WEN – INCUBO – Il ragazzo di sale – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Fin da ragazzo avevo un incubo ricorrente. Chiaro, non è che lo facevo proprio tutte le notti, però mi capitava in media una o due volte al mese. Nell’incubo temevo i temporali perché ero fatto di sale e mi sarei sciolto completamente, lasciando solo una pozza di acqua marina sull’asfalto impietoso. In particolare temevo le cosiddette “bombe d’acqua” improvvise e infide, da cui non ti ripara neppure l’ombrello. Magari sto andando a scuola a piedi, il cielo si riempie di nubi bluastre e in pochi secondi si scatena il finimondo, non lasciandomi scampo. Di solito mi svegliavo urlando, in un lago di sudore, come se avessi effettivamente iniziato a sciogliermi anche nella realtà. Mi rendevo conto che si era trattato di un semplice incubo e mi ributtavo giù ma con la paura di riaddormentarmi e riprendere dal punto in cui ero rimasto, come in un film horror.

Le bombe d’acqua comunque le temo anche nella realtà, non perché abbia davvero paura di sciogliermi, ma per un istinto primordiale che mi paralizza la mente. Temo quegli scrosci improvvisi quando sono in auto e non riesco a vedere nulla oltre il parabrezza, rischiando di fare un incidente, soprattutto quando attraverso un sottopassaggio. Ma anche quando sono a piedi, seppure in misura minore perché un riparo posso quasi sempre trovarlo. In quel caso però ho una paura fottuta di essere colpito da un fulmine e finire incenerito. Insomma, quando sono al riparo e al sicuro me ne rido di tutti i temporali e gli uragani del mondo, ma quando sono fuori casa…

Questa fobia mi ha messo in seria difficoltà in un’occasione, qualche tempo fa. Ero in macchina insieme a una mia amica… o meglio, per lei io ero solo un amico ma lei per me era qualcosa di più, anche se non glielo avevo mai detto. Si chiamava Fiamma, e già il nome lo trovavo bellissimo: era la traduzione in italiano del suo vero nome, infatti veniva dalla Lituania. Studiava letteratura all’università ed era in quell’ambiente che l’avevo conosciuta. No, non sono uno studente, sarei davvero troppo fuori corso per esserlo; lavoro alla caffetteria del campus. Tutti i giorni lei parlava con me per far pratica con la lingua, che padroneggiava già bene ma che voleva portare alla perfezione. Io l’aiutavo volentieri, come potete ben immaginare. Una parola divenne due, poi tre, e in poco tempo era nata un’amicizia che andava al di là della caffetteria. Infatti avevo trovato il coraggio di offrirmi di portarla a visitare quei luoghi nei dintorni di Firenze dove di solito i turisti stranieri non vanno, principalmente perché non li conoscono o perché rimangono un po’ fuori mano. Lei non aveva l’auto in Italia, così misi a disposizione la mia Golf.

Stavamo salendo nel bosco per la via stretta e piena di curve che da Colonnata porta alla Panoramica Colli Alti, a Monte Morello, quando cominciò a piovere. Dapprima fu una pioggerella lieve, quasi allegra, ma presto divenne minacciosa. Il cielo faceva paura, era così scuro che dovetti accendere i fanali. Intanto veniva giù acqua a scroscio, tanto che i tergicristalli alla velocità massima erano del tutto inutili. Un vero tempo da lupi. Sembrava che il mio incubo ricorrente avesse preso forma nella realtà. Accanto a me Fiamma non sembrava affatto preoccupata, si fidava totalmente di me, dell’“italiano che se la sa cavare in ogni circostanza” e che conosce bene il territorio. Non volevo deluderla, ma me la stavo facendo sotto anche se cercavo di non darlo a vedere.

A un certo punto lo scroscio d’acqua si trasformò in un vero e proprio muro, come una cascata di quelle quando un fiume fa un vero e proprio salto di decine di metri, che mi impedì di vedere dove la Golf stava andando. Fu all’imbocco di quella lieve discesa che fa la strada prima delle rampe più robuste per arrivare alla “Bottega di morello”, insomma dove si trova lo storico ristorante “L’Ulivo Rosso”, che accadde l’inevitabile: un grosso camion si era immesso nella strada, non lo vidi e andai sbatterci contro con una notevole violenza.

Sono chiuso nell’abitacolo della Golf. Il camion è riuscito a districarsi e a procedere per la sua strada. Siamo soli io e Fiamma in quel piccolissimo spazio cui si è ridotto il mio veicolo dopo la botta. Io mi tocco la testa e sento il sangue che scorre coprendomi quasi tutta la faccia. Vedo l’acqua che comincia a infiltrarsi dentro l’auto dallo squarcio che si è prodotto nella fiancata al momento della collusione col camion. Sono preso dalla paura e dal panico. «Aiuto Fiamma!», comincio ad urlare «Se entra l’acqua e mi ricopre, mi scioglierò come neve al sole. Io sono di SALE!». Sono un po’ imbarazzato a confessare questa verità proprio a lei, sapendo che se scopre questa mia debolezza, non vorrà certo più saperne di me, né come amico, né tantomeno come innamorato!

