WEN – GENITORI – Esser genitori (e non solo) – Giovanna Ristori

Col materiale che ho a disposizione, talvolta per interesse o per ovviare a situazioni complesse, scambio i miei figli con quelli degli altri, con una certa abnegazione. L’altra sera, appunto, ho dato la figlia grande in cambio del fratellino per farlo stare con l’altro mio piccino. Li ho fatti mangiare, poco, se tutta si vuol dire, poi la vicina, provvidenzialmente, ha allungato della pasta al ragù e del budino al cioccolato che sono stati spazzolati in un minuto e felicemente. (Sì, perché le persone care hanno compreso la situazione e talvolta dei bimbi e del marito hanno compassione, di talché quando cucinano un po’ di più ce ne fanno omaggio per compensare le mie mancanze verso i figli miei e quelli che ho in ostaggio). 

Comunque. Dopo cena li ho portati a fare una passeggiata, a vedere le stelle la luna e le barche lontane e dopo mille domande e scoperte emozionanti sul cielo e sul mare assaporate in un silenzio ovattato che enfatizzava la visuale, siamo tornati a casa e a letto a dormire. La mattina seguente ho mandato i due bambini, spensierati, a nuotare.

Di contro, le ragazzine preadolescenti, mia figlia e l’amica presso l’altra famiglia, si son fatte portare per negozi e la mia ha irretito il babbo che avevo previamente spedito in aiuto allo spaccio. (Per inciso, la prossima volta vado direttamente io a far compere con mio marito visto il risultato ottenuto. Ma non sarebbe la stessa cosa, è risaputo).

A fronte di questo piccolo ma significativo spaccato di come sono io in veste di genitore devo dire che io ho uno spiccato e feroce istinto materno ma è la pazienza che difetta, perché dopo le cure necessarie e le indicazioni scarne ma essenziali, impongo ai figli l’impiego dell’arte di arrangiarsi e non contrariarmi oltreché non disturbarmi inutilmente, il tutto dispensato con monito imperante.  A tal proposito con un amico, parlando del suddetto scambio di figli e confrontando il trattamento di qua e di là riservato, lui mi ha detto, non so se per sarcasmo o complimento, che io son più brava moglie, che esempio materno

Mamma di 3 figli famosa per il suo fisico perfetto dopo il parto cambia  idea (FOTO)

Lì per lì un po’ imbarazzata ho glissato l’argomento anzi, ho demandato al mio consorte la valutazione, che desse lui la soluzione e aspettando che si sciolga la riserva, vado a dir la mia ora che pudor più non mi serba. Penso infatti di essere una buona madre, considerato che da sola con mio marito abbiamo tirato su finora tre figli e anche più, senza aiuti da familiari ma solo grazie a quelli mercenari. E per come vedo i miei bambini, belli ridenti e sufficientemente malandrini mi ritengo orgogliosa di come svolgo il ruolo di madre. Ma anche quello di sposa che ritengo col predetto, vada congiunto. Infatti ho anche le caratteristiche della moglie generosa e fra le altre, in particolare, quella di farlo -mio marito, talvolta e non poco – arrabbiare; però, di contro, a mio favore ho anche quella non trascurabile dote che fa la differenza e comporta la lode, ossia so bene come si fa a farsi perdonare.

di GIovanna Ristori

WEN – ACCIDIA – Accidia -Giovanna Ristori

Mai come ora vi posso descrivere l’accidia.

È un sentimento strano per il suo modo di essere -nel bene e nel male, velatamente insano e quasi invisibile agli occhi dei più. Oserei definirlo un torpore dell’anima, spesso procurato da delusione, frustrazione, indolenza, predisposizione; elementi che portano tutti insieme ad un distacco dai doveri -principalmente- morali di fare qualsiasi cosa per gli altri e per sé stessi, facendoci diventare delle caricature di soldatini di piombo, nullafacenti indefessi.

