WEN – INCUBO – L’angoscia di Giorgio – Marcovalerio Bianchi

Da sempre Giorgio aveva desiderato diventare ricco e adesso finalmente sembrava esserci riuscito. La villa nella quale risiedeva si ergeva su un piccolo promontorio dal quale si poteva godere la vista di un mare cristallino. Era lussuosamente arredata  e grazie anche al vasto parco e all’ampia piscina, era considerata l’abitazione più bella della zona. Si era alzato da poco dal letto. La prima cosa che fece fu quella di aprire la cassaforte. Sembrò tranquillizzarsi solo quando si accertò che contenesse vari mazzi di banconote di grosso taglio e diversi gioielli. Raggiunse poi la moglie e suo figlio Mariolino nell’ampia sala dove fecero colazione insieme, serviti da un ossequioso domestico. Mentre da una parte l’ambiente che lo circondava gli appariva familiare, dall’altra gli pareva di trovarsi in un ambiente completamente nuovo, come se non riuscisse a ricordarsi quante stanze ci fossero, oppure come si facesse a raggiungere l’ala opposta della villa.

Subito dopo colazione fece un giro di perlustrazione accompagnato da Mariolino che, al contrario, nonostante avesse solo nove anni, dimostrava di conoscere molto bene l’ambiente che lo circondava.  Ben presto arrivarono al garage dove erano parcheggiate una Mercedes di grossa cilindrata e una fiammante Ferrari. Mariolino, intenzionato a simulare una gara di formula uno, si mise subito al posto di guida della Ferrari mimando il rumore del motore nei momenti in cui venivano inserite le varie marce, mentre Giorgio lo osservava con uno sguardo tenero che esprimeva tutto l’amore che aveva per il suo unico figlio. Nel pensare che un giorno tutte le sue ricchezze sarebbero passate a Mariolino, il suo volto si illuminò con un ampio sorriso.

Più tardi Giorgio raggiunse la piscina insieme a Mariolino e alla moglie Liz. Si tuffò da un piccolo trampolino venendo subito imitato dal figlio, poi rimase a giocare col bimbo a qualcosa di simile alla pallanuoto e a tanti altri giochi che inventavano lì per lì. Quando Giorgio si trovava in compagnia del figlio, cercava sempre di assecondarlo e di trattenersi a giocare con lui a lungo, fin quando, approfittando di una distrazione di Mariolino, ne approfittava per riposarsi un po’, tuttavia  senza mai allontanarsi perché gli dava un immenso piacere guardare il bambino mentre si divertiva sprizzando felicità da tutti i pori.

Il luogo stupendo e i bei momenti che trascorreva in compagnia degli affetti più cari rendevano Giorgio orgoglioso di essere un uomo ricco, anche se in quel frangente gli sfuggiva quando lo fosse diventato.  

Poi tutt’a un tratto, quando un furgone con un rumore assordante sfondò il cancello della villa arrivando fino al bordo della piscina, la serena vita familiare precipitò in un incubo. Tre uomini incappucciati scesero rapidamente dal veicolo sparando alcuni colpi in aria per poi ordinare a tutti di sdraiarsi a terra; dopo poche manciate di secondi, non appena Liz e Giorgio sentirono che il furgone stava allontanandosi, si alzarono per assicurarsi che Mariolino stesse bene, ma ebbero l’amara sorpresa di constatare che il figlio era stato rapito.

La conferma la ebbero dopo nemmeno un minuto, quando una telefonata anonima avvisò Giorgio del rapimento chiedendogli, entro quarantotto ore, due milioni di euro di riscatto in contanti. La stessa voce metallica, evidentemente distorta, lo avvisava che se non avesse pagato o se avesse solamente chiamato la Polizia, suo figlio sarebbe morto. Giorgio diventò paonazzo dalla tensione e, sentendo le gambe che non lo sostenevano più, dovette immediatamente sedersi per non cadere a terra. Per la vita di Mariolino avrebbe dato tutto quello che possedeva, ma si rendeva conto che in cassaforte fra contanti e gioielli non avrebbe racimolato che un quarto della somma richiesta dai rapitori. Sia lui che Liz, angosciati, non riuscirono a chiudere occhio per tutta la notte. Pensò che gli ci sarebbe voluto più tempo per recuperare una tale somma, anche perché sapeva che qualsiasi banca non avrebbe avuto a disposizione tanti contanti e, anche se li avesse avuti, sicuramente non avrebbe potuto consegnarglieli per via della normativa antiriciclaggio. I rapitori avrebbero davvero ucciso loro figlio se avessero avvisato la Polizia, oppure si trattava solo di un bluff? La mattina seguente, quando i rapitori gli telefonarono mettendogli pressione e lui li pregò di dargli più tempo, la cosa degenerò a tal punto che dopo qualche ora un corriere gli recapitò un pacco contenente un orecchio di Mariolino. Giorgio dalla disperazione e dal terrore, nonché dallo schifo, riuscì  a trattenere a stento un conato di vomito e non ebbe il coraggio di dire niente alla moglie. Se avevano fatto questo dopo neppure un giorno, cos’altro sarebbero stati capaci di fare a quel povero bambino innocente?

“Vigliacchi! Vigliacchi e assassini!” disse stringendo i denti. Un turbinio di pensieri fluttuò nella sua mente, ma ormai Giorgio, totalmente in preda al panico, non era più in grado di pensare con razionalità tanto che, veramente disperato, scoppiò in un pianto a dirotto.

Quando si svegliò aveva il viso bagnato dalle lacrime; si alzò dal letto come una molla, col cuore in gola al punto che per qualche istante non riusciva più neppure a respirare. D’un tratto ritornò alla realtà, rendendosi conto che sua moglie giaceva accanto a lui, osservandolo con preoccupazione. Fu felice di trovarsi nel suo appartamentino di una sessantina di metri quadri e di non essere mai stato ricco. Si era trattato solo di un terribile incubo, il peggiore che avesse mai avuto e in assoluto il più realistico. Ciononostante si precipitò nella cameretta di Mariolino e, solo dopo aver constatato che il figlio stava tranquillamente dormendo, iniziò piano piano a rasserenarsi.

di Marcovalerio Bianchi

WEN – SUPERBIA – Il primo della classe – Marcovalerio Bianchi

Mentre la maggior parte della classe si affannava per terminare il compito di latino, Riccardo aveva già finito da un po’ e adesso era intento a passare la traduzione ai compagni. Era il primo della classe, così orgoglioso della propria superiorità tanto che la ostentava continuamente con un atteggiamento da saputello. Era convinto di essere benvoluto da tutti mentre in realtà non si rendeva conto che i suoi compagni, pur mostrandosi sempre affabili e ben disposti nei suoi confronti, alla fine lo sopportavano solo perché faceva loro comodo.

Tutte le volte che Riccardo esprimeva una sua opinione nessuno osava contraddirlo e quando faceva una qualsiasi battuta, anche se fosse stata la peggiore del mondo, una folta schiera di compagni era sempre pronta a ridere per compiacerlo.

Anche se diverse compagne di classe all’apparenza sembravano fargli la corte, nonostante ciò lui non dava l’impressione di essere interessato a nessuna di loro. In realtà Riccardo si era innamorato di una compagna, Cristina, ma era troppo pieno di sé per farsi avanti per primo. Alla fine, dopo aver meditato a lungo, un giorno prese la decisione di scendere dal suo piedistallo aureo e di dichiararsi. La mattina successiva, invece di recarsi a scuola in motorino come era solito fare, pianificò di prendere l’autobus, proprio per avvicinare Cristina, dato che sapeva che lei arrivava sempre a scuola con tale mezzo pubblico. Il suo piano era quello di scendere alla stessa fermata di Cristina e di parlarle lontano da occhi indiscreti durante il tragitto di ritorno a casa. Non appena suonò la campanella dell’ultima ora di lezione Riccardo raggiunse la fermata dei mezzi pubblici e senza essere visto salì sullo stesso autobus che aveva preso la ragazza che amava. L’autobus era stracolmo di gente. Pur non vedendola, in quanto coperta da alcune persone, Riccardo riusciva a udire distintamente la sua voce mentre lei stava parlando con un’altra compagna di classe.

