Chiara Sardelli legge “Sparta ovunque” (Tabula Fati)

Sparta Ovunque. Sette racconti ambientati nell’universo di Via da Sparta, Chieti 2020 Tabulati Fati

Sostiene Carlo Menzinger di Preussenthal, l’amico scrittore che ha creato l’universo ucronico di “Via da Sparta”cui ha dedicato una trilogia, che tutte le opere creative degli scrittori sono opere collettive, in quanto ogni lettore ricrea, si potrebbe dire a propria immagine e somiglianza, un nuovo originale prototipo della storia che si va raccontando. Mi sa che in effetti Carlo abbia ragione e che per me si stia aprendo un nuovo universo di lettura in cui a prevalere è la mia ingenua e giovanile anima di scrittrice. Tutta questa pappardella, per dire che nel commentare “Sparta Ovunque”, sono mossa dalle mie sensazioni di futura scrittrice e quindi si tratterà di una recensione atipica. “Sparta Ovunque” è l’ antologia di racconti nei quali sei autori si sono uniti a Carlo Menzinger di Preussenthal accettando la sfida di immergersi nell’universo ucronico di “Via da Sparta”. Attingendo al gergo manageriale si potrebbe dire che si tratta di uno spin off in cui appunto le nuove opere creative si sviluppano sotto l’influenza dell’opera originaria da cui derivano rispettandone le coordinate fantastiche. Queste coordinate sono tante e tali che faccio prima a rimandarvi alla lettura della trilogia “Via da Sparta” su cui non intendo eccessivamente spoilerare. Nei presenti racconti, comunque, vengono richiamati alcuni aspetti che mi coinvolgono e allertano la mia fantasia. Intanto viene ridescritta la geografia politica del nostro pianeta. “Via da Sparta” è per l’appunto un mondo ucronico, poiché l’autore, divergendo dalla storia come noi la conosciamo, immagina che Sparta abbia sconfitto Tebe a Leuttra nel 371 a.C.. Ne è derivata la sua supremazia nel mondo con un dominio che si è esteso a gran parte dei continenti. La capitale dell’Impero di Sparta si trova al posto dell’antica Sparta, nel Peloponneso, ma ora si chiama Lacedemone. L’Impero si estende per tutta Europa, fino agli Urali, ma vi sono anche territori parzialmente indipendenti come i Regni Perieci del Nord, corrispondenti alla Scandinavia. Al di fuori dell’Europa fanno parte dell’Impero di Sparta anche Africa, Nord e Sud America, parte dell’Asia meridionale, tra cui India e Bengala. l’America centrale con capitale Mexicatl (l’attuale Città del Messico) è indipendente. L’impero secolare di Sparta è contrastato ad oriente dai samurai di Nippon Koku (il nostro Giappone) che, sottomessa la Cina nel 1540 d.C., hanno esteso la loro supremazia sull’altra metà del pianeta. Una descrizione dettagliata di questo mondo comporterebbe una mappa che in realtà è stata definita con il contributo di Francesco Guglielmino. Bene! Immaginate un po’ che cosa mi interessa e mi coinvolge nell’intimo, di tutto questo rimescolamento? Le terre che hanno mantenuto una propria indipendenza e in particolare i Regni dei Perieci nel Nord Europa. Come se sotto a questa indipendenza stesse scritto resistenza. E’ un’apparizione fugace, che tuttavia trova spunti giustificativi in alcune narrazioni. Per esempio nel racconto “Lo scisma” di Massimo Acciai Baggiani centrale è il ruolo della comunità de I Gesuisti che, pur non avendo niente a che fare con le terre del Nord, possono essere definiti come una sacca di resistenza al pensiero monoverso e totalitario che ha dato luogo alla realtà distopica avveratasi nell’Impero di Sparta. Queste pagine in cui l’autore rilegge e ripercorre il pensiero cristiano mi hanno molto toccato. Lo dico da laica, contaminata anche dal fascino di altre religioni. Tuttavia è difficile sottrarsi al senso di compassione e umana fratellanza, all’anelito di libertà che è anche libertà di credo, che si respira in queste pagine, di cui manco a dirlo consiglio caldamente la lettura. Altre attrattive di questo racconto, che mi avrebbero comunque spinto a parlarne, è che l’autore immagina che I Gesuisti siano apportatori di una nuova lingua, un idioma che aveva mescolato al greco, lingua originariamente parlata, le tracce del dialetto germanico del territorio di insediamento. Infatti, il loro villaggio sorge nella zona denominata Sappada sulle Dolomiti friulane al confine occidentale della Carnia. Le tracce del dialetto germanico erano presenti soprattutto in espressioni tecniche ma anche in durevoli modi di dire. Ne era nata una lingua franca a cui viene dato il nome di apolema. Ecco, una suggestione questa, di una nuova e diversa lingua, che potrebbe germinare nella mia fantasia di scrittrice, come se si trattasse di una specie di linguaggio cifrato, verso il cui orizzonte mi spingono le mie consistenti letture di storie di spionaggio. Un altro particolare che mi ha ben impressionato è la creazione di un mostro, il Rollatos -colui che spezza i rami-un animale sui generis che vive nei bòschi da tempo immemorabile, forse una bestia immortale. Si ciba di cinghiali e di altri animali e, sporadicamente, di uomini e di donne. Il suo habitat è il Bosco delle streghe da cui egli bandisce in particolare gli stranieri, mentre mostra pietà nei confronti dei Gesuisti che oramai conosce e di cui tollera la presenza. Mi affascina questa provocazione intellettuale di animali fantastici e prima o poi potrei dedicarmici affrontando le peripezie di una prova saggistica e narrativa insieme. Come ora sto facendo per il sogno e per il tempo della notte che in genere lo ospita. Altri elementi comuni a questi racconti e derivati dalla trilogia originaria, si insinuano nella mia mente con fastidiosa insistenza. In primis le proprietà del tempo divergente che regna in “Via da Sparta”. Perché Carlo Menzinger si è inventato un vero e proprio calendario: Il tempo viene computato contando gli anni dalla 1^ olimpiade quindi alla data del calendario cristiano si sommano 776 anni. Per esempio il 771 a.C. sarebbe stato detto primo anno dopo la seconda Olimpiade. Ciò consente di dire che la saga di Aracne inizia in un 2009 alternativo e prosegue fino al 2015. I mesi dell’anno sono così costituiti

POSEIDIONE (15 dicembre – 14 gennaio)

GAMELIONE (15 gennaio – 14 febbraio)

ANTESTERIONE (15 febbraio – 14 marzo)

ELAFEBOLIONE (15 marzo – 14 aprile)

MUNICHIONE (15 aprile – 14 maggio)

TARGELIONE (15 maggio – 14 giugno)

SCIOROFORIONE (15 giugno – 14 luglio)

ECATOMBEONE ( 15 luglio – 14 agosto)

MEGAGITNIONE (15 agosto – 14 settembre)

BOEDRIMIONE (15 settembre – 14 ottobre)

PIANEPSIONE (15 ottobre – 14 novembre)

MEMACTERIONE (15 novembre 15 dicembre).