A discolpa di questo vizio ritengo che vi sia insita una componente propedeutica che

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nella maggior parte dei casi plasma la mente e la arretra, sì che la volontà di fare resti sopita.

Poi, la versione peggiore dell’accidia è l’indifferenza a tutto quello che ci passa sotto gli occhi e dovrebbe invece procurarci una qualche resistenza. Tuttavia in preda a questo vizio, spesso essenziale a tutela della fragilità dell’uomo quando si tramuta in veste dell’animo, assistiamo purtroppo ad una omissione di attenzione per quel che è male per gli altri, che in una forma egoistica e di rimando, tutti ne beneficiamo in proporzione, e con vanto. È purtroppo una condizione di anima vuota, mancanza di stimoli, di ideali, più che altro e soprattutto è una rimozione di responsabilità che spesso è arrivata a lanciare ben alti strali in nome di un quieto vivere che riflette omertà, molto vicina a colui che pecca, più o meno consapevole, di viltà. Dunque è un vizio grave, disdicevole e abbandonarvisi con fare consapevole, obnubilare i pensieri e procurare sofferenze, dà la misura di chi si sottrae, per vil pigrizia, alle proprie dovute occorrenze.

di Giovanna Ristori

WEN -GOLA – La gola – Giovanna Ristori

Il peccato di gola è un vizio che – più della lussuria – rappresenta l’appagamento del piacere immediato portato all’estrema stortura. È un vizio da non sottovalutare, affascinante nelle sue mille sfumature ma con una connotazione sempre negativa, quasi fosse la patologia del piacere, e ne rappresenta la sua deriva. È la degenerazione che segue il bisogno di assunzione per via orale, nello specifico, mangiare bere e fumare. È un vizio che parte da un bisogno primario, consiste nel soddisfare il corpo nel modo più sano e più vario ma come tutti i vizi scade o si tramuta, trascende l’originario, per trasformarsi in ciò che se all’inizio può sembrare un piacere amplificato, dopo non molto si scopre essere qualcosa di molto più complicato.

Nei casi più gravi diventa un problema, che da momento di convivio e divertimento si trasforma in un privato e maledetto anatema. Il piacere della gola diventa vizio quando trascende nello smodato atto di assunzione di generi che danno assuefazione e oltre alla dipendenza si innesta un sentimento di vergogna in tutto quello che idealmente si realizza con l’appetenza, che sia cibo, fumo o bevanda.

Ma non è tanto un problema di soddisfazione del bisogno immediato quanto, invece, espressione di necessità recondita, latente e spesso inespressa, volta a colmare un vuoto profondo, contrappasso feroce secondo il quale, apparentemente, più si assume e meno il vuoto dentro prende voce.

È l’espressione di un disagio esistenziale che non si ferma al buon mangiare, è un piacere che portato all’estremo diventa il vizio che davvero può far male, è un vizio incessante che oscura fino a riempirsi la gola e dimenticarsi un corpo che ci riflette e non ci amora, un’assunzione procrastinata fino a che sia raggiunta una meta inesistente ma idealizzata.

I cibi da mangiare rigorosamente con le mani - Buonissimo

Il piacere della gola se portato a vizio estremo è un tormento perché del cibo non se ne può fare a meno, è l’emblema di tutte le dipendenze poiché la perdita di controllo o anche solo la difficoltà nel darsi in regola l’accollo può rappresentare quel punto di non ritorno che mai fa tornare uguale. 

È il più subdolo fra tutti perché sembra un vizio gioviale, quando invece è un tarlo che entra dentro non lascia scampo, lascia il segno e ci ricorda il profondo disagio che portiamo dentro.

di Giovanna Ristori

WEN – SUPERBIA – Superbia – Giovanna Ristori

Oramai la maggior parte della gente inizia ad andarmi stretta, in qualunque modo la guardi e la si metta. E non è tanto un problema d’età che mi potrebbe indurre a dir che accade una tale ovvietà, visto che da maturi si diventa insofferenti, probabilmente per il tempo misurato che ci attende. No. Per me ancora, non è tanto il tempo rimanente a dosarmi la pazienza piuttosto il fatto di aver finito del tutto la benevolenza verso una serie di persone prese così, a caso e a campione, a seconda del fastidio che mi recano quando ne ricevo la prestazione.