Fiamma, contrariamente a tutte le mie paure, si avvicina ancora di più a me, mi prende la testa tra le mani, incurante del sangue che le cola sulle mani. Poi fa una cosa che non mi sarei mai aspettato. Mi bacia, con un bacio così dolce che finisce per farmi dimenticare la ferita sulla testa e i rischi di dissanguamento che sto correndo. Poi Fiamma mi guarda fissa negli occhi. Io, a causa del sangue che continua a colare, riesco a malapena a vederla. Sorrido come un idiota per la cosa bellissima che mi ha regalato.

Poi si fa più serie e mi dice: «Considera questo bacio come il regalo che ho fatto ad un amico che sta per morire! Non ti resta molto, purtroppo. Il tempo che il poco sangue che ti è rimasto nelle vene finisca di colarti giù dalla faccia e di te rimarrà solo un corpo morto! E poi, come se non bastasse, tra poco qui sarà pieno d’acqua. Io penso di farcela a uscirne viva, ma tu di sale sei e di acqua ritornerai!»

La sensazione più brutta che mi lasciano queste parole di Fiamma è che le pronuncia quasi con soddisfazione. Come se io per lei rappresentassi più un peso che un piacere, o almeno un amico.

Il fatto è che ha ragione, il sangue non smette di scendere, l’acqua comincia ad entrare dentro in dosi sempre più massicce. Ora sento i miei piedi che si stanno ricoprendo di acqua. Fuori il temporale continua ad impazzare, senza scampo!

«I miei piedi, i miei piedi!» comincio ad urlare quando avverto la sensazione di toccare il fondo della Golf direttamente con l’osso dello stinco. Insomma, mi sto sciogliendo e sono destinato a scomparire!

Allora decido di mettermi ad urlare con quanto fiato ho in gola: «Aiuto Fiamma! Aiuto! Portami via di qui! Non mi far sciogliere come fossi un sacco di sale! Non così, ti prego!» Mentre urlo fino a sentire la gola che mi fa male, mi rendo conto che la mia voce esce solo a tratti, in maniera confusa e nessuno riuscirà mai a capire cosa sto dicendo! Ora è davvero un incubo quello che sto vivendo! Poi, finalmente, una parola riesco a urlarla chiaramente «Fiamma, Fiamma!»

Per tutta risposta ricevo uno schiaffo in pieno viso che mi costringe ad aprire gli occhi.

La faccia che vedo vicinissima alla mia non è quella di Fiamma.

«Salve, io sono Marisa, l’infermiera che ti è stata vicina per tutti questi dieci giorni che sei stato in coma sanitario. Te la sei vista brutta, giovane. La botta l’hai presa tutta tu. Sei riuscito a far girare l’auto in maniera che il camion ti si schiantasse addosso. Scusa se ho dovuto darti uno schiaffo, perché insistevi a urlare quel nome. Ma quando ho capito che stavi riprendendo coscienza, dovevo farlo per farti uscire definitivamente da questo stato»

Guardo Marisa con occhi pieni di sorpresa e chiedo cosa è successo a Fiamma, come sta.

«Lei se la è cavata con poco più che un graffio. Appena ha potuto si è fatta dimettere ed ha detto che avrebbe preso una vacanza dagli studi per tornare qualche settimana dai suoi. Sinceramente mi sarei aspettata che ti stesse un po’ più accanto…»

Non so se sono più felice per lo scampato perito o più deluso per la notizia di questa specie di fuga di Fiamma.

Comunque Marisa si avvicina con la faccia come per rimboccarmi le lenzuola e mi sussurra: «Non ti preoccupare, ci sono stata io vicina a te. E l’ho fatto volentieri»

Ha una bella faccia Marisa. E un fiato dolcissimo che mi pare di riconoscere. E ora che si sta allontanando per andare a prendere il tubo e il liquido che mi rimetteranno al mondo, noto che è anche una gran bella figura di donna. Mi tocco la guancia dove Marisa mi ha colpito. Ho l’impressione che ci abbia messo più energia del necessario quando urlavo il nome della mia amica. Marisa sta già rientrando con l’attrezzatura in mano e mi sorride. Forse non durerò a lungo a rimpiangere Fiamma.

L’anima e la prosa, due parole sul libro d’esordio di Paola Fabbri

Di Massimo Acciai Baggiani

Ho avuto il piacere d’incontrare Paola al laboratorio di scrittura che tengo presso il Torrino di Santa Rosa, per conto del Gruppo Scrittori Firenze (di cui sono socio); una persona garbata, gentile, profonda. Lo dimostra il suo libro d’esordio, uscito con ilmiolibro.it, grazie anche all’aiuto di Milena Beltrandi (pure lei mia valida allieva nel laboratorio di scrittura, di cui ho già recensito un romanzo). La ringrazio per la copia che mi ha voluto subito regalare.

