Presentazione del libro di Maila Meini

Venerdì 29 aprile alle ore 18.00 presso la sede Auser di via Pasolini 105,
Sesto Fiorentino – Sala Conforti
Renato Campinoti e Sara Renda presentano

Alla luce dei lampioni nella via
di Maila Meini

Sarà presente l’autrice.

Qui, la recensione che Renato ha Campinoti ha scritto del libro.

Per chi volesse acquistare il libro: qui il link

WEN – SOGNO – Quando i sogni non basteranno – Maila Meini

È sempre più difficile sognare,

anche asfissiato lo stridio del pianto

che corrode, quasi sempre la sera

dalle dieci alle due. E guadare il fiume

lento della musica e di parole

consumate tra spirali di fumo,

nello spazio dove il corpo se ne va

con i radi ectoplasmi paralleli

fissi, immobili al trivio delle scelte.

I frammenti, piccole sensazioni

aguzze, si condensano nei miti

e i miti non danno angoscia, misere,

irrisolte scaglie di un dio demente

che brucia e si consuma piano, piano.

Quando i sogni non mi basteranno,

rantolerò nel frigido colore

asettico della disperazione.

Smeraldo | Le Gemme di Juwelo dalla A alla Z

1982

Sono scomparsi i sogni, compagni

di illusione, e il tempo è già finito.

Non c’è disperazione, è cambiata

l’attesa come la prospettiva

della vita. È bastato accettare

quello che rimane come se fosse

un piccolo smeraldo sotto il sole. 

2017

Maila Meini

Renato Campinoti legge “Alla luce dei lampioni nella via” di Maila Meini

Sapete perché è bello e difficile parlare dell’ultima silloge poetica di Maila

Meini? E’ bello perché sono sempre una sorpresa e affascinanti le sue poesie e io, che tutte le ho lette e commentate con lei, posso dirlo convinto: questa volta Maila si è superata. Almeno fino alla prossima raccolta di cui, sono convinto, Maila sta già correggendo le bozze. Sennò cosa farebbe in questo maledetto tempo di pandemia? Volete sentire qualche verso per convincervi con me che la poetessa di razza coglie sempre nel segno? Che, il poi, il segno, sono le emozioni che suscita in noi appassionati suoi lettori.

Maila parte da “L’attesa è un momento di silenzio/Così getto anch’io l’ancora nel porto/dell’inquieto saper vivere ad oltranza” (Nell’aria). Poi, sullo stesso registro, ci sorprende con questa chiusa: “Oggi l’aria è pesante, inumidita/dalla pioggia invisibile degli anni/che scivolano via dal calendario/e si accumulano nell’ingordo ieri” (Una volta c’era stato tempo), dove quell’ingordo basta da solo a misurare la distanza che si crea tra il passato e il presente della vita “di noi sessantottini” (Verso l’inverno), come ancora ci ricorda la nostra poetessa per darci anche un indizio sul periodo della sua e della nostra vita in cui si collocano questi bellissimi versi.

E per finire con le frasi a sorpresa non si può non ricordare quelle “Fragili/parole vere cadono a casaccio/sopra l’ampia distesa della vita…Il mondo però resta un vecchio amico…sono sola con chiarezza oscena/nelle tenebre viola dei sospiri” (Il mondo però resta).

Come si capisce anche da questo breve assaggio delle poesie di Maila, e come del resto si intuisce dal titolo stesso della raccolta, questa volta il tema dominante è la notte, è la nostalgia, è la solitudine. Di questo non ci mette molto a convincerci la nostra cara poetessa, con le frasi ricordate, ancora di più con quelle di una poesia che è, a mio parere, l’emblema di questo aspetto della silloge: “L’acutezza improvvisa del dolore/mi stupisce e mi pugnala, attraversa/l’ovatta sporca del tempo che affonda…Sbarro/gli occhi all’improvviso nella notte buia/ e mi vesto dei gesti consueti, mentre/la vera oscurità fa capolino/oltre il vetro appannato dai fantasmi” (L’acutezza improvvisa).

Maila tornerà ripetutamente sul tema della notte come momento in cui i suoi (e i nostri) fantasmi si scatenano a ricordarci i rimpianti o, più acutamente, la tristezza della solitudine. Basterà ascoltare, per tutte, le parole dolorose di “Stare soli”, dove “Soprattutto la notte non sentire/nessuno qui accanto mi lascia in balia/ dei rumori dei muri, del vento che vibra sui vetri…il vuoto oscuro/mi inquieta/la nota dell’essere/soli, stonati e appassiti, consuma…”.

