Renato Campinoti legge “Le bestie giovani” di Davide Longo

Un romanzo della memoria, per non dimenticare.

Ancora una volta Davide Longo dimostra tutta la sua qualità di scrittore. Pur in un romanzo complesso e difficile, riesce a mantenere il lettore interessato e partecipe dall’inizio alla fine di un racconto che raggiunge le quattrocento pagine. 

Dico subito che non mi aspettavo da Longo, per me alla seconda lettura dopo il caso Bramard, una prova tanto complessa e impegnativa, anche “storicamente” come quella che delinea in questo lungo racconto. 

Si tratta, per farla breve, della scoperta da parte della polizia, nei pressi di Torino, di un vero e proprio deposito di ossa umane che fanno drizzare le antenne al commissario Arcadipane, peraltro alle prese con una complessa situazione familiare e di coppia. 

In pochi giorni, la polizia preposta a tali tipi di scoperte sottrae ufficialmente al nostro commissario il caso, catalogato frettolosamente come una sorta di ossario residuo della seconda guerra mondiale. 

Dopo una prima, apparente, presa d’atto di tale versione da parte di Arcadipane, il nostro arguto e scorbutico poliziotto si affida alle abilità della gente dello staff del laboratorio della polizia per capire, anche solo per il ritrovamento di un bottone di Jeans, che i reperti non possono risalire al tempo della guerra, ma sono di un periodo più recente. 

Pur in mezzo a una difficile problematica personale, che lo porta addirittura a entrare in analisi con la più improbabile (e tuttavia efficace) psicologa, Arcadipane sollecita il suo ex capo Corso Bramard a ripercorrere con la memoria un’intera, impegnativa vicenda in cui un ristretto gruppo di giovani “rivoluzionari” erano rimasti invischiati in un brutto fatto di sangue. 

Dal fallimento della mediazione del giovane Bramard per chiudere al meglio tale episodio, origina la vicenda di cui ci vuol parlare lo scrittore. Per avvertirci di come siano stati (e possano continuare a essere) possibili interventi eversivi finalizzati a piegare in una certa direzione la volontà di innovazione sociale e culturale presente nel nostro Paese. 

Interventi che, come fa dire a uno dei personaggi chiave della narrazione lo scrittore Davide Longo, non si sono limitati “solo” a sopprimere le persone colpevoli di aver pensato di cambiare in meglio il Paese, ma abbiano agito con ferocia e torture “perchè i torturatori hanno anche loro bisogno di fare pratica”, come fa dire a uno dei pochi sopravvissuti. Non si può fare a meno di rilevare l’eterogeneità dei personaggi che Longo mette in campo, a cominciare dalla psicologa di Arcadipane, Ariel come si chiama, affetta da un grave handicap alle gambe, chiamata a rimettere in sesto la situazione sessuale del commissario. Non meno particolare Isa, la giovane agente che, pur dominata da un carattere impossibile, riesce a dare un apporto importante alle ricerche di Bramard. Resta da dire che in questa vicenda, per quanto rilevante sia il personaggio di Corso Bramard, la figura dominante è senz’altro rappresentata dal commissario Arcadipane e dalle sue vicende, anche personali, appunto.Tanto che ci resteranno a lungo nella mente le figure della figlia, della moglie molto più saggia di lui nelle faccende familiari, del cane Trepet, privo di una zampa e con un occhio cecato, che è l’unico animale cui Arcadipane riesce ad affezionarsi e a fare entrare in famiglia.

Un po’ sconvolti dalle conclusioni cui Davide Longo ci conduce con questo robusto racconto, ci viene di pensare che volesse farci sapere che è al Nord che si sono giocati (e si giocheranno) i destini di questo nostro Paese dalla Democrazia fragile. La Mafia, anche quella esportata nelle altre regioni, può sconvolgere con la sua ferocia, ma non ha l’ambizione e la forza per cambiare la storia del Paese come ce l’hanno dalle parti di Bramard e Arcadipane. Ma forse mi posso sbagliare. Ai prossimi romanzi di Davide Longo la risposta.

di Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge: “Asino zoppo si gode la vita” di Paolo Dapporto

Una peculiarità dei libri di Paolo Dapporto è che, una volta iniziati, risulta pressoché impossibile allontanarsene fino a quando non si vede la parola fine.