Le novità non finiscono qui poiché non si aveva un’unica misura del tempo. Per esempio l’unità di misura calcolata secondo il tempo della capitale Lacedemone era il centiode a sua volta suddiviso in dieci periodi millesimi o milliodi. Nella Anoteregnosia (una specie di Università degli studi) ogni lezione veniva divisa 5 periodi la mattina e tre periodi il pomeriggio. Gli ospedali conoscevano un modo tutto loro di dividere il tempo, eccetera. Questi dettagli sono estremamente sfidanti e sollecitano un mondo fantastico cui dare vita. Peraltro tutti i racconti si esprimono posizionando la storia in un anno olimpico. A mio modo di leggere vi sono almeno due racconti che si pongono quasi al limite dei confini del mondo ucronico creato da Carlo Menzinger. Questo assolutamente non ostacola che si propongano in maniera interessante. Parlo del racconto d’inizio “Le donne di Sparta” e di quello che pone termine alla raccolta “Deus Vult”. Comincio dal secondo – autore Pierfrancesco Prosperi- in quanto vi ravvedo dei punti di contatto con la narrazione di Massimo Acciai Baggiani che già ho commentato. In questa storia i protagonisti vivono in stato di schiavitù come tutti gli iloti e sono in fuga da Lacedemone capitale dell’Impero spartano poiché nei rifiutano i principi. Anch’essi anelano alla libertà e allo scoccare della cripteia, l’annuale caccia agli iloti, hanno progettato di raggiungere la Calcide terra nella quale

esisterebbero piccole comunità di uomini liberi che vivono di caccia e di pesca, uno stile di vita alternativo. Solo che in questa narrazione l’anelito alla libertà per compiersi necessita di una vittoria che si ispira sì a principii di giustizia ma si accompagna ad una furia cieca che porta alla distruzione di Lacedemone senza distinzione tra i buoni e i cattivi. Per quanto riguarda il racconto “Le donne di Sparta” – autore Donato Altomare- la caratteristica che più mi ha intrigato è il ricorrere alla mitologia in un contesto fantascientifico. Mi si è aperto come un orizzonte, che certo sfrutterò e che mi rende più vicino, più amica questo tipo di letteratura. Racconti come “L’onore di Sparta” – autore Sergio Calamandrei – e “Odino e il serpente ” – autore Paolo Ninzatti – sono focalizzati su temi bellici che mi sono meno congeniali. E’ indubbio che comunque gli approfondimenti storici sono importanti e condotti con scrupolosa affidabilità, così da imporsi e rendere interessante la narrazione.In ultimo e non per ultimo voglio ricordare il contributo di Linda Lercari Bartalucci dal titolo “Nella terra dove si sveglia il sole”. Caratterizzato dalla ambientazione esotica, ha per protagonista un essere mezza volpe e mezza donna che ha abbracciato l’arte del Samurai. Qui, più che agitare lo spettro dell’animale fantastico, si fa strada il topos letterario della creatura da laboratorio che l’autrice impegna in una invettiva dialogante contro il genetista senza scrupoli che le ha dato i natali. Mi perdonerà l’amico Carlo se questa volta evito di commentare il suo contributo, in sé interessante, ma viziato da un’asimmetria di posizione che lo rende privilegiato rispetto agli altri scrittori. Sono poche queste righe di commento alla raccolta dei racconti e forse anche frammentate nella logica che le sottende, ma, spero, possano invogliare alla lettura di un’opera che certo merita attenzione.

di Chiara Sardelli

Un passo fuori insieme a Umberto Guidoni

Di Massimo Acciai Baggiani

Ricordo di aver incontrato per la prima volta Umberto Guidoni quando ero studente universitario, durante una conferenza a Firenze. Gli domandai in quell’occasione com’è che si dorme nello spazio. All’epoca Guidoni era ancora un astronauta in servizio; aveva completato già due missioni nello spazio e, se non ricordo male, era già stato sulla Stazione Internazionale. Lo rividi circa due decenni dopo, durante la convention italiana di fantascienza organizzata dalla World SF Italia a Castelnuovo Berardenga, in provincia di Siena, durante questa dannata pandemia: in quell’occasione gli domandai se la bassa gravità marziana poteva costituire un problema per la colonizzazione umana. Colsi anche l’occasione per farmi autografare il suo libro Un passo fuori (Laterza, 2006) che non avevo ancora letto ma che mi accompagnò nei giorni seguenti come amena lettura.

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Io e Umberto Guidoni a Castelnuovo Berardenga

Si tratta, come si può immaginare, di un libro autobiografico (“un po’ datato”, come mi disse lo stesso Guidoni quando glielo porsi per la firma). In poco più di duecento pagine l’autore ripercorre la sua carriera, dalla passione per lo spazio che già si era affacciata nell’infanzia (quale bambino non ha sognato, almeno una volta, di viaggiare fuori dall’atmosfera terrestre? Pochi ci riescono davvero…) fino alle prime missioni. Si tratta di un testo divulgativo, senza troppi tecnicismi, in cui trovano posto anche aneddoti molto personali, curiosità della vita a gravità zero, considerazioni sulla politica e soprattutto sul futuro del pianeta, tematica sempre più attuale. Guidoni attraversa vari mondi: la nostra Italia, gli Stati Uniti (dove vive per più di un decennio, e dove nasce suo figlio Luca, più americano che italiano) e naturalmente l’orbita terrestre dove trascorre diverse settimane a rappresentare l’eccellenza italiana, non senza un certo orgoglio. Un libro insomma da leggersi tutto d’un fiato, come un romanzo di fantascienza (genere che non a caso Guidoni ama) con la differenza che i fatti narrati sono del tutto reali. Ormai l’autore ha appeso al chiodo la tuta da astronauta, dedicandosi alla divulgazione e alla ricerca scientifica, ma il suo libro rimane una testimonianza preziosa di un periodo in cui l’astronautica non parlava soltanto inglese o russo.

Firenze, 14 novembre 2021

Bibliografia

Guidoni U., Un passo fuori, Roma-Bari, Laterza, 2006.