Insomma, a fermarci a queste note della raccolta, certamente il tema del tempo che passa, dei rimpianti e della nostalgia che ci assale paiono essere l’unica emozione che ci viene trasmessa.

Ma vi assicuro che non è così.

E qui inizia la difficoltà di parlare di una raccolta poetica come questa. Proprio perché Maila, neppure questa volta, si fa ingabbiare in un solo registro.

Soprattutto non ci sta a farsi imprigionare in un mondo di nostalgia e di rimpianti. E lo dice con chiarezza in molte poesie e, tra queste, le due che a me sono sembrate più emblematiche di questa “resistenza” di Maila a cadere nella trappola. “Tengo aperta/la mente e scruto il buio…in cerca di un soffio di gioia/che mi spinga avanti senza tregua” (Tengo aperta). E ancora. “La nebbia del cuore mi imprigiona…Solo è che non voglio. E mi ribello/odio l’oscurità che non si vede…Cerco accanita una luce d’ambra…Il pendio scavalco con i corvi neri…Cado e sempre mi rialzo/e più cammino/più l’aria intorno a me appare calma…” (Cado e sempre mi rialzo). Dove viene fuori la combattente, che non si arrende neppure di fronte al buio e ai sentieri scoscesi della vita.

Ma allora Maila cosa vuol dirci con questa silloge? Tante cose, mi viene da dire. Soprattutto che, anche quando si è inciampati più volte negli ostacoli e ci siamo fatti male, si può tuttavia arrivare dove arriva lei con una delle poesie più belle (la più bella ve la dico fra poco!): “Adoro la solitudine/e il silenzio, turbato soltanto/dai moti inafferrabili dei soci/miei alati, i pensieri spensierati” (Il sole è impegnato”).

Non meno sorpresi, soprattutto coloro che vogliono trovare solo rassegnazione e tristezza, è quando Maila ci serve una poesia dove mette insieme la tristezza di versi negativi: “Se mi affaccio oltre il bordo della vita/vedo solo onde scure affamate…”, per reagire poco dopo con questa chiusa: “Da ridere mi viene/ una risata di gola…uno schiaffo al mondo nell’aria silenziosa/della notte…” (Mi viene da ridere).

E sono tanti altri i temi e i soggetti che Maila chiama in causa, per farci il racconto della sua bella e generosa anima. Il mare, anzitutto, che troverete in almeno un terzo delle 184 (centottantaquattro!) poesie come emblema dei suoi momenti difficili “…le creste/ delle onde continuano a schiantarsi/contro la battigia che non ha difese” (Contro la battigia).

Ma il mare è anche il luogo della sua reazione: “sull’orlo della spiaggia dove canto/quanto la natura è resiliente” (Dove canto)

L’altro tema ricorrente in queste poesie sono quelli che, come dice lei stessa, “nipoti e figli che fanno da padroni a casa mia” (Adoro). E più ancora “I figli dei miei figli…S’infilano/nelle pieghe stridenti dei pensieri come se io fossi vetro trasparente” (I figli dei miei figli). Non manca un inno alla sua passione per la lettura: “I libri alzano robuste dighe/contro il terrore che ci soffia contro” (Leggi).

Per finire con i temi ricorrenti ecco arrivare la vera natura, a mio modo di vedere, di questa bella persona: la socialità, lo stare con gli altri a dare e prendere pezzi di vita: “Germoglia dentro/la gioia/tutt’a un tratto…nell’uscire…/verso la formicolante varietà del mondo esterno” (Tutt’a un tratto).

E per smentire l’idea (sei stata tu Maila a suggerirla, con il titolo e un po’ di tinte forti sparse nelle poesie più tristi?) che si tratti di un volume “a senso unico” (nostalgia e tristezza, per intenderci) ecco la più bella poesia della raccolta, un inno alla speranza e un atto d’amore per il mondo:

“Che mondo sarebbe se l’uomo fosse/un uomo vero/e sempre/sulle labbra/danzante/gli aleggiasse un tenero/ sorriso…se noi donne,/le madri, non avessimo più colpe/e i figli fossero educati al bene?… Quello che vorrei!” (Che mondo sarebbe)

E anche noi, con te Maila, questo mondo vorremmo!

Hai scritto queste poesie prima della pandemia che ci assedia. Sembra tu l’abbia fatto apposta per dare a tutti noi da leggere qualcosa di bello, di struggente, talvolta anche di doloroso, ma sempre aperto, come è più che mai necessario, alla resilienza e al futuro. Grazie davvero meravigliosa poetessa!

Renato Campinoti, 10/01/20022

ECCO LA GENTE DI DANTE!