Si meravigliò sentendo che parlavano proprio di lui. Interessato a quella conversazione, si  rannicchiò dietro ad altri passeggeri in modo da rimanere nascosto alla vista delle compagne.

«Sì, hai proprio ragione Erica. Riccardo è bello e intelligente, mi piacerebbe anche, ma proprio non sopporto il suo carattere! Hai visto quante arie si dà tutte le volte che alza la mano per rispondere alle domande dei professori? Crede di essere l’unico a sapere tutto!» disse Cristina.

«Eh sì, e chi non l’ha notato! Quello stupido alza gli occhi al cielo per poi rivolgersi agli insegnanti con sguardo complice, come per dar loro da intendere che solo lui sa la risposta, mentre noi poveri  ignoranti non saremmo mai in grado di rispondere correttamente. Crede che siamo tutti dei dementi!» constatò Erica.

«Comunque a me fa anche pena. Proprio perché non si rende conto che a nessuno importa niente di lui e tutti se lo tengono buono solo perché gli fa comodo a scuola. Crede di avere un sacco di amici, mentre invece sotto sotto tutti gli voltano le spalle e quando non c’è addirittura lo ridicolizzano.» aggiunse Cristina.

«Proprio così! Infatti i più lo ritengono noioso e inutile al di fuori della scuola, tanto che anche Giulio la settimana scorsa alla festa del suo compleanno ha invitato di nascosto metà classe senza far saper niente a Riccardo.» concluse

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Erica.

Riccardo, che fino ad allora riteneva di essere il fulcro portante della classe attorno al quale ruotava il suo piccolo universo scolastico, dopo aver udito quella breve conversazione rimase così scioccato e sgomento al punto da scendere dall’autobus alla fermata successiva, per poi dileguarsi in tutta fretta facendo ben attenzione a non essere notato dalle due compagne. Assorto

com’era dai suoi pensieri si accorse che stava piovendo a dirotto solo molto tempo dopo, quando sentì un intenso brivido di freddo provocato dalla pioggia che gli aveva completamente inzuppato i vestiti fino a  penetrargli nella schiena. Pieno di vergogna vagò ancora a lungo senza una meta precisa prima di arrivare a casa tutto fradicio. Per la prima volta considerò la scuola, l’unico posto che lo faceva sentire qualcuno e dove fino ad allora si era perfettamente sentito a proprio agio, come un luogo falso e irreale, improvvisamente diventato ostile nei suoi confronti. Era difficile accettare che l’intero mondo a cui apparteneva gli fosse crollato addosso in un istante. Ora non riusciva più a credere negli amici e si sentiva solo, sperduto e frastornato. Era disperato.

Rifletté a lungo arrivando alla conclusione che quella corazza di superbia lo aveva allontanato dai suoi compagni. Capì che avrebbe dovuto cambiare radicalmente il suo atteggiamento.

di Marcovalerio Bianchi

WEN – INVIDIA – Il direttore – Marcovalerio Bianchi

In un ricordo misto di soddisfazione e nello stesso tempo di amarezza Claudio non poteva fare a meno di pensare al giorno in cui venne nominato direttore generale. Per anni aveva invidiato quella carica di elevato prestigio.

Per ottenere quella posizione nell’importante azienda farmaceutica aveva lottato a lungo e senza esclusione di colpi, inimicandosi diversi colleghi. Si rassegnò solo alla fine, quando fu chiaro a tutti che la scelta dell’assemblea era ricaduta sul suo acerrimo rivale, il dottor Mancini.

Poi inaspettatamente, un giorno ricevette notizia che il dottor Mancini era stato stroncato da un infarto e che proprio Claudio, fra i tanti pretendenti, era stato designato per ricoprire quella carica alla quale ambiva da tanto tempo. Il

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giorno della nomina, nel suo discorso di introduzione finse di mostrarsi commosso e affranto per la perdita del suo predecessore; in realtà dentro di sé riusciva a provare solo un’enorme soddisfazione e un’incredibile euforia che tuttavia gli faceva prendere in considerazione solo i benefici del nuovo incarico, senza permettergli di valutare con obiettività tutti i possibili risvolti negativi di quell’importante posizione. Una volta diventato direttore generale, Claudio venne pervaso da una sensazione di onnipotenza non appena si rese conto che nell’azienda tutti sembravano cercare di assecondarlo sempre e in ogni modo possibile, finendo spesso per prostrarsi ai suoi piedi e comunque cercando di apparire ai suoi occhi sempre straordinariamente efficienti e preparati. Da quando era diventato direttore anche un certo tipo di impiegate, che fino ad allora lo avevano ignorato, cominciarono a far di tutto per farsi notare, a volte persino indossando abiti fin troppo provocanti in ambito lavorativo. Con uno stipendio più che raddoppiato si comprò subito un potente fuoristrada e la sua segretaria dopo pochi mesi divenne la sua amante.

L’inizio della nuova carriera per Claudio fu come un bellissimo sogno che si era finalmente avverato, ma poi dai vertici dell’azienda iniziarono a pretendere sempre di più, costringendolo a essere disponibile telefonicamente praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro, a impegnare tutti i sabati per effettuare laboriosi rendiconti, a partecipare a continue riunioni e fin troppo spesso a essere presente ad aggiornamenti o relazioni con importanti clienti che talvolta si tenevano anche nei giorni festivi. Tuttavia la sua enorme ambizione e la sua inebriante sete di potere sembravano non essere mai sufficientemente appagate e finirono per accecarlo al punto che non gli importava neppure di non essere più capace di gestire una minima vita privata: arrivò a trascurare completamente la moglie e le due figlie che lo adoravano. Finì per divorziare, senza quasi accorgersi, da quanto era impegnato col lavoro e con l’amante, di aver perso definitivamente l’amore, l’affetto e la stima della moglie e delle due figlie, le uniche persone, genitori a parte, che l’avevano veramente amato nella sua vita.

Adesso Claudio aveva quasi settant’anni e da quando era andato in pensione la sua vita senza nessuna persona cara vicino pareva aver perso ogni significato.L’amante, non potendo più trarre benefici dall’influente posizione che un tempo ricopriva, lo aveva abbandonato non appena lui era entrato in pensione, la moglie ormai si era risposata e le figlie non ne volevano più sapere di un padre che era stato assente durante la maggior parte della loro vita. I lunghi anni di eccessivi impegni avevano fatto sì che i pochi amici lo avessero abbandonato e ormai da tempo la vita di Claudio era riempita da una solitudine che giorno dopo giorno lo opprimeva sempre di più.