Il funambolo della luce

Di Massimo Acciai Baggiani

È bello tornare a teatro (quello di Rifredi), dopo tanti mesi, e trovare un’opera coinvolgente quale Il funambolo della luce, appassionato omaggio a Nikola Tesla (1856-1943), il geniale inventore a cui dobbiamo molte innovazioni moderne. La scenografia, sebbene arricchita da effetti visivi, musica e danza, rimane minimale: sul palco spoglio solo un uomo, Tesla (interpretato dal bravissimo Ciro Masella, ideatore dell’opera teatrale), si racconta in emozionati monologhi e in dialoghi taglienti con Olmo De Martino, intervallati dalle danze sensuali di Isabella Giustina. È impossibile non lasciarsi coinvolgere dalle visioni scientifiche di Tesla, dalla sua passione e dal suo entusiasmo, dal suo sogno di un’energia pulita e gratuita a cui possa attingere l’intera umanità. Tra citazioni coltissime (il mito di Prometeo, Goethe, Dante) si dipana la vita poetica e straordinaria di un uomo fuori dal comune, con un messaggio di stretta attualità sul rispetto del nostro pianeta, la Terra, la Grande Madre, che non perdona i torti che le vengono fatti.

Firenze, 6 novembre 2021

WEN – PARENTI – Una passeggiata nel parco – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Di Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti

Zio e nipote stavano camminando nel giardino dello Stibbert, a Rifredi. Era una giornata autunnale, coperta, fresca. Il foliage era stupendo; sia l’uomo che il bambino ne coglievano la bellezza un po’ malinconica, struggente, seppure in modo diverso. L’uomo, uno scrittore disoccupato con tendenze depressive, vi vedeva simboli di morte e nascondeva il suo stato d’animo al bambino, che invece vi vedeva i colori accesi della sua stagione preferita, non fosse altro perché comprendeva il suo compleanno e una festa come Halloween, ormai accettata anche in Italia.

«Zio» disse il bambino prendendo la mano sinistra dell’uomo che pendeva inerte accanto alla borsa a tracolla. «Zio, mi racconti una storia?»

L’uomo pensò a qualcosa di adatto a un bambino delle elementari, ma non trovò nulla nella sua pur varia produzione. Decise di improvvisare; gli dispiaceva deludere il nipotino.

«Allora, c’era una volta… un gatto!»

«Era il Gatto con gli Stivali?»

«No, dico, guarda quel gatto» e indicò un micio proprio nel mezzo del sentiero in mezzo agli alberi. Era un gatto bianco, con la coda nera. Li guardava intensamente, come se volesse comunicare qualcosa.

«Vieni micio! Micio micio!» lo chiamò l’uomo, stendendo la mano e sfregando pollice e indice. L’uomo amava i gatti.

«Graffia?» domandò il bambino, un po’ intimidito.

«No, stai tranquillo. È buono.»

L’animale più che buono era enigmatico. Rimase qualche minuto a guardare i due umani, quindi si voltò, con la coda alzata, e si incamminò verso il laghetto col tempietto egizio, dove stazionava un altro gatto tigrato, disteso a sfinge su uno dei grossi corrimano di pietra. Anche il secondo felino aveva un aspetto misterioso.

«Sai che gli egizi adoravano i gatti come divinità?» disse l’uomo.

«Davvero zio? Avevano un dio con la testa di gatto?»

«Sì, la dea Bastet.»

Intanto i due si erano avvicinati al laghetto, coperto di ninfee, dove nuotavano delle testuggini e dei grossi pesci rossi. Il gatto del tempietto si alzò, si stirò e sbadigliò, segno che era a proprio agio. In quel mentre l’uomo notò un terzo gatto, sceso da un albero sul sentiero. Un quarto e poi un quinto lo seguirono, spuntando dalle siepi. I nuovi arrivati erano grigi, simili a certosini. Nessuno di loro aveva un collare o qualche segno che attestasse il fatto che non si trattasse di randagi.

D’un tratto l’uomo si rese conto che non c’era nessun altro nel parco; solo loro e quella strana colonia felina, che si stava accrescendo con l’arrivo di altri tre gatti, tutti e tre rossi.

«Ma quanti sono zio?» domandò il bambino stringendo la mano dell’uomo. I gatti si erano piazzati tutti quanti sul sentiero; metà davanti a loro e metà dietro. Li avevano circondati. Dal tempietto egizio sbucarono le teste di altri felini. Ad un certo punto iniziarono tutti a miagolare, contemporaneamente.

L’uomo cominciò a innervosirsi. Pensò che, presi singolarmente, i gatti sono animali deliziosi; lo sono anche in numero ridotto, ma quando sono tanti hanno qualcosa di inquietante,

come se volessero trasmetterti ansia e paura. Lo zio capisce che il nipote comincia ad avere davvero un po’ paura di quella situazione. Guarda più attentamente i gatti che si sono avvicinati a loro. Il miagolio comincia a diventare davvero inquietante. A lui ricordano il miagolio insistito e anche apparentemente rabbioso che faceva Libero, il gatto che aveva adottato quando abitava in quella stanza sopra i tetti e che aveva preso l’abitudine di andarlo a trovare ogni sera per divorarsi il piattino di rigaglie che si faceva preparare dal macellaio sotto casa. E che confusione che faceva quel gatto se lo zio, preso dall’ultimo romanzo (che tempo quando la vena funzionava e i lettori crescevano!), non scendeva neppure di casa. «La fame! Ecco cosa è che muove tutti questi gatti», pensò lo zio e lo disse anche al nipotino.  “Si, ma perché tutti insieme?” Gli venne di pensare. L’uomo guardò più attentamente quei gatti e notò che alcuni avevano il muso ei baffi sporchi di rosso come se fosse stato…«sangue! E’ sangue quello che hanno leccato!». Come se avesse intuito il pensiero di quell’uomo, un gatto cominciò a muoversi verso il boschetto lì vicino, seguito anche dagli altri gatti e, naturalmente, dallo zio e dal nipote, che stringeva sempre più forte la mano dell’uomo.

Tutti i gatti si mettono a correre fino a che, nascosto tra le frasche, appare il corpo di una donna piuttosto anziana, con accanto un cesto che doveva contenere il mangiare di quei gatti. L’uomo capisce che si tratta di una di quelle donne che si prendono cura dei gatti randagi e li rifocillano con gli avanzi che raccolgono nei negozi dei macellai. «Un po’ come facevo io con Libero», dice lo scrittore al nipote per spiegare che si tratta di una gattara. Dal cattivo odore che comincia a farsi sentire, si capisce che deve essere passato già qualche giorno da quando quella donna è morta. Da una osservazione più attenta si vede che qualcuno ha spaccato la testa della donna con qualcosa di duro e pesante, facendo fuoruscire sangue e materia cerebrale. L’uomo è preoccupato per gli effetti che può avere sul nipotino quella scena. Si sente stringere ancora più forte la mano, immagina il turbamento del piccolo, il quale si decide a parlare.

«Guarda zio, vedi quell’impronta di scarpa lì vicino?». Lo zio, meravigliato, osserva più attentamente quello che indica il bambino. «E’ di una marca molto costosa. Sono pochi quelli che se le possono permettere».