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“Gente di Dante” è l’antologia di racconti del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, omaggio ai settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. Ma quale morte, se il suo ricordo ancora riesce a destare emozioni, scatenare fantasie, generare narrazione?

La “Gente di Dante” non è solo quella di Firenze del 1200 e 1300 o delle sue opere, siamo anche noi, che a lui ancora ci ispiriamo, scrittori appassionati e coinvolti non da un ricordo ma dalla presenza viva della sua figura e della sua storia.

L’iniziativa ha trovato tanti seguaci: ci siamo voltati e la “gente” era ormai una piccola folla. Tanti autori, tante idee diverse, tanta inventiva, tante chiavi narrative, dalla storia, all’ucronia, alla creazione fantastica. Il GSF ha così voluto soddisfare gli amanti di generi letterari diversi, ma soprattutto rendere omaggio al grande poeta fiorentino, alla sua opera poliedrica, non dimenticando che fu il primo scrittore di genere fantastico nella nostra lingua e che fu uomo oltre che artista. Da questa molteplicità le due anime dell’antologia:

La suggestione della storia

L’incanto della fantasia.

Ed eccovi allora, in attesa che sia pubblicato, per cominciare a farvi un’idea l’indice del volume:

Prefazioni

Un nuovo modo di far parlare Dante – Massimo Seriacopi

Vivo tra i vivi, con questi racconti – Paolo Ciampi

Introduzione dei curatori– Carlo Menzinger di Preussenthal e Caterina Perrone

Parte 1: La suggestione della storia

  1. Il ghibellino – Fabrizio De Sanctis
  2. L’arte della guerra – Luca Anichini
  3. Io sono la Pia – Caterina Perrone
  4. La zara di Campaldino – Giorgio Smojver
  5. Due Cavalieri – 11 giugno 1289 – Gianni Marucelli
  6. L’amicizia rivoluzionaria – Luca Lunghini
  7. Maestri e opere – Gabriele Antonacci 
  8. Segreti e bugie nella famiglia Alighieri – Renato Campinoti
  9. L’ospite illustre – Maila Meini
  10. Due esuli a confronto – Barbara Carraresi
  11. Il breve soggiorno lucchese di Dante Alighieri – Brunetto Magaldi
  12. L’epica ingloriosa fine del cavalier Donati – Paolo Ferro
  13. Corso Donati, il Barone – Roberto Mosi
  14. Sotto il Ponte Rubaconte – Milena Beltrandi
  15. La conversazione – Giovanni Paxia
  16. La vendetta de lo Alighieri – Sergio Calamandrei
  17. L’ultimo sogno di Dante – Antonella Bausi
  18. L’occultista ascolano – Cristina Gatti

Parte 2: L’incanto della fantasia

  1. O se il mio cor avesse immaginato – Nicoletta Manetti
  2. Io sono colei di cui nessuno mai parlò – Antonella Cipriani
  3. L’infante Dante- Manna Parsì     
  4. Campaldino 2021 – Alessandro Lazzeri
  5. Il sabato di San Barnaba – Pierfrancesco Prosperi
  6. De abdicatione – David Ferrante
  7. Bieiris, Dante e Margherita – Rosalba Nola
  8. Un inizio divino – Samuele Mazzotti 
  9. Il poeta e il cavaliere – Bruno Vitiello 
  10. Notte di metà settembre – Francesco Russo
  11. Dante ed io – Miriam Ticci
  12. Viaggio nel tempo – Terza Agnoletti
  13. Il barattiere – Fabio Ferrante
  14. Il Paradiso è un attico al 6° piano – Francesca Tofanari e Oliva Cordella
  15. Ready Infernum Player – Silvia Alonso
  16. I canti perduti – Carlo Menzinger di Preussenthal
  17. Lettere postume di Dante Alighieri – Massimo Acciai Baggiani
  18. Con occhi di bragia- Donato Altomare

Appendice

A casa di Dante – a cura dell’Unione Fiorentina Museo Casa di Dante.

L’antologia sarà edita dal Gruppo Editoriale Tabula Fati.

Oltre agli autori hanno collaborato al volume i curatori Caterina Perrone e Carlo Menzinger di Preussenthal, il Comitato Editoriale, composto oltre che dai curatori, da Massimo Acciai Baggiani, Renato Campinoti, Barbara Carraresi, Cristina Gatti, Chiara Sardelli e i consulenti storici Alessandro Ferrini e Massimo Seriacopi. L’immagine di copertina suggerita all’editore è di Daniela Corsini.

Questo volume fa parte dei progetti editoriali promossi dal Gruppo Scrittori Firenze, costituitosi nel 2016 quale Associazione Culturale.