Una mattina, nel rientrare nel suo attico, Claudio fece le scale a piedi come era solito fare per cercare di mantenersi in forma. Via via che saliva le scale sentiva voci gioiose e talvolta anche canti provenire da ogni angolo del palazzo, come se tutti gli appartamenti si fossero improvvisamente riempiti di una nuova vitalità. Entrò in casa e dette un’occhiata al calendario, ricordandosi solo in quel momento che era il giorno di Natale. Da quanto era sprofondato nella più totale solitudine non si era neppure reso conto che quello per lui un tempo era stato il giorno più importante dell’anno. Ripensò a un Natale di tanti anni prima. Frugò in un cassetto e tirò fuori una foto di quel giorno che lo ritraeva accanto a una bella signora che lo fissava con sguardo innamorato e a due figlie sorridenti. Per la prima volta pensò a quanto fosse stato stupido in passato a invidiare quella posizione di prestigio, che non solo lo aveva travolto al punto da fargli sprecare una vita alla ricerca di qualcosa che non lo aveva mai portato a essere realmente felice, ma gli aveva anche fatto perdere tutti i suoi affetti più cari. Adesso le uniche persone che invidiava erano quelle che avevano accanto qualcuno che le amava, con cui condividere non solo il giorno di Natale, ma anche gran parte della loro vita.

di Marcovalerio Bianchi

WEN – AVARIZIA – L’investimento – Marcovalerio Bianchi

Quel sabato pomeriggio Luigi non appena raggiunse i due amici alla vecchia casa del popolo del quartiere, subito si affrettò a dare la notizia.

«Ragazzi, guardate un po’ qua che è successo!» disse mostrando la prima pagina della “cronaca di Firenze”.

«Un incidente mortale? Un altro? Eh, ce ne sono tanti, speriamo almeno che non si tratti di un giovane.» rispose Gualtiero.

«No, no, però si tratta di una nostra vecchia conoscenza, uno della nostra età!» precisò Luigi.

«Fammi vedere un po’!» esclamò Corrado incuriosito, dopo essersi messo gli occhiali ed essersi impossessato del giornale.

«Ma guarda te! Ma questo è il nostro amico Loris, è stato investito da un pirata della strada!» constatò Corrado.

«Ex amico.» precisò freddo Gualtiero.

«Beh comunque lo si consideri, almeno avrebbe potuto godersi qualche anno di pensione, come noi, invece Loris era sempre impegnato col lavoro.» intervenne Luigi.

«Quel tirchiaccio di Loris ha sempre pensato a fare i soldi senza mai preoccuparsi degli altri. Se pensate che me ne importi qualcosa vi sbagliate! Che vada pure all’inferno, lui con la sua agenzia immobiliare! Mi ribolle ancora il sangue quando penso alla fregatura che mi dette quando mi vendette la casa, non solo a un prezzo esagerato, ma mi nascose anche che c’era da spenderci un sacco di soldi per sistemarla.» sbraitò Gualtiero ansimando dalla rabbia.

«Ce l’hai raccontato almeno cento volte Gualtiero! In effetti hai ragione, non si può proprio chiamare amico uno come lui che pur di fare i propri interessi non guardava mai in faccia nessuno! Ha finito per fare soldi a palate ma alla fine ha perso i pochi veri amici che aveva. Però ho anche dei bei ricordi di Loris, bastava che non ci fossero i soldi di mezzo e il più delle volte era simpatico e divertente. Pensate che una volta in vacanza in Slovacchia gli sarebbe piaciuto entrare in un museo. Seppure all’ingresso c’era un custode che lo aveva invitato a entrare, lui, subito pensando che fosse a pagamento rifiutò, ma il sorvegliante continuava a insistere in un discreto inglese che tuttavia Loris non comprendeva. Più il custode insisteva, più lui trovava scuse per non entrare. Diceva che non aveva tempo, che avremmo perso il treno e altre baggianate inventate di sana pianta per non tirare fuori un centesimo. Non appena Loris riuscì a sganciarsi, io e un altro amico, fregandocene delle scuse escogitate da Loris, ci dirigemmo verso il custode con i soldi alla mano intenzionati a pagare il biglietto. Avreste dovuto vedere che faccia fece Loris quando il sorvegliante ci fece entrare spiegandoci che il museo era gratuito! E che faccia fece il custode quando poi lo vide entrare quatto quatto con la testa abbassata!» raccontò Corrado tra un sorso di birra e un altro per poi scoppiare in una risatina.

«Comunque Loris col suo comportamento era riuscito non solo a perdere tutti gli amici, ma anche a farsi molti nemici.» «Però penso» continuò Luigi, «che la più grande stronzata della sua vita l’abbia fatta a una sua ex. Forse voi non lo sapete ma, alcuni anni fa, si fidanzò con una bella mulatta brasiliana più giovane di lui di una ventina d’anni. Lui ormai era ricchissimo e nonostante la differenza di età e di possibilità economiche, lei lo amava senza mai trarne vantaggio, tanto è vero che continuava a mantenersi lavorando duramente come cameriera. Dopo un paio di anni di fidanzamento lei si trovò costretta a chiedergli quindicimila euro per un’urgente operazione chirurgica che avrebbe salvato la vita di uno dei suoi figli che con grandi sacrifici aveva sempremantenuto in Brasile. Avaro com’era lui tergiversò rimandando di giorno in giorno. Probabilmente arrivò persino a pensare che quella fosse una scusa per ritornare in Brasile con un gruzzoletto di soldi… Quando, dopo un mese il figlio morì senza che lui le avesse dato un solo euro, da allora lei scomparve.»

«E lui che fece?» chiese Corrado.

Il lungo cammino della donna nera nel cinema americano

«Mi è stato raccontato che si pentì e cercò in tutti i modi di riprendere la relazione con la fidanzata ma lei aveva volutamente fatto perdere ogni sua traccia. Non trovandola, comprese il suo madornale errore, ma ormai era troppo tardi. Pare che da allora non ebbe più nessuna relazione stabile.» rispose Luigi.

«Che storia triste, è tanti anni che non lo vedevo, non mi immaginavo proprio…» commentò Corrado.

«Macché triste! Bastardo maledetto!» esclamò Gualtiero non provando nessuna pietà per Loris.

«Ehi, ma guardate un po’ cosa dice quest’altro trafiletto. Incredibile!» disse Luigi che nel frattempo si era ripreso il giornale. Iniziò quindi a leggere a voce alta un paio di righi: “…da quanto emerge dalle dichiarazioni di un testimone pare che il conducente dell’auto pirata, fosse una donna di carnagione scura, forse una mulatta, sono in corso le indagini…”

I tre anziani si guardarono l’un l’altro allibiti.

di Marcovalerio Bianchi

WEN -IRA – Like a rat in the corner – Marcovalerio Bianchi

Giulio aveva iniziato da poco il primo anno delle superiori. Era un ragazzo timido e introverso che dimostrava meno dei suoi quattordici anni.

A scuola per via della bassa statura e del suo carattere timido fu subito preso di mira da alcuni ragazzi più grandi che iniziarono a infastidirlo e a deriderlo, dapprima verbalmente, poi anche fisicamente con sgambetti e spinte. Giulio cercava di non dar peso alla cosa, illudendosi che presto i suoi persecutori si sarebbero stancati di dargli fastidio, ma quelli erano i tre bulli peggiori della scuola che, invece di smetterla di prendersela con lui, ogni volta rincaravano la dose con soprusi di ogni genere.

Una mattina i bulli lo aspettarono all’uscita di scuola e gli chiesero centocinquanta euro per lasciarlo in pace, dandogli anche un paio di schiaffi per fargli vedere che non scherzavano. Glieli avrebbe dovuti portare entro una settimana. Avevano agito così anche con molti altri ragazzi che poi avevano lasciato in pace dopo aver riscosso i soldi. Lui, impaurito, lì per lì acconsentì dicendo che avrebbe raggranellato i soldi in qualche modo, ma poi, mentre si incamminava verso casa iniziò a pensare ai suoi genitori. Sua mamma era disoccupata da tempo e suo padre, un semplice operaio, era appena finito in cassa integrazione; spesso li aveva sentiti discutere, a volte anche animatamente, sulla difficoltà di riuscire a pagare il pesante mutuo che avevano sulla casa. Da quel momento Giulio iniziò a sentire dentro di sé un rancore verso i suoi aguzzini che cresceva di minuto in minuto, di ora in ora, di giorno in giorno.

