WEN – FOLLIA – Manicomio Pirandello – Luigi De Rosa

«Ne sei sicuro?» chiese il contadino Batà.
«Assolutamente. Me l’ha detto l’impiegato uscito fuori di testa che hanno portato due giorni fa. Appena mi ha visto mi ha indicato e ha detto “Tu sei uno di loro”» disse l’imperatore.
«E io cosa c’entro?»
Enrico IV si strofinò le mani e poi fissò il suo interlocutore dritto negli occhi. «Il piano è che tu crei il diversivo della nostra fuga. Quando avrai uno dei tuoi attacchi… quando avrai… come si chiama?»
«Male di Luna»
«Ecco… quando avrai il Male di Luna tu attirerai verso di te tutti i medici permettendo a me e agli altri la fuga»
«E quindi ti aspetti che io me ne resti qui a marcire? Se vuoi scappare vengo con te»
«Infatti anche tu scapperai. Vedi, una volta che avrai attirato l’attenzione su di te non dovrai fare altro che mettere tutti quanti fuori gioco e poi ci seguirai>
«La fai facile. E dove scapperesti una volta uscito da qui?»
«Non dove. Da chi»
Il contadino non sembrava capire.
«L’uomo responsabile di tutto questo. L’uomo che ci ha fatto finire in questo posto»
«È stata mia moglie a farmi ricoverare qui perché non voleva essere sposata con uno come me»
«Sì, ma chi le ha messo in testa quest’idea? Te lo dico io. L’Autore. La persona che ha creato le nostre vite mettendole su carta»
Batà fece una faccia rassegnata. Sapeva che un uomo che si vestiva come un sovrano del passato potesse essere pazzo, ma quando l’uomo gli aveva detto che in realtà fingeva per non essere incriminato di tentato omicidio aveva pensato di non essere l’unico sano di mente chiuso in quel sanatorio. Ma ora quello stesso tizio gli stava dicendo che le loro vite erano state scritte. Aveva sentito discorsi simili in chiesa, ma Enrico IV voleva incontrare di persona questo autore, come se fosse un uomo in carne e ossa, e non l’Onnipotente. Era sicuramente un folle.
L’imperatore sembrava aver intuito i pensieri del siciliano, perché interruppe il silenzio. «Ascolta, quel ragioniere, Belluca, quello internato per aver parlato di “un treno che fischiava” ha detto che il nostro autore ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura e che partirà per il Nord Europa a breve. Mi ha detto di averlo visto in una sua visione. È la nostra unica possibilità per mettere di nuovo in sesto le nostre vite»
«E chi ti seguirebbe? Oltre al tizio del treno?»
«Verrebbero con noi anche Vitangelo Mostarda, lo schizofrenico che dice di essere “Uno, nessuno e centomila”, e il cinematografaro, Serafino Gubbio, quello che è finito sui giornali per aver ucciso l’attrice russa e che poi è sopravvissuto all’attacco della tigre. Non si era più ripreso, ma quando gli ho raccontato la storia che mi ha riferito Belluca è sembrato tornare un po’ in sé»
«E come faremo a raggiungere questo “Autore”? Se fuggiamo ci metteranno le guardie e i militari addosso»
«Un falsario di nome Mattia Pascal ci procurerà dei documenti falsi che ci permetteranno di girare liberamente per il Regno. Ci resta solo sapere quando potremo scappare. Quando ci sarà la prossima luna piena?»
«Tra due settimane. Non è una cosa piacevole, Enrico. Potrei fare del male a qualcuno»
«E non pensi al male che l’Autore ha fatto a noi? Ci ha fatto vivere delle vite per poi togliercele e renderle leggibili per i suoi lettori. Non è giusto. Dobbiamo riprenderci il nostro destino»
Due medici lì accanto si guardarono e sorrisero.
«Forse dovremmo smettere di far leggere ai pazienti i testi di Pirandello. L’esperimento sta avendo una svolta drammatica, troppo pirandelliana»
«Peccato. Speravo che leggere libri sulla follia e sull’identità li avrebbe aiutati»

WEN – SCHIZOFRENIA – La voce della coscienza – Luigi De Rosa

Perché non dovrei farlo?
Perché è sbagliato
Dimmi cosa lo rende sbagliato
Colpire un qualsiasi essere vivente senza alcun motivo ma solo per divertimento è sbagliato
Ma come faccio a capire che è sbagliato se non lo faccio?
Perché se colpisci, rischi di ferire o di uccidere. E questo è sbagliato. Una cosa a cui dovresti arrivare anche da solo
Ma io sono da solo
Ah davvero? Allora con chi stai parlando? Guardati intorno amico. Non c’è nessuno qui.
E tu chi sei allora?
Sono la parte di te stesso che non vuole compiere il gesto che hai in mente
E perché non vorrei compierla?
Perché anche se i tuoi familiari ti hanno chiuso in questo posto isolato e pieno di persone in camice bianco che ti riempiono di medicine, tu non vuoi fare del male a nessuno. Nemmeno al povero grillo che tieni stretto nella mano
Fa’ un sacco di chiasso. Io sono stufo di sentire rumori. Mi rimbombano nella testa
Ti hanno chiuso qui dentro perché senti voci nella tua testa, ma stai sentendo me in questo momento perché non vuoi veramente uccidere questo povero grillo. Lascialo andare e sarai libero dal rumore.
(il grillo viene liberato e saltella via)
Ecco. L’ho liberato! Contento adesso?
……………..
Eri l’unico con cui potevo parlare. Adesso non ho nemmeno più te