Si tratta di una silloge piuttosto breve: solo dieci poesie (più o meno come un album musicale) intervallate da immagini. Molte di queste sono dedicate a persone care (la figlia, la madre, gli amici) con accenti di grande tenerezza e sensibilità, ma senza retorica. Stupenda la lirica di un amore senile Sono solo uno stupido vecchio, curiosa quella di chiusura, dedicata alla poltrona amata, ai libri e al calore del focolare domestico. Lo stile è piano, senza sperimentalismi, semplice e un po’ malinconico, in cui un po’ tutti possiamo riconoscerci nella nostra banale e straordinaria quotidianità.

Firenze, 27 febbraio 2022

Bibliografia

Fabbri P., L’anima e la prosa, ilmiolibro.it, 2022.

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Pillole fiorentine

Di Massimo Acciai Baggiani

L’amore per Firenze e per la sua storia millenaria è grande in Antonella Bausi, e traspare tutto nei suoi libri, a partire dal primo che ricostruisce le vicende della famiglia degli Abati. In Pillole fiorentine, ovvero fiorentini si nasce… e si muore l’amica Antonella dà di nuovo prova di una grande preparazione storica e di una non comune perizia nel raccontare, e nel farci appassionare alle vicende della nostra città. Io, fiorentino di nascita, ho imparato molto da questa lettura, e mi sono anche molto divertito. Lo spirito dei miei concittadini del passato, ma anche del presente, è per sua natura portato alla burla, alla passionalità, all’intelligenza machiavellica (io forse in questo sono un fiorentino atipico) come dimostrato nelle numerose storie, tutte rigorosamente vere, raccontate dall’autrice.

Il libro è suddiviso in quattro parti: la prima definisce questo spirito fiorentino, col suo umorismo graffiante e a volte blasfemo; la seconda parla dei santi fiorentini; la terza è tutta dedicata alle vicende amorose e alle peripezie degli innamorati, mentre la quarta e ultima ci parla di guerre, delitti e misfatti di una città dove certamente non regnava l’amore fraterno!

La lettura è godibile anche da chi non ha una grande preparazione storica e lascia la curiosità di visitare Firenze ai forestieri, ma anche la voglia di approfondirne la conoscenza a chi vi è nato e vi vive da molto tempo: un libro insomma per tutti a cui seguiranno (già l’autrice lo ha annunciato) altri volumi sull’argomento.

Firenze, 16 febbraio 2022

Bibliografia

Bausi A., Pillole fiorentine, ovvero fiorentini si nasce… e si muore, Castelfranco, Setteponti, 2022.

WEN – SOGNO – Il sogno di uno sfaccendato – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Da quando ho perso il lavoro ho molto tempo per me stesso, questo lo devo ammettere, anche se mi secca non poco non avere la tranquillità economica che avevo prima. Cioè, tanta tranquillità non ce l’avevo neanche allora, ero pur sempre un precario, ma almeno i miei risparmi non calavano come avviene adesso. Odiavo il mio lavoro: cinque ore al giorno ad un telefono ad importunare i cittadini con offerte commerciali di cui farebbero benissimo a meno, per uno stipendio ridicolo. Quando mi hanno mandato via, per “scarso rendimento”, ho provato un senso di sollievo, mentre uscivo da quel palazzone di vetro e cemento armato nell’estrema periferia e mi dirigevo a passi fiduciosi verso la fermata del bus. Ricordo, era un tardo pomeriggio assolato e le poche nuvole che spuntavano dai monti si coloravano di rosa negli ultimi raggi del sole.

Dopo qualche settimana l’entusiasmo cominciò a scemare e a farsi strada un’inquietudine che gli ansiolitici non cancellavano mai del tutto. Quegli ansiolitici che mi appannavano la mente ma di cui non potevo più fare a meno. Oscure paure si affacciavano soprattutto al tramonto. Paure di cui non so rendere conto, anche stupide e banali come attraversare la strada o fare un giro in bicicletta in mezzo al traffico. Paure di malattie o di finire i miei giorni da barbone.

Cercavo allora di non pensarci, di distrarmi con la lettura. Nel pomeriggio approfittavo delle ultime giornate tiepide d’autunno per immergermi in qualche romanzo seduto su qualche panchina di un parco pubblico, come ad esempio quello del Neto, a Calenzano. È un bel parco, fresco e ombroso anche d’estate, col laghetto e le paperelle che vi nuotano felici (o così mi piace immaginare), pieno dei colori accesi di novembre e le foglie morte che ricoprono il terreno in un puzzle che nasconde qualche disegno segreto. Quella sera stavo appunto finendo di leggere un racconto di Borges – quale non ha importanza – quando decisi di fare una passeggiata fuori dal parco, nei dintorni. C’era una scuola lì vicino, un edificio moderno, anonimo, rettangolare, simile a tanti complessi scolastici degli anime nipponici. Pensai a come sarebbe stata la mia vita se, anziché seguire i “consigli” dei miei e iscrivermi a ragioneria, avessi seguito la mia prima vocazione e mi fossi iscritto al liceo artistico o a qualche scuola professionale. Forse adesso avrei un lavoro. Chissà.

