WEN – SOGNO – Sogno di Pasqua – Francesco Fattorini

Mi tiene compagnia

questa crepa nel muro

dove mi perdo

stasera

nell’aria fredda

di una primavera acerba

e rivivo in lei i miei monti

e il tuo sorriso.

I tuoi colori brillano riflessi

ora

nella curva del ruscello

mentre intorno rilassato

si accuccia l’Appennino.

Forte e soave

è l’odore del bosco

in questa pace

dove mi nascondo.

La maga del ruscello – racconti incantati

di Francesco Fattorini

WEN – PARENTI – Al mio paese – Francesco Fattorini

Da piccolo non sapevo cosa volesse dire “parente”.  Al paese eravamo tutti parenti, in un modo o nell’altro, i ragazzi si sposavano nel paese e non c’era famiglia che non avesse legami con tutte le altre: era normale essere parenti, lo eravamo tutti.

Allora, l’unico legame con la città era il furgone di Biagio che il martedì e il giovedì riforniva il bar e l’emporio.  Il maestro Luigi impartiva lezioni a tutti i ragazzi, quel tanto che serviva, il resto lo imparavamo dai vecchi.  La sera al bar si ripetevano sempre le stesse chiacchiere, si potevano prevedere anche gli scherzi ma tutto era in famiglia e andava bene così.

Un giorno Biagio scaricò una televisione per il bar. Quella sera tutto il paese era lì e la luce tremula che usciva da quella scatola riuscì ad incantarci tutti: accadevano più cose lì dentro in dieci minuti che in un anno nel paese. Per alcuni giorni non si parlò d’altro. Fu allora che Maria, la più anziana del paese, consigliò di vietare la televisione almeno ai giovani e limitarla per tutti. Maria godeva di tanto rispetto che nessuno osò contraddirla ma noi ragazzi, di nascosto, la sera salivamo sul muretto vicino al bar e da una finestra spiavamo le immagini tremule e azzurrine – d’estate, con le finestre aperte, sentivamo anche le voci – e ci emozionavamo per i film che ti facevano sognare anche le cose che non conoscevi e quanto erano belle le ballerine, le attrici, mentre le nostre ragazze avevano tutte lo stesso sguardo triste e le sopracciglia folte, come me del resto, come mamma e papà: tutti ci somigliavamo.

Un giorno io e Vincenzo, mio cugino da parte di padre e nipote da parte di madre, decidemmo di cambiare vita e andarcene in città; avremmo lavorato fino a comprarci uno di quei bolidi scintillanti e avremmo sposato una ballerina, sicuro! Vincenzo però, proprio sul confine del paese, non se la sentì e così proseguii da solo, con tutte le paure e i sogni intatti.

Trovai subito lavoro in un cantiere, in città è tutto facile: stavano costruendo un palazzo alto come una montagna. Io non avevo paura dell’altezza e avevo braccia instancabili così mi presero subito, senza neanche sapere chi fossi o raccontarmi di loro; non interessava a nessuno, era strano che in città si potesse lavorare fianco a fianco di perfetti sconosciuti.

Il mio compito era portare sulle impalcature cemento e mattoni per tutta la giornata, non era difficile. Il terzo giorno che facevo quel lavoro, però la fatica sulle gambe divenne dolore e, proprio tra un asse e un’altra, la mia maledetta gamba cedette facendomi precipitare giù su un mucchio di cemento alcuni metri sotto. Non pensate che un mucchio di cemento in polvere sia soffice: è quasi come un muro, tuttavia non sentii subito molto dolore, solo dopo, con più attenzione, mi accorsi che non provavo proprio niente; era come se arrivassi fino alla vita, sotto non c’ero più io.

Mi pagarono i tre giorni e Biagio mi riportò su al paese.

