Bruno De Filippis legge “Psicosfera” di Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal

“Psicosfera” di Carlo Menzinger e Massimo Acciai Baggiani è un puzzle che si compone a poco a poco, mostrando un’immagine che ha grande cura per l’armonia, la logica nascosta nell’illogico, il senso delle cose, la coerenza di una teoria.
La spina dorsale del libro è costituita da ideali e contenuti e questa parte è talmente ben curata, da prendere il sopravvento sulla storia e sulla trama.
Lo sfondo epico è costituito dall’eterna lotta tra bene e male entro cui si agita il desiderio dell’uomo di conoscere le risposte alle eterne domande: Chi siamo, da dove veniamo?
La trama, anche se, come detto, compressa dai contenuti, ha tuttavia una sua piacevole consistenza e offre molteplici step, suscitando l’interesse del lettore, come è imperativo per ogni romanzo che si rispetti, sin dalle prime pagine, sulla base dei misteri che vengono inizialmente prospettati e di cui si attende la soluzione.
L’ispirazione proveniente dal mondo di Asimov permea tutta la storia, unitamente a Solaris di Lem e a suggestioni tratte da “2001, Odissea dello spazio” e al Sogno di mezza estate di Shakespeare.
Anche l’amore è al centro del libro e con esso la coppia. Si mostra che essa non è la somma algebrica dei due componenti, ma ciò che moltiplica l’energia, consentendo l’evoluzione e la vita.
Benché i protagonisti siano chiusi in una sfera, il lettore avverte libertà e spazio, muovendosi, grazie alla narrazione, in località lontane, tra menti di persone di tutto il mondo e infinite possibilità di interagire con ambienti diversi, la cui creazione non è ostacolata dalle rigide regole della realtà, che strettamente ci imprigionano.
Gli alieni della storia – e ciò mostra la vigorosa immaginazione degli Autori – non sono copie modificate degli umani, come spesso la fantascienza propone, ma veri “alieni” per il nostro modo di pensare: diversi, magmatici e complessi e perciò incomprensibili.
Un tocco di poesia è dato dal continuo riferimento ai sogni, che costituiscono il tramite tra il reale e l’irreale, ove si muovono personaggi che, ricercando la propria identità, scoprono di avere la medesima consistenza che essi hanno.
Il libro è un omaggio, oltre che ad Asimov, a Verne, ma ha sue caratteristiche del tutto originali.
Se in “Cent’anni di solitudine” di Marquez l’universo sembra regolato dal caso e tutto comincia e finisce in sé stesso, in “Psicostoria” l’uomo ha una strada tracciata (l’evoluzione) e uno scopo preciso, essendo portatore della vita, l’unica forza che può sconfiggere l’entropia.
Ciò comporta una visione ottimistica della realtà, tuttavia temperata dall’idea che l’umanità deve cambiare, imparando a rispettare l’ambiente e proteggere la biodiversità.
Se il fascino della fantascienza consiste nella forte proiezione verso il futuro e nel non accettare i limiti che la realtà pone, gli autori di “Psicosfera” conducono per mano il lettore verso entrambi gli obiettivi, in un viaggio che parte dall’incubo dell’oscurità e giunge fino alle più lontane e luminose stelle.

La poesia al femminile tra Ottocento e Novecento

Di Massimo Acciai Baggiani

La questione della poesia femminile è ampia ed affrontata in molti libri; questo contributo di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo è il primo che leggo sull’argomento e devo dire che mi ha aperto un mondo. Il libro parte da Emily Dickinson non perché non vi siano state poetesse prima (basti pensare all’immortale Saffo) ma perché è dall’Ottocento che la scrittura al femminile acquista sempre più importanza fino a raggiungere la parità con quella al maschile. Gli autori del saggio antologico spaziano nella letteratura mondiale, dall’America alla vecchia Europa, al Medioriente, fino ad arrivare al presente secolo e a poetesse ancora viventi. I versi antologizzati, talvolta accompagnati dalla versione in lingua originaria (lo spagnolo e il francese), appartengono a nomi molto noti nell’ambiente quali Ida Vitale, Anna Achmaova, Agota Kristof, Julia Hartwig e molti altri. “Mille culture” (come titola l’intervento di Rosalba De Cesare) che si incontrano e colorano la Poesia, un patrimonio prezioso che scopriamo insieme alle biografie delle autrici, dalle vite spesso brevi e travagliate. Un libro che consiglio ad un pubblico maschile e femminile, per conoscere l’altra metà della letteratura troppo a lungo ignorata.

Firenze, 4 agosto 2022

Bibliografia

De Cesare R. e Pompeo L., La poesia delle donne, Left, 2022.