WEN – OSSESSIONE – Il nemico viene sempre da Occidente – Luigi De Rosa

Durante il Periodo delle Torbidi, l’esercito polacco era riuscito ad arrivare fino a Mosca.
Napoleone, Imperatore dei francesi, aveva utilizzato la sua Grande Armata, composta da soldati provenienti da tutti i territori conquistati, per attaccare la Russia ed era riuscito ad arrivare, anche se trovandola completamente bruciata, a Mosca.
Nel 1918, con il Trattato di Brest-Livovsk, la Germania era riuscita ad imporre al governo russo di cedere quasi tutti i territori della parte europea dell’impero zarista, e nel 1942, con l’Operazione Barbarossa, aveva violato il Patto di Non Aggressione stretto con l’Unione Sovietica arrivando a poche decine di km da Mosca.
Tra il 1989 e il 1991 con il crollo del Blocco Sovietico la Russia aveva perso ulteriori territori, inclusa l’Ucraina, culla dell’impero russo.
Il nemico era sempre giunto da Ovest.
L’Occidente era riuscito a sottrarre in un modo o nell’altro territori alla Russia, e così facendo il più grande paese del mondo, che un tempo confinava con la Germania e l’Austria ed aveva i suoi confini nel cuore dell’Europa, si era ritrovato relegato in “periferia”.
Ma all’Occidente questo non bastava. Voleva anche usare l’Ucraina, dove i russi avevano visto la loro nascita, come base contro Mosca.
Era inaccettabile. E lui, Igor Pavlovich, l’avrebbe impedito.
Aveva ascoltato per giorni il suo amato Presidente parlare di come i fratelli ucraini fossero sottomessi ad un governo fantoccio di matrice nazista e che andavano liberati. I tedeschi, che avevano cercato di sottrarre l’Ucraina alla Russia sia ai tempi della Grande Guerra e poi della Grande Guerra Patriottica, erano però riusciti a piantare in quel fertile paese il seme del nazismo, che ora lavorava con gli Americani, i più occidentali dei nemici, per accerchiare la Russia.
Lui, Igor Pavlovich, avrebbe aiutato il Presidente a liberare gli Ucraini dal dominio dei nazisti.
Lui avrebbe aiutato il suo leader a fare di nuovo grande la Russia. La sua patria aveva bisogno di lui.

WEN – VISIONI – Le allucinazioni del re – Luigi De Rosa

Teodorico cavalcava al fianco del suo re, limitandosi a stare di qualche passo indietro per lasciare Alarico alla testa dell’esercito di Visigoti.
Il primo vero re del loro popolo li aveva guidati contro il più grande impero del mondo, Roma, ed erano riusciti ad espugnarla e a saccheggiarla. Per tre giorni avevano devastato la città senza che l’Imperatore Onorio, trincerato a Ravenna con le sue galline, avesse fatto niente per scacciarli. Se n’erano andati come erano giunti: travolgendo ogni cosa sul loro cammino. E quel cammino ora li stava portando verso sud, in direzione della Sicilia. Un’intera isola piena di risorse e ricchezze da depredare.
Giunti sulla punta più estrema della penisola, Alarico ordinò all’esercito di fermarsi. Avevano marciato a lungo e ora dovevano riposarsi, soprattutto per via del peso del ricco bottino sottratto alla capitale dell’Impero.
<Manda gli uomini a tagliare legna. Voglio che le navi vengano costruite il prima possibile. Quell’isola ci attende, e non dobbiamo deluderla>
Teodoro era sul punto di dare ordini in proposito, quando udì Alarico parlare ancora una volta. <Sì ti vedo>
Teodorico si voltò. Alarico si era diretto verso la spiaggia e ora parlava da solo con i piedi immersi nell’acqua. Lontano era possibile vedere la Sicilia, così vicina ma anche così lontana per un popolo come il loro non abituato a confrontarsi con il mare.
<Avvicinala, così i miei uomini potranno raggiungerla con poche bracciate a nuoto> sentì dire al suo re, ma era da solo. Non c’erano altri uomini o donne vicino a lui.
<Alarico, mio re, con chi stai parlando?> disse Teodorico avvicinandosi alla sua posizione.
Ma Alarico si voltò di scattò e lo fulminò con lo sguardo. <Zitto! Non vedi che sto parlando con Lei?! Ci sta consegnando la Sicilia. La sta facendo avvicinare per me. Le navi non ci servono più. Gli dèi ci sono favorevoli Teodorico>
Il visigoto sbiancò. Stava succedendo di nuovo. Proprio come ad Atene.
<Alarico, l’isola è laggiù e da lì non si può spostare. Ordinerò agli uomini di abbattere tutti gli alberi della zona se necessario: con tante navi invadere la Sicilia sarà più semplice dell’assedio di Roma>
Nel sentire quelle parole, Alarico estrasse la spada e la puntò contro il suo amico. <Sei uno stupido Teodorico. Non lo vedi? L’Isola è qui davanti ora, la Maga dello Stretto ha avvicinato l’isola perché potessimo arrivarci a nuoto. Non ci servono più le navi>
Alarico puntò la spada verso il suo esercito. <Uomini! La Sicilia è a pochi passi da noi. Seguitemi, ed espugniamola come abbiamo fatto con Roma!>
E dette quelle parole il re dei Visigoti si tuffò in acqua e iniziò a nuotare in mare aperto, tra le facce stupefatte del suo esercito che stava montando l’accampamento.
Agilulfo, uno dei consiglieri di Alarico, vide Teodorico e cavalcò verso di lui.
<Che cosa sta facendo? Perché si è gettato in mare?>
<Sta succedendo di nuovo Agilulfo. Proprio come ad Atene, quando siamo riusciti ad entrare in città>
Il viso di Agilulfo da rosso per la fatica si fece bianco per la paura. <No. Non di nuovo. Chi altri ha visto questa volta?>
Teodorico alzò le braccia per poi farle ricadere lungo i fianchi. <Ha parlato di una maga delle acque che ha avvicinato la Sicilia alla nostra costa. Non capisco se si tratta anche questa di una divinità del luogo>
Teodorico e Agilulfo si guardarono rassegnati.
Anni prima, quando Alarico era in guerra con l’Impero d’Oriente, aveva assaltato la Grecia e la Macedonia, espugnando una città dopo l’altra. Solo una si era salvata dalla catastrofe: Atene.
L’antica città di Pericle e Aristotele non voleva cedere all’assedio dell’esercito visigoto, e Alarico aveva dovuto catturare la città per fame occupando il suo immenso porto, il Pireo. Ma una volta entrato in città, Teodorico aveva visto il suo re parlare al vento, spaventato e soggiogato, decisamente non il comportamento abituale di un vincitore. Inizialmente lui e Agilulfo avevano pensato che fosse rimasto affascinato dalla bellezza della città, molto diversa da quelle che avevano conquistato negli anni precedenti, ma Alarico aveva ordinato ai suoi di non saccheggiarla, dicendo che gli dèi di Atene, Minerva e Achille, gli si erano mostrati per fermarlo.
Per poco l’esercito non si era ribellato, ma Alarico aveva spostato l’attenzione dei suoi soldati scatenandosi contro altre città, come Sparta. Le persone più vicine al sovrano si erano chieste se la mente di Alarico, provata dalle numerose battaglie e da marcie forzate continue, non avesse avuto un cedimento. Ed era quello che Teodorico e Agilulfo stavano pensando in quel momento.
<Soldati, raggiungete il re e riportatelo a riva. Subito!> urlò Agilulfo verso l’accampamento. Ma mentre alcuni soldati si erano gettati verso la riva del mare, Teodorico notò che la figura del re era scomparsa.
<Non c’è più. Il re è scomparso! Dov’è il re?>