«Bravissimo, sapresti riconoscerle quelle scarpe, se le vedessi addosso a qualcuno?» Il bimbo fa segno di sì con la testa. Nell’uomo scatta qualcosa. La passione per il giallo comincia a risalire da una profondità dove si era nascosta. Zio e nipote decidono di dare un’occhiata intorno alle villette che si alternano nella salitella di Montughi.

Devono passere almeno due ore, che la gente cominci a ritornare verso casa, ma poi succede. Uno di quelli che parcheggiano il fuoristrada da decine di migliaia di euro fuori della villetta, indossa proprio il tipo di scarpa la cui orma il nipote ha notato accanto al cadavere della povera gattara. Deve essere stato tanto l’odio per gli animali per compiere un atto così crudele, magari per il solo fatto di non essere disturbato da un po’ di miagolio. «Io che mi posso permettere di vivere quassù, lontano dai rumori della città e dalle lamentele degli inquilini, figuriamoci se mi faccio rompere le scatole da una vecchiaccia che viene di quando in quando a rifocillare questi gattacci», deve aver pensato quell’uomo.

Non resta che andare insieme, zio e nipote, da bravi parenti, dai carabinieri e raccontare loro tutto quello che hanno scoperto.

E’ ormai passato un anno. Zio e nipote sono insieme in Piazza della Repubblica, il bambino sulla giostra, l’uomo in attesa della fine del giro. Poi il bambino chiede di andare a bere al bar sotto il loggiato. Passano davanti alla libreria e il bambino si arresta davanti alla vetrina. Dove, tra le novità, fa la sua bella figura il giallo “La gattara”, dove spicca la foto dello zio nella copertina. E’ tornata la vena, sono tornati i lettori, se ne è andata la depressione. Lo zio guarda il nipote che gli stringe la mano orgoglioso di lui. Lui pensa a quanto debba a quell’impronta sul terreno che il nipote ha scovato!

Firenze – Sesto Fiorentino, 17-18 vendemmiaio ’30 (8-9 ottobre 2021)

L’avvoltoio sul cuore

Di Massimo Acciai Baggiani

Recentemente mi è capitato di leggere un romanzo che mi ha fatto riflettere. Si tratta di un giallo pubblicato qualche anno fa da Pina Vicario, titolare della casa editrice Agèmina, intitolato L’avvoltoio sul cuore, dono della stessa autrice. La vicenda parte dall’assassinio di Alena Vandelli, la giovane moglie di Yuri Liceri, impresario italo-francese che si vedrà accusato del delitto. Ci penserà l’amante di lui, Martina Drini, a trarlo dall’infamante accusa e a scoprire il vero assassino, dopo una complessa indagine non priva di rischi mortali.

Il romanzo è ricco di personaggi e colpi di scena, narrati con uno stile scorrevole e avvincente. È ben descritto l’ambiente giudiziario e quello delle organizzazioni criminali in cui si muove suo malgrado la vittima e altri loschi personaggi maschili. Non mancano le riflessioni filosofiche della Vicario su grandi temi quali ad esempio la felicità («la felicità ha radici profonde e assolute. La felicità non si può mercanteggiare e non nasce spontaneamente nei prati. L’effimero non ha radici nel temo, perché il tempo non onora l’effimero»[1]), l’indecisione («è il più tremendo dei difetti umani. Nell’indecisione si sperpera la concretezza della vita ed è come sostare sulla soglia di una casa pericolante, mentre infuria una tempesta»[2] – e forse è proprio l’indecisione l’avvoltoio sul cuore a cui si riferisce il titolo), il destino («bisogna chinare la fronte al destino […] accettare senza ribellione la vita che ci offre. E alla fine, quando giunge il tuo giorno, nessuno te lo toglierà. Però, se sei destinato a vivere, sopravviverai a tutte le sciagure. Sì, sì, è tutto preordinato, tutto prestabilito»[3]) e temi di attualità quali la droga («la grande corruttrice, la bestia che non lascia scampo a chi ne diviene schiavo»[4]).

In particolare la riflessione sul Destino (la divinità?), che l’autrice mette in bocca a un’anziana signora che si occupa del protagonista, ormai ridotto all’ombra di se stesso, tradisce un certo fatalismo, che contrasta con la lotta accanita della protagonista femminile la quale per amore si mette nelle situazioni più rischiose. Dunque è più ragionevole una passiva accettazione di ciò che ci riserva la vita o «prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine» (come nell’amletico monologo shakespeariano)? Il lettore troverà la sua risposta.

Firenze, 5 novembre 2021

Bibliografia

Vicario P., L’avvoltoio sul cuore, Firenze, Agemina, 2012.


[1] Vicario P., L’avvoltoio sul cuore, Firenze, Agemina, 2012, p. 136.

[2] Ibidem, p. 150.

[3] Ibidem, p. 308.

[4] Ibidem, p. 153.

Fantascienza a Castelnuovo Berardenga

Di Massimo Acciai Baggiani

Nel secondo giorno di tre della convention di World SF Italia io e Carlo Menzinger facciamo rotta verso Castelnuovo Berardenga, nel senese, per prendere parte ai molti eventi previsti per quel sabato. È una bella giornata autunnale e la cittadina è deliziosa, con i suoi vicoli tortuosi e deserti del centro storico – che visitiamo nella pausa dopo il pranzo.

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Uno scorcio del centro storico del paese

Alle 9.30 inizia l’incontro con l’astronauta Umberto Guidoni al teatro Alfieri, sede della convention. Guidoni ci parla della vita sulla stazione spaziale internazionale, commentando un video in modo chiaro e accattivante, rispondendo poi alle molte domande del pubblico, soprattutto quelle rivoltegli dai più giovani, le generazioni che vedranno lo sbarco su Marte e la sua colonizzazione, forse da protagonisti (chissà…). Faccio anch’io una domanda riguardante le difficoltà poste dalla bassa gravità sul pianeta rosso. Ricordo che più di vent’anni fa, nel secolo scorso, durante una conferenza analoga all’università di Firenze, gli feci una domanda sulla qualità del sonno in orbita. Altri tempi, Guidoni era ancora attivo nello spazio. Prima che se ne vada riesco a presentarmi e a farmi autografare il suo libro autobiografico Un passo fuori.

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Io e Umberto Guidoni

Segue la presentazione dei finalisti del premio Vegetti del 2020 (la cui premiazione è saltata a causa del Covid) e di quest’anno. Tra i finalisti ci sono diversi autori di Tabula Fati (alcuni già conosciuti a Strani Mondi a Milano), compreso il mio amico Carlo, il quale porta in finale ben tre libri: Il narratore di Rifredi (per la saggistica), Apocalissi Fiorentine (per il romanzo) e Sparta ovunque (per l’antologia). Ciascun autore parla per pochi minuti della sua opera, stimolato dalle domande di Donato Altomare, presidente della World SF e organizzatore dell’evento.