Stavolta l’autore si diletta con il “giallo” e nonostante il cambiamento di genere, mantiene sempre costante il suo stile caratterizzato dalla spontaneità, chiarezza, impronta emozionale, suggestione, competenza.

Ambientato nel paese di Sesto Fiorentino in un’ epoca pressoché contemporanea, il commissario Gaetano D’amore indaga sull’omicidio di una donna, Cristina, trovata uccisa, a notte fonda, al rientro a casa del marito, dissanguata dal colpo di una statuetta di marmo.

Un’indagine scorrevole e interessante dove la figura professionale del commissario si alterna a quella dell’uomo – padre, marito, collega, amico – rendendolo un personaggio affabile, simpatico, umano, nella semplicità dei gesti e delle intuizioni. A caratterizzarlo bene è la voce di Vasco, suicida in carcere, che come un’ombra lo segue costantemente in ogni indagine, a ricordargli l’importanza della ponderazione e della giusta calma nella valutazione degli eventi. “Asino zoppo si gode la vita” sottolinea proprio questo concetto: è bene essere cauti, procedere a passo lento per non prendere abbagli e commettere errori che porteremo sulle spalle per il resto dei nostri giorni. 

Dall’errore si può sempre imparare. Sbagliare ci offre un’ulteriore opportunità e il commissario, da uomo saggio e sensibile qual è, sa prenderla al volo.

Un romanzo davvero godibile anche se non si procede certamente a passo lento, tanto è fluente e piacevole la lettura.

Per me che non amo il genere “investigativo” ho trovato il romanzo comunque stimolante proprio perché l’autore sa muoversi oltre questo aspetto, caratterizzando contesto e personaggi, arricchendoli del sentimento, emozione, sensi di colpa, paure, incertezze tipici di ogni essere umano (come, per fare solo un esempio, la preoccupazione di Gaetano per il figlio e le sue problematiche adolescenziali).

Una lettura davvero interessante che consiglio fortemente a tutti coloro che cercano un libro di svago e non banale.

In risposta alla dedica – Il mio primo libro giallo. Speriamo bene! – che l’autore ha scritto sulla mia copia, il mio commento in merito non può essere che – Bersaglio raggiunto, risultato realizzato!-

Alle prossime storie, Paolo.  

Renato Campinoti legge “Odiodiclasse” di Giampiero Demi

Un raffinato romanzo-pamphlet per lettori scafati

Questo di Giampiero Demi è sicuramente un libro che pretende una buona dose di cultura, nel senso di conoscenza e studio e, al tempo stesso, una disponibilità a prendere sul serio (o forse il contrario) la verve crudelmente polemica dell’autore verso tutto ciò che è successo negli ultimi venti anni a Livorno (inteso anche come simbolo della decadenza sociale e culturale di un intero Paese). 

Fatta una tale premessa, si può cominciare a gustare ciò che di interessante e di istruttivo si trova nel libro, a cominciare da un amore sfegatato per Livorno e i livornesi, intesi come popolo livornese, di ogni angolo del quale l’autore non ci fa conoscere solo l’aspetto urbanistico e/o artistico, ma ci porta a rivivere quella che potremmo chiamare la “genesi” della sua nascita e del suo sviluppo fin dai tempi dei Medici e anche prima. 

In questo senso il libro, con i continui richiami alla sua miglior tradizione culturale, è anche un inno alla livornesità, intesa come anima inquieta, mai doma, oggi più che mai arrovellata dagli scempi urbanistici e sociali che le sono caduti addosso. C’è, anche qui, una visione della città e dei suoi mali come archetipo di ciò che più in generale è accaduto nel Paese tutto. Di qui il richiamo del personaggio principale dal suo forzato abbandono della città per più di venti anni e il suo ritorno, voluto dagli amici di sempre, per una apparente necessità di indagine su un delitto di un ufficiale dell’esercito avvenuto più di dieci anni fa. 

E qui si incontra l’altro aspetto interessante del libro: la capacità dell’autore di coinvolgere il lettore in un raffinato e complesso plot giallo che sembra condurre tutto il racconto verso esiti inaspettati e che paiono andare diritti verso la mai risolta drammatica vicenda della giornalista Ilaria Alpi e delle trame oscure che hanno avvolto la sua fine e quella della sua scorta. 

