WEN – SOGNO – Sogno di Chiara – Paolo Orsini

Corro, corro all’impazzata, per superarli tutti, voglio essere la prima a raggiungere l’enorme quercia, arrampicarmi sui suoi grandi rami, fino alla cima, da dove posso ammirare il panorama della valle, fino alle montagne. Mi volto per vedere se sono riuscita a seminarli. Strano, non c’è nessuno, mi hanno lasciato sola. La solitudine mi disorienta, preferivo restare insieme a loro, provo un leggero, inconsueto senso di spaesamento. Con la schiena, mi appoggio al tronco per riprendere fiato, i sussulti mi fanno sobbalzare, faccio una serie di lunghi respiri per regolarizzare il battito cardiaco. Perlustro il grande albero alla ricerca del punto migliore dove iniziare l’arrampicata. I rami della grande quercia hanno poche foglie, forse sono cadute, per terra non ne vedo, forse il vento le ha trascinate via. L’ultima volta che sono venuta in questo posto, la grande quercia era verde e rigogliosa. Anche alla base del tronco c’era un fitto manto erboso, adesso soltanto arida terra. Che cosa è successo? Arrampicarsi non è difficile, i rami arrivano quasi fino a toccare terra, poi è un fitto intricare di rami, grossi, robusti, sicuri. Salto su e in breve, senza sforzo, arrivo in cima. Il sole sta quasi per tramontare, il disco rosso sembra fermo in cielo, concede a tutto lo spazio circostante la cupa oscurità dell’imbrunire. Mi avvolge un panorama talmente affascinante che mi stordisce, tutto intorno a me colline e montagne, boschi e vallate, ma non riesco a vedere nessun paese, nessuna luce delle case, eppure ricordo che le altre volte che sono salita fin quassù, ho visto paesi, castelli con le torri, chiese con i campanili.

D’improvviso, un grande corvo, nero come il buio della notte che sta per sopraggiungere, si posa gracchiante su un ramo, sopra di me. Credevo di essere giunta sul ramo più alto, invece l’uccello mi sovrasta. Si mette a gracchiare forte, a lungo, il becco spalancato, in un’irreale immobilità. Il suo richiamo fa arrivare uno stormo di altri uccellacci neri, tutti vorticano sopra la quercia. Li guardo da sotto in su, mi sembra di essere risucchiata dal nero, aereo girotondo dei corvi, al punto che devo sorreggermi a un ramo per non perdere l’equilibrio e volare di sotto. Da questa altezza mi sarei sfracellata, su quella arida dura terra alla base della querce. Ben presto, quasi tutti i rami si riempiono di questi inquietanti uccelli neri, sembra che abbiano sostituito il fogliame. Adesso, la grande quercia è una grande macchia nera che si staglia sul cielo, colore del sangue. Non ho paura, temo che succeda qualcosa di spiacevole, il corvo porta sfortuna, ho timore di cadere. Arrivano altri corvi, si posano sui rami, quelli che già si erano appollaiati, spiccano il volo e se ne vanno, adesso è un turbinare di ali, di schiamazzi, di artigli che afferrano i rami, di becchi che cozzano contro. Il fracasso è terribile, al punto che sono costretta a tapparmi le orecchie con le mani. Per un po’ chiudo anche gli occhi, terrorizzata. Quando li riapro, noto con stupore misto a orrore che sotto a ogni uccello, nel punto dove gli artigli delle zampe hanno fatto presa sull’albero, si è formata una macchia nerastra. La macchia avanza, con irreale velocità, ricoprendo il ramo, che si spezza, cade a terra, mentre il corvo vola via. La macchia nera è su quasi tutti i rami, come un veleno, che li uccide, li spezza, li fa cadere a terra. Mi rendo conto che devo scappare, scendere più velocemente possibile, per non cadere insieme ai rami avvelenati. I corvi se ne stanno andando, con un assordante gracchiare, ormai la quercia è tutta ricoperta di queste letali macchie nere, i rami si stanno sbriciolando, uno dopo l’altro, anche quello dove mi trovo adesso. Finisco a terra, cadendo di schiena, il colpo mi lascia senza fiato, mi rialzo a fatica, mi tocco tutto il corpo, per fortuna non ho nulla di rotto. Guardo sbigottita la quercia, le macchie nere l’hanno divorata, è rimasto soltanto il tronco, un mozzicone. I corvi sono scomparsi, riesco a mala pena a distinguere, in lontananza, una nuvola nera che si allontana sempre più, fino a scomparire del tutto.