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Gli autori di Tabula Fati

Pranziamo nel ristorante di fronte al teatro, usufruendo della card regalataci dall’associazione che ci garantisce un piccolo sconto. Siamo vicini a Siena: ci godiamo un bel piatto di pici.

Prima che ricominci il programma pomeridiano ho modo di chiacchierare a lungo con Giovanni Mongini, che vedevo per la prima volta. Si tratta di uno dei massimi esperti del cinema di fantascienza in Italia, autore tra l’altro di una serie di volumi su cui mi sono basato per preparare la mia tesi di laurea, vent’anni fa. Adesso è un simpatico signore con barba e capelli bianchi, un berretto rosso in testa e una maglietta con locandine di vecchi film. A noi si unisce un suo amico con cui parliamo di ufologia e altri misteri insoluti.

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Alcuni partecipanti alla Convention, tra cui Giovanni Mongini (col berretto rosso)

Alle 16.30 comincia l’assemblea annuale dell’associazione, con la nomina del nuovo direttivo e la relazione di Altomare. In attesa del capitolo finale della giornata – le premiazioni del premio Carità (per gli illustratori) e del Vegetti – ci viene offerto un aperitivo nel giardino del Museo del Paesaggio, a pochi metri dal teatro. Ci sono anche vari banchini con i libri portati dai soci: ho portato qualcosa anch’io, e riesco a vendere l’ultima copia de La compagnia dei Viaggiatori del tempo, forse il mio libro più importante. Altomare regala un paio di bottiglie di vino (siamo nel Chianti) ai finalisti e una penna e un coltellino svizzero a tutti i partecipanti alla convention (col messaggio sottinteso forse che ferisce più la penna della spada…).

Tra i premiati di quest’edizione ci sono molte donne, tra cui Annarita Stella Petrino per il miglior romanzo di fantascienza 2020 col suo Quando Borg posò lo sguardo su Eve. Niente premi per il mio amico, comunque contento di essere tra i finalisti (il che non è poco in effetti). Magari ci rifaremo l’anno prossimo con Psicosfera, ormai prossimo alla pubblicazione.

La premiazione termina verso le 20. Segue cena sociale al ristorante dove abbiamo pranzato, ma io e Carlo dobbiamo rientrare (la strada è lunga, impieghiamo quasi due ore per rientrare a Firenze) contenti per l’intensa e interessante giornata tra i grandi nomi della fantascienza italiana e le giovani promesse.

Firenze, 24 ottobre 2020

Bibliografia

  • AA.VV., Sparta ovunque, Chieti, Tabula Fati, 2020.
  • Acciai Baggiani M., La compagnia dei Viaggiatori del tempo, Milano, Abeditore, 2017.
  • Acciai M., La comunicazione nella fantascienza, Ariccia, Ermes, 2016.
  • Guidoni U., Un passo fuori, Roma-Bari, Laterza, 2006.
  • Menzinger C., Il narratore di Rifredi, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi Fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2020.
  • Mongini G., Mongini C., Storia del cinema di fantascienza, Milano, Fanucci, 1999.
  • Petrino A.S., Quando Borg posò lo sguardo su Eve, Chieti, Tabula Fati, 2020.

WEN – ANTENATI – Antenati – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

Andrea guidava sotto la pioggia con un senso di inquietudine. Non si sarebbe certo messo in viaggio con quel tempo se non si fosse fidato del meteo, che prevedeva tempo nuvoloso ma senza precipitazioni. Invece le precipitazioni c’erano eccome! Sembrava che stesse precipitando tutto il cielo sul tettuccio della sua Bravo nera; la pioggia era tanto violenta che più volte era stato costretto a fermarsi lungo la strada di campagna, in qualche piazzetta o slargo, in attesa che la visibilità tornasse accettabile. Che tempo da lupi, pensò sconsolato. Per fortuna la sua meta non era molto lontana: la chiesa di Sant’Andrea a ***. Non sapeva nulla del suo omonimo santo a cui era intitolato il luogo di culto, in compenso conosceva bene il prete, abbastanza almeno da chiedergli come favore di poter consultare l’archivio parrocchiale per la sua ricerca genealogica.

Andrea amava frequentare gli scaffali del libero scambio: qui aveva trovato un libro sulle ricerche delle proprie radici familiari; un procedimento scientifico che lo aveva appassionato man mano che scorreva le pagine, fino a fargli prendere quella decisione. Avrebbe scritto un libro sui propri antenati, se ne avesse trovati di notevoli o abbastanza pittoreschi. Non sapeva quasi nulla della sua famiglia, a parte che entrambi i rami, materno e paterno, erano originari del Casentino. I suoi genitori erano scomparsi durante un’escursione nelle foreste casentinesi quando lui era piccolo, quindi era stato cresciuto dagli zii a Sesto Fiorentino. Ricordava poco dei suoi genitori, le notizie arrivavano soprattutto dalla zia Giulia, sorella di sua madre. Sapeva che erano amanti del trekking tanto da farne una professione; erano entrambi guide esperte. Lui invece era un tipo da città, odiava gli insetti e non aveva senso dell’orientamento: certo non aveva ereditato da loro l’amore per i boschi e per l’esplorazione.

La chiesetta di montagna apparve quasi all’improvviso nella notte precoce creata dal maltempo, alla fine di una mulattiera adatta al suo fuoristrada. La pioggia continuava a scrosciare, accompagnata da qualche lampo e tuono lontano. Andrea prese l’ombrello, sapendo che sarebbe stato quasi inutile sotto quel diluvio, ma d’altronde non gli andava di aspettare in macchina e far tardi all’appuntamento. Con rassegnazione aprì la portiera e fece una corsa fino alla piccola tettoia. Il portone di legno era chiuso. Prese il batacchio e diede vari colpi, finché venne ad aprire un uomo in abito talare, con una folta capigliatura più da rocker anni Sessanta che da ministro di Dio. Dimostrava una cinquantina d’anni e aveva una barbetta di qualche giorno che spuntava dalla mascherina chirurgia.

«Buonasera, sono Andrea Guidi, ci siamo sentiti ieri al telefono, avevamo appuntamento alle 16» disse dopo aver indossato a sua volta la mascherina e aver salutato con un cenno del braccio destro, sostituto pandemico della stretta di mano.

«Buonasera, sì. Un cognome importante da queste parti. È un discendente…?»

«… dei Conti Guidi? È quello che spero di scoprire con le mie ricerche.»

Appena Andrea mise piede in Chiesa, passando davanti a quello strano prete, riuscì a scuotersi di dosso un po’ dell’acqua che l’aveva letteralmente inzuppato e cominciò a dare uno sguardo intorno. Poi guardò l’altro in faccia: «Come ha detto di chiamarsi… ?»