Il professore si era accorto che uno dei suoi studenti aveva alzato la mano. <Sì?>
<Professore, lei quindi ci sta dicendo che il re barbaro che sarebbe morto a causa dell’illusione ottica nota come “Fata Morgana” sarebbe Alarico, il Re dei Visigoti che saccheggiò Roma nel 410?>
Il professore sorrise e incrociò le braccia. <E’ una possibilità>
<Ma è storicamente accertato che Alarico morì più a nord dello Stretto di Messina. Presso Cosenza, dopo che una tempesta aveva distrutto le navi con cui voleva invadere la Sicilia>
<Ed è qui che ti devo fermare. Secondo lo storico cristiano Orosio ci fu una tempesta, mentre per l’autore pagano Olimpiodoro Alarico fu fermato da una statua. Noi non sappiamo precisamente perché Alarico si diresse a nord, e non sappiamo nemmeno perché è morto in quanto l’unica cosa che ci è stata riportata è che il re visigoto morì improvvisamente per una malattia non specificata, e che molti schiavi furono uccisi dopo la sua morte per nascondere il luogo della sepoltura>
<Quindi la sua teoria è che Alarico era affetto da allucinazioni, le quali lo avrebbero fermato ad Atene e reso vulnerabile all’inganno della Fata Morgana, che lo avrebbe portato a morire annegato nelle acque dello Stretto di Messina, e che tutta la tradizione successiva sarebbe solo una copertura?>
Il professore sorrise. <E’ qui che ti volevo. Si tratta solo di una teoria, che tuttavia dovrebbe insegnarvi molte cose>
<Tipo?>
<Per esempio che le malattie che colpiscono il cervello esistono da molto prima che fossero diagnosticate. Oppure di non credere a tutto quello che viene riportato, ma di indagare più a fondo per scoprire la verità. O ancora, questa storia può insegnarvi ad avere un po’ di immaginazione. A voi la scelta>

WEN – INCUBO – Coboldo – Luigi De Rosa

Il terreno era pieno di fango. Il giorno prima aveva diluviato, e l’albero che si ergeva su quel piccolo pezzo di terra sembrava quindi destinato a fiorire grazie a tutta l’acqua che aveva avuto a disposizione.
Ma accadde l’esatto contrario.
L’albero, una quercia rigogliosa nelle ultime stagioni, si consumò come se l’inverno avesse deciso di accelerare i tempi.
Le foglie, destinate a ingiallirsi solo dopo settimane, si consumarono fino a morire.
Tutta l’acqua caduta era stata bevuta, ma non dalle radici della folta quercia, che quindi non era riuscita a nutrirsene per continuare a vivere. Qualcun altro, o per meglio dire, qualcos’altro aveva rubato l’acqua e aveva anche consumato l’albero.
E ora, sazio e cresciuto a sufficienza, era finalmente pronto a uscire.
Un arto uscì dalla terra fangosa rendendola mossa.
Non era una zampa di animale di terra, come lo era la talpa.
Era una mano umana, ma non era una mano adulta, piena di calli, cicatrici, rughe, peluria o unghie rotte. Quella che emergeva dalla terra apparteneva ad una creatura giovane, di pochi anni, eppure non era nemmeno la mano di un bambino, perché invece di essere morbida, delicata e indenne, era squamosa e sulle punte delle dita si trovavano artigli affilati.
Quell’arto non era quindi né umano né animale.
La mano spostò la terra, permettendo anche alla testa di uscire. Una testa deforme, con occhi arancioni, orecchie grosse come ali di pipistrello, naso pronunciato come il sasso di un fiume.
La sua bocca, invece di denti da latte, aveva zanne affilate come lame.
Come un parto, l’essere uscì dal terreno e prese a vivere.
La creatura chiuse immediatamente gli occhi, accecati dalla luce a cui non era abituato, ma dentro di sé sentiva un gigantesco vuoto che andava colmato, e che l’istinto gli diceva dove andare a riempire. Si mise completamente in piedi alzandosi in tutta la sua altezza, la quale non arrivava a quella di una sedia, e s’incamminò.
Lo fece per ore, e continuò anche quando il sole fu tramontato e il buio si diffondesse ovunque a vista d’occhio. Ma alla creatura non importava se fosse giorno o notte, sereno o piovoso. La pioggia gli era stata necessaria quando era ancora nel ventre della terra e necessitava di acqua, ma ormai era una creatura pienamente viva e aveva bisogno di qualcosa di più sostanzioso: carne.
Ma non carne qualsiasi. L’odore di carne di animale l’aveva sentita subito dopo essere venuto al mondo, ma non l’attirava come invece avrebbe fatto con un lupo o una volpe. Le sue viscere bramavano una carne più tenera, eppure anche familiare, come se l’avesse già assaporata nonostante fosse appena nato.
E quando arrivò davanti ad una casa, si accorse che ciò che bramava si trovava al suo interno. Lo chiamava come il saluto di un suo simile.
Gli occhi arancioni, che preferivano l’oscurità alla luce, si accorsero che una finestra era aperta, lasciata sicuramente per permettere all’aria fresca di attenuare il caldo che le mura della casa intrappolavano come in una serra.
La creatura si avvicinò ed entrò nell’abitazione.
Vide due figure che dormivano. Ma quella che le interessava era solo una, quella con il ventre enorme. Al suo interno, l’essere percepiva la presenza della sua preda: un esemplare cucciolo di umano non ancora pienamente formato.
Dalle fauci zannute iniziò a colare saliva. La fame, prima tenuta sotto controllo dalla curiosità di un mondo così diverso dalla buia oscurità della terra in cui era nato, ora era sempre più pressante, sollecitata dalla presenza così vicina della sua preda.
Si avvicinò a quel ventre prominente e gustoso. Con gli artigli scansò l’involucro che copriva il ventre, lasciandolo completamente scoperto, insieme a tutto il corpo della figura che dormiva, che usava quell’involucro per proteggere il suo corpo dalla brezza e dormire.
La creatura aprì le fauci, che si chiusero di scatto affondando nella succosa carne.
Un urlo squarciò il silenzio della notte…..