Ma se è vero che la storia non si fa con i “se”, è anche vero che non si può fare a meno di pensarci. Quel pomeriggio solitario, davanti a un campo da calcio deserto, io pensavo a una vita ipotetica, mentre la brezza mi scorreva sulla faccia portandomi l’odore di legna bruciata e di foschia. Ero fermo lì, a guardare quella scuola e quel campo da calcio, mentre un brivido mi correva lungo la schiena. Avevo sentito – mi era parso di sentire – un grido lontano.

Guardo meglio sul campo di calcio: un gruppo di ragazzini sta giocando una partita, uno di loro ha preso un calcione in uno piede e sta strillando come un ossesso. Anche la mamma, a bordo campo, sta strillando forse più del ragazzino. Deve essere lei quella che ho sentito poco fa. Mi fermo a guardare quello che succede sulle piccole tribune del campetto. Tra i genitori c’è grande agitazione. Evidentemente quelli del ragazzino colpito dal calcione, stanno recriminando con quelli del ragazzino che il calcione l’ha dato.

«Niente di nuovo sotto il sole» mi dico.

E la mente va a trenta anni fa.

Dalla cassetta dell’auto di mio padre si sente la voce di Venditti che canta “Notte prima degli esami”. Il mio migliore amico è seduto dietro: lui è il portiere della squadra d’esordienti dove io sono il centravanti. E faccio un sacco di goal, fino a portare la squadra di questa frazione del paese fino ai vertici della classifica. Se ne sono accorti anche quelli del giornalino del calcio della regione, che parlano di me come di “una delle più promettenti promesse del calcio giovanile”.

«Hai visto cosa ha scritto “Calcio più” questa settimana?» mi chiede Nicola, il mio amico e compagno di classe in terza media. Io faccio di sì con la testa che lui riprende: «Mi ha detto un tizio della società, quello lungo sempre con la sigaretta in bocca, hai capito?». Faccio di sì con la testa: Nicola sta parlando del titolare del negozio di frutta della nostra frazione, che è anche il direttore sportivo della società. Ma Nicola, che si preoccupa più dello studio che del calcio, queste cose non le sa.  Talvolta penso che venga a fare il portiere della squadra per stare un po’ di più con me, che non per una vera passione sportiva.

«Mi ha detto di dirti che questa mattina, alla partita, ci saranno anche osservatori di altre società, molto più importanti della nostra, che saranno lì per vedere te e, eventualmente, chiedere alla nostra piccola società di cederti ad una delle loro. Capisci? Sei già famoso! Mi raccomando fanne uno dei tuoi anche stamani».

Vedo la testa di mio padre che oscilla, come dire che è d’accordo anche lui, che io faccia tanti goals e sia ceduto ad una società più titolata e che possa dare maggiori opportunità di gioco e di crescita sportiva a suo figlio. Ma non lo dice e si limita a biascicare: «Almeno giocheremmo in campi meno fangosi e con tribune in cui si possa stare a guardare un po’ rialzati…»

Io sto zitto e mi dico che non sbaglierò certo l’occasione.

Così fu, feci due goals anche quella mattina nel calcio fangoso di Colonnata e così finii a giocare nella Sestese, società particolarmente blasonata per il calcio giovanile.

Rimasi con loro, sempre tra i più bravi a fare goals per più anni. Si riuscì perfino a vincere un trofeo nazionale della nostra categoria. E io ci avevo messo lo zampino con i miei goals.

Fu così che venne la tanto sospirata occasione.

«Domani alla partita ci sarà un osservatore della Fiorentina. Mi raccomando fagli vedere come sai fare goal, mi disse il tecnico della Sestese, come per incoraggiarmi.

Io da quella sera vissi un sogno continuo. L’dea di entrare nei ranghi della mia squadra del cuore, mi riempiva di orgoglio e mi faceva sognare ad occhi aperti.

Sarà stata la troppa emozione, sarà stata la sfortuna, fatto sta che quel giorno, di fronte all’osservatore della Viola, non ne imbroccai una.

Ma non per questo smisi di sognare. «Se l’osservatore della Fiorentina è venuto una volta, prima o poi ritornerà. Basta che io giochi bene e tutto andrà a gonfie vele». E mi vedevo già con la maglia numero nove sulle spalle a prendere il posto di Batistuta!

Dopo alcuni anni di sogni ad occhi aperti, si fece avanti il Prato, che militava in serie C, a richiedere di portarmi nella loro prima squadra. Per un prezzo banale quelli della Sestese mi cedettero volentieri e mi incoraggiarono come se quello fosse stato il primo passo verso nuove mete. Per me, il sogno rimaneva quello della Fiorentina. Ma naturalmente dissi di sì al Prato, che mi fissò pure un compenso mensile per me non banale.

Intanto stavo terminando le scuole superiori, quell’istituto di ragioneria che i miei avevano voluto che frequentassi, nonostante io amassi di più l’arte e la scrittura. Anche la lettura era un modo mio per rilassarmi e stare a contatto col mondo reale che la vita sportiva, vissuta così intensamente, rischiava di farmi perdere di vista.

Passarono altri anni, dal Prato fui ceduto in una società chiantigiana di serie D. «Uno come te, in quella categoria, sarà sicuramente tra i migliori. Chissà che prima o poi…».

Io avevo smesso di sognare la Fiorentina. A trenta anni passati, cominciavo a capire che non ce l’avrei fatta più.

Fu così, tra una partita e l’altra, che mi misi a coltivare l’altra mia passione: la scrittura. Su questo versante era la mamma che mi seguiva con più attenzione. Secondo lei sarei potuto diventare più famoso di Fabio Volo, Che era come dire il massimo, per lei. Io un po’ ci volevo credere. Comincia così a sognare di diventare uno scrittore famoso. Vinsi perfino un premio di una associazione di cui non ricordo il nome, con un mio racconto basato sulle mie esperienze sportive. «Si sente che hai una grossa esperienza nel ramo», mi disse il presidente della giuria, consegnandomi l’assegno da 30 euro per l’acquisto di libri nella libreria locale. Io giocavo e scrivevo e mi illudevo ancora di diventare davvero una celebrità. Poi sono arrivati i quaranta. Ho dovuto appendere le scarpette al chiodo quando oramai militavo nelle squadrette di infima categoria dove non c’era più neppure un compenso. Premi letterari non ne vedevo e dovevo cominciare a guadagnarmi da vivere.

Guardo meglio quello che sta succedendo sulla tribunetta del campo di calcio. I genitori dei ragazzini stanno per venire alle mani. Questo non lo posso permettere. E’ pur sempre uno sport, il calcio e non si possono distorcere così le speranze di quei ragazzini che in campo ce la stanno mettendo tutta.

Mi affretto e arrivo sulla tribunetta. Mi faccio avanti e comincio a fare una ramanzina come si deve a quei genitori sbagliati. Qualcuno mi riconosce. In fondo ho calcato spesso anche questo campo di calcio! Fatto sta che riesco a convincerli e a riportare la calma. Sento alcune mani che mi ringraziano con una botta sulla spalla.

«Sono bravo davvero nel mio ramo. Ho esperienza e argomenti. Forse potrei fare l’arbitro. Ne ho conosciuti di famosi che tuttora sono ascoltati da tutti nei programmi sportivi». E mentre mi dico queste parole, ricomincio a sognare.

Campo da calcio o Campo di calcio: come si scrive? • Scuolissima.com

Carlo Menzinger legge “La poesia dei Pooh” di Massimo Acciai Baggiani

La poesia dei Pooh - Massimo Acciai Baggiani - Libro - Mondadori Store

RIFLESSIONI DI UN POOHLOVER

I Pooh, chi erano costoro? Nella locandina per la presentazione del saggio “La poesia dei Pooh” (Giulio Perrone Editore, 2021) l’autore Massimo Acciai Baggiani scrive “Dedicato a voi Poohlovers”. Beh, io non sono mai stato un Poohlover e non avevo neppure mai sentito questo termine che forse è un’invenzione di Acciai. Ovviamente so e sapevo chi fossero i Pooh. Non mi si attaglia la parafrasi della canzone degli Stadio “Chiedi chi erano i Pooh”, perché, più o meno, ho sempre saputo della loro esistenza, avevo un’idea delle loro facce e avevo certo sentito varie loro canzoni, ma questo gruppo musicale non è mai rientrato nel mio ristretto panorama musicale. Devo, però, dire che oggi non ascolto quasi più musica pop e anche da ragazzo mi limitavo, saltuariamente, al rock e ai cantautori. Per me i Pooh rientravano nel contesto sanremese e li ho sempre abbinati ai Ricchi e Poveri.

La poesia dei Pooh” mi ha fatto scoprire, tardivamente, che questo gruppo aveva dei testi ricchi di riferimenti letterari e al tempo da loro vissuto. Una poetica che tocca con capacità le tematiche dell’amore, dell’amicizia, ma anche della politica e del sociale.

Massimo Acciai Baggiani, autore poliedrico e multiforme che spazia dalla narrativa alla saggistica alla poesia, ci presenta la poetica soprattutto dei due principali parolieri del gruppo Valerio Negrini e Stefano D’Orazio, mettendola spesso in relazione con opere di altri artisti dell’epoca e con opere letterarie le più varie. Acciai ripercorre in questo volume uscito or ora nella collana “L’Erudita” di Giulio Perrone Editore tutti i testi di questi autori, contestualizzandoli nella loro biografia e aggiungendovi considerazioni personali che rendono più viva la narrazione.

Precede il suo lavoro la prefazione di Fabrizio Di Marco, fondatore di Brennero ’66, una tribute band del gruppo, e lo conclude in appendice un racconto dello stesso Acciai, ispirato ai Pooh.

La prima parte è dedicata a Valerio Negrini (Bologna, 4 maggio 1946 – Trento, 3 gennaio 2013), la seconda a Stefano D’Orazio (Roma, 12 settembre 1948 – Roma, 6 novembre 2020).

D’Orazio, come ricorda anche Acciai, è stato una delle recenti vittime della pandemia di covid-19.