«Non l’ho detto, per la verità, mi chiamo Guido… Don Guido per la precisione. A proposito della sua ricerca sui Conti Guidi, ha scoperto qualcosa di interessante… qualche traccia, insomma che l’ha spinta a venire fin quassù, in questo paesino sperduto?»

«Qualcosa di molto preciso, ancora no, se parliamo di tracce che possano riguardare il mio nome, la mia casata insomma. Però… »

«Però?…», lo incalzò Don Guido

«Però, contrariamente a molte teorie sulla scomparsa della dinastia dei Guidi, che dopo aver dominato mezza Italia nell’alto medio evo, si sarebbe via via estinta al tempo dei Medici fiorentini, ho trovato tracce di più recenti studiosi che farebbero continuare la casata, anche se in veste dimessa, non più Conti per intenderci, fino ai giorni nostri. E guarda caso, secondo uno di questi topi di biblioteca, ci sarebbero tracce che portano fino ad un personaggio che pare proprio il ritratto del nonno di mio nonno!»

«Bella questa! Non ci crederà, ma anche io ho fatto una scoperta simile. Io mi chiamo Guido, ma non Guidi. Il padre di mia madre era un Guidi, poi, col matrimonio… però ho trovato su un recentissimo libro sulla storia di questi un tempo potentissimi Conti, una teoria, che parrebbe ben documentata, che porterebbe la continuità di questa famiglia fino ai giorni nostri.»

«Chissà che alla fine non si scopra di essere parenti», aggiunse in tono scherzoso Andrea, mentre si scuoteva un po’ del bagnato dalla piega dei pantaloni.

Visto che il prete non apprezzò o non capì la battuta Guido rimediò dicendo di essere curioso di poter visitare quella chiesetta, rimasta intatta, anche se un po’ rovinata, per così lungo tempo.

Nonostante la poca illuminazione dovuta, secondo don Guido, alle scarse risorse di cui la Chiesetta disponeva, le cose che Andrea riusciva a intravedere erano tutte ammirevoli. Perfino parti di affreschi risalenti al periodo protocristiano e miracolosamente conservatisi fino ad oggi. Ma la cosa che colpì particolarmente Andrea fu un quadro di una particolare luminosità, nonostante il semibuio, e di rara bellezza, una Trinità con una Madonna particolarmente ispirata e un bambino ormai fuori dai canoni rigidi della pittura pregiottesca.

«Ma questo è un autentico capolavoro!» esclamò Andrea, rimasto imbambolato di fronte alla suggestione di quel quadro.

«Chi è l’autore?»

«E’ attribuito alla scuola di Giotto. C’è chi dice che sia proprio del Maestro!»

«E con un valore di questo genere, lei mi parla di Chiesa povera, don Guido?»

Il prete ebbe un attimo di incertezza, poi si decise a dare la risposta che quell’ospite aspettava.

«Il quadro non è della Chiesa. Questa casa del Signore è la custode di questo tesoro. Ma le carte ritrovate relative alla proprietà parlano di un quadro appartenuto dalla fine del mille e duecento ai Conti Guidi e ora di proprietà di chi saprà dimostrare di essere il legittimo erede di questi illustri antenati. Si faccia coraggio, continui le sue ricerche. Ci potrebbe essere un boccone così ghiotto a compensare la sua fatica».

«Se è per questo, anche lei si trova nella mia stessa situazione, in quanto alle probabilità…»

Ma Don Guido non lo lasciò neppure finire:

«Per me non esiste nessuna chimera del genere. Io sono un uomo di Chiesa e, nel caso dovesse risultare questa discendenza, non potrei che lasciare il quadro dove è, nella disponibilità della Chiesa. Lei, piuttosto, non è curioso di vedere cosa ho trovato nel libro di cui le ho parlato?»

«Sì certo, sarei curioso davvero di poterlo leggere. Ce l’ha qui con sé?»

«No, ce l’ho nella casetta che ho affittato su in paese. Ora ho delle funzioni da sbrigare. Se torna qui domani, più o meno a quest’ora, sarò felice di farle scorrere tutte le pagine che vorrà del mio libro.»

Presi gli accordi per rivedersi il giorno dopo, Andrea approfittò della minore intensità della pioggia per recarsi alla macchina e andare alla ricerca di una pensione, albergo, b&b o quello che si trovasse nelle vicinanze di quella Chiesetta.

Quando, la sera seguente, Andrea sbattette più volte il batacchio della porticina della Chiesetta, rimase meravigliato di trovare tutto aperto e nessuno che si facesse vivo. Poi, dalla semioscurità vide baluginare qualcosa, una lama di coltello che, in mano ad un individuo, stava per affondare il colpo su di lui. Ma quel prete, ora in abiti civili, non aveva messo in conto l’agilità di Andrea che riuscì a schivare il fendente e a colpire con paio di pugni ben assestati quella specie di prete. Poi chiamò immediatamente il maresciallo e il suo giovane appuntato che stavano appostati fuori della Chiesa. La perquisizione della piccola cripta portò alla luce il cadavere del vecchio prete che da qualche giorno era scomparso dalla vista.

«Bravo giovanotto!», si complimentò il maresciallo una volta messo in manette quel tipo. «Appena mi ha raccontato la sua esperienza con questo finto prete, ho capito che qualcosa non quadrava. Questa storia degli antenati e della proprietà del quadro era una leggenda che il prete, quello vero, andava diffondendo ai quattro venti. E ha finito per farci rimanere impigliato questo povero gonzo che è salito fin quassù, ha ucciso don Mario, il prete vero della Chiesetta e non si aspettava di vedere arrivare lei a insidiare la sua possibile discendenza.»

Mentre i due carabinieri portavano verso l’auto di servizio quel tipo che sognava la facile ricchezza con la proprietà del quadro giottesco, il Maresciallo volle aggiungere ancora qualcosa all’indirizzo di Andrea:

«Lei è un tipo sveglio e non è cascato nella trappola di questo delinquente. Ma mi permetta un consiglio. La ricerca di propri antenati nella famiglia dei Conti Guidi del Casentino è una favola che va avanti da troppo tempo. Senza portare da nessuna parte. Se ne faccia una ragione anche lei e si accontenti della gratitudine che le dobbiamo con quello che ci ha fatto scoprire.»

Andrea prese atto di queste parole e ringraziò a sua volta il Maresciallo per avergli creduto e, in qualche modo, salvato la vita. Ma sulla faccenda degli antenati non disse niente. Qualcosa continuava a frullargli per la testa.