Ed è proprio qui, quando ormai sembrava di aver capito la direzione che stava prendendo il racconto che arriva la sorpresa più grande e il romanzo comincia a trasformarsi inevitabilmente in un vero e proprio pamphlet contro l’imbarbarimento sociale e culturale della nostra società. 

Sarebbe interessante, visti anche gli esiti cui tutto ciò condurrà il corposo racconto del Demi, confrontare tra più lettori l’impressione che una scelta del genere lascia in chi aveva inteso, a partire dalla prima parte del libro, di trovarsi di fronte a una raffinata e forte opera letteraria, di cruda connotazione satirica e di esplicito impatto sociale, che fa i conti, nella seconda parte, con una forte mutazione dell’indirizzo del libro, (volutamente satirico?) che lascia quantomeno insoddisfatta la parte letteraria che pure l’autore sa padroneggiare alla grande. 

Un altro aspetto di sicuro impatto nei lettori è il linguaggio volutamente aderente alla “lingua” livornese, che niente nasconde dello slang popolare, fino al largo (e discutibile) impiego della bestemmia. 

Si chiude, letta l’ultima pagina, questo libro del tutto particolare e ci prende la curiosità di saperne di più sulle vicende livornesi di cui Demi ci parla più o meno direttamente. 

È anche questo un merito non secondario di questa lettura.

di Renato Campinoti

Ada Ascari legge: Il caso Bramard di Davide Longo

Cosa rimane di un libro dopo che è stato letto, a parte la polvere che si accumula una volta riposto in una libreria? Dipende, dipende dal libro.

Ci sono libri che restano per un po’ per la bella storia che è stata raccontata, se è un saggio per le cose che abbiamo approfondito, restano per la curiosità che hanno suscitato oppure non resta niente… perché sono passati attraverso di noi come meteore, ci hanno dato momenti, sì piacevoli, ma subito dimenticati.

Sono una che si può definire una lettrice forte e tutto non posso ricordare, a volte mi capita di pensare che forse quel libro, quel romanzo l’ho letto, ma non ricordo niente o poco del contenuto… 

Quando poi si tratta di un giallo, spero sempre che la soluzione arrivi in fondo, ma proprio in fondo perché altrimenti la delusione mi prende e vorrei lasciare la lettura.

Per il caso Bramard è stato diverso, giallo, soluzione finale, non del tutto scontata, anche se avevo subdorato qualcosa… ma quello che mi è rimasto di questo libro è stata la lingua.

Una lingua espressa con una  scrittura per niente ridondante, una scrittura stringata, con dialoghi che devi rileggerli due volte per seguirli, dialoghi reali, con sottintesi, dialoghi di persone che si conoscono e che quindi non hanno bisogno di tante parole. Una scrittura concentrata, senza una parola superflua che porta diritta al punto. 

Poi all’improvviso all’interno di questa scrittura così essenziale, spuntano alcune righe di vera poesia. 

La poesia è quella forma di scrittura in cui non è necessario dire, ma far sentire. Si sente all’improvviso “l’odore di pacificata rovina”, si vede “una bellezza che richiede pazienza per essere compresa”, si ascoltano “gli addii carichi di cose taciute”.

Ci troviamo all’improvviso davanti a qualcuno che “ha i polsi che gli escono dalle maniche del giubbotto come snodi di una vecchia lampada da tecnigrafo” ed entriamo in una stanza di ospedale a “tre letti, tutti occupati da gente che non sarebbe tornata a casa”, che delicatezza in questa sola frase.

A me di questo libro è rimasta la poesia e il sottile pensiero che “sotto occhi lentissimi” fa chiedere “come può esser così leggero il male?

Il male in una trama gialla, è dentro la storia, non ci sarebbe storia senza delitto, senza il male che scava la mente, che ha lo stesso effetto della goccia che scava la pietra.

E questa trama ha il male dentro, un male che si porta dietro come un peso dentro uno zaino da montagna. 

Ma alla fine si arriva alla vetta, non senza essersi sbucciato, o ferito, toccato nel corpo e nella mente, barcamenato tra dolori e sentimenti, che lasciano il lettore pronto per un nuovo capitolo. Perché deve esserci un nuovo capitolo a questa storia di morte e di rinascita, anzi di resurrezione. 