Dalla sua fondazione, il GSF ha visto la partecipazione di oltre duecentocinquanta persone alle varie attività. Tra le attività promosse dal GSF vi sono premi letterari e artistici, quali “La Città sul Ponte” e “Artwork”, presentazioni e incontri letterari, corsi di scrittura, gruppi di lettura, reading, iniziative turistiche e artistiche, spettacoli teatrali e vari momenti conviviali (www.grupposcrittorifirenze.it,   https://grupposcrittori.wordpress.com/). Con i suoi autori il GSF ha realizzatole antologie collettive Vista da noi (Porto Seguro ed., 2016); Squi-Libri (Porto Seguro ed., 2017); Je t’aime…Moi non plus (Porto Seguro ed. 2017); La gioia di vivere (ALA ed., 2019); Accadeva in Firenze capitale. Racconti storici dal 1865 al 1871, (Carmignani ed., 2021).

“Accadeva in Firenze capitale” all’istituto Geografico Militare – di Antonella Cipriani

Accadeva oggi 10 giugno, in un pomeriggio in cui l’estate pare incerta a

mostrare tutto il suo splendore, nella grande sala De Vecchi dell’Istituto Geografico Militare,la prima presentazione del volume “Accadeva in Firenze Capitale” ed. Carmignani 2021, ultima creazione letteraria del Gruppo Scrittori Firenze.

Il bellissimo locale a tre navate, dal soffitto a volte sorretto da colonne in pietra serena, ha accolto il numeroso pubblico, che ha aderito con calore e interesse all’evento. Altrettanto cordiale è stata l’accoglienza da parte dell’Istituto, con i saluti iniziali del Comandante Generale Pietro Tornabene, che ha condotto sapientemente l’evento insieme ai curatori Cristina Gatti e Sergio Calamandrei.

L’antologia curata (e questa è proprio la parola giusta) da Cristina Gatti – presidente del GSF – e Sergio Calamandrei, ci offre un panorama della Firenze all’epoca in cui fu Capitale, nel breve intervallo di appena sei anni, in cui la città visse un ruolo che portò grandi cambiamenti da molti punti di vista: sociale, relazionale, urbanistico, architettonico…

La bellezza di questo libro, una raccolta di quattordici racconti, più un saggio di Andrea Cantile e le prefazioni del Generale Tornabene e di Giuseppe Matulli, sta proprio nel riportarci a quel passato, così poco conosciuto, studiato appena nei libri scolastici.

Gli autori, ognuno col proprio stile, voce, genere, competenze, sensibilità, immaginazione, curiosità, riescono a catapultarci nella Firenze del tempo attraverso le loro storie, regalandoci una visione storica, culturale, artistica, vivace, colorata, intima della nostra città.

Ecco allora Gigi Porco, alla cui Osteria tiravano a fa tardi i Macchiaioli e non solo; e poi il salotto letterario di due dame influenti, Emilia Peruzzi e Marie Laetitia Wyse Bonaparte, contrastanti e rivali; la sparizione al Bargello del famoso David di Donatello, frutto della fantasia dell’autore; il lustrascarpe curioso affetto da una forma d’artrite deformante e il conte Brassaire; il convoglio Ippogrifo su cui si incontrano uomini illustri  come Lorenzini, Pacini, Pacinotti; l’inaugurazione dell’imponente statua di Dante al centro di Piazza Santa Croce con i commenti discordanti dei fiorentini; Beppe Dolfi, il fornaio fondatore della Costituzione della Fratellanza Artigiana; Fredrick Stibbert e la sua collezione che arricchì la città; Dostoevskij che visse a Firenze, confinato nelle mura della piccola casa insieme all’affettuosa moglie; la domestica di Eleonora Corsini; la visione ucronica della città, se Poggi non l’avesse trasformata per adattarla al ruolo di Capitale; un resoconto storico dettagliato e preciso dell’entrata a Roma dalla breccia di Porta Pia; e per concludere il giornalista che nella sua storia riesce a ricollocare e raccogliere le vicende e i personaggi di tutti gli autori, un lavoro davvero interessante e abile.

Prima fila: Nicoletta Manetti, Antonella Cipriani, Andrea Cantile, Cristina Gatti, Pietro Tornabene, Maila Meini, Caterina Perrone, Fabrizio De Sancis; seconda fila: Sergio Calamandrei, Gabriele Antonacci, Carlo Menzinger, Vincenzo Sacco, Renato Campinoti, Roberto Mosi.

Gli scrittori – che non sto a nominare, tanto li troverete nell’antologia che spero leggerete – sono sfilati sul palco uno ad uno, a presentare le loro opere, a svelarci il segreto dietro la loro creazione artistica, la motivazione, la spinta che li ha portati a scrivere “quella storia” e non un’altra.