Ad esempio i gran parlatori, gli imbonitori, che spesso con modi suadenti veicolan le piccole o grandi verità di cui si ritengono possidenti. Ecco, questi li proietto mentalmente a propinar oggetti in tele-vendite, immaginandomi per loro un roseo e fulgido futuro. 

Poi, i sedicenti professori, quelli che il mestiere lo svolgon dalla cattedra della pia illusione di essere superiori, dimentichi da sempre che la loro fortuna l’han fatta gli uditori, considerati al più, una platea di sciocchi e improvvisati avventori, i quali per mancanza di intravedere alternativa son costretti a rinunciare all’invettiva.

E gli insidiosi, quelli che si imbucano nei pensieri, andando a toccare tasti dolenti con domande affatto innocue seppur poco intelligenti, al solo fine di risolvere la questione in modo dottorale e finir per essere solo loro quelli bravi, che vincono il male, sotto gli occhi dei seguaci, ancor più sciocchi. 

umile-superbo - Chiesa di Padova

Infine i ruffiani, che coi loro modi gentili e condiscendenti carpiscono consensi sfilandoli con puerile furberìa dalle mani. 

Ecco, tutti questi abietti figuri, come anche tanti altri pari lodevoli criaturi, fanno sì che il malumore mi affiori e mi disturbi, e talvolta di notte mi occupi i pensieri, cosa che da un lato mi consola, poiché vuol dir che quest’insofferenza non è all’eta che è dovuta, bensì alle frequentazioni obbligate o casuali che, tuttora, mi offre la vita. Ma spesso è una magra soddisfazione sapere di esser nel giusto, aver capito di aver ragione, anzi è una strada in salita che fuorvìa da quella principale, che dalla maggior parte è seguita. E che porta idealmente in alto, sì che da lassù tutto quanto si può osservare ma quasi mai, specie a seconda dell’altezza, se ne apprezza la bassa visuale, poiché a quel punto, di superbia è fatta ebbrezza.

di Giovanna Ristori

WEN – INVIDIA – L’invidia- Giovanna Ristori

È quel diffuso malcontento

che nasce per l’altrui avere

quando dell’ambìto godimento

non è dato provare piacere

E rabbia tanta sale

che del desiderio si va a sparlare

Ad esempio

se all’uva la volpe non arriva

La volpe Corvino e l'uva croata

finisce che la denigra

E qui si svela l’invidia,

che getta l’inganno

e reca ad altri danno

Perché per la volpe

l’uva non è cibo per il palato

proprio come dell’invidia

è il bene agognato

E per coprir la frustrazione

l’astuto animale (ma anche le persone)

schernisce minimizza e sdegna

quel che non potendo avere

di amarezza segna

di Giovanna Ristori

WEN -AVARIZIA – Avarizia – Giovanna Ristori

Per me che sono generosa, al limite della prodigalità, parlare di avarizia è difficile, lo farò restandone distante e con una certa ambiguità. Voglio partire da lontano iniziando da quel che io credo che sia un concetto di fondo seppur c’entri di sbieco. Dunque, è da considerare principalmente l’atteggiamento con cui ci si pone verso i beni e verso le persone, perché l’avarizia non è solo accumulo di denari ma anche e soprattutto di emozioni. All’origine v’è una smania di possesso che si alimenta con la brama di potere e obnubila il sentimento più onesto, annientato dal credo dell’avere. E niente gioca l’esperienza, gli insegnamenti della storia che mesti ci riportano ad atti di vanagloria, posti in essere per ottener risultati che seppur immediati hanno poi sacrificato tanto, in nome dell’avere. Questo però, in un’ottica più ampia, perché tira in ballo e comprende anche la superbia, quando invece l’avarizia, è quell’emozione arida con cui si affronta la vita con eccessiva mestizia e si accumula idealmente per noi stessi quel che poi è all’origine di tutti i