Durante tutta la settimana Giulio fu pervaso da un’agitazione incredibile ma non

Il bullismo - Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta Palermo

volle farne parola con i genitori, ritenendo che loro avessero fin troppi problemi. Giulio pur essendo sottoposto a un grande stress, all’apparenza si mostrava tranquillo, ma, logorato com’era da un desiderio di rivalsa e di vendetta, non sapeva proprio fino a quando sarebbe riuscito a controllarsi.

Quando scadde il termine per il pagamento i bravacci durante la ricreazione circondarono Giulio nel giardino della scuola obbligandolo a seguirli in un angolo in disparte, dove, senza tanti preamboli, pretesero i soldi. Non appena si resero conto che non li aveva, contando sul fatto che erano fuori dalla visuale di altre persone, due di loro fulmineamente lo immobilizzarono senza dargli modo di opporre la minima resistenza, mentre il terzo tirò fuori da una tasca una fascetta da elettricisti con la quale gli legò i polsi dietro la schiena. A quel punto, per non lasciare segni, a turno gli dettero una gragnuola di pugni nello stomaco che fecero ripiegare Giulio su se stesso finché cadde a terra dolorante. Lo lasciarono lì, ma prima di andarsene gli dettero un ultimatum, intimandogli di portare il denaro il giorno seguente. L’umiliazione che Giulio subì nel rientrare in classe con le mani legate dietro alla schiena fu indescrivibile e gli fece montare una rabbia inaudita, ma quando un paio di professori gli chiesero cosa fosse successo, fece loro credere che si era trattato di un innocuo scherzo. In preda a un’inconcepibile agitazione e a un irrefrenabile desiderio di rivalsa, gli fu impossibile seguire le ultime due ore di lezione. Al suonare della campanella uscì immediatamente dalla classe raggiungendo velocemente il suo motorino. Sollevò la sella, afferrò la grossa catena che usava come antifurto e la tenne nascosta dietro la schiena, pronto a usarla se necessario. Quando i tre bulli si avvicinarono al parcheggio dei motorini per prendere i loro mezzi, notando Giulio in piedi immobile davanti al suo veicolo, si precipitarono verso di lui con l’intenzione di accanirsi ancora una volta sulla loro vittima. Ma Giulio aveva deciso di non subire più le loro angherie, costasse quel che costasse. Quando il primo teppista gli arrivò vicino dando un calcio a spregio al suo motorino, Giulio non ci vide più dalla rabbia. Velocissimo sollevò la catena per abbatterla pesantemente sulla testa dell’assalitore che crollò a terra esanime. Con la velocità del fulmine roteò la catena in aria colpendo il secondo bullo in pieno viso, facendolo cadere in ginocchio; quindi gli dette un calcio in pieno ventre che lo fece stramazzare a terra. Sventolando la catena in aria si diresse poi minaccioso verso il terzo perseguitore. Sul volto dell’ultimo bullo nel frattempo era apparsa un’espressione di incredulità e di paura: adesso che era rimasto solo, tutta la spavalderia e la sicurezza che aveva mostrato fino ad allora scomparvero, tanto che scappò via a gambe levate. Giulio lo rincorse per alcune decine di metri per poi decidere di lasciar perdere quel vigliacco. Tornò dunque al suo motorino notando che si era formato un capannello di persone vicino ai due bulli che stavano rialzandosi, ancora doloranti.

Adesso Giulio si sentiva finalmente soddisfatto. Con calma ripose la catena sotto la sella, accese il motorino, si mise il casco e partì. Dopo pochi metri si fermò davanti ai due bravacci. Incrociò a lungo lo sguardo a varie riprese con quello di entrambi gli assalitori che ora lo guardavano frastornati e atterriti. Poi dette gas e scomparve dalla loro vista.     

di Marcovalerio Bianchi

Se nasco un’altra volta…

Di Massimo Acciai Baggiani

simone bosco«Se nasco un’altra volta rifaccio la mia strada» cantavano i Pooh [1]; Simone, protagonista del romanzo di Marcovalerio Bianchi Le cinque vite di Simone Bosco, non la pensa certo così, e chi d’altronde, potendo rinascere, vorrebbe vivere una vita identica alla precedente? Lo aveva già dichiarato Giacomo Leopardi nel Dialogo tra un passeggere e un venditore di almanacchi [2], che la vita è meglio prenderla come viene, senza conoscere il futuro, e io mi trovo abbastanza d’accordo. Se qualcuno chiede a un buddista perché non ricordiamo neanche una delle nostre infinite esistenze passate, probabilmente si sentirà rispondere: «Perché sarebbe traumatico tenere memoria di tutti i dolori che abbiamo subito, morte compresa, e le gioie non avrebbero più il sapore della novità».

Queste sono ovviamente solo ipotesi: nessuno ha vissuto più di una vita, se non in senso metaforico (si dice che chi conosce due lingue vive due vite…). L’ipotesi fantastica da cui parte l’amico Marcovalerio nel suo primo romanzo apre la strada a infiniti sviluppi e a molteplici morali che possiamo trarne. Simone Bosco nella prima vita è un rappresentante di medicinali che tradisce la moglie Giovanna e, scoperto da quest’ultima, viene abbandonato: per la disperazione il nostro Simone si dà all’alcol e si lancia in una folle corsa in auto che si conclude con un incidente fatale. A 31 anni si presenta davanti a Dio, pentito per la sua infedeltà verso una donna che comunque amava, e questi gli concede una seconda possibilità per spendere meglio la sua esistenza. Lo rimanda quindi nella Firenze del 1974, quando, quattordicenne, frequenta il primo anno del liceo scientifico, ma con il famoso “senno di poi”. All’inizio cerca di seguire il solco della vita precedente ma finisce presto per deviarne, accorgendosi che, se si comporta come nel passato, anche le altre persone avranno reazioni analoghe, mentre se fa qualcosa di diverso influisce anche sul futuro degli altri. Un futuro ucronico, ben inteso: d’altra parte che senso avrebbe rinascere per rifare gli stessi errori?

Così Simone riesce a conquistare di nuovo la sua Giovanna e stavolta di prefigge di esserle fedele. Purtroppo sarà proprio lei a tradirlo, qualche anno dopo il matrimonio, mostrando un lato che il nostro innamorato protagonista non aveva notato nella prima vita e di cui è costretto a prendere atto. Dopo una dura vita di umiliazioni e dispiaceri, ma anche di amicizie vere, Simone muore in tarda età e si ritrova di nuovo davanti al Padreterno: stavolta è sicuro di non aver commesso grandi peccati, quindi si stupisce quando viene di nuovo rispedito indietro.

Nella terza vita Simone incontra il grande, vero amore, – Miriam – ma lei muore per un tumore e lui crede di aver ritrovato l’amore in Vera, una donna divorziata con un figlio straviziato che finirà in carcere per droga e tentato omicidio. Neanche nella quarta vita gli va tanto meglio, anche se diventa un uomo ricco e si toglie qualche soddisfazione. Solo con la quinta e ultima vita Simone realizzerà pienamente la propria esistenza e troverà finalmente la felicità.

Simone Bosco ha molte cose in comune con Giacomo Perotti, protagonista del secondo romanzo di Marcovalerio, Il precipizio [3]: entrambi maturano attraverso varie esperienze dolorose, partendo da una visione poco seria dell’amore e superficiale della vita, ed entrambi si trovano a gestire grosse somme di denaro che non sempre utilizzano al meglio (ma spesso Simone dà prova di grande generosità). Entrambi i romanzi sono quindi dei bildungsroman, ma Le cinque vite di Simone Bosco rientra anche nel genere dell’ucronia: non quella che coinvolge la Storia dei libri di scuola, ma le molte storie personali di persone anonime. A differenza di quanto teorizza Carlo Menzinger [4] nei suoi romanzi, rifacendosi al famoso “effetto farfalla” [5], non pare che le azioni di Simone creino linee temporali molto diverse su vasta scala: quella più notevole si ha nell’ultima vita, quando scopre che Miriam in quell’esistenza non è morta di tumore. Nel romanzo ci sono anche elementi fantascientifici, visto che parte degli eventi si svolge nei decenni futuri del XXI secolo [6].

Simone mi è tuttavia più simpatico di Giacomo; anche lui ha i suoi difetti, è un personaggio molto umano in questo, ma viene dal basso, non ha alle spalle una vita di privilegi, quindi ha anche più cuore, soprattutto alla fine. Come Giacomo, anche Simone vive molte avventure sessuali frivole, ma conosce anche l’amore nel suo senso più puro.

Lo stile narrativo di Marcovalerio possiede l’ampio respiro degli autori russi ottocenteschi: qualcuno lo ha rimproverato di essere troppo prolisso, ma io non lo trovo un difetto. I suoi romanzi scorrono bene e appassionano, anche perché sono ricchi di colpi di scena e azione. Tra i molti luoghi in cui quest’opera prima è ambientata ce n’è uno che mi è particolarmente caro, anche se viene solo accennato di sfuggita: Sappada [7]. Molto interessanti anche le dettagliate descrizioni dei luoghi visitati dal protagonista (dalla Romania, al Brasile, al Perù, eccetera) che fanno di questo libro anche un interessante esempio di narrativa di viaggio.

Il primo romanzo di Marcovalerio è uscito in contemporanea al mio Radici, con lo stesso editore (da me consigliatogli): Porto Seguro. Lo stesso del secondo. So che l’autore sta lavorando a un terzo libro, ispirato al Covid… aspetto con ansia di leggerlo.

Corezzo, 16 agosto 2020

Bibliografia

Bianchi M., Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017.
Bianchi M., Il precipizio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Note

[1] Se nasco un’altra volta, in Asia non Asia (1985).

[2] Leopardi G., Operette morali.

[3] Vedi il mio articolo Il precipizio.

[4] Anche lui ha dedicato un articolo al romanzo di Marcovalerio.

[5] Una farfalla sbatte le ali in Sudamerica e dopo qualche tempo si sviluppa un uragano dall’altra parte del mondo, per una serie inconoscibile di eventi concatenati.

[6] Penso che in questo sia stato aiutato dall’amico comune Marco Martino, citato tra l’altro nei ringraziamenti accanto al mio nome.

[7] Bianchi M., Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017, p. 124. Vedi anche i miei racconti sappadini in Un fiorentino a Sappada, Lettere Animate, 2017.

Il Precipizio

Di Massimo Acciai Baggiani

il precipizioCol suo secondo romanzo Marcovalerio Bianchi si conferma un narratore di grande spessore, e non mi riferisco solo allo spessore dei suoi libri (corposi ma scorrevoli): dopo Le cinque vite di Simone Bosco (2017) Marcovalerio, fiorentino, amico di vecchia data, si è cimentato con un romanzo di tipo realistico, ambientato per lo più a Milano, che racconta la caduta e la successiva nuova ascesa di un industriale vittima di un raggiro ad opera della moglie infedele che con un piano criminale gli porta via tutto il patrimonio. Il titolo, Il precipizio, riassume bene l’idea alla base, un “precipitare” sempre più in basso prima della risalita.

Detta così non sembra giustificare le 562 pagine dell’opera: in realtà succedono tante cose e i colpi di scena non mancano di certo. La psicologia del protagonista, l’ingegner Giacomo Perotti, è ben approfondita e dinamica: da figlio di papà, abituato a vivere nella bambagia, si ritrova catapultato in un mondo a lui ignoto, quello di chi fa fatica ad arrivare a fine mese, per tornare poi nel suo mondo con un nuovo bagaglio umano e una maturità che fa rientrare Il precipizio tra i bildungsroman o romanzi di formazione. Se nella prima opera Simone Bosco vive ben cinque vite diverse, il nostro Giacomo ne vive in un certo senso due: quella prima della caduta nel “precipizio” e quella dopo il tragico evento.

Ho letto questo romanzo con grande interesse ma non senza una certa sofferenza viste le tematiche sociali che mi stanno molto a cuore. La tesi sostenuta, che condivido in pieno, riguarda la grande povertà dal punto di vista umano che si trova nel mondo dei ricchi, come se quantità di denaro posseduto e ricchezza interiore fossero inversamente proporzionali. Giacomo non fa eccezione: all’inizio è un personaggio piuttosto frivolo, interessato più al sesso e a godersi la sua posizione di privilegiato, anche se mostra dei lati sensibili – come quando prende le difese della cuoca maltrattata dalla prima moglie, Helga, per una piccola sbadataggine, e interviene alla cena per arginare le odiose invettive del marchese ospite contro il mondo operaio. Tuttavia solo quando si troverà dall’altra parte inizierà a comprendere le difficoltà dei poveri – gli unici che, dopo la caduta, si comporteranno gentilmente con lui: ma fino a che punto? Quando riavrà indietro il suo patrimonio e i cattivi saranno puniti, diventerà un filantropo, o almeno rinuncerà al lusso per accontentarsi di uno stile di vita più sobrio? Parrebbe di no: la natura delle persone non cambia così radicalmente, Giacomo riprenderà la vita di prima, pare che la sua disavventura gli abbia insegnato meno di quello che il lettore sperava… (almeno io come lettore).

Non è cattivo Giacomo, anche se non è certo un eroe senza macchia. Se le donne che conosce non sono dei modelli di fedeltà, neppure lui lo è, anche se si dichiara innamorato della seconda moglie Elisa (quella che lo pugnalerà alle spalle), qualche scappatella se la concede sempre volentieri, è fatto così.

I personaggi più generosi e più autentici li troviamo nelle “classi basse”. Le persone altolocate sono dominate infatti dall’avidità e dall’ipocrisia: la corsa al denaro e al potere è tutto. Mi viene in mente un accostamento con due romanzi letti tempo fa: Fiorirà l’aspidistra di George Orwell e Papalagi di Tuiavii di Tiavea, a cui ho dedicato un articolo [1]. Nel romanzo di Orwell il protagonista, Gordon, ha un rapporto ambivalente col denaro: di totale rifiuto ma anche di bisogno. È presente un marcato masochismo, riscontrabile anche in Giacomo Perotti che, dominato dall’orgoglio, pur di nascondere le sue condizioni miserabili alla ex moglie e ai figli, si priva di denaro che farebbe molto più comodo a lui. Quanto al romanzo-saggio di Tuiavii (in realtà un falso letterario di Erich Scheurmann), questa folle adorazione del denaro è descritta benissimo e non c’è da aggiungere altro. Confesso che il mio totale disprezzo per il lusso e la mia idea romantica di fedeltà in amore mi impediscono di provare una totale simpatia per Giacomo, che pure mostra molti lati positivi: non si arrende mai, affronta con determinazione e ottimismo tutte le difficoltà e le tragedie, e certo ho fatto il tifo per lui nella sua rivincita degna di un novello Conte di Montecristo.

Il precipizio è un romanzo ad ampio respiro, che abbraccia oltre cinquant’anni di vita del protagonista – si sente la lezione delle grandi storie russe dell’Ottocento – attraverso gli eventi storici dell’epoca che arrivano a toccare il nostro Giacomo (come il tristemente famoso tsunami del 2004 nel sud est asiatico, dove perde i genitori) oppure i molteplici personaggi secondari con cui viene in contatto (c’è anche un accenno alla strage dell’Heysel). Dietro l’opera si vede chiaramente un enorme lavoro di ricerca e documentazione; interessanti a tal proposito le notizie storiche sui navigli di Milano [2] e il capitolo marinaro sulla traversata dell’Atlantico in barca. Questo vale anche le per località più esotiche in cui è ambientata la storia (la Thailandia, l’America Centrale). Per quanto riguarda la parte più finanziaria, Marcovalerio si è avvalso della consulenza di un esperto, Carlo Menzinger, non a caso citato in fondo al libro tra i ringraziamenti. Carlo ha pure lui dedicato un articolo a questo libro [3]. Non si ripeterà mai abbastanza che un buon libro è fatto di tanta, tanta ricerca preparatoria.

Dunque un romanzo corale, in cui moltissime vite si intrecciano (come d’altronde avviene anche nella vita reale) e gli eventi si combinano in un sapiente meccanismo narrativo che porta al meritato lieto fine. Un’opera seconda alla cui presentazione, nel dicembre 2019 all’Antico Caffè a Firenze, ho fatto da relatore con grande piacere [4].

Firenze, 6 agosto 2020

presentazione precipizio

Bibliografia

Bianchi M., Il precipizio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Note

[1] Acciai Baggiani M., La battaglia contro il denaro, in «Le stanze di carta»

[2] Milano, a differenza dell’autore, non mi ha mai affascinato come città; la ricordo soprattutto perché ci viveva il mio caro amico prematuramente scomparso Alessandro Rizzo.

[3] Menzinger C., Le disavventure di un imprenditore, nel suo blog

[4] https://www.youtube.com/watch?v=Q-53Zxbv1GI

WEN – FUOCO – L’illusione – Marcovalerio Bianchi

Era una fredda giornata d’inverno. Di tanto in tanto tra le nuvole faceva capolino un timido quarto di luna mentre i cipressi a più riprese sembravano inchinarsi alla forte tramontana come un suddito di fronte a un sovrano. Al caldo, tra le quattro mura di un’antica colonica, la famiglia si trovava raccolta attorno a un crepitante fuoco. Nessuno sembrava far caso a qualche spiffero gelido che ogni tanto penetrava attraverso le piccole finestre. Nelle lunghe serate d’inverno i familiari si riunivano nella vecchia cucina: erano sereni, non solo perché dentro casa si sentivano protetti dalle intemperie del rigido clima invernale, ma soprattutto perché l’affetto dei propri congiunti e la consapevolezza di poter contare l’uno sull’altro, dava loro quella forza indispensabile per superare le innumerevoli avversità della vita.

Il nonno Giulio si curvò lentamente davanti al camino per sospingere in profondità un grosso ceppo di ulivo mentre sua moglie lo guardava fiera di avere ancora accanto a sé un uomo che, seppure sessantenne, riusciva ancora a tenere saldamente in mano le redini della famiglia. Come al solito alle sette e mezzo di sera tutti avevano già terminato di cenare. Quando Giulio doveva dire qualcosa di importante si rivolgeva sempre per primo a suo figlio Umberto.

Giovanni era il più grande dei tre figli di Umberto. A undici anni, frequentava la prima media ed era l’unico a cui piaceva studiare. Durante il giorno era sempre in movimento, ma la sera, quando Giulio come al solito iniziava a narrare alla famiglia qualche storia, Giovanni rimaneva immobile ad ascoltare il racconto, incantato dalla voce del nonno e ipnotizzato dal fuoco. Quando era più piccolo Giovanni molte volte non riusciva a seguire il racconto fino in fondo in quanto finiva per addormentarsi con lo sguardo perso tra le fiamme. A quel punto la storia sfociava in un sogno, per essere poi plasmata dall’inesauribile fantasia che solo un bimbo possiede. Proprio per questo nei primissimi anni della sua vita Giovanni considerava il fuoco come un qualcosa di magico capace di far vivere meravigliose avventure a coloro che gli si sedevano vicino…

Erano passati cinquant’anni dall’esame di quinta elementare e adesso Giovanni, se avesse avuto figli e una colonica, avrebbe potuto essere un nonno che raccontava le storie davanti al camino, come faceva suo nonno Giulio. Purtroppo non solo non aveva figli e neppure una colonica, ma recentemente gli erano venuti a mancare anche i genitori. A diciott’anni era emigrato in America: aveva avuto successo e ricchezza ma non si era mai sposato e sentiva la mancanza di una famiglia vicina. Adesso ricordava con nostalgia quelle serate passate davanti al fuoco che gli avevano trasmesso quel senso di affetto, di unità familiare, di protezione e di solidarietà. Decise di prendersi una settimana di ferie e tornare in Italia per far visita a suo fratello minore che adesso viveva nella vecchia colonica di famiglia con la moglie e due figli. Quando giunse davanti alla vecchia colonica si accorse con sollievo che il suo aspetto esterno era rimasto invariato. Gli parve che il tempo non fosse mai passato. Era una fredda serata d’ inverno e un gelido vento di tramontana sembrava penetrare nelle ossa, proprio come una volta. Quando entrò, notò subito che l’abitazione all’interno era stata trasformata in una casa moderna e confortevole, ma fortunatamente c’era sempre il vecchio camino col fuoco acceso. Salutò il fratello Ezio e sua moglie che non vedeva da anni, poi anche l’altro fratello che era stato invitato per l’occasione; rivide anche i suoi due nipoti, Giada e Fabiano, di poco più di vent’anni. Sperava di sfruttare quella settimana trascorrendo svariate serate a conversare davanti al fuoco con i familiari, proprio come ai bei vecchi tempi, ma non fu così. Fin dalla prima sera i nipoti uscirono subito dopo cena per poi non essere mai presenti durante il resto della settimana: Giada in genere andava in palestra, Fabiano usciva spesso con amici. Tutti lavoravano e Giovanni finì per trascorrere non solamente le giornate, ma anche le serate da solo perché la sera in genere Ezio tornava stanco dal lavoro e andava a letto subito dopo cena, mentre sua moglie tutte le sere era impegnata a seguire delle “irrinunciabili” serie TV. Anche l’altro fratello, preso da vari impegni, non si fece più vivo. Con grande rammarico Giovanni si rese conto che il tanto agognato ritorno al passato in realtà non era altro che una subdola illusione.

Nonno raccontami una storia . . .

di Marcovalerio Bianchi

WEN – ACQUA – Raya – Marcovalerio Bianchi

Quella mattina Raya stava osservando il lento scorrere dell’acqua del fiume mentre dagli alberi della folta foresta che lo circondava gli giungeva alle orecchie il melodioso cinguettio di numerosi uccelli, interrotto a tratti dal fruscio che alcune scimmie producevano nello spiccare grandi salti tra le fronde dei rami più alti. Da sempre era stato affascinato da quel possente corso d’acqua che per tutta la vita gli aveva permesso non solo di dissetarsi e di nutrirsi della sua fauna ittica, ma anche di coltivare una certa varietà ortaggi in vicinanza delle sue sponde. Ora però rispetto a un tempo lo guardava con una certa diffidenza: ormai aveva capito che nelle sue acque si nascondeva un pericolo tremendo, qualcosa che adesso minacciava la sua sopravvivenza e quella dell’intera tribù a cui apparteneva.

Raya aveva quasi sessant’anni e ormai era diventato uno tra i membri più vecchi della sua comunità; viveva in Amazzonia ma fino a non moltissimo tempo prima non conosceva neppure il nome della terra in cui era nato perché lui sapeva solo che quella era la sua foresta. Il cosiddetto progresso degli ultimi decenni sembrava aver prodotto dei drastici quanto irreversibili cambiamenti che avevano contribuito a sradicare i costumi e le abitudini di Raya, sconvolgendo per sempre la sua vita e quella di tutti i componenti della sua tribù.

Adesso che si trovava tutto solo, rannicchiato sulla riva aveva tutto il tempo per pensare alla sua lontana infanzia senza essere disturbato da nessuno. Assorto nei suoi pensieri, il suo sguardo si perse nelle torbide acque del fiume, mentre i suoi occhi iniziavano a riflettere nel grande schermo del cervello tutto ciò che avevano visto nel passato. Dapprima gli apparvero immagini sbiadite di tartarughe, tucani  e di alcuni cuccioli di animali della foresta con i quali giocava nei primissimi anni della sua vita, poi, via via che i ricordi prendevano il sopravvento fino a trasportarlo quasi in uno stato di trance, le immagini si fecero sempre più nitide. Rivisse il giorno in cui compiva cinque anni, quando suo padre Davy gli regalò un bellissimo arco con delle frecce per poi fargli assaporare per la prima volta l’entusiasmante esperienza della caccia. Nel corso degli anni successivi gli insegnò  a usarlo con tutta la pazienza e l’amore che solo un genitore può avere nei confronti di un figlio, insegnandogli anche a costruirsi una cerbottana utilizzando il tronco sottile di una palma che poi veniva svuotato internamente. Nel crescere Raya imparò a scegliere dei tipi di legno sufficientemente flessibile e resistente per fabbricarsi un arco e a ricavare una resistentissima corda da una foglia di agave oltre che a costruire le punte delle frecce con ossa o con legno di palma. Ogni tanto andava a caccia di scimmie e del prelibato tapiro, ma preferiva dedicarsi alla pesca dato che, essendo dotato di grande destrezza e di una mira infallibile, non gli era difficile trafiggere con le frecce i pesci che nuotavano vicino alla riva del fiume o vicino alla sua canoa.

Raya amava così tanto il fiume da considerarlo quasi una divinità. Avendo imparato a nuotare presto, fin da piccolo si intratteneva a lungo in prossimità delle sue sponde e spesso si confrontava   con i suoi coetanei facendo piccole gare per stabilire chi era più bravo a nuotare controcorrente, chi era più coraggioso a tuffarsi o chi resisteva più a lungo sott’acqua.

Mentre continuava a fissare il letto del fiume con lo sguardo perso nel vuoto, gli riaffiorarono alla mente dei teneri ricordi di quando era piccolissimo e sua madre Maliù lo teneva in collo mentre era distesa sull’amaca. Verso le sei del mattino la mamma preparava la colazione con banane arrostite e poi spesso andavano insieme nel grande orto dove venivano coltivate patate dolci, manioca, papaia, fagioli, banane e ananas. Più di una volta Maliù lo aveva portato con sé insegnandogli a raccogliere le crisalidi dei coleotteri così come i vermiciattoli e a catturare formiche e ragni che poi mangiavano abbrustoliti; inoltre Raya rimase particolarmente impressionato dalla grande esperienza e capacità di sua madre nell’utilizzare le piante medicinali tanto che quando lui, ancora ragazzino un giorno contrasse la dissenteria, sua madre si precipitò nella foresta per raccogliere delle erbe dalle proprietà miracolose che gli permisero di ristabilirsi in poco tempo.

Immerso nei piacevolissimi ricordi del passato, Raya stava riflettendo su come fosse stata bella la sua gioventù, quando ancora la foresta era incontaminata da agenti esterni e quando ancora l’uomo bianco non era riuscito a impadronirsi con prepotenza di territori che non gli appartenevano.

Gli riaffiorò alla mente il giorno in cui si innamorò di Nema, una bellissima coetanea del suo villaggio. Fin da piccolo aveva provato grande simpatia e attrazione per lei tanto che tra loro era nata una reciproca complicità quando giocavano insieme ad altri bambini. Poi un giorno involontariamente le ruppe la preziosa bambola di argilla alla quale Nema era affezionatissima. Da allora Nema per lunghissimo tempo non ne volle più sapere di giocare con lui. Solo dopo diversi anni, durante i festeggiamenti del tredicesimo compleanno di Nema, scoccò la scintilla che li fece innamorare. I loro corpi erano cambiati  nel corso degli anni e adesso Nema non nascondeva l’attrazione fisica che provava verso Raya, fissandolo di continuo con sguardo languido mentre danzavano alla luce di una luna piena e dei vari fuochi sui cui spiedi veniva arrostita una grande quantità di selvaggina. Dopo aver danzato per gran parte della notte i due giovani sparirono mano nella mano nella buia foresta dove rimasero a lungo indisturbati. Fu l’inizio di un grande amore reciproco. Il mese successivo si sposarono e prima ancora che Nema compisse quattordici anni nacque il loro primogenito, Nery, al quale seguirono altri quattro figli negli anni successivi.

Raya ebbe un fremito di piacere nel ricordare i bei tempi passati accanto alla donna che aveva tanto amato e ai loro figli, ma subito dopo la gioia che stava provando venne interrotta da un improvviso sussulto provocato da un immenso stato di angoscia e di sofferenza che cominciò a sentire dentro di sé. D’un tratto Raya scosse la testa come per voler uscire da quel labirinto di ricordi che da quel momento iniziavano a non piacergli più. Provò a pensare ad altro ma non ci riuscì, rimanendo intrappolato in una specie di ipnosi che adesso sembrava averlo assorbito completamente. Seppure fossero passati quasi quarant’anni, l’uomo bianco apparve improvvisamente nella sua mente alla stregua di un demonio malefico. Lo aveva visto per la prima volta nella foresta agli inizi degli anni ottanta dello scorso secolo e Raya si rendeva benissimo conto che da quel momento erano trascorse un’infinità di lune. Da allora iniziarono una serie di disgrazie e niente fu più come prima. Molti uomini del suo villaggio furono contattati da meticci che già da tempo conoscevano l’uomo bianco;  furono plagiati dalle allettanti quanto infide proposte che vennero fatte loro per lavorare per alcuni progetti della grande compagnia impegnata nella ricerca di giacimenti di gas, anche se non capirono mai il fine di questi progetti. Il contatto degli uomini della tribù con una razza diversa ebbe l’effetto di uccidere quasi la metà dei nativi poiché non avevano nessuna difesa immunitaria contro le malattie come l’influenza e il morbillo.

Con una smorfia di dolore Raya adesso ripensava a quando contrasse il virus dal quale si salvò solo grazie alla sua forte fibra dopo giorni e giorni di lotta tra la vita e la morte. Non appena si riprese cercò in tutti i modi di assistere la moglie e i figli ma non poté far nulla per Nema e nemmeno per tre dei suoi cinque figli che morirono in pochi giorni  dopo aver iniziato a sentire un insolito dolore agli occhi e a tossire con sempre maggiore intensità.

Raya non seppe mai perdonarsi di essere stato il primo a contrarre la malattia che aveva distrutto quasi tutta la sua famiglia portandogli via la sola donna che aveva veramente amato nella sua vita e i suoi tre figli più piccoli oltre ai suoi amati genitori. In seguito Raya sposò le due sorelle di Nema rimaste vedove a causa della malattia portata dagli stranieri, anche se lo fece solo per mantenere fede a una promessa fatta a Nema, dato che lei più volte in punto di morte aveva espresso tale desiderio.

Negli anni successivi l’uomo bianco aveva continuato a disboscare la foresta con enormi macchine e a costruire strade non lontanissime dal villaggio di Raya. Un giorno, dopo essere rientrato al suo villaggio dopo un lungo viaggio vi trovò degli stranieri bianchi che, grazie all’aiuto di un traduttore, stavano discutendo con lo sciamano della tribù. Dopo l’epidemia che i bianchi avevano portato molti anni prima, Raya andò loro incontro sospettoso, pronto a cercare il minimo pretesto per cacciarli via. Pur restando diffidente, iniziò a tranquillizzarsi solo quando lo sciamano lo rassicurò dicendogli che quegli uomini stavano solo cercando di difendere i loro territori dall’invasione dell’uomo bianco.

Seppe che facevano parte di un’organizzazione mondiale per la difesa dei diritti dei popoli indigeni e apprese che avrebbero cercato di ostacolare in ogni modo una nuova potente compagnia intenzionata a insediarsi nei loro territori. Gli fecero capire che avrebbero cercato di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica di tutto il mondo in difesa delle loro terre e delle loro vite ma Raya non capiva cosa significasse tutto ciò, dato che per lui il solo modo di sbarazzarsi di un nemico era quello di fargli la guerra. Raya allora aveva una quarantina d’anni e non sapeva tante cose ma si fidava ciecamente del suo istinto che in quel momento gli diceva di avere fiducia in quelle persone. Si fece convincere a esporsi per aiutare l’organizzazione a sostenere le tribù della zona e da allora, grazie ad alcuni volontari che iniziarono a seguirlo, iniziò una serie di viaggi presso i villaggi più vicini abitati dall’uomo bianco. Imparò la lingua degli stranieri e un paio di volte fu anche intervistato anche da una televisione locale.

Come gli era stato preannunciato, qualche anno dopo una grande compagnia per l’estrazione del gas mise la sua base nel territorio della tribù di Raya, a pochi chilometri dal suo villaggio. Al posto della foltissima vegetazione della collina, che adesso era stata spianata, erano stati costruiti dei prefabbricati utilizzati sia per gli uffici che per gli alloggi degli operai mentre vari serbatoi delle dimensioni di grandi palazzi opprimevano la sottostante giungla; c’erano anche molti camion in continuo movimento, alcuni dei quali dotati di trivelle e di una serie di macchinari per l’estrazione del gas che si ergevano verso il cielo come delle specie di alte torri.

Raya capì che forse l’uomo bianco non si sarebbe mai fermato ma che comunque l’unico modo per rallentare la sua colonizzazione era quella di non perdersi d’animo e di lottare, anche se pacificamente. Almeno ora sperava che i diritti della sua tribù fossero tutelati da quella grande organizzazione che operava a livello mondiale. Purtroppo però nonostante avesse l’appoggio dell’organizzazione, con grande delusione intuì che influenti membri del governo a cui apparteneva il suo territorio erano in collusione con la grande compagnia e in realtà non facevano proprio niente per proteggere le popolazioni indigene.

Ne ebbe conferma quando nel corso degli anni successivi si verificarono numerose fuoriuscite di gas. Nick, uno dei volontari dell’organizzazione per la tutela dei territori degli indigeni che negli ultimi anni cercava di arrestare le perforazioni, con grande apprensione mise Raya al corrente che da recenti esami risultava che le acque e i terreni vicini alla sua tribù erano avvelenati dal mercurio. Gli spiegò che si trattava di una sostanza pericolosa presente in quasi tutti i combustibili fossili, che si liberava nell’ambiente durante il procedimento di estrazione del gas, andando poi a inquinare sia le acque del fiume che i suoi pesci oltre che il terreno. Raya capì così che bevendo l’acqua del fiume, mangiando il pesce e consumando gli ortaggi che venivano coltivati piano piano finiva per avvelenarsi sempre di più. Riuscì a convincere i suoi due figli e le rispettive mogli ad abbandonare il villaggio alla ricerca di un futuro migliore, mentre lui rimase lì assieme a tanti altri, continuando a rivendicare i diritti del suo popolo. A seguito di una fuoriuscita di gas particolarmente copiosa avvenuta negli ultimi tempi, molta gente della sua tribù iniziò ad accusare alcuni sintomi di avvelenamento da mercurio come nausea, emicrania e gonfiori vari al volto e alle gambe. Col passare del tempo alcuni bambini manifestarono gravi ritardi mentali mentre altre persone vennero portate all’ospedale visto che Raya ultimamente era riuscito ad aderire ad alcuni progetti sanitari ed educativi del governo. A sessant’anni  non aveva mai smesso di lottare anche se si rendeva conto che la sua lotta era impari. I suoi figli e le loro famiglie ormai avevano lasciato il villaggio da qualche anno per andare a lavorare presso un’azienda agricola di una località che distava quattro giorni di cammino dalla loro tribù. Erano nati anche tre nipoti che stavano andando a scuola, mentre i figli sembravano essersi abituati alla nuova vita tornando al villaggio sempre più raramente. Una volta Raya andò a trovarli, ma subito si rese conto che quel posto non gli piaceva perché c’era troppa confusione e un enorme degrado. In particolare rimase malissimo quando in una strada riconobbe una ragazza di una ventina d’anni, che fino a pochi mesi prima viveva nella sua tribù, intenta a vendere il suo corpo per pochi soldi. Ma ancora non aveva visto niente. Girato l’angolo si trovò in una strada piena di ragazzine di dodici o tredici anni mezze nude che si prostituivano mentre un losco tipo le controllava da vicino; probabilmente quelle ragazzine appartenevano a delle tribù del fiume ed erano entrate in un giro di schiavitù dal quale non sapevano più come uscirne. Scrollò le spalle e si rese conto di quanto fosse ingiusto e crudele il mondo governato dagli uomini bianchi. Non tornò più a trovare i suoi figli…

Raya finalmente riuscì a distogliere lo sguardo dal fiume e il flusso dei ricordi cessò. Dette un’ultima occhiata a quelle acque che per lui un tempo avevano rappresentato la vita e ora erano diventate solo un simbolo di morte. Camminando verso il suo villaggio iniziò a sentire una certa nausea e un forte mal di testa. La maggior parte dei componenti della sua comunità ultimamente aveva abbandonato la tribù e al villaggio erano rimasti in pochi. Molta gente adesso accusava sintomi simili a quelli di Raya. Avrebbe potuto andarsene anni prima ed evitare di essere avvelenato dal mercurio ma aveva deciso di rimanere nel posto in cui era nato e di morire da uomo libero anziché come schiavo in un posto dominato dai bianchi.

 

Gli Eroi del Passato: Predatori Mortali : Amazzonia

di Marcovalerio Bianchi

CAMBIARE IL PASSATO SI PUÒ

La legenda di Carlo Menzinger (www.menzinger.it)

Risultati immagini per le cinque vite di simone boscoUn sistema per far capire rapidamente alle persone che tipo di libro abbiano davanti è quello di assegnargli un’etichetta che lo classifichi all’interno di un genere preciso. Nessun’ etichetta è però mai totalmente soddisfacente, perché spesso i libri rientrano nei generi solo in parte o, a volte, hanno elementi di un genere diverso.

Altre volte inserire una lettura in un genere preciso può essere davvero difficile.

Nel caso de “Le cinque vite di Simone Bosco”, opera prima di Marcovalerio Bianchi, autore della “scuderia” di Porto Seguro, la classificazione non è delle più semplici.

Il romanzo, abbastanza corposo con le su 430 pagine, immagina che il protagonista citato nel titolo abbia l’opportunità dopo la morte di ricominciare, per ben altre quattro volte, la propria vita fin da quando era ragazzino. A quanto pare Marcovalerio Bianchi concorda con me nel ritenere che se mutiamo un piccolo elemento del passato…

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