Per chi come me è poco informato su di loro riporto qui quanto ne scrive wikipedia:

“I Pooh sono stati un gruppo musicale italiano formatosi nel 1966 a Bologna e scioltosi il 30 dicembre 2016 a Casalecchio di Reno.

La composizione del gruppo ha subìto diversi cambiamenti nel corso dei suoi cinquant’anni di storia, ma la formazione rimasta stabile per 36 anni, dal 1973 al 2009, e con la quale il gruppo conobbe i suoi maggiori successi (tra i quali la vittoria al 40º festival di Sanremo), fu quella composta da Roby Facchinetti (tastiera), Dodi Battaglia (chitarra), Red Canzian (basso) e Stefano D’Orazio (batteria e, occasionalmente, flauto): la voce principale fu quella di Facchinetti, autore di molti brani del gruppo in coppia con il paroliere Valerio Negrini, ma anche gli altri tre membri del gruppo, cui contribuirono con numerose proprie composizioni, erano voci soliste nei brani di propria creazione. I quattro Pooh di tale periodo furono insigniti dal presidente italiano Cossiga dell’onorificenza di cavalieri.

Altro noto membro dei Pooh è il bassista Riccardo Fogli, che nel 1973, dopo l’album Alessandra, intraprese una carriera da solista, partecipando poi alla tournée d’addio alle scene del gruppo nel 2016.

Nel corso della carriera il gruppo ha venduto più di 100 milioni di dischi, record per un complesso italiano.”

Pooh - Radio Margherita
Pooh

di Carlo Menzinger di Preussenthal

La poesia dei Pooh di Massimo Acciai Baggiani

Dobbiamo essere davvero riconoscenti a Massimo Acciai Baggiani per questo importante lavoro su “La poesia dei Pooh”, come lui chiama la sua opera dedicata al mitico gruppo musicale, certamente uno dei più longevi.

Già la scelta del titolo ci dice come Massimo consideri i testi di questo gruppo (ma anche di altri, non tutti!) come le vere poesie popolari dei tempi nostri. E in quanto tali si accinge a metterle al vaglio di un esame attento e critico.

Sono molti i meriti che possiamo riscontare in questo lavoro, che merita davvero di essere letto.

Anzitutto l’impegno dell’autore per contestualizzare i testi, quasi tutti di Negrini per un lungo tempo, mostrando, senza inutili ostentazioni, la grande conoscenza e cultura necessaria a rintracciare in molte di queste poesie i legami con altri musicisti o con altri testi letterari. Potremmo portare molti esempi di questo modo di procedere del nostro. Già all’inizio, esaminando, nell’album d’esordio, la canzone di protesta che segna l’avvio potremmo dire “generazionale” del gruppo con Per quelli come noi, Massimo rintraccia subito l’assonanza con le canzoni dei Nomadi, in particolare Come potete giudicar. Verrebbe da ricordare a molti, che si sono meravigliati del successo di Zitti e buoni dei Maneskin, come anche allora furono le nuove generazioni, poco partecipi alla vita sociale (poi arriverà il ’68), ad alzare il loro grido di protesta e ad assecondare le nuove Band. Compresi i Beatles, ai quali molto si collegano le sensibilità dei Pooh.

Ma andrebbero ricordate anche tutte le altre volte che Massimo costruisce accostamenti azzeccati tra i testi (le poesie!) di Negrini prese in esame, con autori noti in altri contesti. Bellissimo, a questo proposito, l’accostamento tra Terra desolata ( Dall’album Opera Prima) e la bellissima poesia di T.S.Eliot, The Waste Land del 1922.

Ma, per andare un po’ avanti, risulta altrettanto felice l’accostamento del testo Tu vivrai (ultima canzone dell’album Uomini soli) alla poesia di Kipling Se (lettera al figlio) del 1910.

Non meno bello l’accostamento tra il titolo della canzone dei Pooh, ormai nella piena maturità, Fammi fermare il tempo col bel libro di Aldous Huxley, del 1944, che, tra l’altro, celebra anche le bellezze del paesaggio toscano.

Di esempi simili se ne potrebbero portare ancora molti, a supporto, come dicevo della capacità di collegare i brani dei Pooh a contesti musicali o culturali che Massimo dimostra di saper bene padroneggiare.

Un altro merito dell’impostazione che l’autore ha dato al suo lavoro su un’opera monumentale come quella dei Pooh, è stato di non estraniarsi dalle valutazioni e dai giudizi sui testi, ma di collegare, spesso, l’esame del testo alla sua stessa sensibilità, frutto talvolta delle sue personali vicende. Dando in questo modo, un carattere di vivacità e di interazione sentimentale all’opera del nostro, che allontana così il rischio di una lettura fredda e disincantata, che sarebbe tutto l’opposto di ciò che meritano i testi presi in esame.

Si potrebbero, anche in questo caso, portare molti esempi di questo modo di accostarsi all’esame dei testi da parte di Massimo. Mi limito ad un solo momento tra quelli ampiamenti ricordati nel libro. Si tratta dell’accostamento che l’autore fa tra la vittoria dei Pooh a Sanremo con la canzone Uomini soli e l’inizio del suo rapporto con questo gruppo. Rapporto che, data la situazione non felice di Massimo in quel periodo: “avevo pochissimi amici, vivevo una mia personale crisi adolescenziale”. Di conseguenza, ci confessa: ”La musica dei Pooh mi era di conforto e di ispirazione” (non dimentichiamo che Massimo era ed è uno scrittore assolutamente prolifico!).