Anch’io ho letto il libro e ho apprezzato proprio questa varietà di voci, ognuna

con il proprio timbro, diverse ma tutte ugualmente capaci di creare curiosità ed emozione. L’ho proposto anche nel nostro gruppo di lettura, rivelandosi un ottimo testo per la discussione e la riflessione.

Le ore sono volate in un clima piacevole e divertente. L’evento si è concluso in bellezza per alcuni di noi che hanno avuto anche l’opportunità di visitare la biblioteca dell’Istituto – sede storica dal 1865 – un salone circondato da libri e carte geografiche, arricchito da mappamondi, affreschi (lunette raffiguranti momenti di vita dei frati Serviti), preziosi manoscritti risalenti perfino al 1400, atlanti geografici, riviste… ho scoperto che è possibile visitarla su prenotazione. Ve la consiglio.

Come vi raccomando la lettura di “Accadeva in Firenze Capitale”, un modo divertente per rispolverare la storia e riscoprire il passato della nostra città senza annoiarsi.

di Antonella Cipriani

WEN – FIGLI – A Valentina, mia figlia – Maila Meini

Giugno 1981

Non permetterti mai di ascoltare

parole-mostro o tiritere fitte

di rumori rimbalzanti su lastre

cementate da un agro morto vivo

senza nessuna crepa.

Non voglio i tuoi

colori soffocati con durezza

da dita che soltanto sanno il grigio,

il più facile se non c’è coraggio.

Urla e silenzio versa su quei ragni

L'infermiere e la terapia del sorriso”, la tesi di una neo-laureata  brindisina in Scienze Infermieristiche | newⓈpam.it - Informiamo Brindisi e  provincia

di vetro. Tristi e perverse barriere,

frantumate, tu le farai tappeto,

senza curarle, e cercherai altrove.

23 aprile 2003

Scrissi quei versi ventidue anni fa,

intessuti per te d’anima mia,

leggendo grandi schegge di zaffiro.

Li riconsegno oggi nelle mani tue,

con amore e fiera.

Tu sei così:

pur con fatica resti te stessa.

ed è questa la laurea che festeggio.

di Maila Meini

WEN – FIGLI – Dedicata a un bambino – Maila Meini

Voglio che ti sia chiaro fin da oggi

cosa non voglio darti proprio mai.

Non avrai quella MADRE che conosco,

le mie ansie, i miei schemi e le incertezze,

i ricatti d’amore, la mia noia,

percosse e ordini senza capire.

Cercherò di rispettarti come sei,

persona intera e non soltanto figlio.

Faremo mie le tue “strane” scelte.

Bambino 1 anno: sviluppo psicomotorio, alimentazione e linguaggio

Solo, parlami sempre e scusami

già ora se qualche volta sembrerò

sfuggente, distratta, una qualunque.

Non esserne deluso: vedo un sacco

di strade davanti da imboccare

e non è ancora certa quella mia.

1980

di Maila Meini

Firenze festeggia l’anniversario dell’unificazione del Regno d’Italia

di Cristina Gatti

Firenze festeggia l’anniversario dell’unificazione del Regno d’Italia con una pubblicazione sugli anni in cui fu capitale: “Accadeva in Firenze capitale. racconti storici dal 1865 al 1871” (Carmignani editrice, aprile 2021)

Si dice 2021 e tutto il mondo pensa al settecentesimo della morte di Dante. Sta forse sfuggendo, anche a Firenze, un anniversario molto importante per la città: 150 anni fa si spostava a Roma la capitale del Regno d’Italia. Come sempre chi gioì, chi si rammaricò. Forse a Firenze molti ebbero il sollievo di aver finalmente bevuto fino in fondo la tazza di veleno, come disse Bettino Ricasoli.

A ricordare questo evento, dalla parte dei fiorentini, ci pensa Accadeva in Firenze Capitale (Carmignani Editrice), antologia di racconti di autori vari che parlano del periodo dal 1865 al 1871 quando Firenze fu capitale del Regno d’Italia, a cura di Cristina Gatti e Sergio Calamandrei in qualità di consulente storico.

Il libro è opera del Gruppo Scrittori Firenze, associazione nata nel 2016 e presieduta da Cristina Gatti, con il coinvolgimento dell’Istituto Geografico Militare, che ha fornito il prezioso materiale iconografico e ha ripercorso la storia dell’unificazione cartografica del territorio fino a giungere alla Carta d`Italia nel 1903.  L’associazione, molto attiva sul territorio fiorentino e non solo, associa più di ottanta scrittori e altrettanti simpatizzanti, fornendo loro assistenza e supporto in attività letterarie e artistiche: presentazioni librarie, reading poetici, corsi e laboratori di scrittura, incontri culturali, gruppi di lettura, spettacoli teatrali e musicali, mostre d’arte e di fotografia. Inoltre il Gruppo Scrittori Firenze tiene un ciclo di iniziative editoriali, di cui questo libro fa parte, dedicato a un tema o una ricorrenza specifica.

“Accadeva in Firenze capitale” raccoglie il saggio storico dell’IGM a firma del Prof. Andrea Cantile e 14 storie di altrettanti autori ognuno con il suo racconto, ognuno con il suo stile, che si sono cimentati in un’impresa delicata e raffinata: raccontare Firenze attraverso una narrativa documentata che si immerge sia nel ricco che nel popolare fiorentino. Il lettore è accompagnato nell’atmosfera di quegli anni cruciali in una narrazione che “riempie di vicende verosimili i vuoti fra gli eventi storici documentati”, come dice in una nota introduttiva Giuseppe Matulli e si immerge, attraverso le parole, in una fase storica di Firenze, che nel bene o nel male, ha modificato la città e i fiorentini stessi.

In quegli anni, 1865-1871, brevi ma intensi, si attuarono cambiamenti radicali che costituiscono l’eredità più importante del secolo: l’assetto urbanistico sconvolto dal piano del Poggi; le infrastrutture che resero la città più moderna, come la rete ferroviaria e la rete fognaria; il mescolarsi di gente e idiomi, se si pensa all’arrivo, oltre alla famiglia reale e ai membri del Parlamento, di circa 30.000 funzionari piemontesi; l’intensificarsi di relazioni politiche internazionali con ambasciatori e rappresentanze estere; il fiorire di testate giornalistiche al seguito di tanta attività politica.  A Firenze non erano mai mancati intellettuali, artisti, scrittori, scienziati che da sempre avevano arricchito e vivificato il tessuto culturale, ma in quegli anni aumentarono anche questi di numero e si intensificarono gli scambi.

Gli autori hanno realizzato accattivanti bozzetti di quella epoca, tratteggiando personaggi e protagonisti che animarono la vita fiorentina come la scandalosa moglie di Urbano Rattazzi, Marie Laetitia Wyse Bonaparte, o donna Emilia Peruzzi e il suo celebre salotto di intellettuali, generali e serve, personaggi mitici come Frederick Stibbert e il suo incredibile museo delle armi arrampicato sulla collina di Montughi o la garibaldina Jessie White Mario o ancora Beppe Dolfi che ha lasciato in eredità tanto “lievito” intellettuale concretizzatosi poi in impegno politico e in una rete associativa che caratterizza ancora oggi l’assetto culturale. Ma anche personaggi stranieri, che allora erano chiamati “inglesi”, come Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che soggiornò a Firenze dal 1867 con la moglie Anna Grigor’evna Snitkina. O figure di passaggio, come il diplomatico prussiano Maria Joseph Anton Brassier de Saint-Simon-Vallade, inviato a Firenze per curare gli interessi del proprio paese, che, camminando su e giù per la città con le carrozze e il cappello a cilindro si stupisce della rapida trasformazione della città in riva d’Arno.

Gli autori, con estrema accuratezza storica, insieme a nomi illustri ma osservati da un insolito angolo prospettico, hanno ricercato anche eventi e figure minori, che non si trovano sui libri di storia, dei quali sono spesso soltanto le targhe disperse per la città a parlarne. Fuori dai salotti, una parte importante fu quella della vita di tutti quegli artisti e intellettuali, allora poco riconosciuti, come i macchiaioli, Telemaco Signorini, Angiolo Tricca, detto il Tita, o Carlo Lorenzini, poi detto Collodi, che si incontravano davanti a un bicchiere di rosso. Come nell’osteria di Gigi Porco, luogo famigerato e popolare che si trovava all’angolo tra via Ricasoli e via De’ Pucci, incrocio tristemente famoso anche per un fatto di sangue: l’assassinio del letterato Tommaso Bonaventura, su commissione del Granduca Gian Gastone, reo di aver divulgato i costumi dissoluti della corte medicea.