Chiara Sardelli legge “Psicosfera” di Massimo Acciai e Carlo Menzinger

Psicosfera”, il romanzo scritto a quattro mani da Massimo Acciai Baggiani e da Carlo Menzinger di Preussenthal, ha tutti gli elementi per diventare un classico della fantascienza. Immerge il lettore in un’aura pirandelliana costruendo una storia che sembra dettata dalla non logica dell’assurdo, con un finale a sorpresa che a me fa pronunciare il famoso aforisma: “così è se vi pare”. Benché solo una manciata di anni ci separi dal mondo fantastico di ‘psicosfera’ -siamo nel 2036- la storia dell’umanità è ridescritta dalle fondamenta. Purtroppo l’elemento, il collegato alla nostra quotidianità è di segno negativo. Gli umani in ‘psicosfera’ hanno fatto un cattivo uso del loro libero arbitrio, compromettendo il proprio destino. La loro civiltà sembrerebbe doversi aggiungere alle altre che senza spiegazioni plausibili sono scomparse, civiltà di millenaria sapienza. Una sapienza che a un certo momento del suo sviluppo, incosciente e forse ignara dei moniti che gli giungono dal seme dell’entità superiore che l’ha generata, è divenuta aliena a sé stessa, andando incontro a un futuro di autodistruzione. Così parla Oberon, il personaggio di shakesperiana memoria, fantasmagorico e inquietante, che imperversa nelle pagine: «L’uomo è la fine. È l’Alfa e l’Omega. Guardali, Yelena. Che cosa hanno fatto alle altre specie della superficie? Che cosa hanno fatto all’acqua che bevono, all’aria che respirano, alle risorse che consumano? Come puoi credere ancora in loro? Sai cosa merita l’uomo? La sua è una razza da cancellare e da dimenticare. Il più grande errore di Gaia, merita le tenebre e le tenebre avrà.» L’uomo è dunque sull’orlo di un abisso apocalittico, ma là, dove tutto si puote, si racconta un’altra storia. Grazie a questa ‘storia altra’ alcuni Tramiti si stanno spendendo come novelli Messia anche se, per buona parte del racconto, la loro parola rischia di essere inascoltata e la buona novella di non tradursi in realtà. Il popolo di Gaia rischia di non raggiungere mai la propria meta, di non risalire a riveder le stelle. Perché in ‘piscosfera’ non tutta la vita si svolge sulla superficie del nostro pianeta. Anzi, la regia e l’essenza che percorre la storia millenaria dell’uomo è nelle mani di una popolazione il cui ecosistema è situato nel ‘tenebroso, ignoto cuore della Terra‘. Anche se questo è solo un modo di dire: la realtà che sperimenteranno i cosmonauti, in qualche maniera trasportati in una diversa dimensione, si alimenta di una luce, non si sa come generata, che ha la caratteristica di non produrre ombre. La missione delle tre coppie, maschio femmina, ivi trattenute, è di garantire la vita nel sistema stellare degli esopianeti. Perché il popolo di Gaia è impotente e non può raggiungere questo scopo se non con l’aiuto degli umani. Ecco quindi che si serve di Tramiti che restituiranno alla specie homo sapiens la memoria dell’antica saggezza e con essa il senso del proprio destino. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte non solo ad un mondo rovesciato, ma ad un sistema di valori a sua volta capovolti. Basta riflettere che il popolo di Gaia niente ha a che vedere con le specie animali, trattandosi piuttosto di esseri senzienti minerali. Come pure i Tramiti sono soggetti abilitati dai poteri ESP, tipo la telepatia e il teletrasporto. Si insinua, sul fondo della storia, il dubbio che entrambe le realtà, quella del pianeta come noi lo conosciamo e quella della sfera concava in cui sono trattenuti i cosmonauti, siano effetto dei sogni, popolati da semplici cloni, cioè dai doppi eterici dei personaggi protagonisti. Si aggiunga che il finale è aperto: la trama, pur approdando alla liberazione dei cosmonauti, lanciati nel viaggio verso il mondo interstellare, non dà certezza del successo di questa impresa. Anzi, sembra preconizzare una continuità della lotta tra le forze favorevoli e avverse alla specie umana. Forse non tutto sta già scritto in questa storia. Il finale potrebbe legittimare un seguito coerente, arricchendo il lettore di nuove eccitanti avventure. Il mio invito è di procedere alla lettura del libro con animo disincantato, ma ricettivo, pronti a misurarsi con le sconvolgenti novità e le incalzanti domande esistenziali che il testo pone.

di Chiara Sardelli

Renato Campinoti legge “Psicosfera” di Massimo Acciai e Carlo Menzinger

Massimo Acciai Baggiani, Carlo Menzinger di Preussental: Psicosfera
Impegnativa e interessante questa loro nuova opera 

Impegnativo questo libro di due scrittori di vaglia, perché non si accontenta di una sola classificazione. Dalla fantascienza prende il genere “next future”, alla Philip K. Dick per intenderci, collocando le vicende fra meno di venti anni dal presente. Al tempo stesso per un lungo tratto tende a prevalere l’aspetto apparentemente scientifico con l’introduzione di poteri fortemente innovativi nei personaggi principali del romanzo, come il teletrasporto delle persone e la telepatia più avanzata. Poi, la psicosi e la spinta mentale dei diversi esseri che popolano il racconto, diverrà l’aspetto assolutamente prevalente. E sarà proprio la capacità di sviluppare prima, di mischiare poi i diversi generi, la qualità con cui gli autori ci fanno via via avvicinare al cuore della loro opera.

Una volta delineati con precisione i personaggi principali e le loro caratteristiche (dagli astronauti russi e cinese, al giovane fiorentino dotato di poteri speciali, alle donne intrigate con la Comunanza dei telepati ecc.) ecco apparire figure che cominciano a mettere in dubbio ogni certezza dei nostri, smarriti nello spazio e ritrovatisi al centro della terra. Particolarmente efficace la bambina di 4 anni, uguale alla figlia di un astronauta, che dimostrerà conoscenze e certezze superiori a ogni adulto. Per non parlare del gatto che salverà i nostri perfino dall’assalto di belve feroci. E qui cominciano a delinearsi gli assi fondamentali su cui il libro bello, anche difficile (ci vuole un po’ di concentrazione per non perdere il filo: ed è un merito, sia chiaro!) inizia ad accompagnarci. Per non togliere niente alla curiosità del lettore, dirò solo che le coppie da tenere presenti sono, la prima: Ambiente e distruzione della vita sulla terra contro estrema possibilità di salvezza. E l’altra coppia è: salvezza in collaborazione con gli umani o salvezza senza e contro gli umani. Con un’avvertenza. Le cose non sono così semplici perché gli autori si divertono a introdurre continue mutazioni sia nello scenario fisico che in quello psicologico del libro. Ma voi, da bravi lettori, non vi fate distrarre, tirate avanti con la curiosità che gli autori sanno infondervi e sarete premiati da un finale all’altezza delle aspettative e delle loro qualità. E ricordandovi che, per non farvi abbandonare questo libro e il mondo che hanno costruito, Massimo e Carlo hanno organizzato un bando per coloro che vorranno trarne ispirazione per un racconto da consegnare, se passerà il vaglio dei nostri “cerberi”, ad una specifica antologia, che io spero sia intestata dal GSF, dove sono sempre più numerosi gli interessati ai generi richiamati, oltre alla vicina ucronia. Credo che potremmo essere molti interessati a partecipare ad una così intrigante avventura. 

di Renato Campinoti

Si ricorda che il volume sarà presentato alla Biblioteca Buonarroti di Firenze martedì 7 alle ore 17,30.