Infine, ma non per importanza, Massimo non si sottrae da indicarci le sue preferenze tra i testi degli album che prende in esame. Non a caso in ognuno di questi si trova la frase “la mia canzone preferita è..”. Sarebbe da stilare una lista di queste preferenze e ci accorgeremmo che a Massimo interessano tutte le canzoni dei Pooh ma, spesso, la sua preferenza va verso quei testi che non si limitano a esaltare i sentimenti, pur contrastati, dei rapporti uomo/donna ( che restano la maggioranza nella prolifica produzione di Negrini prima, di D’Orazio poi,) ma tende a privilegiare testi come Opera Prima, dove prevale il rapimento dell’artista che crea l’opera, sugli altri sentimenti.

Bellissima la descrizione di Massimo del testo finale dell’album Poohlover, Padre del fuoco, Padre del tuono, Padre del nulla, dove Negrini sembra mettere in guardia l’uomo dai rischi che la crescente capacità distruttiva delle armi fanno correre all’Umanità. Qui Massimo avverte una forte consonanza con il testo e trova belle parole per farcelo sapere.

Ma la vicinanza dell’autore alla “poesia” dei Pooh, si avverte ancora di più nei testi legati sia ai temi sociali come Il primo giorno di libertà, Pierre, Tra la stazione e le stelle che nelle sensibilità ambientali (Passaporto per le stelle), antirazziste e anticolonialiste (Inca, Senza frontiere) e molte altre di questo tenore presenti nella esauriente rassegna.

Resta da dire dell’attenzione che Massimo mette ai testi, moltissimi, che i Pooh dedicano a figure di donne che non sono disposte a subire le angherie maschili (Giulia si sposa), che vengono celebrate per tutte le loro virtù (Donne italiane) di cui si sta a fianco quando subiscono la peggiore violenza, lo stupro (Il silenzio della colomba), di cui si celebra il coraggio e la professionalità (Reporter).

Si esce dalla recensione di un testo come quello che Massimo Acciai Baggiani ci ha proposto, consapevoli di aver trascurato molti aspetti del suo davvero pregevole lavoro. Non si può dir tutto in una recensione. Mi accontenterei di aver stimolato più persone possibili ad avvicinarsi a questo testo per ricavarne le tante emozioni che mi ha regalato e di cui, appunto, sono riconoscente all’autore.

Renato Campinoti

Coelho e l’eterna guerra tra Bene e Male

Di Massimo Acciai Baggiani

L’anno è iniziato con un’interessante lettura: un breve romanzo di Paulo Coelho, di cui ho già letto diversi libri, intitolato Il Diavolo e la Signorina Prym. La trama è piuttosto semplice e lineare: nel paesino di Viscos giunge uno straniero tentatore che offre una grossa ricchezza in lingotti d’oro agli abitanti se, entro una settimana, ci sarà un omicidio. La cosa sorprendente è che questi ultimi accettano il patto satanico all’unanimità, designando come capro espiatorio una povera vecchia indifesa che non ha mai fatto del male a nessuno. Lo straniero ha proposto il diabolico patto per dimostrare a se stesso che l’uomo è per natura malvagio e che non esistono uomini “buoni”: dietro questo piano c’è un dramma personale terribile, la morte della moglie e della figlia del ricco straniero in un rapimento finito male. I personaggi degni di nota sono diversi, non ultima la giovane del titolo (che avrà un ruolo risolutivo nel finale… almeno questo non lo spoilero), ma quello che più mi ha colpito è la figura del prete che, straniero anche lui, benedice il “sacrificio” con parole che fanno venire i brividi tanto sono radicate nella Storia umana e della chiesa cattolica in particolare: «Signore, Tu hai detto che nessuno è buono: accettaci con ogni nostra imperfezione e, nella Tua infinita generosità e nel Tuo infinito amore, perdonaci. Così come hai perdonato i crociati che uccisero i musulmani per riconquistare la Terra Santa di Gerusalemme, come hai perdonato gli inquisitori che volevano preservare la purezza della Tua Chiesa, come hai perdonato coloro che Ti offesero e Ti inchiodarono sulla croce, perdonaci: dobbiamo offrire un sacrificio per salvare il paese.»[1]

Così come Giuda era stato “strumento divino” affinché le Scritture si compissero, rendendo quindi il Male necessario, si crea qui un paradosso insolubile che sfocia nella schizofrenia e nella blasfemia. Il paese avrebbe bisogno di quel denaro pagato col sangue di una innocente, ed è disposto a dannarsi per questo, ma per essere quindi perdonato da un dio che mira a riempire la chiesa di abitanti presi dal rimorso, come dire che il fine giustifica i mezzi (il Male serve il Bene, o forse viceversa). Personalmente ho sempre schifato i massacri perpetrati in nome di qualsiasi divinità; il romanzo di Coelho, avvincente come un thriller, sembra darmi pienamente ragione.