Renato Campinoti legge: Sotto gli occhi dell’alligatore di Joe R. Lansdale

Un capolavoro della letteratura americana

Tutti i libri sono importanti e interessanti, ciascuno con la sua ragion d’essere e in grado di lasciare un ricordo, un arricchimento al lettore. 

Poi capita il libro che si colloca su uno scaffale sopra agli altri, che non toglie niente a nessuno ma che si fa riconoscere per quello che è: un capolavoro! È quello che mi è capitato leggendo questo libro, scritto più di venti anni fa da Lansdale. 

Di questo bravissimo scrittore texano avevo già letto la maggior parte dei romanzi e dei racconti che ci ha regalato, compreso quelli della divertentissima saga di Hap e Leonard. Molti altri mi sono sembrati belli e istruttivi. Questo è davvero un capolavoro. 

Perché? È da libri come questo, che pure è ambientato nella provincia americana degli anni trenta, che si capiscono molte cose dell’America di oggi e dei decenni passati. Si riallaccia, nella logica del racconto, del rapporto tra padre e figli invischiati nell’ambiente razzista dell’America interna, ad altrettanti capolavori come “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee o “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” di Fannie Flagg. 

E tuttavia a me, che pure ho apprezzato moltissimo questi romanzi e altri dello stesso tenore, questo di Lansdale è apparso ancora più crudo ed efficace per aiutarci a capire lo “spirito” di quell’America, a cominciare da quella dell’interno, dei tantissimi piccoli villaggi e piccole contee, tuttora pervasa dall’idea della difesa personale dal “diverso” (il negro prima di tutti, ma non solo!) e della cura personale della propria salute e del proprio benessere. 

I fatti che l’autore ci fa raccontare dal narratore, immaginandolo ormai vecchio e a riposo, risalgono alla sua fanciullezza, dunque negli anni trenta come dicevo, con un’America alle prese con la depressione che però appare poco in quelle lande abbastanza lontane dai centri finanziari ed economici del Paese. 

Sembra infatti che anche su questo l’autore voglia farci capire come, per i bianchi del suo villaggio, ciò che contava davvero, più che delle difficoltà economiche patite dal Paese, era tenere la popolazione nera al suo posto, priva di quei diritti che pure la guerra di secessione aveva sancito ma che, di fatto, tarderanno ancora molto ad affermarsi, con tutti gli strascichi e i rigurgiti che sappiamo. 

È insomma una provincia americana permeata dal razzismo, dove domina il KKK, dove ci si difende col fucile sulle ginocchia anche quando si fa un sonnellino nella veranda di casa e dove talvolta è perfino difficile trovare un insegnante per la scuola del villaggio. 

Cosa di cui sono in pochi a lamentarsi preferendo utilizzare le braccia dei ragazzi per i lavori nei campi. Siamo nel Texas e si sente e si vede! 

Naturalmente il romanzo si sviluppa in forma di racconto giallo, dove a fronte della scoperta dei cadaveri di donne nere seviziate, si scatena la caccia all’uomo di colore che il padre dell’io narrante, incaricato della funzione di polizia nel villaggio, dura un bel po’ di fatica a tenere a bada le pulsioni più violente. E sarà solo dalla caparbietà dei figli di lui che si arriverà a capire, almeno in parte, da dove nascono i delitti atroci che vengono alla luce. 

Non è affatto trascurabile la capacità di questo grande scrittore di ricostruire l’ambiente della campagna texana di quel periodo, con i suoi boschi, il suo fiume Sabine (che ricorrerà tante altre volte nei suoi romanzi), i suoi animali dall’opossum, agli alligatori ai serpenti d’acqua, ai cani. 

Si sente, insomma, che Lansdale ama il suo Paese e il suo Texas, da cui del resto non si è mai allontanato se non per i viaggi di piacere o di lavoro (è venuto spesso a Firenze, compreso per la prima Fiera del libro alla Fortezza di alcuni anni fa!) e che, forse anche per questo, non fa sconti sui non pochi difetti, molti dei quali ritiene anche lui da correggere decisamente. 

Una volta chiuso il libro di Lansdale, restano le descrizioni di quegli uomini armati di fucili a cui nessuno chiede mai il porto d’armi. 