Pierfrancesco Prosperi legge “Psicosfera” di Massimo Acciai e Carlo Menzinger

Libro strano, immaginifico, persino a tratti disturbante perché introduce elementi estranei al nostro pensare normale. Il potere devastante della telepatia, ad esempio, ovvero i poteri nascosti e sommersi della nostra mente. Mi ha ricordato le atmosfere stregate di un romanzo come Musica dalla spiaggia del paradiso di John A. Lindqvist, l’autore de L’estate dei morti viventi, con un gruppo di personaggi imprigionati in una landa desolata, un prato perfettamente rasato e in apparenza infinito. E l’idea della sfera di dieci km di diametro dentro la Terra non ha potuto non ricordarmi le teorie sulla Terra Cava che ho trovato in uno stranissimo libro americano, The Hollow Earth di Raymond Bernard, che fra l’altro mi ha ispirato una lunga storia a fumetti di Martin Mystère, Al centro della Terra (1991). Insomma un romanzo affascinante. 

di Pierfrancesco Prosperi

Vedi anche https://sites.google.com/site/carlomenzinger/home/psicosfera?authuser=0

WEN – OSSESSIONE – Ossessione – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Il giornalista ascoltava la ragazza visibilmente in imbarazzo, senza il coraggio di guardarla negli occhi per non leggervi i segni della follia. D’altronde quello che se stava raccontando era già folle, senza ombra di dubbio.

«Dunque» disse l’uomo quando il fiume di parole che lo aveva investito era diventato un rivolo e poi si era asciugato del tutto «Mi faccia riassumere la situazione: lei dice che ogni notte viene visitata da… insomma da…»

«Alieni» ripeté la ragazza, che a quanto pare non aveva paura a usare le parole «esseri di altri mondi.»

«Alieni, già… e questi alieni fanno l’amore con lei, tutte le notti, contro la sua volontà…»

«All’inizio era un vero e proprio stupro» disse lei ricominciando a piangere «mio dio che paura ho avuto, che mi facessero del male, che mi friggessero il cervello con qualche sonda, che mi vivisezionassero lì in camera mia, che mi costringessero a fare cose indicibili… ma volevano solo fare sesso con me: lo fanno proprio come noi, anche se il loro “coso” è diverso da quello degli uomini, per forma e colore. Eppure in qualche modo è stato possibile.»

«Ma come erano questi alieni? Somigliavano ai Grigi, ai Rettiliani o ai Nordici?»

«A nessuno di questi. Mi sono documentata sa? Ho letto molti libri sui cosiddetti incontri ravvicinati. Immagino ci siano tante razze nell’universo, è così grande, ci sono così tanti pianeti… ma quelli che sono venuti da me non assomigliano a ET o a quegli omini con la testa enorme, anzi non sono nemmeno umanoidi. Non hanno una testa, delle braccia e delle gambe. Sono più simili a un blob verde, fluido, semiliquido… disgustoso.»

«Dunque sono lontanissimi non solo dall’uomo, ma anche dalle altre specie terrestri; non assomigliano a nessuna forma di vita conosciuta…»

La ragazza si fece pensierosa.

«Forse un po’ alle amebe, ma grandi più di un uomo. Riuscivano però a passare da sotto la porta e dalle serrature, come se fossero liquidi. Era del tutto inutile chiudermi a chiave, quindi alla fine ci ho rinunciato.»

«Mi ripeta, quando sono iniziate queste visite?»

«Sei mesi fa; saranno sei mesi precisi il prossimo mercoledì.»

«C’è una cosa che proprio non mi torna, mi scusi: se sono così diversi da noi, perché desideravano accoppiarsi con lei? E soprattutto: come hanno fatto a metterla incinta?»

La ragazza si accigliò, asciugandosi le lacrime a un fazzoletto di carta.

«Lei non crede a una sola parola di quanto le ho raccontato finora, vero?»

«Non ho detto…»

«Eppure è tutto vero, com’è vero che temo il rapimento di mio figlio, quando sarà il momento del parto. Lo porteranno nella loro astronave, non so cosa vogliano fargli, vorranno probabilmente studiarlo come una cavia. È troppo orribile! No, non voglio pensarci. Non so come sarà mio figlio, neanche se sarà umanoide, ma non voglio lasciarlo a degli esseri così…»

«Così…?»

«Così schifosi!», urlò quasi la ragazza, ricominciando a piangere. Il giornalista del quotidiano locale si rese conto che c’era qualcosa di terribile in quelle parole, di folle soprattutto. Così, si limitò a prendere nota delle cose che quella poveretta gli aveva detto e la lasciò andare. Lei, attorniata a questo punto da uno stuolo di rappresentanti della comunicazione (s’erano affrettati perfino i ragazzi dei vari blog cittadini specializzati in “senzazionalismo” (come recitavano alcune delle testate che li rilanciavamo sia su facebook che su twitter e tik tok), riuscì a malapena a farsi largo e abbandonare quella saletta troppo stretta e anche un po’ pericolosa in tempo di Covid. Ma non fece in tempo a soffermarsi un attimo nel corridoio che l’avrebbe portata all’uscita dalla sala stampa dell’ordine dei giornalisti, che fu fermata da uno di quei giovani di un blog rivolto ai più giovani, agli adolescenti in particolare. La faccia di lei e lo sguardo erano tuttora quelli di chi è invaso da una specie di messaggio subliminale, di un folle, insomma. «La prego», le si rivolge il giovane del blog, indirizzando la telecamerina del suo cellulare verso la faccia di lei, «ripeta alcune delle cose che ha detto in sala stampa, anche per noi giovani. Non immagina la curiosità che sta circolando nelle scuole, negli ambienti sportivi giovanili, su questa faccenda del sesso con gli alieni…». Il ragazzo riuscì a trattenere la risata che gli sarebbe salita spontanea sulla bocca al solo pronunciare quella frase. Ma fu fortunato. La ragazza lo guardò come in trance, e ripetè pari pari quello che poco prima aveva detto al più quotato giornalista, ben conosciuto nell’ambiente cittadino. Il ragazzo stette attento a non sbagliare la ripresa di tutto il fisico di quella ragazza, abbastanza in carne e sufficientemente formosa per suscitare gli appetiti dei suoi coetanei. Perfino la pancetta, che ormai si notava a tendere la stoffa della minigonna piuttosto audace che indossava, rendeva ancora più intrigante l’effetto che quella ripresa doveva produrre sui suoi abituali visitatori.