Firenze, 2 gennaio 2022

Bibliografia

Coelho P., Il Diavolo e la Signorina Prym, Milano, Bompiani, 2002.


[1] Coelho P., Il Diavolo e la Signorina Prym, Milano, Bompiani, 2002, p. 122.

A proposito della poesia “musicale” di Roberto Mosi

Di Massimo Acciai Baggiani

Questo Natale mi ha portato due doni del poeta Roberto Mosi, consegnatimi durante la riunione redazionale dell’Area di Broca, l’ultima di questo pandemico 2021. Si tratta del recente Sinfonia per San Salvi (2020) e di una silloge del 2013, Concerto: due libri collegati tra loro e accumunati dall’impostazione “musicale”. Entrambi sono infatti strutturati in “tempi” e “movimenti”, come opere di musica classica, ed entrambi sono legati alla nostra terra toscana. L’ouverture della Sinfonia riprende addirittura la prefazione di Giuseppe Panella a Concerto: ma sono tantissime le citazioni e le autocitazioni, soprattutto in Sinfonia, da Alda Merini a Simone Cristicchi, passando da Thomas S. Eliot, Giovanni Boccaccio, Dino Campana, Gaetano Donizetti, Erasmo da Rotterdam, Richard Mabey, Gilles Clément e molti altri.

Concerto richiama le quattro stagioni, tematica cara a molti grandi musicisti del passato, vissute nella città di Populonia, mentre Sinfonia è centrata sull’ex manicomio di San Salvi, nella mia Firenze, anche se comprende anche una Litania su Piombino di Giordano Lupi e vari interventi di Nicoletta Manetti. L’area di San Salvi, divenuta centro artistico grazie alla presenza dei Chille della Balanza (si veda la mia intervista a Claudio Ascoli del 2004) mi ha sempre attratto per la sua storia tormentata e per ciò che è oggi; una sorta di paese nella città, un posto “altro”. Roberto Mosi ha saputo evocare bene quell’atmosfera che comprende anche aree di abbandono che afferiscono al cosiddetto “terzo paesaggio” di cui parla Clément nel libro citato. Insomma, una lettura densa e ricchissima quella di Roberto Mosi, su cui tornare più volte. Una poesia carica di suggestioni, umorismo surreale, dramma e fascino.

Firenze, 23 dicembre 2021

Bibliografia

  • Mosi R., Sinfonia per San Salvi, Piombino, Edizioni Il Foglio, 2020.
  • Mosi R., Concerto, Firenze, Gazebo, 2013.

A proposito di Bruna

Massimo Acciai Baggiani

Alessandro Riccio torna ad indossare i panni di Bruna, la cantante di canzoni del tempo andato, accanita fumatrice e dal linguaggio triviale, in Mille e una Bruna. È stato una grande interpretazione al teatro di Rifredi questo sequel di Bruna è la notte, con l’inseparabile Franchino (interpretato da Alberto Becucci); tra citazioni colte e battute toscanacce, tra canzoni indimenticabili e racconti di vita vissuta, si dipanano le storie di Bruna e del suo musicista accompagnatore, spesso insultato dall’irruenta chanteuse ma a cui è legata da profondo affetto e stima. Si ride, e molto, ma non mancano i momenti amari: in fondo la vicenda umana di Bruna è tragica, è stata in carcere, ha sofferto, e forse questa sua perenne incazzatura è una forma di difesa contro una vita che non è stata generosa con lei. Ma Bruna è una donna forte, di carattere, con gli attributi diremmo oggi, e soprattutto sa catturare la simpatia di tutti nonostante il caratteraccio.

Firenze, 25 novembre 2021

Lorenzo Baglioni in concerto al Teatro di Rifredi

Di Massimo Acciai Baggiani

Assistere a uno spettacolo di Lorenzo Baglioni è sempre un piacere: così come la sua rivisitazione di Bar Sport di Stefano Benni, anche il suo concerto Canzoni a teatro, al Teatro di Rifredi, è stata un’esperienza strepitosa e geniale. Degno erede del grande Riccardo Marasco, Baglioni ha intrattenuto il pubblico con le sue canzoni intrise dell’acume e dello spirito dissacrante toscano, oltre che alle classiche rivisitazioni in musica di argomenti scolastici (dall’uso corretto dell’apostrofo e di “piuttosto che”, al teorema di Ruffini, alle immancabili leggi di Keplero). Tante risate, insomma, ma non sono mancati i momenti seri di riflessione sui grandi temi di attualità, dal razzismo alla dislessia, ai nuovi media. Baglioni è camaleontico, multiforme, padroneggia diversi linguaggi per arrivare ai giovani d’oggi: il pubblico infatti era piuttosto variegato per età, dai giovanissimi a persone più mature. Questo ragazzo riesce a stupire, far ridere, far riflettere… insomma è una garanzia di passare un paio d’ore interessanti e spensierate.

Firenze, 20 novembre 2021

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