Firenze accolse questo cambiamento che “faceva violenza alla misura della città” (citazione Matulli), un breve transito nel ruolo di capitale d’Italia che portò anche svantaggi a una buona fetta di popolazione: aumento dei prezzi, crisi degli alloggi, disorientamento sociale. Se ne parla in uno dei racconti “Le case di ferro e di legno di Firenze capitale”.  Splendori e miserie, insomma. Storie che ridanno vita alla città, con qualche pennellata di giallo e che si arricchiscono di un pizzico di ironia, di fantasia o dell’ucronia su un presente possibile, ma mai avvenuto, come in “Le colline di Firenze”. Un cammino che si snoda in pochi anni e culmina inevitabilmente con la breccia di Porta Pia. Se ne parla in “Sabatino a Roma, finalmente” che termina la sequenza dei racconti e precede la singolare postfazione narrativa, “Io rimango a Firenze”, a firma di Paolo Ciampi, che ripercorre con grazia tutte le storie rivisitando uno per uno i personaggi incontrati.

Il trasferimento della capitale a Roma e, con lei, anche del re Vittorio Emanuele colse i fiorentini impreparati, come, allo stesso modo, lo erano stati quando arrivò. Un re che, tra le proteste contro i buzzurri piemontesi, in fondo era piaciuto ai fiorentini e il cui amore era da lui ricambiato. Vittorio Emanuele infatti traslocò tra gli applausi ed i tricolori sventolati nell’agognata Roma il 2 luglio del 1871.

Questi gli autori:

Gabriele Antonacci, Sergio Calamandrei, Renato Campinoti, Barbara Carraresi, Paolo Ciampi, Fabrizio De Sanctis, Cristina Gatti, Nicoletta Manetti, Maila Meini, Carlo Menzinger di Preussenthal, Roberto Mosi, Caterina Perrone, Pierfrancesco Prosperi, Vincenzo Maria Sacco.

Saggio del Prof. Andrea Cantile.

Le note introduttive sono a firma dell’On. Giuseppe Matulli e del Gen. D. Pietro Tornabene, comandante dell’Istituto Geografico Militare.

www.grupposcrittorifirenze.it        email: eventi.gsf@gmail.com

WEN – ACCIDIA – Vado o non vado – Maila Meini

«Vale, sei stanca?» chiesi a mia figlia.

«Non troppo. Stanotte Riccardo ci ha lasciato dormire abbastanza.»

«Meno male, perché stasera non posso fare la nonna-baby-sitter. Vado a Villa Montalvo.»

«A fare?»

«Un’associazione culturale di Campi presenta un programma di visite guidate alle bellezze di Firenze e dintorni.»

«Che associazione?»

«Non lo so. Avevo scritto il nome sul calendario dell’anno scorso, che poi naturalmente ho buttato. Mi ricordo a malapena dov’è e l’ora approssimativa. L’articolo che ho letto parlava di un orario di uscita la domenica mattina…»

«Non preoccuparti, vai.»

Era questo il dilemma che mi aveva pungolato tutto il giorno, ogni tanto, come uno spigolo in cui inciampi inevitabilmente ogni volta che ti muovi di fretta in una stanza che conosci poco: VADO o NON VADO?

VADO: chiudendomi in casa, solo a fare la nonna, a leggere e a scrivere poesie, rischiavo di brutto una botta di depressione, bestiaccia sempre in agguato; e poi… mi era sempre piaciuta l’arte.

NON VADO: faceva freddo, non conoscevo nessuno.

VADO: Firenze è una delle città più belle d’Italia, vengono a visitarla da tutto il mondo; io abitavo a due passi e dal mese in cui mi ero trasferita definitivamente da San Vincenzo, non ci ero andata praticamente mai.

NON VADO: non era vero. Ero andata in centro la settimana prima a vedere la Madonna del Cardellino di Raffaello restaurata.

VADO: Solo perché mi ci aveva trascinato la mia amica Giovanna, che era venuta apposta da Pisa.

NON VADO: Chissà che orari avrebbero deciso, chissà che gente era…

VADO: Mica mi avrebbero mangiato! Se non mi fossero piaciuti l’ambiente, le persone, il programma, avrei preso il culo e sarei venuta via.

NON VADO: E Riccardo? Era giovedì e avrei dovuto essere di corvée.

VADO: Non ero mica prigioniera!

Così finalmente alle 21:35 arrivai a Villa Montalvo. Avevo messo l’automatico, non sentivo niente, a parte il gelido vento del Nord che quella sera sfiorava le foglie degli alberi di quel breve viale a malapena illuminato come se le volesse congelare in volo.

La portineria era illuminata: meno male. Il portiere mi vide dall’interno, si alzò, mi venne incontro. Sorrise, non feci in tempo a chiedere che già rispondeva, indicando il corridoio: «La riunione è là, la seconda porta a destra; sente? Parlano».