Restano quelle scene di spedizioni punitive e di sparatorie al di fuori della legge. 

Restano quelle assenze, nei villaggi, di strutture sanitarie cui rivolgersi in caso di reale bisogno. Insomma resta l’immagine di una parte dell’America che sembra ancora pronta a seguire il grande demagogo che promette di rilanciare la Grande nazione, priva di limitazioni all’uso delle armi ai minorenni, priva di un dignitoso sistema di stato sociale, dove si paghino poche (pochissime!) tasse e ognuno possa sperare di diventare l’uomo più ricco della terra. 

Meno male, viene da pensare, che ci sono quegli uomini e quelle donne che, come in questo libro, come in quello di Harper Lee o di Fannie Flagg, non sono più disposti a stare al gioco e puntano su valori sociali e culturali diversi da quelli maggioritari nella provincia americana.

Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “Il caso Bramard” di Davide Longo

La risposta del Nord al commissario Montalbano”

Non so, come afferma Alessandro Baricco nella quarta di copertina, se Bramard e Arcadipane siano davvero “la risposta del Nord al commissario Montalbano! Sono l’invenzione del poliziesco piemontardo!”. 

Certamente, a cominciare da questo romanzo, rappresentano per me una bella scoperta, sia come personaggi che come trame e atmosfere. Intanto i personaggi.

Corso Bramard ha già trascorso venti anni della sua vita da quando, giovane e brillante commissario di polizia, fu incaricato di occuparsi di un serial killer che finirà per uccidergli la moglie e la figlioletta. Da allora, abbandonata la polizia e sostenendosi solo con alcune ore di insegnamento scolastico, si ritirerà in una vita fatta di solitudine e scalate notturne sulle sue montagne. 

Ma la lotta al serial killer, che con la firma di Autunnale continuerà a tormentarlo con periodiche lettere, non cesserà neppure per un momento. 

E qui entra in ballo l’altro personaggio, il commissario Arcadipane, già vice di Bramard e che ne ha preso il posto al suo ritiro. 

Bellissimo il rapporto tra i due, apparentemente conflittuale, in realtà di grande stima e collaborazione, che permetterà comunque a Bramard di assumere le informazioni necessarie a proseguire la ricerca della vera identità di Autunnale. Non meno particolare la fisionomia del personaggio di Isa Mancini, particolare e spigolosa agente di polizia che coadiuverà, a modo suo, Corso nelle indagini informali. 

Ci sarebbe da dire di altri due personaggi, l’uno una donna, Elena, di origini dell’est Europa, sposata con un mascalzone che l’abbandona al suo destino, e verso la quale Bramard sembra nutrire un sentimento più intenso dell’amicizia. 

L’altro personaggio da citare è Cesare, il titolare della trattoria dove si reca Corso, anch’egli di poche parole e anche lui colpito dalla morte della moglie e forse anche per questo “intelligente e di cuore, ma non è fatto per le persone”. 

L’altro aspetto rilevante è rappresentato dai paesaggi che si alternano continuamente e che, però, sono sempre lo stesso paesaggio delle Alpi, dei fiumi, delle nebbie, della pioggia della zona piemontese e di Torino.Qui davvero si marca tutta la differenza con le atmosfere solari e con la calura dei romanzi di Montalbano e, al tempo stesso, l’affinità per le analogie vuoi dei paesaggi che dei personaggi che all’interno dei due diversi romanzi si riscontrano. Una specie di copiarsi al contrario, insomma!.

E poi ci sono, nel romanzo di Davide Longo, le tante trame che, insieme a quella principale della caccia tra Bramard e Autunalle, si rincorrono e tengono alto e appassionato il ritmo del romanzo. 

Si va così dall’attesa degli sviluppi del rapporto tra Corso e la bella e scontrosa Elena, alle vicende personali del commissario, alla particolare conclusione che il pur lieve errore di Autunalle induce nella trama della caccia di Bramard verso colui che gli ha stravolto l’esistenza ma non la sua intelligenza investigativa. 

Si giunge così a un esito non scontato della vicenda principale, come accade spesso con gli scrittori di razza, e si corre, come mi è capitato, a cercare il prossimo libro della sa di Bramard e Arcadipane. 

Come consiglio a tutti di fare.

Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “Ballata di morte nel Devon” di Vincenzo Sacco

Per un certo numero di pagine di questo notevolissimo giallo di Vincenzo Maria Sacco, ci si fa la convinzione che sia stata la grande Agatha Christie a ispirarne l’ambientazione: la campagna inglese più distante dalle metropoli, la stessa, improvvisa, apparizione di efferati delitti apparentemente inspiegabili. Anche lo stile asciutto ed essenziale della scrittura del nostro autore rafforzano in noi lettori questa convinzione. Del resto Vincenzo ci ha già abituato, con le belle prove che precedono questo suo terzo (per restare solo al genere) romanzo giallo ad immedesimarsi e farci immedesimare con gli ambienti in cui si svolgono le vicende cui ci fa appassionare. Andiamo così avanti per un bel pò e cominciamo a fare delle congetture sugli strani, crudeli, omicidi che ci vengono narrati, quando, ad un certo punto, succede che viene fuori un’altra, possibile ragione che ha spinto l’autore ad ambientare nel Devonshire le vicende di cui ci racconta. Che sbadato! mi viene da dire. Eppure un indizio Vincenzo l’aveva messo già nel titolo! “Ballata di morte…”. E allora ci ricordiamo che Vincenzo Maria Sacco è uomo dalle molteplici risorse e dalle tante pratiche artistiche: per esempio la musica! Che Vincenzo pratica da più di trenta anni con un gruppo di amici che hanno dato vita ai Palket Band (spero di scrivere giusto!) e che periodicamente allietano, con brani soprattutto Rock, anche i sodalizi culturali di cui fanno parte. Perchè, tra parentesi, Il nostro autore è anche un ottimo operatore culturale attivo sia a Firenze che a Livorno, per quello che ne sappiamo. Tornando così al giallo, scopriamo, senza niente togliere alla suspence, che conta molto il ricordo di autori del genere da lui amato, attivi nel periodo della sua “formazione”, molto legati a quelle terre e alle tradizioni celtiche i cui echi sono tuttora presenti, che ci aiutano, in questo caso, a sciogliere alcuni dei misteri legati alla trama del libro. C’è bisogno tuttavia degli indovinatissimi personaggi che animano il racconto, dall’investigatore privato Robert McDonald (cognome che si presta a qualche ironia in quella parte di mondo), alla fidanzata Catherine Wood, che si adatta malvolentieri alle curiosità investigative del suo uomo, al maturo e tuttora attivissimo ispettore di polizia Lewis Gordon  (e anche qualche esperto del luogo!) che sanno riconoscere le reciproche competenze per metterle a frutto al fine di catturare, come nei più azzeccati noir, all’ultimo istante, gli assassini in procinto di compiere l’ennesima esecuzione. Magistrale, al fine di non rompere il ritmo dei colpi di scena che animano la parte finale del giallo, il classico riassunto delle vicende, compresa la spiegazione sulla concatenazione di molti avvenimenti, che Vincenzo utilizza come un navigato autore di genere, che qualcuno ha accostato perfino al grande Arthur Conan Doyle. Non ci resta che augurarci di vedere presto un altro parto della sua prolifica e fantasiosa vena di scrittore. Senza che questo lo distolga troppo, dico io, dal prezioso e apprezzato impegno di volontario che sta contribuendo (ecco un’altra risorsa di Sacco!) a sviluppare la cultura digitale soprattutto nelle generazioni toscane più mature, per evitare il rischio di una loro emarginazione nel mondo che ci aspetta. Un altro motivo per dire grazie a Vincenzo Maria Sacco.

di Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “Dieci incredibili giorni” di Ellery Queen