Greta si svegliò di soprassalto. <Coboldo! Coboldo!>
Helmut, che dormiva beato come un bambino accanto a lei, si svegliò anch’egli con la paura nel cuore. <Tesoro che c’è? Cos’è successo? Stai bene? E il bambino?>
I suoi occhi subito corsero alla pancia della moglie, dove da sei mesi cresceva il bambino che lui e Greta attendevano con tanta gioia. Gioia che si trasformava in inquietudine quando la moglie si svegliava urlando in piena notte.
<Un coboldo era qui nella stanza. Voleva mangiarsi il bambino> disse Greta, afferrandosi il ventre come a proteggerlo e guardandosi intorno pensando di imbattersi negli occhi arancioni del suo Incubo.
Helmut chiuse gli occhi, si portò le mani al viso e poi si lasciò cadere sul cuscino, rilassandosi e facendo uscire dal suo corpo tutta la preoccupazione di poco prima. <Hai solo fatto un brutto sogno tesoro. I coboldi non esistono. E non dovresti leggere cose che riguardano gli aborti in piena gravidanza>
Greta guardò suo marito. La parola aborto, da quando aveva saputo che finalmente lei ed Helmut sarebbero diventati genitori, era diventata un tabù, una parola proibita che nessuno doveva sentire, pronunciare o alludere. Ma per puro caso si era imbattuta nel mito germanico del coboldo per via di suo padre, un minatore che la sera prima a cena aveva raccontato di come lui e i suoi colleghi avevano trovato del cobalto nella miniera in cui lavoravano. Aveva raccontato a lei ed Helmut del motivo per cui si chiamava in quel modo: i minatori del passato ogni volta che lo trovavano lo scambiavano per argento, e quando scoprivano che era di scarso valore accusavano i coboldi di aver scambiato i due minerali per derubarli.
Greta aveva trovato curioso quel simpatico aneddoto, e si era documentata, scoprendo una storia però meno affascinante, specialmente per lei che era incinta. I coboldi erano folletti nati da un bambino abortito seppellito presso un albero. Dopo essersi nutrito come una pianta, l’aborto rinasceva sotto forma di coboldo, la cui vita si fondava sul punire gli umani per la loro “non nascita”, e la punizione più spietata era proprio mangiarsi i bambini che stavano per venire al mondo.
Quelle storie erano entrate in lei e trovato terreno fertile nelle sue ansie da futura neomamma.
Come aveva fatto il marito, chiuse gli occhi e cercò nuovamente di addormentarsi. Aveva ragione lui. Era stato solo un incubo.

WEN – CONIUGI – Nozze di marmo di Carrara – Luigi De Rosa

Ottant’anni di matrimonio.
Nessuna coppia era stata sposata per così tanto tempo nella storia dell’umanità. In un mondo dove i matrimoni sono sempre di meno e i divorzi più numerosi, il matrimonio tra i centenari Annalisa e Giancarlo, classe 1919 lei e 1917 lui, fu un evento talmente straordinario da dover essere scolpito nella storia.
Si erano sposati molto giovani, nel 1936, e il loro amore riuscì a sopravvivere alla guerra che da lì a pochi anni sarebbe scoppiata distruggendo le loro famiglie, spingendoli a crearne una tutta loro sulle macerie che il conflitto aveva lasciato a Carrara, dove entrambi erano nati e che avevano aiutato entrambi a liberare come partigiani.
E quale miglior città al mondo per festeggiare le nozze di marmo?
Il sindaco, desideroso di far sapere la storia al mondo, commissionò ad uno scultore una statua che rappresentasse i due vecchietti mano nella mano che sarebbe stata inaugurata il giorno dell’anniversario, il 2 novembre, occasionalmente non il Giorno dei Morti ma festa cittadina per onorare i due apparentemente immortali sposi.
Anastasia, la ragazza ucraina che lavorava per la coppia come badante da ormai vent’anni (tanto che nel frattempo non poteva più definirsi “ragazza”) stava preparando il pranzo quando bussarono alla porta.
<Salve, sono Antonio Silvani, lo scultore. Dovrei incontrare i signori Giancarlo e Annalisa Santi>
<In soggiorno. Venga>
I due vecchietti stavano facendo quello che ormai era diventata la loro routine negli ultimi trent’anni: guardare la televisione. Prima la guardavano in bianco e nero, poi a colori, ed infine in HD. Non che a loro importasse molto, perché mentre la televisione progrediva, la loro vista peggiorava.
<Gianni, Nisa,> li chiamò la badante usando i nomignoli. <c’è qui lo scultore per la vostra statua>
Giancarlo e Annalisa se ne stavano sul loro divano a guardare “Forum”. Antonio non potè non rimanere commosso da quel piccolo ma romantico scenario casalingo: i due anziani erano infatti accocolati insieme, con Annalisa che teneva la testa appoggiata sulla spalla del marito Giancarlo che la cingeva con un braccio. Anche lui aveva la testa appoggiata a quella di lei, come se entrambi si fossero addormentati.
<Nisa? Gianni?> ripetè Anastasia toccando leggermente il ginocchio di Giancarlo. Ma nessuno dei due si mosse.
<Nisa? Gianni?> ripetè ancora una volta questa volta con tono più forte e preoccupato e scuotendo più forte la gamba dell’uomo.
Ma ancora una volta nessuno dei due si mosse.
Anastasia portò la mano alla bocca e guardò con occhi pieni di paura lo scultore Antonio, il quale lesse il timore negli occhi della donna e si avvicinò ai due anziani. Entrambi non avevano polso. Si erano addormentati e non si sarebbero più svegliati.
Antonio si voltò verso Anastasia e scosse la testa, e a quel punto la badante scoppiò a piangere. Lo scultore invece reagì in modo diverso. Tornando accanto alla signora ucraina, prese la macchina fotografica e scattò una foto alla coppia.
<Ma che cosa fa?> chiese allarmata Anastasia.
<Immortalo questo momento per la scultura> disse Antonio a bassa voce, come se i due anziani stessero davvero dormendo e avesse paura di svegliarli.
<Scultura? Ma sono morti. Non ci sarà più alcun anniversario!>
<Io credo proprio di sì invece. Due ultracentenari che se ne sono andati insieme nel sonno dopo quasi ottantacinque anni di matrimonio. Il Sindaco vorrà celebrarli lo stesso. Non meritano niente di meno, ed è giusto raccontare la loro storia. Ora chiami l’ambulanza>
Anastasia si precipitò al telefono e chiamò, per quanto potessero servire, i soccorsi.