A questo punto la ragazza, convinta di avere seminato quei petulanti personaggi che, in forme diverse, sembravano reinventare la figura di altri tempi del “paparazzo”, imboccò con decisione il portoncino che la portava fuori da quella ressa in cui, incautamente, si era fatta rinchiudere.

Ma non fece che pochi passi che fu fermata da un paio di persone, un uomo e una donna, che si qualificarono come i rappresentanti della radio locale più seguita in città, i quali non intendevano farsi sfuggire l’occasione di far sentire la voce della “ragazza del sesso con gli alieni”, come ormai cominciavano a chiamarla. Lei, ancora presa dal sacro furore che l’aveva portata a raccontare in quella forma esplicita ciò che, da alcuni mesi le capitava ogni notte, disse loro chiaramente che non ne poteva più di ripetere quelle cose. Li guardò con una faccia che alla donna sembrò davvero strana e ossessionata da quella storia di sesso “alieno”. «Possibile che questa pensi di raccontarci che fa sesso con questi strani esseri ogni notte da più di sei mesi? O è matta, o ci prende per i fondelli», pensò tra sé, senza tuttavia azzardarsi a pronunciare un discorso del genere. La cosa era ormai montata in città e il mestiere imponeva di fare ascoltare dal vivo la voce di questa strana protagonista. «Non ci deluda, signorina», fu quello che disse, squadrandola meglio da vicino e provando perfino un po’ di invidia per un fisico niente male di quella mezza pazza. Ancora una volta la ragazza tentò di sottrarsi all’altoparlante che già le stavano sottoponendo e alle domande con cui la incalzavano. Lei stava muta e respingeva, come poteva, le richieste di parlare. E tentò di incamminarsi per la sua strada. Il giornalista, che aveva sudato le classiche sette camicie per portare la radio ai massimi ascolti in città, non intendeva certo farsi snobbare dalle riprese sui social di quei ragazzini che l’avevano intervistata. Così buttò giù l’ultima carta. «Signorina, se fa un bel racconto come poco fa anche per noi, le possiamo dare almeno cento euro per il suo disturbo». La ragazza lo guardò come avrebbe potuto fare una nobildonna offesa da una offerta in denaro. Ma il giornalista non si fece intimorire e raddoppiò l’offerta fino a duecento euro. Quando, non scoraggiato dallo sguardo allucinato della ragazza, le offrì quattrocento euro e tirò fuori, aiutato dalla collega, le monete promesse, ottenne anche lui il suo bel racconto, condito dei particolari già dichiarati sul “coso” degli alieni e quant’altro su quello che succedeva ogni notte nella sua camera.

Convinta di aver esaudito il desiderio di notizie di tutti, la ragazza si avviò finalmente a imboccare la strada di casa. Ma si illudeva. La tv locale, che aveva speso fior di centinaia di migliaia di euro per costruire il più bello e tempestivo dei notiziari cittadini e non solo, non intendeva per nessuna ragione farsi sfuggire l’occasione di far parlare quella che quel giorno era l’autentica protagonista della cronaca locale. La ragazza fu rincorsa da una vera e propria troupe che la circondò e la costrinse ad aspettare la famosa giornalista addetta alle cronache più vivaci e piccanti sui fatti cittadini. Istruita dal giornalista della radio, non mise tempo in mezzo, anche perché tra non molto doveva montare il servizio per l’edizione della sera, e offrì cinquecento euro alla ragazza per l’intervista e il racconto di prassi. A settecento la ragazza cominciò a rispondere alle domande, con particolari («quando riescono a penetrarmi, la materia del “coso” tende a consolidarsi come quello degli umani»), che non aveva dichiarato a nessuno degli intervistatori precedenti. La giornalista avrebbe emesso gridolini di gioia, se non fosse stato sconveniente per la serietà del servizio.

Ora era finito sul serio quel vero e proprio assedio. Affrettò il passo verso casa e si meravigliò lei stessa che più nessuno la stesse seguendo.

Quando finalmente aprì il portone del palazzo di casa sua, trovò ad aspettarla una signora, che già altre volte aveva avuto modo di lamentarsi con lei.

«Io non voglio certo dirle come deve comportarsi, signorina», attaccò appena furono vicine, «le chiedo solo di pregare quegli energumeni che tutte le notti entrano nel suo appartamento di fare…quello che fate, con un po’ di discrezione, senza tutti quei mugolii e quei sospiri ad alto volume che sveglierebbero perfino un morto…la prego signorina. La sua è una vera e propria ossessione. Qualche volta, per piacere, resista e ci lasci una sera in pace!»

Vista l’ora, la ragazza sembrava solo avere fretta di rientrare in casa per mangiare qualcosa e prepararsi per la serata che l’aspettava. Così tirò fuori un paio dei biglietti da cento euro che aveva riscosso dai giornalisti e li allungò a quella signora.

«Ognuno ha l’ossessione che si ritrova, signora. Se ne faccia venire una anche lei!» E si incamminò verso il piano superiore, a casa sua, nel più assoluto silenzio.

Caterina Perrone legge “Psicosfera” di Massimo Acciai e Carlo Menzinger

Un mondo al contrario, lo scenario si svela nel progredire della storia, inatteso, imprevedibile.

Non è facile immaginare un mondo cavo, dove non esiste il cielo dove il sotto e il sopra sono lo stesso palcoscenico, dove le forze gravitazionali si distribuiscono in modo a dir poco inedito. Ci accompagnano in questo cammino abbagliante di sorprese un drappello di astronauti e una comunità di psiconauti. Perché ancora non abbiamo compreso appieno le forze che dominano gli eventi.

È difficile concepire che nel magma incandescente situato nel profondo della crosta terrestre vivano, o forse meglio esistano potenti entità psichiche. (Chissà se la dico giusta)

È forse perché non possono vedere le stelle che questi esseri percepibili, ma non visibili se non come emanazioni, che si esprimono attraverso i sogni, vorrebbero diffondere la vita nello spazio ‘intero. È per questo che si occupano degli uomini e cercano di condurli verso un’evoluzione che li lanci a colonizzare altri pianeti.