Subito tutti si dettero da fare, anche chi era stanco o aveva impegni, smussarono gli scalini, allargarono ogni passaggio e due giorni dopo Biagio scaricò dal furgone una sedia a rotelle nuova fiammante. Mi fecero festa, mi sentivo di nuovo a casa tra tutti quegli occhi tristi che ora mi sorridevano affettuosi sotto le loro sopracciglia folte. Misero delle bandierine alle ruote della sedia e, a vederla così, era quasi bella come i bolidi di città. Dei parenti so questo e altro non saprei raccontarvi.

Iniziai da allora a impagliare i cappelli che Biagio porta sempre a un negozio in città. Io non ci sono più tornato, la cosa della città che mi piaceva di più erano le strade illuminate di notte, quella che mi piaceva di meno è che nessuno si conosce davvero.

Oggi ho la televisione anch’io: mi concilia il sonno. Dormendo, capita qualche volta di sognare di andare in città, con Vincenzo, e di sposare una ballerina.

Integrazione degli alunni disabili: Due parole sulla sedia a rotelle,  importante strumento d'integrazione

di Francesco Fattorini

Francesco Fattorini legge “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger

Amazon.it: Apocalissi fiorentine - Menzinger, Carlo, Scalzo, Marcello -  Libri

Science fiction, ucronia, fantasy. Se dovessi riassumere in estrema sintesi il mio giudizio su questo libro direi così: mi sono divertito molto. E infatti è così, mi ha divertito l’imprevedibile eterogeneità dei racconti, mi hanno divertito le ucronie, mi hanno divertito le ipotesi fantascientifiche con le loro future minacce, mi ha divertito riconoscere i luoghi della mia città nella loro veste passata e in quella ipotetica futura. Ventiquattro racconti che spaziano nell’immaginabile con unico comune denominatore Firenze. I racconti sono quasi tutti improntati alla tragedia, come dal titolo, ma con una leggerezza ironica che non la fa pesare. Spesso ci sono anche momenti di simpatica comicità, insomma, un libro che offre molti stimoli, che ti permette di passare qualche ora divertente. Ho anche apprezzato la coerenza storica nella costruzione delle ucronie e quella scientifica nelle ipotesi fantascientifiche scelte.

di Francesco Fattorini

WEN – LUSSURIA – Di lei non mi piaceva niente – Francesco Fattorini

Di lei non mi piaceva niente. Non avevamo in comune che Marco, suo marito e mio amico di vecchia data.

Nelle cene a casa loro la conversazione era sempre difficile, dovevo trattenermi per non entrare in conflitto con lei, esagerata politicamente, esagerata nei gusti, notavo il suo eccesso nell’arredamento, nei colori delle pareti. Anche la sua voce mi fu da subito sgradevole, troppo squillante, invadente, sgraziata.

Era bella, non posso negarlo, ma di una bellezza che non era nelle mie corde, una bellezza aggressiva, sfrontata, irrispettosa.

Era il 25 aprile, non so dove fosse Marco, mi pare avesse un impegno col comune, una manifestazione per la Liberazione. Non so dire neanche perché passai da casa loro, forse non ricordavo che Marco non ci fosse, lo capii solo quando mi aprì: due occhi troppo celesti, capelli troppo neri, labbra troppo rosse. Entrai e mi preparò un caffè, impeccabilmente cortese ma con gli occhi mi sfidava, il suo sguardo era invadente e ogni sua domanda pareva avere un doppio senso, una sfumatura velatamente ambigua.

Non so come quella testa bruna finì tra le mie mani e come fu che le nostre bocche sembravano volersi mangiare in una furia di desiderio, la premevo sulla parete della cucina facendole sentire quanto la desideravo mentre le sue mani mi accarezzavano infuriate. La sollevai senza smettere di baciarci e ci gettammo sul letto, mi sentivo come se stessi cadendo in un burrone, sui comodini scorsi le abat-jour bianche che avevo regalato a Marco per il matrimonio e distolsi lo sguardo. Il calore del suo corpo in quel momento fu ragione di vita e non mi sarei fermato neanche fosse rientrato Marco. Dopo ci lasciammo cadere spossati, uno di fianco all’altro e piansi, ricordo che piansi. La odiavo. Mi vestii e andai via, non disse niente, si accese una sigaretta senza neanche guardarmi. Uscii dalla casa e camminai fino a sera lungo il fiume.