Quando il 2 novembre arrivò, alla fine fu comunque il Giorno della Commemorazione dei Fedeli Defunti, ma in quel determinato anno non ci fu soltanto il Ben D’I Morti, ma anche, com’era da programma, l’inaugurazione della statua dedicata a Giancarlo e Annalisa.
Sebbene i due non fossero arrivati alle Nozze di Marmo, come aveva detto lo scultore Antonio la loro storia era troppo bella per non essere celebrata, perché la morte aveva solo coronato, e non interrotto, la loro vita insieme. Quando il Sindaco tolse il telo, gli abitanti videro i due coniugi abbracciati sul divano come quando si erano congedati da questo mondo. In fondo alla statua c’era un piccolo epitaffio:

In onore di Giancarlo e Annalisa Santi per le loro nozze di marmo (1936-2021) da parte della città di Carrara. Possa il bene più prezioso di questo luogo scolpire nella memoria di tutti il matrimonio più lungo che ci sia mai stato nella storia

WEN – PARENTI – Inviti ad un matrimonio – Luigi De Rosa

Gli inviti erano pronti.
Il matrimonio si sarebbe celebrato in primavera, dopo le festività pasquali, in modo da permettere agli anticicloni di portare un caldo sicuro, salvo bombe d’acqua occasionali e devastanti che non potevano essere previste. Ma Giulio e Claudia non potevano predire il futuro, quindi optarono per il mese d’aprile sperando che il tempo sarebbe stato dalla loro parte.
Ma non era la data che li preoccupava. E nemmeno il catering, o il vestito, o la chiesa dove officiare la cerimonia. Tutte queste cose erano bazzecole rispetto alla grande questione che avevano deciso di lasciare per ultima: gli invitati.
Non che i futuri sposi fossero degli asociali. Anzi con tutti gli amici che avevano avrebbero potuto radunare un esercito e proclamare la nascita di una nazione indipendente. Non erano gli amici il problema, ma i parenti. Le cerimonie religiose come il matrimonio tendevano ad attirare consanguinei come il miele le mosche. Persone che si definivano “familiari” ma che non si facevano vedere se non quando faceva loro comodo, improvvisamente dovevano rientrare nella cerchia intima di una persona per via di un legame di sangue o parentela acquisita. Era, come si diceva, un “atto dovuto”.
Ma sia Giulio che Claudia non erano entusiasti di questo. Non sopportavano l’idea di dover invitare quei parenti che non vedevano da anni e verso cui provavano solo sopportazione, fastidio o rabbia.
Ma i loro genitori insistevano. <Non possiamo non invitare tuo cugino Massimo> disse una volta il padre di Giulio al figlio. <Anche se suo padre ha rotto i contatti con noi e suo figlio è stato per alcuni anni in prigione per spaccio, è comunque un parente e non possiamo escluderlo>
La madre di Claudia non era da meno. <Senti, so che non sei particolarmente affezionata a mia cugina Susanna, specialmente dopo quella scenata in cui ha detto che sei solo una raccomandata, ma sai com’è fatta. Se non la invitiamo potrebbe fare molto peggio>
Giulio e Claudia avevano persino pensato di sposarsi in inverno, a pochi giorni dal Natale, in modo da limitare il numero degli invitati e così liberarsi dell’obbligo di dover invitare tutti e due i loro “clan” per intero, ma così facendo avrebbero impedito a molti loro cari amici di venire e questo non potevano permetterlo.
Ma era loro intenzione lasciare qualcuno fuori comunque, perché certe persone non solo davano fastidio al loro parente pronto a sposarsi, ma anche al futuro coniuge.
<Non penserai di far venire i tuoi cugini di terzo grado Raimondo e Cristiano??> disse Giulio una volta a Claudia. <L’ultima volta che li ho visti hanno provocato una rissa e per poco ci è scappato il morto>
<No certo che no> rispose lei. <Ma tu non devi far venire tua cugina Masha….Sasha….o come si chiama. Quella coi capelli rossi che però si tinge sempre di verde neanche volesse sembrare un festone di Natale. Quella volta che la invitasti per festeggiare la vittoria al concorso si è portata dietro un fidanzato di estrema destra che mi ha guardato il fondoschiena per tutto il giorno. Avevo paura di rimanere da sola con lui nei paraggi>
Giulio depennò il nome di Aisha (così si chiamava) e fu molto felice di farlo perché aveva saputo che la cugina era stata arrestata per aver lanciato dell’acido contro un ex del fidanzato.
Insomma entrambi gli sposi avrebbero fatto volentieri a meno di molti dei loro familiari, ma le regole “sociali”, dure a morire anche in un’epoca dove si diceva che la “famiglia fosse in crisi”, imponevano di scegliere dei candidati tra i meno ipocriti, assenti, cafoni e maleducati fino al quinto grado.
<Ok. Facciamo così. Li invitiamo alla cerimonia, ma (Dio non voglia che decidano di presentarsi) non li invitiamo alla cena. Useremo come scusa problemi economici che ci impediscono di offrire da mangiare ad una città intera dopo le varie spese per il matrimonio> propose Giulio.  
<Ottima idea, ma allora perché non prenotiamo in un posto molto isolato e difficile da raggiungere? Così saranno ancor meno invogliati a venire>
<Direi che è perfetto>
Giulio e Claudia si baciarono. Niente, ma sopratutto nessuno, avrebbe rovinato il loro matrimonio.

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WEN – ANTENATI – La caccia – Luigi De Rosa