I protagonisti umani credevano già di partecipare a una storia molto ambiziosa e gravida di futuro, mentre volavano in una stazione spaziale o si avventuravano nella colonizzazione di Marte, e invece sono trascinati, loro malgrado, in un progetto che non sembra appartenere alle loro aspettative, che all’inizio non riescono a capire, di cui poi diventeranno consapevoli e consenzienti.

Un gioco di illusioni tra realtà, percezione e sogno, che a volte è più reale e, come sempre, più significante del reale, a saperlo interpretare.

Perché la “materia” vincente o forse si potrebbe dire la “forza” è quella psichica coesa, in una comunità di pensieri e di volontà che agiscono meravigliosamente all’unisono e quindi creano un fantastico, esorbitante potere. Tanto da manovrare gli umani, dirigerli verso un loro possibile destino. Anche sulla crosta terrestre, che parrebbe ormai insignificante rispetto alla complessità del mistero che si svolge sotto, ci sono uomini e donne che sanno collegarsi in una rete telepatica, raccontando potenzialità dimenticate della mente umana e della forza che si sprigiona dall’essere coesi e rivolti nella stessa direzione.

Naturalmente lo scenario prevede forze contrarie, entità che non credono alle potenzialità umane, ma piuttosto vogliono promuovere altre creature. Come dar loro torto?

La battaglia tra il bene e il male, nelle sue diverse forme non conosce fine.

Un inno alla comunità di forze e intenti che, nel bene e nel male, creano poteri giganteschi in lotta tra loro e non si sa chi vincerà, forse nemmeno alla fine del libro.

Ma qual è il bene? E qual è veramente il male? A ogni lettore il suo verdetto.

di Caterina Perrone

Caterina Perrone con Psicosfera

Si ricorda che i lettori di “Psicosfera” possono partecipare con i propri racconti all’antologia “Dal profondo” come indicato qui.

WEN – VISIONE – Nuovi mondi – Carlo Menzinger

Che cosa mi succede? Mi gira la testa. Mi si appanna la vista. Anzi no. Non si appanna. Vedo qualcos’altro. Qualcosa si sovrappone all’immagine della mia stanza, come un ologramma, come un fantasma…  Deve essere per quei funghi raccolti ieri nel bosco… Eppure parevano i soliti. Mi stanno dando delle allucinazioni. Sento anche come una voce dentro di me.

Vedo il mare. Forse l’oceano. Qualcosa… Qualcosa emerge dall’acqua, una superficie curva. Un sottomarino? No. È enorme. Si alza ancora. Una sfera. Una grande sfera lucida, bagnata. Si solleva sopra il mare. In cielo. La voce dentro di me la chiama “psicosfera”. Da dove viene questa voce? Dall’abisso? Dalle profondità della Terra… non del mare, da un luogo ancora più profondo… dal magma ribollente al centro del pianeta. Un’energia psichica. Un’energia onirica che mi parla e che ha creato questa sfera, che la fa librare. Mi dice che l’hanno fatta per noi, per l’umanità? Chi? Non capisco chi l’ha fatta. Perché? Per salvare il nostro mondo, questo pianeta che stiamo uccidendo con inquinamento, stragi di specie viventi, desertificazione, alterazioni climatiche. Ci porteranno via, altrove, su nuovi mondi… per ricominciare.

Che allucinazione! Non ci sono altri mondi in cui andare. Le stelle sono troppo lontane. Sono proprio fatto. Eppure continuo a vedere questa sfera davanti a me, come se fossi davvero in mezzo al mare. È partita! È schizzata via. Verso altri mondi? Portando cosa? Non so. Non capisco. Sono confuso. Mi stendo sul letto. Chiudo gli occhi. Prima o poi mi libererò da questa visione. L’allucinazione passerà. Nuovi mondi? Follia!

Firenze, 20/03/2022 – Racconto ispirato a “Psicosfera” di Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal, in corso di pubblicazione con Tabula Fati.

WEN – VISIONI – Il Visionario – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Lo chiamavamo “il Visionario” per via delle visioni che diceva di avere. Non molto originale da parte nostra, d’accordo, invece le sue visioni lo erano eccome originali! Il vero nome lo avevamo a poco a poco dimenticato, giù al circolo; ormai per tutti quelli che lo conoscevano era semplicemente il Visionario. Non ricordiamo quando iniziò di preciso: un giorno di qualche anno fa si imbambolò durante un’accesa discussione calcistica e rimase in stato di trance per quasi dieci minuti, durante i quali ci preoccupammo non poco. Quando si riprese farfugliò qualcosa riguardo a un mostro del futuro che non avrebbe immaginato neanche Lovecraft. Ce lo descrisse nei minimi dettagli, come se lo avesse visto davvero, compreso sentire l’odore non proprio invitante. Il mostro sarebbe vissuto sulla terra tra qualche millennio o milione di anni, dopo la scomparsa del genere umano; o forse le sue forme grottesche vagamente umanoidi facevano sospettare una discendenza che la ragione rifiutava.

«È un mondo morente» ci diceva, con le mani tremanti appoggiate al tavolo «illuminato da un sole rosso, smorto, sanguinoso.» Dopodiché buttò giù in un sorso lo spritz e fu incapace di continuare, troppo spaventato.

Da allora le visioni arrivano un paio di volte al mese, sempre al circolo, e riguardavano cose di un futuro, o di un passato, mostruosamente lontani e inconcepibili. Visioni di morte, di deformità, di guerre tra esseri demoniaci, di paesaggi alieni che pure appartenevano al nostro mondo – lo testimoniava la luna, presente in molte visioni, che era la stessa che conoscevamo, ora più grande, ora più piccola.

Il nostro amico non era più lo stesso: il suo carattere un tempo gioviale e pronto alla battuta era diventato chiuso e malinconico, a tratti scontroso. Lo prendevamo in giro perché eravamo a nostra volta spaventati da quelle visioni, ma gli volevamo bene, era uno di noi fin da ragazzo: il nostro era un modo per esorcizzare questa paura, e lui se ne rendeva conto ma non ci risparmiava i suoi racconti.