Il taccagno – Schizzariello.com

contrappassi. Io la vedo come una grossa limitazione del cuore, che supplisce con motivazioni addotte da ogni dove, logiche brutali, volte a rivendere il ristretto operato con l’intelocutore. Infatti, quello della faccia bronzea adatta alla situazione è l’effetto più usato per mantenere una facciata e non scoprir del tutto la parata. E poco di tutto ciò viene dal cuore che è ridotto ad un mero calcolatore di interessi, indice di giustificazioni da accampare più che altro a noi stessi e che ci fa essere parchi di sentimenti e meschini d’intenti. 

Per non parlare poi della perdita che comporta l’essere avari, perché la volontà gioca a farci accumulare per sentirsi più grandi, per avere l’idea di essere importanti, anche se poi il rovescio della medaglia porta ad una solitudine che, per tutta la vita, attanaglia.

Giovanna Ristori

WEN – IRA – Ira – Giovanna Ristori

Dei peccati capitali l’ira è quello che più mi riguarda direttamente, perché ritengo e so di essere una persona verbalmente incontinente. Ma della rabbia più di tanto non si può raccontare, io riesco solo a dire che è un impeto che sale, che acceca la vista, offusca la mente, confonde e non fa più capire niente. Fa vomitar parole che, altrimenti, non vedrebbero mai la luce del sole, è un torrente in piena che d’improvviso cala dal monte, quando più niente si vede all’orizzonte. È un uragano che si scatena nella mente, una furia circoscritta ad una terribile rabbia per un qualcosa che si accende d’improvviso e quasi mai è in preventivo. L’ira, quella vera, non avverte, non si annuncia, sale inaspettata, da un momento all’altro un vortice potente avvolge dove la ragione soccombe. Il respiro ingrossa, il sangue nelle vene infonde una pressione tale che necessita uno sfogo naturale e, per quel fine, non c’è
nient’altro di meglio che un gesto inusitato e male parole. La rabbia è difficile da contenere ed è bene lasciarla sfogare, ma questo solo in pochi lo possono capire. Solo chi ha questa debolezza, questa sorte di farsi prendere dall’ira funesta, solo lui potrà sapere quanto intenso sia il dolore che reca la rabbia quando si desta.

Come gestire la rabbia? - Starbene

Ma mi ripeto, dell’ira più di tanto non si può raccontare perché una volta sfuriata, una volta che la tempesta è passata, quando altrettanto d’improvviso essa si placa, allora gli succede uno strano stordimento, un breve momento di riflessione che porta il ricordo lontano, distante, e annienta il precedente.
Perché oltre l’ira v’è la rimozione di quanto accaduto, è l’effetto successivo, una naturale protezione per parare la vergogna di tanta passione.
Per quel che mi riguarda, io piano piano ritorno me stessa e dell’accaduto prendo contezza, e per riparare all’imbarazzante prestazione non posso fare altro che chiedere scusa per quella che è per me è la dannazione che in questo modo, arriva al torto passando per un’astratta ragione. Sperando, così, che chi è passato suo malgrado sotto il vento dell’ira e ne è rimasto colpito, possa superare l’accaduto guardando con occhi distanti quello che è avvenuto, magari ricordandosi del mio sguardo, quando tutto, ancora, era un azzardo.

di Giovanna Ristori

WEN – FUOCO – Il fuoco – Giovanna Ristori

Mai parole son state così fioche

l’emozione è strozzata e non ha voce

Un vuoto grande da colmare

resta dopo tanto avere

 