In quel vasto territorio innevato l’unica possibilità era usare l’olfatto. La neve copriva le tracce, e sebbene fossero pochi gli animali in grado di mimettizzarsi con il colore candido del manto nevoso, anche la vista era praticamente inutile. Forse l’udito poteva essere un vantaggio, ma sapeva che la preda l’aveva ancora migliore del suo, quindi l’unica speranza era sentirne l’odore.
Afferrò la lancia che aveva conficcato nel terreno e si mosse ancora una volta. Doveva riuscire a trovare un animale, altrimenti la sua famiglia sarebbe morta di fame. L’inverno era sempre la stagione più difficile, perché le grandi prede si spostavano e non sempre la sua compagna riusciva a tenere il passo, specialmente con l’arrivo di un altro figlio. Lei specialmente aveva bisogno di cibo, proprio per poter sfamare l’ultimo arrivato, che ancora succhiava dal suo seno.
Solo la fortuna gli avrebbe permesso di trovare abbastanza cibo da non doversi più preoccupare della salute della sua famiglia per giorni.
E la fortuna arrivò, proprio quando aveva deciso di rinunciare.
Il Cacciatore vide qualcosa di enorme, come una grande roccia, che non sembrava avere niente a che fare con la Natura circostante. Dovette avvicinarsi per capire che si trattava della carcassa di un Manàk, uno dei grandi erbivori con la proboscide e le zanne. Era proprio quello di cui aveva bisogno. Si trattava molto probabilmente di un esemplare troppo vecchio o ferito per continuare il viaggio con il resto del branco che quindi lo aveva abbandonato. La Natura permetteva solo ai più forti di vivere, e quell’esemplare non lo era stato abbastanza, ma avrebbe permesso a lui e alla sua famiglia, grazie alla sua carne, di irrobustirsi abbastanza da poter ancora una volta affrontare i pericoli e gli ostacoli che il mondo avrebbe posto davanti a loro.
Si avvicinò, sperando che l’animale fosse morto da poco, o ancora meglio che fosse ancora vivo ma solo in procinto di morire, ma qualcosa lo costrinse a fermarsi.
L’animale sdraiato si muoveva in modo strano. Al Cacciatore era capitato di vedere esemplari mentre dormivano, e sapeva riconoscere quando un animale si muoveva per via del respiro. Ma il Manàk non si muoveva come se stesse respirando, ma come se qualcosa lo stesse colpendo.
A quel punto udì un ruggito. Non era l’unico predatore che cercava un modo per sfamarsi, ma disgraziatamente era arrivato per ultimo. E chi era arrivato prima di lui aveva sentito il suo odore.
Prima che potesse allontanarsi per trovare un riparo dove celare la propria presenza, il Cacciatore vide una figura, prima nascosta dalla grande carcassa, entrare nel suo campo visivo.
Era un Dente di Lancia. Il più pericoloso dei predatori, il nemico, o forse sarebbe stato più giusto chiamarlo “rivale”, dei Cacciatori.
Evidentemente aveva già cominciato a nutrirsi perché quando la sua figura fu completamente alla sua vista, il muso e le zanne erano macchiate di sangue.
Il Cacciatore capì di non avere scelta: se voleva mangiare e far mangiare la sua famiglia, avrebbe dovuto rivendicare la preda. Afferrò saldamente la lancia e la puntò contro l’animale che lentamente gli si avvicinava. Iniziò ad emettere versi ed urla minacciose per spaventarlo, ma senza successo: il Dente di Lancia non avrebbe ceduto la sua preda.
Allora il Cacciatore prese ad avvicinarsi a sua volta all’animale. Se si fosse portato a distanza di tiro, avrebbe potuto uccidere il predatore o ferirlo abbastanza da convincerlo a lasciare la preda a lui.
Il Dente di Lancia ruggì ancora una volta. Aveva smesso di avanzare, in difesa della fonte di cibo.
Il Cacciatore allora si avvicinò ulteriormente e, preso più dalla disperazione che non dal coraggio, provò un primo affondo. Ma il Dente di Lancia spostò indietro il peso del suo corpo per poi scattare di lato. A quel punto con una zampata colpì la lancia spezzandone la parte più alta dove si trovava la punta acuminata.
Il Cacciatore ora era disarmato, ma non si sarebbe arreso. La sua famiglia aveva bisogno di carne, proprio come lui. Si gettò quindi nella direzione dov’era caduta la punta della lancia e l’afferrò proprio quando il Dente di Lancia saltò contro di lui…..


<Marco? Marco! Su forza, andiamo!> gridò ad un certo punto la maestra con tono impaziente.
Marco era davanti alla scena di combattimento tra l’Uomo Primitivo e la Tigre a Denti a Sciabola. La tigre era il suo animale preferito, e dato che a Geografia e a Scienze gli era stato detto che era in via d’estinzione, non faceva che chiedersi se sarebbe stata in grado di difendersi meglio se avesse ereditato quegli enormi denti dalla sua antenata. Questo pensiero continuò ad assillarlo mentre prendeva lo zaino dirigendosi verso l’uscita del Museo di Storia Naturale insieme alla maestra.