Due giorni dopo la trovai alla mia porta, entrò senza salutare e gettò il giubbottino sul divano, un minuto dopo ci spogliavamo con mani impazzite. Dopo si ripeté il rito della sigaretta. Detestavo ogni suo atteggiamento, se avessi dovuto elencare quello che non mi piaceva di una donna avrei descritto semplicemente lei.

<< Cosa provi per me? >> Le domandai sorprendendomi io stesso della mia voce.

<< Fabio… guarda, non provo niente, non sei il mio tipo. Cerca di capire, è solo un momento particolare… >>

Difficile dire oggi per quanto tempo osservai in silenzio l’angolo del soffitto di camera mia, ricordo solo che a un certo punto la vidi alzarsi e rivestirsi; se ne andò senza dire nulla.

Non c’era amore tra di noi, né amicizia, neanche simpatia o un minimo di affinità, solo bisogno di prendersi, come fame incontrollabile.

Non la odiavo più, avevo pena di lei come di me, non potevamo amarci e non riuscivamo a lasciarci, prede di un piacere ossessivo che ogni volta si rinnovava facendosi sempre più irrinunciabile. Non parlavamo mai, non avevamo argomenti in comune, solo i nostri corpi madidi di sudore sembravano comunicare.

Passarono sei mesi di incontri clandestini, di disperazione, di rimorso. Sapevo di sbagliare, sapevo che avrei dovuto prendere una decisione ma neanche la preghiera mi dava la forza che mi serviva.

La mattina di Ognissanti Marco venne a trovarmi e mi disse del suo imminente trasferimento a Gorizia. Mi chiedo se sapesse qualcosa. Uscì da casa mia e restai in un torpore tiepido, felice che qualcosa separasse me e lei, saremmo stati liberi e avremmo anche potuto dimenticare e farci perdonare. Un futuro senza quel piacere inaspettato e violento che aveva acceso la mia vita per la prima volta e certamente l’ultima. Non c’erano decisioni da prendere, per fortuna, era stato già tutto compiuto e potevo tornare a chiudere la mia vita nel sarcofago delle mie giornate.

Rischiai di fare tardi per la messa di Ognissanti; corsi trafelato in sacrestia, indossai l’abito talare, i paramenti e mi apprestai a officiare la messa, la chiesa era già piena di fedeli.

Francesco Fattorini

WEN – ACCIDIA – Più tardi lo faccio – Francesco Fattorini

Quindi un racconto sull’accidia?  Va bene, più tardi comincerò a buttarlo giù.

Intanto potrei fare due passi, vedo che fuori è una bella giornata di sole, certo che dev’essere anche freddo, quest’anno l’inverno si protrae.  D’altronde, la campagna assolata è bella anche se la guardi dalla finestra, ma l’ho vista tante volte, quindi mi rimetto a sedere.  Non è pigrizia, non mi fraintendete, è solo che ho organizzato bene la mia stanza, un mondo che al di fuori di essa non trovo. Ogni tanto mi concedo una promenade, in genere quando vado a pranzo, non ho una casa piccola e se si contano cinque metri di corridoio e altri tre di tinello, più la parte di camera che separa la porta dalla mia poltrona siamo quasi a dieci metri di deambulazione senza sosta, per guadagnare la cucina.

Vi ho parlato della mia poltrona? Un capolavoro della tecnologia: mediante una tastierina si alza, si abbassa, si piega, ruota… peccato che non mi porti a giro.  Il prossimo modello che acquisterò sarà così automatizzato che al suono della sveglia verrà a prendermi nel letto per accompagnarmi in bagno.