Si sarebbero girati a guardarmi? A riunione iniziata era imbarazzante entrare…

Riflettei, mentre indugiavo davanti all’uscio di legno scuro, dalle cui ante accostate e sovrapposte filtrava una voce femminile ampliata da un microfono.

Quasi quasi me ne vado.

No, ormai ci sono. Entro.

Qualche sguardo distratto mi squadrò brevemente, ma subito furono di nuovo tutti concentrati sullo schermo del proiettore: in primo piano il David di Michelangelo.

Una giovane signora ben truccata con lisci capelli neri, molto lunghi e la frangia (la pettinatura che sfoggio da sempre: è stupido, ma mi tranquillizzò) spiegava il significato della posizione delle braccia della statua, poi proseguì con altre immagini e altri commenti.

Intanto mi tolsi lo scialle, il cappotto, mi sedetti in uno degli ultimi posti, tutti vuoti, in disparte. Ascoltai. Mi rilassai piano, piano.

Non c’erano molte persone, ma uno di quelli che si alternavano al microfono per illustrare le mete di quell’anno disse che il freddo ne aveva dissuasi tanti dall’abbandonare il calduccio delle loro case; gli iscritti erano più di cento.

Osservavo i presenti, da dietro: molte donne, qualche signore attempato, persone comuni, vestite in modo normale, non mostri assetati di sangue. Un uomo, anche lui in fondo alla sala, ma dal lato opposto, si alzò, uscì, tornò, andava e veniva inquieto, sembrava la rappresentazione concentrata dell’andirivieni ansioso che quel giorno mi aveva trascinato dentro e fuori casa, dentro e fuori me.

Otto posti da vedere, quattro gruppi, prima uscita domenica 11 gennaio.

La riunione era finita, si alzarono tutti, si avviarono in formazione sparsa, chi verso le guide, chi verso il tavolo dei rinfreschi.

Afferrai la borsa, il cappotto. Quasi, quasi me ne vado, insalutata hospite. Del resto non avevo neppure afferrato quanto costava tutto quell’ambaradàn, con quali mezzi ci si muoveva (ognuno per conto suo e ritrovo davanti al monumento scelto, mi era parso di capire; così proprio non andava), com’era la storia degli orari e dei gruppi.

Mi avviai verso l’uscita, poi ci ripensai.

Parliamo almeno con l’assessore alla cultura, visto che è qui. Era tanto che volevo offrirmi per insegnare all’Università della terza età che mi pareva il sindaco neoeletto avesse messo nel suo programma come uno dei punti da realizzare. L’avevo fatto per anni a San Vincenzo e mi mancava il contatto con alunni maturi, ascoltatori attenti e interessati.

L’assessore era un tipo cordiale e sorridente, sembrò apprezzare la mia offerta, anzi mi dette appuntamento dopo due mercoledì, in comune.

«Venga, la prego, così ne parliamo.»

Il timore che la mia solita inerzia (“Culo di piombo” mi chiamava, fin da piccola, mia madre) mi avesse fatto perdere il treno e arrivare dopo la polvere, come spesso mi succedeva, era ingiustificato: non avevano ancora dato inizio al progetto.

Bene. Ero contenta. Un pensiero levato; per la verità mi si era infilato dentro come una lisca in gola. A questo punto, rassicurata, Perché no? mi chiesi.

Affrontai anche la conturbante signora dai capelli neri che stazionava lì accanto. Un sorriso smagliante e si presentò: «Samanta, senza H. Ti posso dare del tu?» chiese.

«Se hai insegnato, ci potresti veramente dare una mano. Potresti farci tu da guida» aggiunse un signore molto magro e molto anziano che aveva parlato al microfono prima, con un po’ di imbarazzo, ma con una grande carica di simpatia, della strada dei Sette Ponti (?) e del Borro (?) suscitando in me interesse e curiosità più delle altre mete descritte.

Era fatta: mi sentivo tra amici, mi iscrissi. Ero nel gruppo B. Prima uscita, la domenica successiva. Ritrovo al capolinea del 30, praticamente davanti casa.

Vado o non vado, dunque? VADO!

di Maila Meini

WEN – IRA – Fortunale – Maila Meini

Occhiate di fortunale tagliano
il viso di mia figlia, così brava
a sgretolare certezze che il senso
d’avere ragione scorre via da me,
come fa la sabbia da una clessidra
infranta.
Con un gemito mi lascio
cadere. Non ho più voglia di stare
in compagnia.
 
L’aurora mi sveglierà,
defaticata da un acre spasimo
di profondo orrore, quell’anomala
compassione che si trascina dietro,
comunque, un’amorfa traccia di colpa.
di Maila Meini
clessidra-rotta - Periodico Daily
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