«Silenzio…silenzio! Forse qualcuno sono riuscito a prenderlo…qualcuno dei primi decenni degli anni duemila… un migliaio di anni prima che tutto accadesse». Andreas si guardò intorno. Erano rimasti poco più di un paio di dozzine di umani, riparati dalla grande mutazione radiale in quel minuscolo atollo, sperso negli oceani che si erano ricomposti a casaccio a seguito di quegli incredibili avvenimenti. La prima che accorse a quel richiamo fu lei, A’mina, la sua compagna di avventure da più di un paio di centinaia di anni. Anche lei, come lui, ormai vicina al termine degli effetti di rallentamento dell’invecchiamento organico che la scarsa attrezzatura che erano riusciti a salvare aveva finora loro garantito. Ma naturalmente si fecero sotto anche gli altri, scettici sulla reale possibilità che l’esperimento di Andreas potesse andare a buon fine.

Fu il giovane quindicenne Vichy, nato dopo la grande catastrofe, a chiedere spiegazioni su cosa faceva e con quale strumento.

«Vedi questo meccanismo, simile a quegli antiquati iPad di cui avrai sentito parlare. Ebbene, attraverso questi gingilli eravamo riusciti a far transitare flussi di concetti, che si traducevano in visioni vere e proprie, capaci di trapassare una quantità determinata di anni. In sostanza servivano, nel nostro mondo, per diffondere conoscenza a larghissimo raggio spaziale e temporale dopo che le classiche forme di apprendimento tradizionale erano ormai diventate obsolete rispetto alla tecnologia. Naturalmente occorrevano brevi periodi di addestramento verso coloro (talvolta anche decine di milioni di esseri umani) cui si rivolgevano». Il giovane sembrava più scettico che convinto. «E ora a chi pensi di rivolgerti?», domandò, consapevole che di tutti i dieci e oltre miliardi di esseri umani che popolavano la terra, gli unici rimasti erano ristretti lì intorno. E, per quanto giovane, consapevole anche che non era possibile rivolgersi ai nuovi mutanti (o mostri, come tutti li chiamavano) che li avevano sostituiti, che se li avessero localizzati, li avrebbero distrutti in un baleno.

A questo punto Andreas aspettò che tutti si fossero disposti in cerchio di fronte alla sua postazione, per metterli al corrente del suo esperimento.

«Sono mesi che sto mettendo mano a questo apparecchio, cercando di capire quali sostanze possono servire per allungare tantissimo il raggio temporale entro cui possa essere utilizzato. Ne ho provate di tutte. Il litio alla base della sua memoria del tempo, che non siamo in grado di procurarci, può essere sostituito e arricchito dalle sostanze ricavate da una particolare conchiglia presente nella nostra zona. Non sapevo fino a quanto potevo spingermi nella forbice temporale. Ora, forse, l’ho capito. Si può arrivare fino a prima della catastrofe. Prima cioè che il raggio di ampiezza del buco dell’ozono fosse irrecuperabile e di lì, come è avvenuto, arrivassero i mostri che hanno distrutto la razza umana e il nostro vecchio pianeta»

«E cosa pensi di trasmettere e a chi?» chiesero quasi insieme alcuni di quelli più attenti alla sua spiegazione.

«Per quanto riguarda a chi trasmettere, sono dovuto andare a casaccio, accontentandomi, per ora, di aver agganciato una persona cui trasmettere i messaggi inscatolati nella macchina che vedete. Perché questa seconda è la questione più grossa. Non possiamo costruire nuovi messaggi o visioni. Possiamo solo trasmettere quelle accumulate e salvate nel tempo dentro il meccanismo»

Il giovane Vichy e quelli che avevano fatto la domanda si guardarono negli occhi con una faccia piena di interrogativi, cui Andreas sentì il dovere di dare delle risposte.

«Per il momento trasmetto, a intervalli, nella mente di questo che ho agganciato, gruppi di immagini dei nuovi mostri così come lì ho potuti salvare nel meccanismo. Poi, un po’ alla volta, vedo di mostrare le immagini di momenti della distruzione in cui siano visibili anche gli umani distrutti o inceneriti dalle macchine infernali degli umanoidi, come li chiamiamo noi. Il problema è che se rimane solo lui, quello che ho agganciato, rischia di essere preso per uno che ha delle visioni, senza conseguenze»

Ancora una volta fu il punto interrogativo quello che si disegnò sulla faccia dei suoi ascoltatori.

«L’ideale» concluse Andreas «sarebbe di poterne agganciare almeno un altro, magari più giovane e vispo, perché veda le stesse cose e faccia nascere, in qualche uomo di scienza, il dubbio che stiamo mandando loro messaggi perché intervengano prima della distruzione totale»

Il Visionario si è bloccato ancora una volta nel bel mezzo di una discussione di niente con gli amici. Comincia ancora una volta a parlare di mostri, di scontri bestiali che stanno infiammando pezzi di territorio. Ma questa volta c’è una novità. Che lo fa impaurire più di altre volte. «Ci sono essere umani, uomini, donne, bambini…vengono annientatati a centinaia, a milioni…ma che sta succedendo? Perché tutto questo? Possibile che non si possa intervenire?»

Questa volta ci fa preoccupare davvero. Si mette perfino a piangere. Ma tutti, ormai abituati a queste scene strazianti del visionario, cerchiamo di consolarlo e niente più.

Poi arriva un giovane di poco più di tredici anni. Comincia a dire di vedere le stesse cose di cui sta parlando il Visionario. Gli si avvicina e cominciano a parlare. Ora è il giovane che anticipa il Visionario con le scene che racconta e sono le stesse per entrambi.

Gianni è lì che ascolta. Lui è assistente alla facoltà di astrofisica. Non ha capito un gran che di quelle visioni incrociate. Ma qualcosa comincia a sospettare. Si fa avanti e, quando si calmano, prende da parte il Visionario e il ragazzino.

«Domattina, per favore, tenetevi liberi. Mi dovreste accompagnare a Sesto Fiorentino, alla facoltà di scienze a parlare con i docenti che vi dirò»

I due danno la loro disponibilità. Nessuno di noi ha da dire più niente sulle visioni del Visionario.