La mia vita è in perfetto equilibrio grazie ai miei modesti desideri e questo, non per vantarmi, la considero saggezza. Posseggo una fattoria, avuta in eredità, che ho saggiamente provveduto a locare ad un’azienda agricola che mi rifornisce tutto l’anno di provviste alimentari e mi passa anche un canone per le piccole necessità: sono un uomo che ama la frugalità e che, soprattutto, rifugge da tutte quelle incombenze tipiche dell’attività imprenditoriale: una lotta senza riposo che finisce per consumarti la vita.

Amo leggere, ma non riesco a finire più di un libro all’anno, perché il perdurare nella lettura oltre qualche minuto mi affatica la vista e mi concilia il sonno che sopraggiunge implacabile.

A tavola prediligo pietanze già pronte – ve lo immaginavate, vero? -, uso rigorosamente piatti e posate di plastica così da non appesantire l’impegno ineludibile del nutrirsi oltre il necessario.

Poltrona reclinabile originale Chesterfield in pelle marrone : AnticSwiss

Amo viaggiare, sì, adoro vedere posti lontani: tutto il mondo mi incuriosisce, non c’è vetta o isola o città che non mi attragga, infatti seguo tutte le trasmissioni televisive che parlano di viaggi, in Italia o all’estero, e apprezzo la cucina e le usanze del luogo, le cose da vedere, le curiosità. Tutto questo senza dovermi preoccupare delle code all’imbarco, delle prenotazioni alberghiere, le coincidenze, il jet lag, gli imprevisti. No, non farebbe per me dovermi addossare l’onere di un viaggio, io adoro i posti lontani ma quando sono loro a raggiungermi, sulla mia poltrona.

Tuttavia, anch’io come voi “alacri”, ho vissuto una vita completa e degna di tale nome e non poteva mancare l’amore. Fu una storia breve e tormentata, era forte il desiderio reciproco ma impossibile il comprendersi: avete presente una donna dinamica, decisa a non lasciare niente al caso, a combattere le sue battaglie quotidiane, a non rinunciare a nessuna opportunità? Il contrario di me. Ripenso spesso a quando, dopo sole 12/13 ore di sonno, apriva le finestre della stanza gridando di alzarmi, o quando mi propose di aspettare l’alba… L’amavo e di lei amavo anche l’intollerabile vizio della prescia, del fare ossessivo, del completare tutto, ma non potevamo essere felici insieme: ciò che rendeva felice l’uno finiva per tediare l’altra. Uno dei due avrebbe dovuto fare violenza a se stesso e qualsiasi compromesso sarebbe stato solo l’equa divisione delle rinunce. Saggiamente, decidemmo di interrompere questo legame. Fu per me durissimo e ricordo che dormii per svariati giorni prima di riprendermi del tutto.

Quindi devo scrivere qualcosa sull’accidia… Francamente non saprei cosa dire su questo argomento, mi è estraneo o forse non ricordo bene il significato ma adesso il cellulare è nella stanza accanto e non posso verificare su Google; per quanto mi sembra di ricordare non è qualcosa che possa definirsi “peccato”, al massimo una scelta discutibile, però sono stanco, me ne occuperò più tardi dopo un breve sonnellino.

Francesco Fattorini

WEN – SUPERBIA – Superbo fino alla fine – Francesco Fattorini

Come il gallo padrone nel cortile

E come imperator dentro ‘l suo regno

D’esser di tutte le ricchezze degno

Si sentìa un maiale nel porcile.

Grasso era e grosso e di pesante stazza

Sempre proteso a dispregiar qualcuno

Certo che non vi fosse mai nessuno

Di superiore a lui nella su’ razza.

Rimase la sua convinzion massiccia

Sin quando vide il contadino lesto

Risultato immagini per maiale

Venire a lui con la pistola in mano

Si sentì allora Cesare romano

Da’ senator tradito, e manifesto

Si rivelò il suo fato di salsiccia.

di Francesco Fattorini

WEN – INVIDIA – L’arringa – Francesco Fattorini

“Oggi 15 giugno 1880, signori della corte di Firenze e voi uditori, dopo lunga carriera di avvocato mi trovo a esporvi una mia convinzione controversa, concedetemi qualche minuto.

Il qui presente Buzzino de’ Pescioni, conosciuto da tutti come persona a modo, è oggi accusato di aver ferito il di lui fratello Lorenzo con ripetute botte sul capo e sulla groppa, senza ragione apparente, e ivi detto posseduto dal demone dell’invidia contro colui che lo tiene in casa. Buzzino lo conosciamo tutti, il suo corpo globiforme, l’incedere curvo, già dalla nascita la madre pianse vedendo ciò che si era portata in seno. Nessuna malattia lo risparmiò, quell’espressione stolida non è che una deformazione facciale che lo incolse sui dieci anni e la gamba più corta da sempre gli ha impedito la gioia della corsa.

Altra vita invece il fratello minore Lorenzo: bello, atletico, pronto, arguto, simpatico, trionfatore nel mondo e nei cuori delle donne, il giusto risarcimento per i pianti della vecchia madre finalmente appagata e orgogliosa.

Crebbero sempre in armonia i due fratelli, come tutti sappiamo; Buzzino nel podere fuori città mentre Lorenzo vendeva i prodotti al mercato. D’altronde le belle sembianze di Lorenzo e la sua voce musicale permettevano di vendere tutte le zucchine, ravanelli, pesche che ci fossero sul banco mentre la gracchiante parlata e la grottesca immagine di Buzzino finivano per riportarsi a casa troppa roba.

Nella sfilata cittadina al dì di Pasqua vediamo tutti come Lorenzo renda onore alla storica livrea, mentre Buzzino si dedica ai bovi che trainano il Brindellone, immerso in meno onorevole fanghiglia.

Gli anni passano e, sempre più curvato dal lavoro nei campi, Buzzino assiste ai continui trionfi del fratello curato e attento, istruito nei modi e allenato a frequenti e continui amori.

Fu così che Buzzino una mattina si scoprì a pensare, ricordare, soppesare, rivedere davanti agli occhi la propria vita orfana di quei doni così fitti nella vita del fratello, e qualcosa lo prese: quasi fosse la mano alata della giustizia, il suo piccolo braccio peloso, afferrato un grosso bastone, vibrò con furia sette furiosi colpi sulle membra del fratello, facendogli livida la faccia e sanguinante la testa, e pauroso un ghigno da satiro gli si leggeva in viso. E’ successo così, Vostro Onore, lo ammetto, e tanto impressionò tutti tale luciferina tramutazione.

Ma non accetto la parola “Invidia” come viene proferito e vi espongo le mie ragioni. L’invidia non è quel mal sentire di chi soffre delle gioie altrui, contro ogni logica e ogni natura? Qui siamo di fronte ad altro: a una domanda di giustizia, un ammutinamento contro il destino forse! Una preghiera che almeno qualche gioia toccasse anche a lui, invece dei risolini, delle prese di giro. Vostro Onore, il mio cliente si innamorava perdutamente di tutte le donne del fratello e sapete quando? Quando, abbandonate, correvano da lui per piangere sulla sua spalla o per chiedere un’intercessione, una speranza e in quei momenti lui rubava, tenendo quelle mani nelle sue, una briciola di tenerezza non a lui destinata.

Tar Puglia, Lecce, Sez. II, 12 settembre 2013, n. 1880 - Labsus

Invidia è di chi odia il bene altrui, il mio cliente reclama solo il proprio.

Termino qui il mio discorso Vostro Onore e voi tutti cittadini, e chiedo, in forza del mio argomentare, non di ignorare un atto (seppur sempre di violenza) ma altresì di non annoverarlo nella triste categoria dell’invidia, essendo solo una comprensibile reazione verso una vita per niente equa.

Possiamo davvero definire Buzzino dei Pescioni invidioso, livoroso? O forse solo esasperato? Ho finito Vostro Onore”

Buzzino fu condannato al modesto pagamento di due lire d’argento e il fatto venne presto dimenticato da tutti, fratello compreso.

di Francesco Fattorini

WEN – AVARIZIA – Paolaccio – Francesco Fattorini

Questa è la storia di Ser Paolaccio, non so perché lo chiamassero così, talvolta i soprannomi nascono senza una ragione precisa.

La sua taccagneria era leggenda, tutti a Firenze sapevano che quando una moneta d’oro o d’argento per qualche giorno restava nelle sue mani, ne usciva come smagrita, pallida, sfinita come un amante dopo interminabili notti di fuoco, diventava più fine e perdeva metallo prezioso. Erano anni che passava le notti a limare monete, potevi riconoscerle a colpo d’occhio, tanto che anche il Granduca lo aveva diffidato. Vagava per la città sempre dimesso come uno straccione e se qualcuno rimaneva ingannato e gli offriva un’elemosina lui si guardava bene dal confessare la propria agiatezza, prendeva l’obolo e scappava via lesto prima che ci fossero ripensamenti.  Praticava sovente l’usura, qualcuno dice prestasse a casate nobiliari insospettabili.

Si racconta di lui che una domenica assistesse alla messa in Duomo, perché a modo suo era devoto e non dimenticava di santificare una festa. Il vescovo in persona passò tra i fedeli per raccogliere le offerte. Anche i più poveri dettero qualcosa, chi un uovo, chi mezzo cavolo.  Ser Paolaccio lo vide avvicinarsi e messosi la mano in tasca riconobbe con orrore la forma di una pesante moneta d’argento. Preso dal panico temette di doverla elargire, il vescovo era ormai a un passo da lui; fuggire era impensabile così stipato nella folla e allora, con mossa rapida ingoiò la grossa moneta.  Il vescovo lo vide e rimase senza parole procedendo nella questua senza rivolgergli neanche un cenno. Qualcuno vide, sul viso di Ser Paolaccio, un radioso sorriso di sollievo.

Ser Paolaccio era sempre cupo e accigliato ma non era cattivo, la sua espressione minacciosa era dovuta al timore che chiunque lo avvicinasse lo facesse per prendergli qualcosa.  Si dice che avesse uno scrigno dove custodiva una vera ricchezza, ma nessuno lo aveva mai visto.  Niente donne, come è facile immaginare, e di amici manco a parlarne. Ogni sera, puntuale alla chiusura del mercato, raccattava gli avanzi: verdura sull’orlo della putrefazione e marciumi di ogni tipo; infine, le cassette di legno rotte per accendere il fuoco.  

Un giorno si sparse la voce che c’erano stati i ladri da Ser Paolaccio. Forse, si diceva, gli avevano preso il famoso scrigno con tutto il suo tesoro.  Nessuno osava andare a verificare, un po’ per evitarne la furia e un po’ perché a nessuno, in fondo, importava di lui.  Per tre giorni non lo si vide per strada fino a quando un mattino apparve nella locanda dove si gustò un’abbondante colazione con una pagnotta fresca e del prosciutto. Sorridente e rilassato, uscito da lì si recò a comprare delle “vesti un po’ decenti” come disse lui stesso, d’altronde non era ancora vecchio e prima che la vita se ne fuggisse via voleva prendersi un po’ di gioia anche lui.  Da allora in poi Ser Paolaccio fu un’altra persona, sempre presente nella vita sociale della città, disposto ad aiutare chi ne avesse bisogno e sempre pronto allo scherzo o alla bevuta.

In seguito, si sono intrecciate tra loro storie diverse: c’è chi diceva che i forzieri fossero più di uno e che i ladri avessero preso il più piccolo, altri riferivano di averlo visto pregare la Vergine e chiedere perdono, altri ancora ritenevano più probabile un intervento diabolico. Fu difficile per tutti credere a una tale trasformazione, a una reazione così imprevedibile e intorno alla sua figura persistette a lungo un alone di mistero.

Io penso che Ser Paolaccio fosse solo un uomo che, affrancatosi dalle proprie ossessioni, avesse scoperto la vita, ma anche questa mia non è altro che un’opinione.

Prontuario del Predicatore. Sentenze di Sant'Agostino sull'avarizia

di Francesco Fattorini

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