni e indicazioni autointerpretative del poeta nel ruolo di alter Christus –, viene sottolineato come la finezza esegetica di Pascoli, pur non esente da qualche forzatura ermeneutica, emerga per la sua robustezza rispetto al dantismo coevo; inoltre, lo conferma la Prolusione al Paradiso tenuta in Orsanmichele il 4 dicembre 1902, la profonda conoscenza delle fonti classiche e patristiche – tra cui il Contra Faustum manicheoum  di Agostino di Ippona – ben sostanzia la ricostruzione del sincretismo creativo del nostro exul immeritus, la cui poesia resta comunque un mirabile mistero: un sentire la Terra nell’Universo, un errare tra le stelle, per riprendere i versi della poesia Il bolide citati nel saggio.

Allacciandosi a tale suggestione, viene introdotta l’analisi del mondo dantesco da parte del fisico e saggista rumeno Horia-Roman Patapievici, autore nel 2004 di un contributo – il cui titolo tradotto da Mondadori suona Gli occhi di Beatrice. Comera davvero il mondo di Dante? – nel quale ritiene Dante ideatore di una sorta di ipersfera, sfera a quattro dimensioni, conciliazione di cosmologia aristotelica e percezione cristiana in una complessa architettura metafisica, per cui attraverso l’effetto speculare degli occhi di Beatrice il mondo invisibile diventa “copia rovesciata del mondo invisibile” (p. 61). «Il nostro pianeta è troppo piccolo per permettersi il lusso di ignorare Dante Alighieri»: così scriveva nell’incipit al suo Dante, linevitabile, il poeta, scrittore e saggista albanese Ismail Kadare, in cui l’eredità dantesca viene ripercorsa per leggere in filigrana le traversie del popolo albanese durante e dopo l’Impero Ottomano.

Sottratti ai tentativi di imposizione e manipolazione distorta della Commedia durante l’occupazione fascista e la dittatura di Enver Hoxha, i versi di Dante restano una delle più alte e geniali esplorazioni di ogni grado dell’umanità, delle sue grandezze e della sue miserie, in cui si riverbera l’universale spettro della storia.
    L’attenta curatela di Roberto Corsi, fine critico letterario e poeta “di razza” egli stesso, ha ben composto l’intarsio dei testi selezionando ed evidenziando i passi danteschi e integrando, con parsimonia, alcune utili aggiunte iconografiche.

Tra queste, la splendida copertina con il dipinto di William Blake che rappresenta Anteo, “gigantesca allegoria del possente apparato critico e performativo” (p. 9) che onora il poeta in questo centenario. 

di Maria Beatrice Di Castri

NOTA DEL REDATTORE: Massimo Seriacopi, docente di Lettere, Dottore di ricerca in Filologia dantesca, Vicedirettore della rivista “Letteratura Italiana Antica”, direttore di collane editoriali, autore di articoli su riviste italiane e internazionali e di numerosi volumi di esegesi del testo e critica dantesca, ha curato la prefazione dell’antologia del GSF “Gente di Dante” di prossima pubblicazione.

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