Cristina Muntoni • La parità di genere nella Preistoria



di Luigi De Rosa

WEN – FRATELLI – Gemelli – Luigi De Rosa

Erano sopravvissuti a molte avventure. Erano partiti con Giasone sulla nave Argo per recuperare il Vello d’Oro, e si erano distinti nella spedizione salvando più di una volta l’equipaggio al punto che in Grecia ora erano venerati come protettori dei naviganti. Dopotutto come poteva essere altrimenti per i due figli di Zeus?
Avevano poi combattuto contro re Teseo di Atene, il celebre vincitore del Minotauro, che aveva osato oltraggiare la patria Sparta rapendo la loro bellissima sorella Elena. Avevano ucciso molti nemici e preso molti schiavi, e nessuno era riuscito a infliggere ai due fratelli nemmeno una ferita, tale era la loro grande abilità guerriera. Polluce era abile nel corpo a corpo, tanto da essersi costruito una grande fama di pugile, mentre Castore guidava i cavalli come se fossero parte di lui come un Centauro.
Per questo Polluce non poteva credere che adesso suo fratello, il gemello con cui aveva condiviso ogni singolo momento della sua vita, da quando era uscito dall’uovo partorito da sua madre Leda ingravidata dal loro divino genitore Zeus in forma di cigno, con cui non aveva mai litigato, con cui si era costruito un nome in tutta l’Ellade, stesse morendo.
Per una dannata ferita alla coscia da cui sgorgava sangue come acqua da un fiume in piena. La ferita era troppo profonda ed estesa per essere bloccata, e suo fratello Castore si faceca col passare dei minuti sempre più pallido e freddo.
E questo solo per un paio di capi di bestiame. Quando i due figli di Zeus avevano litigato per le bellissime Leucippidi coi gemelli Idas e Linceo erano riusciti a risolvere la questione. Dato che Idas era stato così fortunato da sconfiggere il divino Apollo in una contesa amorosa, i due Dioscuri avrebbero ottenuto le figlie di re Leucippo. E i due fratelli rivali avevano accettato, forse riconoscendo le ragioni dei figli di Zeus.
Ma quando si erano alleati per rubare delle vacche, Idas e Linceo, che Polluce non si era reso conto ma provavano un grande rancore per la sconfitta nella precedente contesa, li avevano ingannati divorando tutti gli animali grazie ad un banale trucco. Mai due Dioscuri non potevano accettare un simile affronto, non loro che erano figli del “Padre degli Dèi”. Così Castore aveva bersagliato i nemici di dardi mentre Polluce, sapendo che la mira del fratello era tale da non dover temere per la sua vita, li affrontava nel corpo a corpo. Ma per quanto fosse forte Polluce era comunque solo un semidio e non una divinità. Non poteva essere ovunque e in qualsiasi momento. E così mentre Linceo, ferito gravemente da una freccia di Castore, riceveva da lui il colpo di grazia, Idas si era diretto assetato di sangue verso l’arciere.
Castore non era abile come il fratello ad usare la spada e i pugni, e così quel maledetto Idas era riuscito a ferirlo alla coscia prima che lui, Polluce, che in quanto più forte avrebbe dovuto proteggere il fratello, potesse ucciderlo e spedirlo nell’Ade.
Ora poteva solo stare lì, fermo, impotente nonostante la sua mole e forza fisica, a guardare mentre la vita si allontanava dal corpo di Castore poco a poco.
“Non temere per tuo fratello. Una volta che il suo corpo mortale avrà cessato di vivere, i Greci lo venereranno più di quanto non abbiano fatto quando era in vita”
La voce di suo padre Zeus, che lo guardava dal monte più alto della Grecia, non gli dava alcun conforto. Ogni greco spera di morire gloriosamente in battaglia per vivere per sempre nella gloria, ma quella non era stata una battaglia, ma solo un litigio per delle vacche.
“Ho sempre vissuto al suo fianco, fin da prima della nostra nascita. Quanto tempo mi resta da vivere padre? Per quanto dovrò rimanere separato da mio fratello?” disse con le lacrime così copiose da renderlo cieco.
“Ci sono cose che nemmeno una divinità può conoscere o controllare. Il Fato di tuo fratello è stato questo. Tu avrai il tuo” disse la voce paterna.
“Ma io non voglio un destino diverso da quello di mio fratello. Lasciaci insieme padre, tu puoi farlo. Fai in modo che io Castore non dobbiamo mai separarci. Per l’eternità”
La voce si ammutolì. E Polluce non poteva dargli torto. Stava chiedendo al proprio padre di privarsi di due figli allo stesso tempo. Sapeva che la sua era una scelta egoista, una scelta dettata dalla paura. Non voleva conoscere l’ignoto di una vita senza il gemello. Non voleva accettare che anche suo padre Zeus, il Padre degli Dèi, soffrisse per la perdita. L’universo di Polluce era sempre stato quello in cui lui e Castore stavano insieme. Una vita senza di lui non riusciva a concepirla.
E la voce tornò a parlare.
“Non puoi chiedermi di farti morire figlio mio. Non posso farlo come padre, e nemmeno come divinità, perché nemmeno il signore di tutti gli dèi può decidere di restituire o togliere la vita in modo arbitrario, se non privandotene con la violenza. E nemmeno posso restituire la vita a Castore, poiché ormai ha fatto il suo tempo”
Polluce si irrigidì. Non credeva possibile che nemmeno suo padre potesse fare qualcosa.
“Ma posso fare in modo che nessuno dei due debba lasciare questo mondo. Ma come hai detto tu, Polluce, sarà per l’eternità”.
“Non chiedo altro”
Un lampo di luce lo accecò, lo scaraventò in alto e l’unica cosa che vide fu che anche il corpo di suo fratello veniva a sua volta sollevato. Vide il mondo diventare sempre più lontano e piccolo, e più la vista del mondo si allontanava più suo fratello sembrava rinsavire. Castore sbattè più volte gli occhi, accorgendosi che il sudore, sangue e lacrime non li avvolgevano più. Istintivamente si portò una mano alla coscia, e si rese conto che la ferita era scomparsa, e che tutto il suo corpo sembrava più flebile. Ma la cosa non sembrò toccarlo quanto la vista di suo fratello al suo fianco. “Polluce!”
I due si abbracciarono. “Non sto morendo. Com’è possibile? Cosa mi è successo? Cosa ci è successo?” disse guardandosi intorno per la prima volta. Erano immersi nel buio più totale, interrotto però da numerose stelle che sembravano molto più vicine di quando non le guardavano sdraiati al suolo. “Non lo so” confessò Polluce. “Ho chiesto a nostro padre di farci restare insieme”
A quel punto quel vuoto dove i due gemelli sembravano galleggiare si riempì di una grande voce. “Polluce, come da te richiesto ho fatto in modo che tu potessi rimanere insieme a tuo fratello nonostante la vita terrena lo stesse abbandonando. D’ora in poi veglierete suoi vostri fratelli e sorelle greci sotto questa nuova forma”
Castore e Polluce si guardarono costernati. “Intendi dire che siamo degli dèi ora?” chiesero all’unisono. Non sapevano come sarebbe stato trasformarsi in divinità, anche se non si apsettavano che sarebbe accaduto in quel modo.
“No. Vi ho trasformati in stelle. D’ora in avanti, come voi ai vostri tempi avete condotto la nave Argo attraverso le distese d’acqua del nostro mondo, i marinai si orienteranno guardando le vostre stelle. Così potrete vegliare su coloro che credono in voi. Insieme. Non abbandonerete mai questo modo, ma per l’eternità ne farete parte”.

Potenza ed il mito di Castore e Polluce.


di Luigi De Rosa

WEN – GENITORI – I primi genitori – Luigi De Rosa

Adamo era molto agitato. Sua moglie stava per partorire e sentiva le sue urla di dolore fin dalla pozza d’acqua dov’era stato mandato perché non disturbasse con il suo palese nervosismo.
Raccolse più acqua che potè nella brocca che gli era stato data, ma dovette tornarci più e più volte perché ogni volta che sentiva un urlo di dolore si era spaventato e facendo cadere il prezioso liquido.
Non poteva farne a meno. Non era solo nervoso al pensiero che sarebbe finalmente diventato genitore, aveva anche molta paura. Quando viveva ancora nel Giardino aveva visto molti esemplari femmine di animali partorire, ma per loro sembrava una cosa così naturale, rapida e indolore. Ma non per loro. Non per sua moglie. Non per Eva.
Quando erano stati scacciati era stato detto loro che sarebbe accaduto. Erano stati avvertiti che il lieto evento della nascita sarebbe stato funestato da qualcosa che prima non conoscevano: il dolore.
Era la punizione rivolta contro sua moglie Eva per aver mangiato il Frutto Proibito. Ogni volta che un bimbo fosse venuto al mondo, la madre ne avrebbe fisicamente sofferto.
Adamo non poteva che sentirsi colpevole. Aveva dato retta al Serpente e ora lui e sua moglie ne pagavano il prezzo nel giorno in cui finalmente avrebbero dato al Creato il primo bambino. Fortunatamente una volta scacciati avevano trovato una faccia amica che li aveva accolti. In realtà amica solo per Eva, per lui non molto dato che la persona che li aveva aiutati era stata a sua volta scacciata dal Giardino proprio a causa sua. Inizialmente Adamo credeva che averla fatta allontanare fosse stata la scelta giusta, ma quando anche lui e sua moglie erano stati cacciati aveva capito il suo madornale errore. Era tutta colpa sua, e le urla di sua moglie ne erano la prova.
Quando finalmente giunse alla capanna con la brocca piena, la tenda che separava l’interno dall’esterno si scostò rivelando la forma di una donna dai capelli rosso fuoco.
<Era ora! Dov’eri finito?> disse Lilith, poi quando vide la brocca la sua attenzione andò all’oggetto che strappò subito di mano all’uomo lasciandolo fuori.
Adamo non si azzardò ad entrare. Non poteva aiutare Eva, ma Lilith, la sua prima compagna, invece avrebbe potuto allievarle il dolore.
Così rimase fuori ad aspettare.