Ritorno al giallo classico

Quando si parla di Ellery Queen si dice dei cugini  Frederic Dannay e Manfred Lee che con questo pseudonimo scrissero ben 40 (quaranta !) libri e un numero imprecisato di racconti. Siamo, con questo volume, nel più classico dei modelli gialli dei grandi scrittori americani.  L’uomo colpito da amnesie, il padre arricchito self made all’americana, la moglie bellissima e giovane, il fratello un pò pazzo, perfino la madre smemorata e colpita da fissazioni bibliche. Insomma non manca nulla e la trama si sviluppa, nel più tradizionale dei modi, lentamente fino…fino ai colpi di scena che seguono l’uno all’altro: il figlio adottivo, i genitori veri poveri, i furti in casa, i misteri del figlio. la moglie… Ma qui mi fermo perchè di un giallo classico non si può dire niente senza cadere nello spoileraggio selvaggio. Si può solo ricordare che il mestiere di Ellery Queen, quello del romanzo, è quello dello scrittore, che altrimenti non sapremmo di cosa riesce a campare, dato che non ha una vera agenzia investigativa e risolve i casi per intuizione senza nessun compenso. Gli basta trascrivere le storie che vive per trovare la sua fonte di sostentamento. E si può dire che anche in questo romanzo, come nei più classici della serie, niente è come sembra e per capire davvero cosa è successo nelle vicende narrate, bisogna aspettare l’ultima pagina. Posso solo aggiungere che, abituati da certe trame truci e piene di cadaveri dei nostri scrittori contemporanei, tornare al giallo classico, dove il morto è solo uno, massimo due e la scoperta del colpevole è lasciata alla forte capacità intuitiva del personaggio principale, è una vera boccata d’ossigeno. Il bello e il brutto delle facili ricchezze e miserie americane di quel periodo è alla fine il vero soggetto dei grandi scrittori di gialli di quegli anni Che non a caso sono gli anni che videro nascere e svilupparsi ampiamente il genere.. A voi l’occasione di smentirmi.

di Renato Campinoti

CHI STA UCCIDENDO I TASSISTI DI FIRENZE?

Uno dopo l’altro i tassisti di Firenze vengono uccisi. Stessa arma, una Calibro 22, stesso giorno della settimana, il venerdì. A volte, però, il serial killer si prende delle libertà e ammazza anche una prostituta e un travestito e colpisce in altri giorni. La polizia indaga. Questa, in sintesi, la trama del romanzo di Fabrizio De SanctisUna vendetta quasi perfetta” (Libromania, 2017).

Perché l’ho letto? Perché in molti mi avevano detto quanto De Sanctis scriva

Una vendetta quasi perfetta eBook: De Sanctis, Fabrizio: Amazon.it: Kindle  Store

bene e ne avevo avuto piena conferma leggendo dei suoi racconti. Solo che Fabrizio De Sanctis scrive soprattutto gialli e di dimensioni notevoli (questo con le sue oltre 300 pagine è uno dei più brevi) e io non amo i gialli! Se uno scrive bene, però, i suoi libri vanno letti lo stesso, anche se il genere non ci convince.

In effetti, “Una vendetta quasi perfetta” scorre proprio alla grande e si legge con piacere, grazie a uno sviluppo dell’indagine che rivela poco per volta, prima pare andare in una direzione per poi scoprire altre possibilità. Inoltre, il colpevole non appare solo all’ultimo, senza una ragione, come in opere meno riuscite di altri, e i personaggi hanno il loro spessore e il loro perché. Insomma, un bel libro, intenso, con dialoghi efficaci e realistici.

Considerate che se c’è una cosa che mi piace poco leggere, oltre ai gialli in genere, sono le detective story con poliziotti o carabinieri e qui. ci sono entrambi, eppure la buona scrittura di Fabrizio De Sanctis mi fa passare sopra questa mia allergia. Sarà, perché pur inserendo la storia in una precisa ambientazione fiorentina (di cui ritrovo luoghi e atmosfere), non indulge a creare macchiette o a toni strapaesani. Buon segno, no?

di Carlo Menzinger di Preussenthal

L’ugualianza delle Ossa di V.M. Sacco

Un “Sacco” bello!
Ho letto da poco l’ultimo libro di Vincenzo Maria Sacco “L’uguaglianza delle

L' uguaglianza delle ossa - Vincenzo Maria Sacco - Libro - ALA Libri - I  gialli | IBS

ossa”, un giallo ambientato nella Napoli di fine ‘700 ed ho potuto apprezzare, oltre alla fedele e dettagliata ricostruzione storica, il linguaggio scorrevole e la piacevolezza della storia. L’amico e collega scrittore riesce con la sua penna a suscitare nel lettore simpatie e antipatie per i personaggi che lo meritano! Bella anche la scelta di utilizzare il dialetto napoletano per i dialoghi, che rende la narrazione ancora più realista. Buona lettura a tutti! #paroladiscrittrice

di Eleonora Falchi

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: