Bruno De Filippis legge “Psicosfera” di Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal

“Psicosfera” di Carlo Menzinger e Massimo Acciai Baggiani è un puzzle che si compone a poco a poco, mostrando un’immagine che ha grande cura per l’armonia, la logica nascosta nell’illogico, il senso delle cose, la coerenza di una teoria.
La spina dorsale del libro è costituita da ideali e contenuti e questa parte è talmente ben curata, da prendere il sopravvento sulla storia e sulla trama.
Lo sfondo epico è costituito dall’eterna lotta tra bene e male entro cui si agita il desiderio dell’uomo di conoscere le risposte alle eterne domande: Chi siamo, da dove veniamo?
La trama, anche se, come detto, compressa dai contenuti, ha tuttavia una sua piacevole consistenza e offre molteplici step, suscitando l’interesse del lettore, come è imperativo per ogni romanzo che si rispetti, sin dalle prime pagine, sulla base dei misteri che vengono inizialmente prospettati e di cui si attende la soluzione.
L’ispirazione proveniente dal mondo di Asimov permea tutta la storia, unitamente a Solaris di Lem e a suggestioni tratte da “2001, Odissea dello spazio” e al Sogno di mezza estate di Shakespeare.
Anche l’amore è al centro del libro e con esso la coppia. Si mostra che essa non è la somma algebrica dei due componenti, ma ciò che moltiplica l’energia, consentendo l’evoluzione e la vita.
Benché i protagonisti siano chiusi in una sfera, il lettore avverte libertà e spazio, muovendosi, grazie alla narrazione, in località lontane, tra menti di persone di tutto il mondo e infinite possibilità di interagire con ambienti diversi, la cui creazione non è ostacolata dalle rigide regole della realtà, che strettamente ci imprigionano.
Gli alieni della storia – e ciò mostra la vigorosa immaginazione degli Autori – non sono copie modificate degli umani, come spesso la fantascienza propone, ma veri “alieni” per il nostro modo di pensare: diversi, magmatici e complessi e perciò incomprensibili.
Un tocco di poesia è dato dal continuo riferimento ai sogni, che costituiscono il tramite tra il reale e l’irreale, ove si muovono personaggi che, ricercando la propria identità, scoprono di avere la medesima consistenza che essi hanno.
Il libro è un omaggio, oltre che ad Asimov, a Verne, ma ha sue caratteristiche del tutto originali.
Se in “Cent’anni di solitudine” di Marquez l’universo sembra regolato dal caso e tutto comincia e finisce in sé stesso, in “Psicostoria” l’uomo ha una strada tracciata (l’evoluzione) e uno scopo preciso, essendo portatore della vita, l’unica forza che può sconfiggere l’entropia.
Ciò comporta una visione ottimistica della realtà, tuttavia temperata dall’idea che l’umanità deve cambiare, imparando a rispettare l’ambiente e proteggere la biodiversità.
Se il fascino della fantascienza consiste nella forte proiezione verso il futuro e nel non accettare i limiti che la realtà pone, gli autori di “Psicosfera” conducono per mano il lettore verso entrambi gli obiettivi, in un viaggio che parte dall’incubo dell’oscurità e giunge fino alle più lontane e luminose stelle.

Renato Campinoti legge “Architettura dell’ucronia – Invito alla lettura di Pierfrancesco Prosperi” di Massimo Acciai Baggiani

Utile e di grande interesse questo volume di Massimo Acciai Baggiani

È sicuramente utile il volume che Massimo Acciai Baggiani dedica a uno speciale scrittore quale è Pierfrancesco Prosperi che rappresenta, indubbiamente, uno dei più prestigiosi e prolifici scrittori tra quelli appartenenti al Gruppo Scrittori Firenze. 

Per essere, più precisi, è uno dei più originale e prolifici tra gli scrittori italiani di fantascienza e ucronia, senza dimenticare le sue incursioni in fumetti di grande prestigioso come Topolino e Paperino e altri ancora. 

Prosperi, tra l’altro, non si è negato neppure qualche incursione nel genere giallo e nel romanzo fantasy! Per quanto riguarda la sua prolificità, basta dare una scorsa alla “Bibliografia completa e aggiornata” di Pierfrancesco Prosperi che Massimo Acciai inserisce opportunamente a coronamento della interessante narrazione che fa dell’autore: oltre 150 racconti, più di 40 romanzi, tutti i generi praticati, un numero considerevole di case editrici utilizzate, dalla corazzata Mondadori, alle cosidette minori come “Tabula Fati” o “Porto Segurto”. 

Ma tutto questo non è sufficiente a delineare il valore e lo spessore di un tale autore. Per questo, giustamente, Acciai ha compiuto una scelta azzeccata, suddividendo il suo lavori in quattro parti. 

Si inizia così con un numero sufficientemente ampio di “inviti alla lettura” o recensioni di opere di Prosperi da parte di Acciai medesimo che spaziano dall’ultimo volume di fantascienza dell’autore, uscito per Porto Seguro (Vlad 3.0), al volume che Prosperi dedica, in forma di tecno-triller, a Ettore Maiorana, per proseguire con il volume che lo stesso Prosperi dedica ai cinquanta racconti con cui auto-celebra i suoi cinquanta anni di carriera. 

Non mancano, in questa parte di inroduzione all’opera di Prosperi, richiami a opere su Garibaldi (Garibaldi a Gettysburg è sicuramente la prima opera che lo catapultò nell’olimpo dei grandi scrittori di ucronia italiani), come pure a Dante Alighieri, a Hitler a Napoleone.

Con questa parte Acciai aiuta il lettore a entrare nel mondo letterario di Prosperi e a rendersi conto sia delle sue “qualità letterarie” che della forza innovativa che, con la fantascienza nostrana e con la capacità di padroneggiare l’ucronia, rigorosamente ancorata a puntuali contesti storici (anche se costruiti in “parallelo”), l’autore aretino porta nel panorama narrativo del nostro Paese. Incontrando, tra l’altro, quelli che, insieme a lui, saranno i maggiori rappresentanti di questi nuovi filoni narrativi. 

Di tali incontri ed esperienze Acciai farà parlare direttamente lo stesso Prosperi, con la lunga intervista che rappresenta anche la seconda parte di questo interessantissimo volume. 

Rinvio, per la ricchezza degli argomenti trattati e anche per la conoscenza più diretta degli aspetti più personali (sempre in chiave letteraria), alla lettura del testo e alla franchezza delle risposte che Prosperi da alle puntuali domande di Massimo. Dico solo che si trovano lì anche molte considerazioni sulle difficoltà e sui limiti attuali che incontrano i generi da lui maggiormente frequentati come la fantascienza e l’ucronia nel nostro Paese, dove sono ancora molti che credono che solo in America o giù di lì siano “nati” scrittori adeguati al genere. 

Aggiungo solo che Prosperi, proprio per le sue esperienze e per gli incoraggiamenti che gli sono venuti, tende a rivalutare il ruolo dei concorsi letterari per favorire lo sviluppo delle esperienze letterarie degli autori.
La terza parte del libro è dedicata a una selezione di racconti di Prosperi inediti o quasi e da lui stessi raccolti appositamente per questa pubblicazione. Garantisco, pur da profano del genere, che meritano l’attenzione e la soddisfazione del lettore!.
L’ultima parte, forse la più interessante, è dedicata ai contributi di autori (che sono poi tra i maggiori autori del genere in Italia) all’opera e allo scrittore Pierfrancesco Prosperi. 

Dico la parte più interessante perché, essendo molti di loro più o meno coetanei del Prosperi, ci riportano alle origini del genere, alle iniziative pionieristiche che, soprattutto dopo lo Sputnik e le meraviglie della concorrenza nei cieli, fiorirono a opera di un ristretto gruppo di appassionati della fantascienza americana e già pronti a costruire l’ossatura del genere anche nel nostro Paese. 

Nascono così, insieme alle Fanzine (o dattiloscritti) riviste di nicchia come “Oltre il cielo”, “Galassia” “Roboto” per approdare alla bellissima serie di Urania dove arrivano anche da noi i maggiori scrittori di tutto il mondo. 

Sono tutti da leggere i contributi di questi autori come Donato Altomare, piuttosto che Carlo Bordoni, o Adalberto Cersosimo piuttosto che Gianfranco de Turris, per finire con Errico Passaro che celebra “l’eclettismo” di Prosperi (i tanti generi che frequenta!) e la sua forza: “Prosperi è nel catalogo dei grandi editori, ma è anche e soprattutto il fiore all’occhiello di tanti marchi minori disdegnati da scribi con la puzza sotto il naso.Questo è il suo segreto, questo il suo esempio”
Ho lasciato in fondo il contributo di uno che certamente di altra generazione rispetto a Prosperi, Carlo Menzinger di Preussenthal, ma che è sicuramente, tra tutti gli scrittori del GSF e non solo, quello che più di altri ne sta seguendo le orme con indubbie qualità soprattutto nel genere ucronico e che, come dimostrato da tanti suoi lavori, compreso l’ultimo realizzato proprio con Massimo Acciai Baggiani, “Psicosfera”, ha indubbie doti anche nella fantascienza. 

È interessante il breve dibattito sulle “corrette” caratteristiche dell’ucronia in rapporto alle reali vicende storiche, che Carlo ha con Prosperi e che esso stesso rappresenta un contributo di questo utilissimo volume.
Dunque, per riprendere da dove ho cominciato, Massimo Acciai Baggiani ha fatto davvero una cosa utile dedicando questo volume a Prosperi. Ed è risultato un lavoro di grande interesse. 

Spero proprio di assistere ad una degna presentazione di questo prezioso volume in sede GSF, con la partecipazione diretta di Pierfrancesco Prosperi che, già noto a molti di noi, ora sappiamo quanto è stato utile per la crescita della letteratura nel nostro Paese e quanto è prezioso anche per la crescita culturale anche del nostro sodalizio.

di Renato Campinoti

WEN – FOLLIA – L’Istituto – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

«È anche una sorta di esperimento sociale» gli aveva detto Antonio qualche giorno prima, quando gli aveva parlato per la prima volta dell’Istituto.

«Mah, non saprei, è tutto così misterioso… stiamo parlando del manicomio dei personaggi letterari, giusto?» aveva ribattuto, scuotendo la testa.

«Non chiamarlo “manicomio”, è una casa di riposo per persone benestanti come noi, dove gli ospiti possono vivere una vita soddisfacente lontani dalle pene del mondo. Sono felici, te lo posso assicurare. Un amico di mio cugino ci ha messo suo figlio, che crede di essere Dorian Gray, e si è trovato benissimo. Passa le giornate conversando con altri ospiti che si credono personaggi della stessa epoca storica – Anna Karenina, Sherlock Holmes, eccetera – in allegra conversazione, prendendo il tè, leggendo e praticando i passatempi adeguati al diciannovesimo secolo.»

«Ovviamente non hanno un “altro” Dorian Gray…»

«Ovviamente. Quel posto è già stato preso.»

«E se se ne presentasse un altro?»

«Lo rifiuterebbero. La coerenza prima di tutto, questa è la regola dell’Istituto. Naturalmente i dottori sono tutti laureati in letterature comparate e hanno consulenti esperti in storia e letteratura mondiale. Basterebbe poco per infrangere quella fragile illusione…»

«Mi pare un po’ difficile da gestire.»

«Sono dei professionisti, e dove c’è da mettere qualche pezza ci pensa l’ipnosi.»

«Non credo che mio fratello sia ipnotizzabile. Da quando ha avuto quell’incidente a cavallo e si è convinto di essere il Capitano Nemo…»

«Non ti devi preoccupare, ti dico. La settimana prossima posso accompagnarti a visitare l’Istituto. Sono curioso anch’io di vedere come funziona in pratica.»

«Quindi ogni padiglione ricostruisce una precisa epoca storica… deve essere molto grande!»

«Enorme direi! Una vera e propria città, moderna all’esterno e antica all’interno, come un gigantesco set cinematografico. Alcuni padiglioni sono arredati in modo futuribile, per accogliere i personaggi di Asimov o di Philip Dick.»

Giulio sorseggiò il suo tè al limone, pensieroso, quindi posò la tazzina sul tavolino, sotto al gazebo, e guardò intensamente il suo interlocutore.

«Sempre un manicomio è: gli ospiti non si possono muovere liberamente tra i vari padiglioni, tantomeno uscire dall’Istituto.»

«Certo, sarebbe uno shock: immagina di uscire dal tuo solito percorso e trovarti in un’epoca futura, o passata. L’unico che può visitare più padiglioni è il Viaggiatore del Tempo wellsiano, per ovvi motivi, senza contare i vari viaggiatori del tempo epigoni; ma solo quelli letterari, quindi non troverai un Marty McFly o un dottor Brown.»

«Immagino quindi che quando andrei a trovare Ilario dovrei vestirmi come un damerino vittoriano.»

«O come un dandy, un tipetto elegante». Antonio scoppiò in una risata che smorsò la tensione accumulata. Non era suo interesse convincere l’amico, che in fondo compativa per la disgrazia che aveva avuto in famiglia, ma era animato da affetto sincero e volontà di essere d’aiuto.

«Allora, non sei curioso anche te? Non desideri vedere com’è organizzato l’Istituto? Alla peggio avrai buttato un paio d’ore; parlare col Direttore sarà molto istruttivo e assolutamente senza impegno.»

Giulio buttò giù in un sorso il resto del tè, ormai tiepido.

«Mi hai convinto, quando sei libero la prossima settimana?»

Ci siamo accordati con Antonio per questa mattina per andare insieme a fare visita a mio fratello in quell’Istituto, che a me continua a sembrare una sorta di manicomio “specializzato”. Staremo a vedere.

Siamo così arrivati all’ingresso. L’uscere, vestito da dottore, o così mi sembra, ci chiede se lo devono cercare loro, mio fratello, o se preferiamo andare da soli nella direzione del padiglione del Capitano Nemo.

«Noi vi consigliamo di avviarvi da soli. E’ l’occasione di visitare un luogo non comune», ci dice accentuando queste ultime parole, quasi a fare riferimento al luogo “letterario”.

Fatte poche decine di metri ci imbattiamo prima di tutto nel padiglione del nipote dell’amico di Antonio, quello di Dorian Gray e di Anna Karenina, per intenderci. Ci sono un paio di dottori che ci accolgono con dei gran sorrisi e ci informano sulle condizioni di salute del giovane che cerchiamo, come fossero dei medici veri e non dei letterati in grado di corrispondere a ogni eventuale richiesta o confronto da parte dei personaggi immaginari. «Vedrà che il nipote del suo amico si trova benissimo con noi… non gli facciamo mancare niente, neppure la compagnia di altri personaggi del suo tempo». Noi ammicchiamo e ci sorprendiamo a vedere l’impressionante somiglianza tra la faccia del giovane e quella che abbiamo visto illustrata tante volte sulle copertine del libro di Oscar Wilde. E la faccia presenta delle gote lucidissime a significare che per lui il tempo non trascorreva mai. «Chissà se da qualche parte conserva il ritratto con la sua faccia che viene attaccata dal tempo», mi sorprendo a dire all’amico che mi accompagna. Ma la cosa che ci meraviglia ancora di più è la donna che conversava con lui e che, non ci voleva tanta fantasia, aveva una faccia e una fisicità in tutto simili a quella di Anna Karenina stampata sul libro di Tolstoj. Per non parlare del bellissimo vestito a colori sgargianti e ben stretto in vita a valorizzare ancora di più la perfetta linea di quella giovane signora. Il personale di sorveglianza ci guarda con un sorrisino sulla faccia che pare dirci «visto che somiglianza, eh?»

Noi preferiamo tirare diritto, sempre in direzione del padiglione di Capitano Nemo e compagni. Fatti pochi metri ci troviamo di fronte ad un nuovo, grandioso edificio dove ci sembra di scorgere una faccia che abbiamo già visto al cinema. Ci avviciniamo e ci accorgiamo che quell’uomo sta continuamente declamando la stessa frase: «Ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare…». Allora ci accorgiamo che è lui, il cacciatore di androidi di Philip K. Dick e che il geniale Ridley Scott ha portato sullo schermo da par suo. Avvicinandoci ancora, ci accorgiamo che colui che sta ascoltando il sermone è uno che assomiglia in tutto e per tutto al dottor Bowman di “2.001 Odissea nello spazio”, il quale, forse, vorrebbe raccontare anche la sua di storia, della battaglia fra la macchina/computer e l’uomo cui è costretto a far fronte. Ma l’altro continua nella sua tiritera come un forsennato e non fa parlare nessuno.

Decidiamo di tirare diritto e, soprattutto, di cominciare a cercare Ilario, mio fratello.

Ci guardiamo intorno per cercare qualcuno del personale cui chiedere dove lo possiamo trovare, ma sembra che i ”medici” e gli “infermieri” si siano tutti volatilizzati. Non solo, ma poco più avanti scorgiamo un capannone dove non sembra esserci nessuno dei pittoreschi personaggi del luogo.

Finalmente vediamo un camice bianco più avanti. Ci affrettiamo per raggiungerlo e più ci avviciniamo più sono sorpreso. Ora che sono quasi in presenza non ho più dubbi: si tratta proprio di Ilario, vestito da dottore dell’Istituto.

«Che ci fai con questo camice addosso?», mi viene immediatamente di chiedergli.

«Come che ci faccio?», mi risponde con due occhi apertissimi mio fratello.

«Ho superato tutte le prove e adesso tocca a me fare il dottore. Vedrai tra poco, quando arriverà il mio medico vestito da Capitan Nemo! Sono giorni e giorni che mi sta facendo la corte! Non vedeva l’ora di prendere il mio posto! Siete fortunati a venire di Domenica! E’ il giorno in cui, chi supera l’esame passa alla funzione di infermiere o di medico e gli altri, secondo i personaggi che si liberano, subentrano loro. Se avete un po’ di pazienza lo potrete vedere anche in questa parte dell’istituto il cambio dei personaggi. Anzi, fermatevi e guardate come si comporta il nuovo Capitan Nemo. Non riuscirà mai a interpretarlo come ho fatto io finora! Aspettate e vedrete!»

Io e Antonio ci guardiamo negli occhi e cominciamo a incamminarci verso l’uscita.

Ci basta quello che abbiamo visto!

Tre autori, due libri, un progetto: Psicosfera, Suggestioni fiorentine e una nuova antologia

Martedì 7 giugno alle ore 17.30
presso la Biblioteca Buonarroti – Viale Guidoni –
per “La porti un libro a… Novoli”
Rassegna di presentazioni di libri
Massimo Acciai Baggiani – Carlo Metzinger – Chiara Sardelli
Prsenteranno
“Psicosfera” e “Suggestioni fiorentine”

Durante la serata, presentata da Caterina Perrone sarà illustrato il progetto per una nuova antologia Collettiva di Fantascienza.

Saranno presenti gli autori appena rientrati dal Salone del Libro di Torino.

Il cuore verde: un romanzo sull’esperanto e sui sentimenti

Di Massimo Acciai Baggiani

Quello di Julio Baghy (1891-1967) è un romanzo semplice ma profondo. Un “romanzetto” (così lo definisce l’autore) ambientato all’indomani della prima guerra mondiale, in Siberia, dove molti prigionieri di guerra attendono di poter rimpatriare. Intanto studiano l’esperanto e scoprono un mondo nuovo, fatto di “comprensione umana”, cultura, amicizia e amore. Il cuore verde (La verda koro) esce nel 1937 ma è sempre attuale, soprattutto in questi tempi in cui la Russia è di nuovo coinvolta in una guerra spietata, stavolta dalla parte dell’oppressore. Cent’anni fa i sentimenti umani erano gli stessi di oggi: nostalgia di casa, sradicamento, speranze in un mondo migliore, senso di solidarietà con i compagni di sventura e… l’amore. I personaggi amano moltissimo, timidamente ma intensamente, romanticamente e castamente. Molti ostacoli si frappongono alle loro relazioni; ostacoli che oggi chiameremmo interculturali, e la consapevolezza di un futuro addio che viene dalle navi incaricate di rimpatriare gli ex prigionieri.

Tutto inizia in una spartana aula improvvisata nella Casa del Popolo di una cittadina siberiana, Nikolsk, dove pochi “samideani[1]” seguono le lezioni di esperanto di Paolo Nadai, un soldato ungherese. Tra di essi spiccano le figure di Iĉio Pang, un ragazzo cinese dall’animo poetico, e sua sorella Sulfloro (“Girasole”) innamorata di un soldato americano a cui dovrà poi dire addio. Notevoli anche gli altri personaggi: la giovane Marja, che deve occuparsi della madre malata e dei quattro fratellini e sorelline, l’impiegato postale Kuratov, con la sua commovente vicenda umana che lo ha avvicinato alla lingua internazionale, e molti altri verso cui non possiamo non provare simpatia e sincero affetto, tanto più che, come scopriamo nella postfazione dell’autore, si tratta di storie vere.

Ho scoperto quest’opera durante un festival esperantista: era sul tavolo della libreria che presidiavo nel mio turno, nell’edizione curata nel 1978 dall’Istituto Italiano di Esperanto, cattedra di Verona. L’ho preso in mano, l’ho sfogliato e subito me ne sono innamorato, decidendo lì per lì di acquistarlo e poi di tradurlo in italiano (spero appaia presto in volume). Penso che possa interessare anche un pubblico non esperantofono, anche se è pensato principalmente per i principianti di esperanto, con capitoli graduati che introducono via via varie nozioni grammaticali sempre più complesse: al di là dell’uso pedagogico rimane comunque un bel romanzo, con una storia che va al di là delle differenze nazionali e culturali, perché siamo tutti esseri umani e il cuore, verde o di altro colore, è sempre lo stesso.

Firenze, 27 maggio 2022

Bibliografia

Baghy J., La verda koro, Verona, Itala Esperanto Instituto, 1978.


[1] Samideano significa “compagno esperantista”, letteralmente “colui che ha la stessa idea”.

Acciai – Campinoti – presentazione libri

Venerdì 13 maggio alle ore 17 presso la Biblioteca Orticultura,
Via Vittorio Emanuele II, 4 – Firenze
nell’ambito del progetto “Il libro del vicino”
Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti
presenteranno il loro libro edito da Porto Seguro

Strani casi ai tempi del Covid

La presentazione si terrà anche il giorno 20 maggio alle ore 17.00 presso la Biblioteca Buonarroti, viale A. Guidoni, 188. Firenze.

Nostri autori al Salone del libro di Torino

Venerdì 20 e Sabato 21 Maggio 2022 -In orario da definire- Massimo Acciai Baggiani, Sergio Calamandrei, Carlo Menzinger di Preussenthal e Chiara Sardelli saranno al Salone del Libro di Torino, Lingotto Fiere, Via Nizza, 294, presso lo stand del Gruppo Editoriale Tabula Fati (Stand B52) per presentare i loro libri.

Psicosfera
Suggestioni fiorentine nella narrativa di Carlo Menzinger
L’architettura dell’ucronia”.

https://www.salonelibro.it/

WEN – CONIUGI – I coniugi – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Lo sposo indossava un abito scuro e un cappello a cilindro che sembrava preso in prestito dal costumista di un film storico. Pierre fece partire lo stereo con la marcia nuziale e lo sposo scese gli scalini di casa con in braccio la sposa, vestita con abitino bianco e un velo a merletto che le copriva parte della testa. Gli invitati osservavano la scena tra l’incuriosito e il finto scandalizzato. Quando i promessi sposi furono davanti all’officiante – una donna di colore con una lunga tunica che li attendeva in giardino – questa si rivolse allo sposo, un uomo alto, quasi un gigante, con la testa squadrata che lo faceva somigliare a Lerch della famiglia Addams: «Vuoi tu, Goffredo Nazari, prendere in sposa la qui presente Eloisa, ed amarla e rispettarla finché morte non vi separi?»

«Sì, lo voglio»

«E tu, Eloisa prendere come marito in qui presente Goffredo Nazari, e amarlo e rispettarlo finché morte non vi separi?»

«Miao!»

***

«Miao??» ripeté la donna strabuzzando gli occhi.

«Sì» confermò l’ispettore Buonamoneta alla moglie, tagliando il roast beef nel piatto davanti a sé «Sì, “miao”. La sposa era una gatta di due anni e il suo padrone era tale Goffredo Nazari, adesso indagato come assassino. Rischia il carcere; certo non è proprio un santo, ma io non credo che sia lui il colpevole.»

La signora Buonamoneta alzò le spalle e mise un’altra cucchiaiata di purè nel piatto del marito, quindi si servì per sé.

«Roba da matti! In fondo si tratta solo di una gatta, con tutto il rispetto per i felini. Come si può…»

«… Equiparare l’assassinio di un animale legalmente coniugato a quello di un essere umano?» disse l’ispettore masticando il roast beef. «Dobbiamo ringraziare il Partito Animalista. Da quando hanno stravinto le elezioni del 2031 ce ne sono state di leggi bizzarre!»

«Vero, non che i conservatori che c’erano prima al governo non ne avessero fatte anche loro di stupidate, come rendere validi giuridicamente tutti i matrimoni strampalati, dalla tizia che ha sposato un delfino a quello che ha portato sull’altare il proprio cuscino preferito, per non parlare di quelli che hanno sposato se stessi…»

«Già. “Avete voluto ridicolizzare il sacro vincolo matrimoniale? Allora prendetevene le conseguenze fino in fondo”, così ha detto il primo ministro, quel bigotto di Salvietti.»

Entrambi sapevano cosa questo significasse. In un paese dove il divorzio era stato revocato a partire dal 2030, chi aveva sposato ad esempio il proprio cane gli sarebbe dovuto rimanere fedele fino alla morte, senza poter fare un vero matrimonio con un essere umano. Non avrebbe potuto in teoria neanche consumare rapporti sessuali con un eventuale partner a due gambe. Nel caso di chi aveva sposato un criceto sarebbe bastato aspettare qualche anno per tornare “sul mercato”, ma per chi aveva sposato se stesso quella promessa “finché morte non vi separi” assumeva tutto un altro significato.

«Se non fossero così pochi quelli dei matrimoni bizzarri sarebbe scoppiata una rivolta popolare! Questi si sono accorti troppo tardi dell’inghippo.»

«Salvo alcuni che sono contenti così» precisò l’investigatore.

«La domanda è: il Nazari era davvero contento?»

«Parrebbe di no, se è vero – come è vero – che è stato visto in compagnia di una ragazza in un bar del centro. Parevano molto intimi.»

«Quindi è stato lui a far fuori la gatta, per evitare anni di attesa che morisse per cause naturali e poter sposare subito la nuova fiamma umana?»

«È quello che sostiene la Pubblica Accusa. Eloisa è stata trovata morta, avvelenata, in un giardino pubblico. Il Nazari sostiene di non saperne nulla, che la “moglie” era andata a fare un giro con le amiche feline del quartiere, che non era rincasata come suo solito e che aveva messo perfino dei volantini a giro per ritrovarla. Poi il netturbino, il signor Gustavo Signorini, ha trovato il cadavere durante il suo servizio nel parco…»

«Ma tu pensi che non sia stato lui, nonostante il movente e le prove a suo carico. Perché?»

L’ispettore posò forchetta e coltello nel piatto, guardò con un sorrisino sulla bocca sua moglie:

«Perchè» disse, portandosi l’indice sulla punta del naso come per intimare il silenzio, «è venuto da me un testimone che dice di aver trascorso la maggior parte del tempo, fino a notte fonda, insieme al Nazari, lasciandolo da solo in casa quando oramai la povera Eloisa era stata uccisa da tempo. Con questo colpo a sorpresa, vedrai che figura che faccio fare a quel presuntuoso del giudice Rattazzi, pubblica accusa nel processo». Così dicendo l’ispettore si strusciò le mani come per assaporare fin d’ora la soddisfazione della sua mossa, soprattutto verso un giudice che troppe volte si era permesso di mandare a monte le prove da lui accumulate nei vari casi che doveva spesso affrontare. Poi l’ispettore riprese in mano le posate e si servì un’altra fetta del roast beef che era una delle specialità della sua signora.

«Pensa se invece di te, avessi sposato anch’io, che so, una cagnetta? Ora starei mangiando croccantini…», e si lasciò andare ad una sonora risata.

La signora sorrise, ma non lasciò perdere la questione dell’uccisione di Eloisa.

«Come fai ad essere così sicuro di quello che ti ha raccontato il cosiddetto testimone? E se fosse un trucco anche questo, come quella volta…». Ma la signora non fece in tempo a finire la frase che il marito la bloccò, scuro in volto. «Per una volta che ho commesso un errore, non vorrai crocifiggermi definitivamente? In ogni modo, se questo ti può rassicurare, ho incaricato il brigadiere Dell’Orso di prendere tutte le informazioni riguardo al testimone e sulla solidità dell’alibi del Nazari? Contenta?». La signora posò una mano su quella del marito, come per un tacito assenso.

Quella sera l’ispettore e signora si recavano a teatro, invitati come sempre alla prima dell’Opera del Maggio, ora più che mai esaltata dalla meravigliosa sonorità di quel teatro rimesso a nuovo da pochi anni. Lasciata la tranvia a trazione completamente elettrica, così come da tempo succedeva per le auto, i due coniugi si stavano affrettando a percorrere il viale di accesso a poche decine di metri dall’ingresso, quando un signore, evidentemente non interessato alla serata teatrale per come era modestamente vestito, si avvicinò all’ispettore, chiedendo la sua attenzione.

«Non vede che siamo in ritardo? Chi è per volermi parlare proprio ora?»

L’uomo disse di chiamarsi Gustavo Signorini, il netturbino che aveva trovato la povera Eloisa avvelenata nel parco.

«E allora? Questo lo so anch’io. O ci sono novità riguardo all’uccisione della gatta, oppure ci lasci andare a teatro, per favore»

«Una novità ci sarebbe, signor ispettore. Lo vede quel grosso gatto là, a pochi metri da noi? E’ da quando ho ritrovato la povera gatta nel parco, che non riesco a levarmelo di torno. Mi viene dietro, attira la mia attenzione e se io mi fermo e mi chino a guardarlo, comincia un fitto miagolio come per raccontarmi qualcosa. Ma io, ovviamente, non conosco il linguaggio dei gatti. Così mi rialzo e lo lascio a miagolare. Allora lui ricomincia a venirmi dietro»

«Senta» si spazientì l’ispettore «neppure io conosco il linguaggio felino. Ora dobbiamo andare a teatro. Casomai si rifaccia vivo domani e ne riparliamo»

Mentre raggiungevano l’ingresso, l’ispettore se ne uscì:

«Scusa cara, ma se ne incontrano di tipi strani con questo mestiere»

La signora dette una leggera stretta al braccio del marito.

«Però che comportamento quel gatto! Tesoro, dovresti davvero cercare di capire cosa significa»

La maschera fece loro cenno di affrettarsi che stavano già lampeggiando le luci per segnalare l’inizio della scena.

All’uscita dal teatro i due coniugi si stavano affrettando a recarsi alla fermata della tramvia per prendere quella che era verosimilmente l’ultima corsa. Ma ancora una volta furono fermati da qualcuno. Questa volta si trattava del brigadiere Dell’Orso che sentiva il bisogno di riferire ciò che gli era capitato di vedere nel corso della serata trascorsa al seguito del testimone.

In poche parole il brigadiere riferì che, ad un certo punto dei suoi pedinamenti, il testimone si era recato in una zona poco illuminata vicina alla casa della ragazza che, così come gli era stata segnalata, risultava essere la stessa che era stata vista in compagnia del Nazari in pose intime.

«E cosa è successo?», domandò un molto incuriosito ispettore.

«Io, sfruttando l’oscurità, mi sono infilato in un portone vicinissimo ai dove era il testimone e dove si era recata pure la ragazza. Così ho potuto sentire tutto quello che si sono detti»

«E cosa si sono detti?» lo sollecitò l’ispettore

A questo punto Dell’Orso riferì che il giovane rassicurò la ragazza sul fatto che l’ispettore sembrava aver presa per buona la sua testimonianza. Che se il Nazari, che aveva perso la testa per lei e aveva avvelenato la gatta, se la cavava al processo, lei l’avrebbe potuto sposare, chiedendo la comunione dei beni e diventando così ricca sfondata come lo era il Nazari. Poi avrebbero trovato loro un modo per far fuori anche lui e godersi insieme la vita. Dopo queste parole, il brigadiere aveva sentito solo il rumore dei loro baci e dei loro gemiti e ne aveva approfittato per allontanarsi.

«E ora come faremo per incastrarli, questi piccioncini?», domandò l’ispettore.

A questo punto il brigadiere tirò fuori un piccolissimo apparecchio che risultò essere un registratore ultrasensibile da cui l’ispettore potette riascoltare, parola per parola, le cose che Dell’Orso gli aveva raccontato.

Mentre i due coniugi si recavano verso la macchina del brigadiere, che si era offerto di accompagnarli a casa, la moglie diede una leggera stretta al braccio del marito. E gli sussurrò:

«Bravo!»

Firenze – Sesto Fiorentino, 27-30 brumaio ‘30 (17-20 novembre 2021)

Per WEN dicembre 2021 (Coniugi)

A proposito di due nuovi album di Margherita Pirri

Di Massimo Acciai Baggiani

Oggi il postino mi ha consegnato un pacchetto con dentro due belle sorprese: due nuovi album di Margherita Pirri, la cantautrice lombarda di cui ho già avuto modo di ascoltare e recensire vari lavori, quali ad esempio Pensieri, Folktronic sounds, Daydream, e il primo volume di Music from the world (si veda anche l’intervista che le ho dedicato). I due cd arrivati oggi sono Music from the world – vol II e Christmas carols, quest’ultimo tra l’altro proprio in tema con quest’attesa del secondo Natale di pandemia, che porta timori per il futuro più che spirito natalizio. Christmas carols contiene otto tracce che attingono in parte alla tradizione, in parte alla creazione originale di Margherita: l’album sprigiona un’atmosfera sognante e incantata che è il tratto distintivo dello stile di Margherita. Stile che ritroviamo anche nel secondo volume di Music from the world, dove la cantante reinterpreta canzoni internazionali famosissime da Everybody hurts dei R.E.M. a Besame mucho, dall’indimenticabile brano di De André Amore che vieni, amore che vai, a Mad world dei Tears for fears, e molti altri. L’album termina con due bonus scritti dalla stessa Margherita, Stars and diamond rain e The lady in black.

Firenze, 25 novembre 2021

La formula del sole

Di Massimo Acciai Baggiani

Ho il piacere di avere Milena Beltrandi tra i partecipanti del laboratorio di scrittura che tengo al Torrino di Santa Rosa, a Firenze, per conto del Gruppo Scrittori Firenze: in quell’occasione Milena mi ha regalato una copia del suo thriller La formula del sole, primo romanzo di una serie che ha per protagonisti dei giovani chimici che hanno per caso scoperto un nuovo carburante ecologico e dalle alte prestazioni. Una scoperta che potrebbe rivoluzionare il mondo e che scatena una caccia furiosa alla formula che, se diffusa, lederebbe gli interessi di tanti. Di persone pericolose. Infatti non passa molto tra la scoperta della formula miracolosa e i primi tentativi di impossessarsene da parte di loschi figuri senza scrupoli. Per fortuna c’è Milo, un agente speciale dello Stato che veglia sui ragazzi, salvandoli da situazioni potenzialmente letali. Un libro da leggersi tutto d’un fiato, ben scritto e convincente: si vede la competenza e un gran lavoro di ricerca, base di ogni buona storia. Brava Milena.

Firenze, 25 novembre 2021

Bibliografia

Beltrandi M., La formula del sole, ilmiolibro.it, 2020.

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