Considerazioni su “Stella rossa”

Di Massimo Acciai Baggiani

Di recente mi è stato consigliato, dal compagno Franco del Circolo Operaio[1], un interessante romanzo di fantascienza russa pubblicato nel 1908 da Aleksandr Bogdanov (1873-1928). Benché abbia più di un secolo, Stella Rossa (Krasnaja Zvezda), è ancora godibilissimo e fonte di riflessioni sempre attuali.

La trama è piuttosto semplice: il protagonista, Leonid (Lenni per gli amici, chiaro anagramma di Lenin), è un socialista moderato impegnato nel partito; un giorno incontra un compagno che si rivelerà un marziano sotto mentite spoglie (i marziani sono fisicamente molto simili ai terrestri, hanno soltanto gli occhi più grandi a causa della minore irradiazione solare sul loro pianeta). Questi, Menni, è un grande scienziato in missione: gli propone di accompagnarlo nel viaggio di ritorno su Marte per iniziare a instaurare relazioni tra i due pianeti – la Terra e la “stella rossa” (termine improprio visto che Marte non è una stella ma un pianeta, anche se tale viene vista ad occhio nudo da noi).

Lenni accetta all’istante, senza alcun dubbio (prima stranezza) e in breve si ritrova a bordo di un’astronave sferica che sfrutta la “materia minus”, una sorta di materia antigravitazionale che – per intenderci – “cade” verso l’alto anziché andare in basso[2]. Il lungo viaggio non è privo di pericoli, tanto che uno dei personaggi minori ci rimette le penne. Arrivati a destinazione il terrestre viene istruito su usi e costumi locali, e qui entriamo nella parte più interessante dell’opera, che si configura come un romanzo filosofico dal sapore settecentesco. Utopia o distopia? Siamo in una zona ambigua, non netta come nelle distopie novecentesche o nelle utopie precedenti. Su Marte, immaginato da Bogdanov, si è realizzato il “perfetto” socialismo: il pianeta rosso viene percepito (già ne La guerra dei mondi di H.G.Wells) come molto più antico del nostro, con un’evoluzione che ricalca in più punti quella terrestre. Anche la razza intelligente che lo popola ha avuto una storia simile, ma è andata oltre al capitalismo e allo sfruttamento che pure ha attraversato in epoche antiche; la rivoluzione socialista si è realizzata già da un paio di secoli, ma senza la violenza della storia terrestre: in altre parole la Terra è il pianeta giovane e turbolento mentre Marte il fratello maggiore più pacato:

«i due popoli sono come due fratelli. Il maggiore ha un carattere tranquillo ed equilibrato, invece il minore è violento e impetuoso. Il più piccolo spreca le proprie forze nel peggiore dei modi e commette più errori; la sua infanzia è stata dolorosa e travagliata, e ora con il passaggio alla giovinezza soffre di frequenti crisi angoscianti.»[3]

Vedremo poi che il “fratello maggiore” non sarà così saggio e perfetto…

Bogdanov entra in merito a diversi aspetti di questa strana società extraterrestre, dalla sua economia alla produzione industriale, dall’educazione alla lingua, eccetera. Mi viene da soffermarmi su questi ultimi due aspetti. La scuola marziana è molto più evoluta della nostra:

«Il fatto è che da noi lo studio non comincia mai dai libri […] Il bambino ricava le sue informazioni dalla viva osservazione della natura e dalla comunicazione attiva con altre persone. Prima che affronti un libro del genere ha già compiuto una considerevole quantità di viaggi, ha visto molteplici immagini della natura, sa riconoscere diversi tipi di piante e specie di animali, ha familiarità con l’uso del telescopio, del microscopio, della fotografia, del fonografo, ha già udito storie sul passato e dei tempi andati dai bambini più grandi, dagli insegnanti e dagli amici più vecchi.»[4]

La “Casa dei bambini” marziana ha diversi punti in comune tra l’altro con la mia visione educativa, antinozionistica e libertaria, espressa nel mio romanzo breve La nevicata (2015). Interessante anche l’accenno alla lingua marziana, in cui i nomi non variavano in base al sesso ma al tempo, concetto di difficile comprensione per il protagonista:

«nelle vostre lingue, nominando un oggetto, vi date un gran daffare a stabilire se questo sia maschile o femminile, il che, in sostanza, non è fondamentale, e per gli oggetti è addirittura strano. Più importante è la distinzione tra quelle cose che esistono, quelle che non esistono più oppure quelle che esisteranno […] quando parlate di una casa bruciata da un incendio, o di una casa in costruzione, adoperate la stessa forma cui fate riferimento per la casa in cui vivete. Non esiste forse una grande differenza in natura tra una persona vivente e un defunto […]? Voi necessitate di intere parole e frasi per definire una simile differenza, non è meglio esprimerla con l’aggiunta di una sola lettera nella parola stessa?»[5]

Più avanti si accenna anche a un’unica lingua universale (come non pensare all’esperanto?) di derivazione però naturale, vista la mancanza del nazionalismo presso i marziani: sono esistiti solo dialetti intercomprensibili, spazzati poi via dalla letteratura.[6] A proposito di quest’ultima, scopriamo una vena polemica di Bogdanov verso le nuove correnti poetiche che hanno distrutto il verso classico e la rima. Presso i marziani invece:

«la regolarità ritmica ci appare bella non per amore delle convenzioni, ma perché è in profonda sintonia con la regolarità ritmica della vita del pensiero. Le rime, che portano a compimento la variegata sequenza nell’accordo finale, non equivalgono forse al profondo legame vitale tra le persone, che rafforza la loro intima diversità per mezzo del piacere derivato dal rapporto non l’arte?»[7]

Se all’epoca in cui scriveva Bogdanov il cinema muoveva i primi passi, si era ancora nell’epoca del muto, su Marte c’è già il cinema 3D[8], e in questo l’autore è stato un precursore notevole. La scienza è più avanzata, tramite trasfusioni di sangue[9] la durata della vita è più che raddoppiata rispetto al passato, ma la natalità non si è adeguata. Ricordiamoci di questo dato, ci torneremo più avanti per dare un giudizio meno idilliaco della “perfetta” società marziana. Riporto qui sotto un brano che va contro tutte le mie idee riguardo al controllo demografico, ma che pure è importante per comprendere l’opera di Bogdanov e il suo pensiero:

«Ridurre la natalità? Questo sarebbe appunto il trionfo degli elementi della natura, la rinuncia alla crescita illimitata della popolazione, un’inevitabile battuta d’arresto sul gradino più basso della scala dello sviluppo. La vittoria si ottiene solo con l’offensiva. Quando rinunceremo alla crescita del nostro esercito, vorrà dire che saremo già assediati dagli elementi della natura su tutti i fronti. In quel momento inizierà a indebolirsi la fede nella nostra forza collettiva, nella nostra grande vita comune. Assieme alla fede andrà perduto anche il senso della vita di ognuno di noi, poiché in ciascuno una piccola cellula di un complesso organismo vive il Tutto e ognuno vive nel Tutto. No, ridurre la natalità sarebbe l’ultima decisione che prenderemmo; e quando ciò accadrà, a prescindere dal nostro volere, allora sarà l’inizio della fine.»[10]

Già qui iniziamo a dubitare della saggezza marziana e della sua superiorità rispetto alla razza umana. Veniamo infatti a sapere che le risorse del pianeta si vanno rapidamente esaurendo e che i marziani tengono d’occhio due pianeti vicini per risolvere i loro problemi dovuti alla “crescita illimitata della popolazione”: Venere – raffigurato come un mondo più giovane rispetto alla Terra, selvaggio e popolato di dinosauri, senza specie intelligenti[11] – e naturalmente il nostro mondo. Vedremo più avanti in che modo viene visto il nostro pianeta da questa intelligenza socialista aliena.

Apprendiamo intanto che su Marte l’eutanasia è legale e molto praticata, soprattutto dagli anziani che hanno perso il senso della vita[12]. Questo e altri aspetti della società aliena vengono immagazzinati nella mente sempre più allucinata di Lenni, il quale finisce con l’ammalarsi e soffrire appunto di allucinazioni. Viene curato amorevolmente da Netti, che si rivelerà una donna (le differenze di genere sono meno marcate tra i marziani) di cui si innamorerà e con cui avrà una relazione. Seguiranno altri flirt con donne marziane, a testimonianza che le due razze sono piuttosto vicine biologicamente, e che l’uomo è poligamo di natura.

Ci avviciniamo al cuore della trama: Lenni scopre infine i piani poco amichevoli dei marziani nei confronti dei terrestri. Dicevamo che due erano le scelte possibili per risolvere i problemi di penuria di risorse naturali: colonizzare il pianeta Venere, disabitato ma selvaggio, e la Terra. Sterni, uno degli scienziati capo marziani, nella sua fredda logica aliena giunge alla conclusione che l’unica soluzione possibile sarebbe quella dello sterminio totale della razza umana, la quale è giudicata inferiore e bellicosa, non disponibile a dividere pacificamente il pianeta con i nuovi arrivati (non avrebbero tutti i torti, i terrestri, vista la “crescita illimitata della popolazione” che porterebbe a uno sfruttamento selvaggio anche della Terra). Qui si inserisce una forte critica alla “politica coloniale” perseguita dai terrestri e al loro egoistico concetto di “patriottismo”[13] e «il desiderio egoistico di autoconservazione»[14] (sic) che li porterebbe a odiare i marziani invasori e a rendere loro la vita difficile nonostante la netta superiorità bellica di questi ultimi. Il socialismo terrestre viene considerato irrimediabilmente primitivo rispetto a quello marziano, e gli stessi socialisti russi sarebbero dei nemici alla fine. La frase conclusiva di Sterni per cui «una forma di vita superiore non può essere sacrificata a favore di una inferiore»[15] ci riporta a concetti che erano ancora di là da venire rispetto al 1908, ma che noi conosciamo purtroppo molto bene (anche se a qualcuno bisognerebbe ricordarli…). Ricordiamo anche che La guerra dei mondi di H.G. Wells era stato pubblicato una decina d’anni prima; i cattivissimi e mostruosi marziani welliani non appaiono affatto peggiori di quelli umanoidi di Bogdanov, almeno per quanto riguarda la politica interplanetaria.

La “soluzione finale” hitleriana ante litteram proposta da Sterni viene per fortuna bocciata in favore a quella più “umana” e razionale di Netti, la quale non nega che «il debole deve soccombere al forte»[16], ma che tutto sommato una convivenza pacifica potrebbe essere possibile in nome dell’unione e dell’amore, quindi meglio buttarsi su Venere. La visione di Netti è condivisa da Menni. Lenni, sconvolto dall’aver appreso la proposta di Sterni, lo uccide nel suo studio e viene quindi rimandato sulla Terra, in un manicomio dove dubita di aver realmente vissuto il suo periodo marziano, finché non compare Netti che, ancora innamorata, se porta via, non sappiamo dove.

Firenze, 1° aprile 2022

Bibliografia

Acciai Baggiani M., La nevicata e altri racconti, Sesto Fiorentino, PoetiKanten, 2015.

Bogdanov A., Stella rossa, Milano, Alcatraz, 2018.

Wells H.G., La guerra dei mondi, 1898.


[1] Dove faccio occasionalmente volontariato.

[2] Come nel mio racconto Inversione gravitazionale

[3] Cfr. Bogdanov A., Stella rossa, Milano, Alcatraz, 2018, p. 73.

[4] Ibidem, p. 66.

[5] Ibidem, pp. 59-60.

[6] Ibidem, p. 69.

[7] Ibidem, p. 108.

[8] Ibidem, p. 123.

[9] Ricordiamo che Bodganov morì a causa di una trasfusione di sangue da uno studente malato di tisi e malaria, qualcuno vi ha visto una sorta di suicidio che ci riporterebbe alle considerazioni sull’eutanasia che l’autore ha inserito nella sua opera.

[10] Ibidem, p. 111.

[11] Si veda anche la visione che ha di Venere gli scrittori americani Ray Bradbury e Isaac Asimov, per fare degli esempi.

[12] Ibidem, p. 117.

[13] Ibidem, p. 164.

[14] Ibidem, p. 166.

[15] Ibidem, p. 171.

[16] Ibidem, p. 174.

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