Quando ogni giorno ogni ora ogni minuto

v’era una frase un bacio un saluto,

talvolta un lamento,

a scandir le giornate di quel lieve tormento

 

 

Tanto era il fervore

che non sembrava passar le ore

Il tempo era sospeso, annientato

al cospetto tutto il resto, sparito

 

Eravamo una cosa sola

lo siamo stati mille volte per un’ora

Un impeto di fuoco

vivido e segreto

 

le cui fiamme si son viste lontane

fino alla fine del reame

Sì che tanti hanno capito

e qualcuno ne ha gioito

 

Ora il fuoco è un cumulo di brace

non son più alte le fiamme

ma arde ancora forte

per chi non trova pace

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di Giovanna Ristori

WEN – FUOCO – Il fuoco – Giovanna Ristori

Quando un problema mi assilla, un pensiero prepotente nella mente con vigore zampilla, quando un’ossessione da dolce come può essere all’inizio diventa quasi una maledizione, è d’obbligo trovarvi un rimedio o, quantomeno, cercar di alleviare quel che diventa impossibile sopportare. E mi si pongono davanti due vie. La prima è quella che logica vuole di posporre l’intelligenza emotiva a quella razionale, e io che non ho troppa voglia di perdere tempo con più di una questione ancestrale (per volta, almeno) se un pensiero nella mia mente ha una certa collocazione che è quella che gli si confà di meno, dopo aver cercato invano di risolvere la questione, sposto il pensiero in un altro meandro della mia geniale dimensione. Cioè, mi spiego o ci provo, se una cosa una persona o un’emozione non può essere in un certo qual modo e non mi riesce di eliminarla senza frodo, gli cambio l’ideale destinazione e la sistemo altrove, insomma gli attribuisco una diversa accezione.

Invero è un esperimento che ho utilizzato di recente, quindi non so dire se sia una soluzione dirimente o se anche a cambiargli veste quel pensiero tornerà sempre uguale alla mente, anche perché aldilà dei giri di parole, spesso le cose si complicano quando c’è di mezzo il cuore.

Ma senza troppo divagare, altrimenti diventa tutto complicato, passerei ad illustrare il secondo punto della mia teoria che ho appena sopra accennato. Ossia, idealmente, se di qualcosa non riesco a far pulito posso sempre desiderare, pensare, immaginare, pianificare l’idea di purificare il tutto dandogli idealmente e appassionatamente fuoco. Questa (estrema) soluzione alternativa del resto mi s’impone, poiché la mia fragile logica spesso soccombe davanti all’intelligenza emotiva che mi fa propendere lì per lì, specialmente, per varie forme di brillante inventiva. Et quindi, ad esempio, mi viene in mente adesso guardando la mia scrivania che sono settimane che vorrei mettere a posto e tutti quei fogli metter via, ma ogni giorno c’è qualcosa di nuovo e la carta aumenta, e se voglio andare in vacanza non mi rimane che fare un bel falò, rischiarami gli occhi mentre guardo la fiamma e chiuder la porta, sapendo che prima o poi, da lì, me ne andrò.

di Giovanna Ristori

Dà fuoco all'ufficio servizi sociali di Tolfa, denunciato - La mia ...

WEN – ACQUA – La fontana – Giovanna Ristori

L’acqua sgorga nella mente

rinnovata di emozioni

e come una fontana rende

immagini luci e suoni

 

Come una linfa vitale alimenta

quando la mente sembra

perdere la ragione

di una maturità acquisita

che, come si avverte,

mette in discussione la vita

 

Così, quando essa perde certezze

e vacilla, dalla fontana

si levano alti giochi d’acqua

che danzano ad un ritmo

in crescendo e lei lieta,

con ritrovata passione, zampilla

Fontana Torta degli Sposi – Piazza Castello – Fontane di Milano

di Giovanna Ristori

 

 

 

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