Eva cercava di respirare come Lilith le diceva di fare, ma ogni volta che sembrava che il peggio fosse passato un’altra fitta di dolore la colpiva costringendola ad urlare e bloccandole il ritmo dei respiri. Quando lei e Adamo erano stati cacciati dal Giardino e aveva sentito le loro punizioni per aver creduto al Serpente, credeva che fosse suo marito ad essere stato punito con maggiore gravità: ma evidentemente la Fatica che lui avrebbe provato nel lavoro non era nemmeno paragonabile al Dolore che lei stava provando nel tentativo di diventare madre. In quel momento provò una certa invidia per la donna che si prendeva cura di lei: anche Lilith era stata cacciata dal Giardino, ma non esisteva punizione eterna per lei, perché non aveva peccato contro il Creatore ma solo contro Adamo. Ma nonostante questo, quando li aveva incontrati dopo che erano stati a loro volta cacciati, li aveva ospitati nella sua tenda quando si era accorto che della sua gravidanza. Era stata gentile. <Perché lo fai?> le chiese Eva. Non aveva mai osato chiederglielo perché temeva di provocare un litigio tra lei e Adamo, ma ora che erano solo loro due voleva saperlo, anche se forse non era il miglior momento per fare conversazione. Ma Eva aveva bisogno di essere distratta perché se c’era qualcosa di peggio del Dolore era la paura di esso.
<Risparmia il fiato. Ti servirà per spingere> disse lei senza neanche guardarla, indaffarata ad affondare delle foglie nella brocca per poterle depositare sulla fronte della partoriente.
<Come lo sai? Hai mai…> non potè finire la frase perché un’altra fitta di dolore la pervase facendola urlare.
<Certo che no. Ma anch’io ho vissuto nel Giardino e ho visto gli animali come facevano a mettere al mondo la loro prole> disse Lilith, parlando il meno possibile.
Alzò il mantello che si era cucita la stagione passata che aveva usato per coprire la seconda moglie del suo precedente compagno e capì che era giunto il momento. <Adesso ascoltami. Quando ti dirò di spingere, dovrai farlo con tutta te stessa>
Eva fu colta dal panico. <Farà male?>. Il dolore non le permetteva di pensare con lucidità.
Lilith finse di non accorgersene. <Non lo so. Ma dato che finora il tuo corpo si stava solo preparando, immagino che farà molto più male di quanto tu abbia sentito finora>
Si posizionò davanti a si abbassò per avere una visuale migliore sul punto in cui il primo bambino sarebbe nato. <Ora! Spingi!>
Eva agì d’istinto e ubbidì. Non spingeva con le braccia o con le gambe come aveva imparato a fare nel periodo di esilio dal Giardino, ma con tutto il corpo. Non sapeva come fosse possibile ma stava facendo come Lilith le diceva.
<Vedo la testa. Continua. Sei bravissima> disse Lilith mentre Eva si contorceva dal dolore. Sentiva come se il suo ventre e la sua schiena fossero sul punto di lacerarsi. Lanciò un urlo così acuto che Adamo, fuori dalla tenda, si mise a piangere.
Quando l’urlo di Eva si spense, come un fuoco che aveva arso tutto ciò che poteva bruciare, il silenzio che seguì fu rotto dal rumore di un vagito. Eva si lasciò andare, madida di sudore ma contenta che il dolore fosse cessato, e per vedere il frutto di tutto quello sforzo fu necessario anche in questo caso l’aiuto di Lilith, che dopo aver fatto nascere il bambino lo portò vicino al viso della madre. Lei lo toccò, e quel semplice contatto sembrò attenuare il pianto del bambino.
Adamo entrò e vide Lilith, Eva e il bambino accoccolati al centro della tenda.
Lilith si voltò verso di lui. <E’ un bel maschietto come, Adamo. Ne sarai fiero> disse la donna che dopo aver lasciato il neonato tra le braccia della madre, si lavò le mani nella brocca portata dall’uomo poi senza neanche guardarlo uscì.
Adamo rimase solo con la moglie ed il figlio. Si inginocchiò e si mise ad accarezzare la testa del piccolo Uomo appena venuto al mondo. <E’ bellissimo. Come te>

Eva era troppo stanca anche per sorridere. Ma con un cenno gli fece capire che doveva andare fuori.
E Adamo capì il perché.
Quando uscì Lilith stava ammirando il sole che sembrava ormai sul punto di sparire sotto l’orizzonte.
<Grazie per quello che hai fatto. Te ne sarò sempre grato>
Lei si voltò, ma non c’era gentilezza nel suo volto. <Non l’ho fatto per te. Ma per lei>
Adamo abbassò lo sguardo. Non riusciva a reggere quello di Lilith. Lei non poteva perdonarlo per averla fatta allontanare dal Giardino solo perché si era rifiutata di obbedirgli, ma nonostante questo si era prodigata per Eva. Per la donna con cui lui l’aveva sostituita.
<Sii un padre migliore di quanto tu sia stato come marito> disse la donna, la quale sembrò sul punto di allontanarsi.
Adamo tentò di fermarla. <Aspetta! Questa è la tua dimora. Dai a Eva qualche giorno per riprendersi e ce ne andremo>
Lilith si voltò e nuovamente lo guardò. <No. Questa è casa vostra ora. Non ha più bisogno lei di me ora che è Madre. Io posso andare dove voglio e vivere come voglio. Per me non è un problema. Ho imparato da tempo a vivere da sola lontano dal Giardino. Quella Fatica che per te è punizione, per me è soddisfazione, perché mi aiuta a capire che non ho bisogno di altri>
E detto questo se ne andò. Adamo aspettò che sparisse dalla sua vista, poi rientrò nella tenda. Eva lo chiamò a sè allungando un braccio. I due genitori si abbracciarono, con in mezzo il loro primo bambino.

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