Firenze – Sesto Fiorentino, 29 fruttidoro ’29 – Giorno delle Ricompense del ’29 (15-21 settembre 2021)

Per WEN ottobre 2021 (Antenati)

Castello dei Conti Guidi (sec. XIII) | Comune di Poppi

Dante senza veli

Di Massimo Acciai Baggiani

Mentre sto scrivendo queste righe non è ancora finito il mese dedicato ai festeggiamenti per i 700 anni della morte del Sommo Poeta, in questo secondo anno pandemico che ha già visto tanti eventi dedicati a lui e alla sua Opera: non è molto ad esempio che è stato presentato, alla Biblioteca Buonarroti qui a Firenze, l’antologia Gente di Dante, curata da Carlo Menzinger e da Caterina Perrone per il Gruppo Scrittori Firenze (a cui ho partecipato con un mio racconto di genere fantascientifico, Lettere postume di Dante Alighieri), e presto faremo il bis al Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, accanto all’omonimo museo dedicato al Poeta.

Tra i prefatori dell’opera figura il dantista Massimo Seriacopi, che ha fatto anche da consulente storico. Seriacopi ha a sua volta pubblicato, in questo stesso anno dantesco, una breve monografia intitolata Dante senza veli. In un’ottantina di pagine l’autore si propone di parlare di Dante senza le “incrostazioni” della leggenda che fin da tempi antichi avvolge la sua figura, di cui poco sappiamo come dati storici inconfutabili. Dante rappresenta ancora un mistero, ma Seriacopi si propone di togliere i “veli”, non i segreti. Nella prima parte del libro traccia una breve biografia del Sommo (non a caso il sottotitolo del libro è Una biografia) partendo da quei pochi dati storicamente certi, in particolare intorno all’amaro “essilio”. La seconda e la terza parte sono costituite da una carrellata delle sue opere e dal pensiero del Poeta, desunto dalle prime. Il libro si conclude con una notarella non meno importante che sfata la “diceria” secondo cui il vero nome del Sommo sarebbe Durante e non Dante (presunta forma sincopata del nome di battesimo, nomignolo con cui sarebbe entrato nell’immortalità letteraria).

Il testo di Seriacopi è corredato dalla riproduzione di diverse opere a tema di Enrico Guerrini e da un cd allegato con alcuni frammenti della Commedìa su musiche originali, composte per l’occasione da Fabiano Fiorenzani. Insomma, un omaggio prezioso a questa figura che Seriacopi non esita a definire «il più grande poeta mai vissuto sul nostro pianeta»[1], presentato nel giardino dell’SMS di Rifredi, ieri 27 settembre 2021 con grande partecipazione del pubblico, il quale ha dimostrato che Dante è ancora oggi, dopo sette secoli, un poeta assolutamente “popolare” e non confinato alle accademie.

Firenze, 28 settembre 2021

Bibliografia

AA.VV., Gente di Dante, Chieti, Tabula Fati, 2021.

Seriacopi M., Dante senza veli, Castelfranco Piandiscò, Setteponti, 2021.


[1] Seriacopi M., Dante senza veli, Castelfranco Piandiscò, Setteponti, 2021, p. 27.

Stranimondi 2021

Di Massimo Acciai Baggiani

L’autostrada è piuttosto libera in questo scorcio di tarda estate; una linea di asfalto che taglia in linea più o meno retta l’Italia. Partiamo da Firenze alle 7.30, io e Carlo Menzinger, e arriviamo a Milano con calma. Parcheggiamo vicino alla Casa dei Giochi, in via Sant’Uguzzone 8. È la prima volta che esco dalla Toscana in questa era di pandemia. L’occasione è speciale: Stranimondi, la fiera della narrativa fantastica.

All’entrata mostriamo il green pass e il foglio con la registrazione; sono molto efficienti e le norme anti-Covid sono rispettate. Ci dirigiamo verso lo stand di Tabula Fati dove salutiamo Vittorio Piccirillo, Sandra Moretti e Maddalena Antonini: autori della nota casa editrice abruzzese che, in assenza dell’editore, gestiscono il banchetto su cui sono disposti i libri delle varie collane: l’occhio mi cade subito su Contaminazioni, l’antologia curata da Piccirillo di cui ho parlato in un mio articolo (e in cui sono presente col racconto Il vecchio), su Sparta ovunque (la fanfiction basata sull’universo narrativo di Via da Sparta, la saga ideata da Carlo) e naturalmente su Apocalissi fiorentine, dello stesso Carlo. Tutti libri collegati l’uno all’altro: l’ucronia distopica di Carlo ricompare in Contaminazioni e in Sparta ovunque, oltre che in altre opere apparse con altri editori.

Mi metto poi a curiosare anche riguardo gli altri libri e autori, alcuni già conosciuti tramite Contaminazioni. Posso vedere ora le opere a cui sono ispirati i rispettivi racconti. Piccirillo è un interessante autore di space opera, ma ha pubblicato anche un curioso racconto lungo, Legio Accipitris, su un incontro ravvicinato del terzo tipo ai tempi dell’impero romano: il racconto è bilingue, in italiano e in latino, con testo a fronte. Do un’occhiata anche ai libri delle due colleghe di Tabula Fati: Sandra Moretti e Maddalena Antonini, entrambe autrici di saghe fantascientifiche (in bibliografia ho messo i primi libri delle rispettive saghe).

Completato il rito dello scambio di autografi, lascio il banco e vado a curiosare negli altri stand, distribuiti in un salone e una saletta più piccola attigua. Le case editrici presenti non sono moltissime (per lo più del nord Italia) e lo spazio è ristretto e affollato; non ci metto molto a fare il giro, pur fermandomi presso ognuna per cercare di lasciare il mio cv (me ne sono portati diversi in quando in questo periodo sono in cerca di un nuovo lavoro, dopo quello presso Porto Seguro). L’autore più presente, più noto e più celebrato è senza dubbio H.P. Lovecraft, ma non mancano gli esordienti di talento. Presso lo stand di Bietti vedo l’antologia di Pierfrancesco Prosperi, Il futuro è passato, anch’essa già recensita. Curioso il gadget della 451: una confezione di fiammiferi! (chi non coglie il riferimento non merita di visitare Stranimondi né di essere chiamato appassionato di fantascienza). Rivedo con piacere Francesco Verso con i suoi libri di fantascienza “etnica”: incontrato per la prima volta al Pisa Book Festival (dove avevo preso un’antologia di Sci-fi cinese, Artificina), ha portato stavolta anche antologie indiane, russe, turche… tutte a tematiche ciberpunk moderno.

È l’ora di andare a mettere qualcosa sotto i denti. Noi quattro andiamo a una vicina tavola calda gestita da cinesi, lasciando Maddalena a presidiare il banchino. Un caffè per tirarsi su e via di nuovo alla fiera (che si concluderà domani, 12 settembre).

Arrivano finalmente le 16, l’ora della nostra presentazione nell’apposita sala. Il pubblico non è numeroso, ma noi cinque siamo determinati a lasciare un’impronta in questo festival, a incuriosire i pochi ascoltatori con le nostre storie (a cui accennavo sopra); in particolare la presentazione è centrata su Contaminazioni. Parliamo a turno, io e Carlo accenniamo anche al nostro romanzo scritto a quattro mani, Psicosfera, di prossima uscita sempre per Tabula Fati; alla fine Maddalena chiude con un suo slogan che sottolinea il clima di incontro e “fratellanza” tra gli autori di Tabula Fati (di Marco Solfanelli): «Siamo forti, siamo belli, siamo autori Solfanelli!»

Saremmo rimasti volentieri per tutta la durata di Stranimondi, ma dobbiamo rientrare a Firenze. Alle 17.30 ripartiamo, dopo aver salutati amici vecchi e nuovi. L’autostrada scorre di nuovo libera e diritta, in senso opposto, mentre il sole cala su una giornata perfetta.

Firenze, 12 settembre 2021

Allo stand di Tabula Fati. Da sinistra: Massimo Acciai, Carlo Menzinger, Vittorio Piccirillo, Sandra Moretti, Maddalena Antonini

Bibliografia

AA.VV., Contaminazioni, Chieti, Tabula Fati, 2021.

AA.VV., Sparta ovunque, Chieti, Tabula Fati, 2020.

AA.VV., Artficina, Future Fiction, 2019.

Acciai Baggiani M., Menzinger C., Psicosfera, Chieti, Tabula Fati, 2021.

Antonini M., I girasoli di Shaah-Mall-A, Chieti, Tabula Fati, 2020.

Menzinger C., Via da Sparta, Firenze, Porto Seguro, 2017-2019.

Menzinger C., Apocalissi fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.

Moretti S., L’isola di Heta, Chieti, Tabula Fati, 2020.

Piccirillo V., Legio Accipitris, Chieti, Tabula Fati, 2019.

Prosperi P., Il futuro è passato, Milano, Bietti, 2013.

POTER TORNARE NEL 1985 – Massimo Acciai letto da Carlo Menzinger

La straordinaria nevicata dell'85 : Acciai Baggiani, Massimo: Amazon.it:  Libri

Mi sembra strano pensare che “La straordinaria nevicata del ‘85”, pubblicato in questo inizio di 2021 sia solo il secondo romanzo di un autore con al suo attivo decine di pubblicazioni, eppure è così: Massimo Acciai Baggiani, pur avendo pubblicato moltissimi libri, da solo o con altri autori, si è cimentato poche volte con i romanzi, prediligendo opere saggistiche, racconti e poesie. Inoltre, questo romanzo, sebbene edito solo ora, Massimo Acciai lo conservava da tempo nel suo cassetto.

Il titolo potrebbe creare confusione con un’altra sua opera, l’antologia “La nevicata e altri racconti”, ma sono libri ben diversi. L’antologia mi era parsa sostanzialmente un saggio sul sistema scolastico camuffato da romanzo breve (“La nevicata”) corredato di 4 racconti.

La straordinaria nevicata del ‘85” è, invece, un romanzo di fantascienza autobiografico. Già! Parrebbe quasi un ossimoro: che cosa può avere a che fare un romanzo di fantascienza con un’autobiografia, un’opera di pura fantasia con una delle più realistiche. Questo autore, del resto, ama mescolare generi diversi. Per esempio i suoi volumi “Radici” e “Cercatori di storie e di misteri” uniscono la ricostruzione quasi autobiografica delle radici familiari con storie di viaggio attraverso Mugello e Casentino, con storie e leggende locali, divenendo quasi delle guide turistiche.

Ne “La straordinaria nevicata del ‘85” troviamo due temi assai cari alla narrativa dell’Acciai, il viaggio nel tempo e i poteri paranormali, ma anche il suo amore per la famiglia di provenienza, sua madre soprattutto, il suo attaccamento a Firenze e, in particolare, al quartiere di Rifredi. Tema quest’ultimo così centrale che quando ne scrissi la biografia pensai di chiamarla (definendo così Massimo) “Il narratore di Rifredi” (Porto Seguro Editore, 2019).

Non vorrei anticipare troppo, ma credo di poter accennare che “La straordinaria nevicata del ‘85” è, dunque, la storia di un viaggio nel tempo, effettuato nella mente, da un recente 2015 al 1985, anno in cui il protagonista, come l’autore, aveva solo dieci anni. Lì avviene il delicato incontro-confronto tra il protagonista adulto e il se stesso bambino.

Per quanto mi è dato conoscere Massimo Acciai, dalla lettura di tante sue opere e dalla conoscenza personale, seppure risalente solo alla fine del 2017, ritrovo davvero molto di lui in questo personaggio senza nome, che racconta le proprie avventure in prima persona, al punto da chiedersi davvero dove cominci la finzione e dove finisca la realtà, arrivando magari persino a domandarsi se davvero Massimo Acciainel 2015 possa esser tornato indietro nel tempo di trent’anni!

Il viaggio è anche occasione per raffrontare due modi diversi di vivere, oggi e ieri; due diversi sguardi sul mondo, dell’adulto e del bambino; il sogno infantile di un futuro ipertecnologico con la realtà di un mondo attuale che appare assai meno fantastico di come lo immaginava la fantascienza. La lettura innesca subito una profonda riflessione sul sogno infranto di un futuro di progresso che avevamo noi nati negli anni ’50 e ’60 del XX secolo e, a quanto pare anche qualcuno nato negli anni ’70. Le grandi utopie futuriste della fantascienza di quegli anni ci aveva, infatti, insegnato a sognare un XXI secolo di auto volanti, viaggi spaziali, incontri alieni, progressi tecnologici inarrestabili. La delusione del piccolo protagonista di questo romanzo, quando si ritrova nel 2015 è, in fondo, quella di tutta una generazione, che sognava mondi lontani e si ritrova tra le mani solo smartphone, tablets e TV digitali.

Qui, come altrove, Massimo Acciai ama disseminare la narrazione con citazioni di libri e canzoni che hanno contribuito alla sua crescita e formazione e che fanno da contorno e ambientazione a quest’avventura.

Oltre all’Io Sdoppiato, vi compaiono vari altri personaggi, maschili e femminili, a fornire l’occasione per parlare anche di amicizia e amore.

Un romanzo, dunque, ricco e articolato, che potrà piacere sia agli appassionati di fantascienza, sia a chi questo genere non pratica e preferisce il mainstrem, dato che la vita di tutti i giorni, del passato e del presente, crea un’ambientazione che farebbe ben collocare il libro in questa più ampia e apprezzata categoria.

Inutile dire che fa da sfondo alla storia un evento meteorologico reale, quella nevicata che molti di noi certo ricordano bene e che paralizzò in modo assai più allegro dell’attuale covid-19 l’Italia intera.

Un’ottima prova per Massimo Acciai, che dimostra ancora una volta di sapersi destreggiare con ogni genere di scrittura.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

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