Incubo” per gentile concessione della digital artist Helene Weifner.

di Paolo Orsini

WEN – CONIUGI- Il cinghiale – Paolo Orsini

«Romy basta, ti prego.» 

Marco emerse con fatica dal grande divano. Cercò vigore nel calore del camino, dove ardeva un grosso ceppo di quercia. Lei, ancora distesa e inappagata, borbottava qualcosa d’incomprensibile. Marco attizzò il fuoco, l’aria cominciava a rinfrescarsi. Gocciolante di sudore, aveva tutti i muscoli indolenziti. Lei nuda, sollevò la schiena per sistemarsi i capelli del colore del rame. Una bella donna, con un fisico imponente, più alta di Marco. Anche lui era un bell’uomo, forte anche se magro. I lunghi capelli corvini e i profondi occhi verdi avevano stregato Romy, fin dalla prima volta che l’aveva incontrato, a una fiera agricola a Grosseto.

«Metti altra legna, poi torna qui, amore.»

Quando si rivolgeva a suo marito, Romy usava un tono dolce ma perentorio. Se fosse stata contraddetta, il suo umore sarebbe cambiato. Marco sapeva bene che per un po’ sarebbe stata inavvicinabile. Per non scatenare l’ira della moglie, cercava di opporsi il meno possibile. Nei frequenti scontri, chi ci rimetteva le penne era sempre lui. Non amava subire quelle continue mortificazioni, ecco perché cedeva sempre. Da più di un anno, Marco era in cassa integrazione, si sentiva debole, vulnerabile. Gli pesava sempre più assecondare i capricci e i desideri della moglie, non riusciva a tenerle testa.

«Romy, non ho più voglia.»

«Vai a prendere qualcosa da mangiare, beviti un po’ di vino, poi torna qui.» 

«Vado a fare la doccia.»

«Stronzo!»

Marco si rifugiò in bagno. A volte ci restava a lungo, zona franca nella guerra giornaliera con sua moglie. Romy lo scovava anche in quel territorio, profanando la sua intimità. Non c’era rifugio da quella donna che dominava ogni spazio della sua vita. Fece una lunga doccia, molto calda. Quando uscì dalla cabina, lo specchio appannato dal vapore gli restituì un’immagine del corpo sfocata, come perduta nella nebbia. Pensò che quella fosse davvero l’immagine della sua vita: un uomo senza contorni definiti, una personalità evanescente. Con l’asciugamano eliminò la condensa dallo specchio alla ricerca di contorni più definiti del suo volto. Quando apparvero, vide che aveva uno sguardo truce, un sorriso tirato. La sua faccia non era brutta, era lui che si sentiva mediocre. Tornò in sala, lasciò scivolare l’accappatoio su una sedia. Indossò soltanto il pullover che, prima di fare all’amore, aveva gettato sul tappeto. Sentiva il bisogno di bere qualcosa. Avvertì il bruciore della lana grezza sulla pelle, si fermò al buio in mezzo alla cucina, per grattarsi e mettere ordine ai suoi pensieri. 

«Marco?» Sua moglie lo chiamò con la voce più squillante ed energica del mondo. «Coprimi, sento freddo!»

Rientrò in salotto, raccolse il piumone giallo che era finito dietro il divano. Con delicatezza, l’adagiò sul corpo di sua moglie, distesa in modo provocante, come fosse la Maja Desnuda. Lo sguardo gli cadde sul seno, grande, di forma perfetta. Romy era la donna più bella che avesse mai incontrato, si rendeva conto che, nonostante tutto, non poteva vivere senza di lei. Lo scosse un desiderio elettrico di baciarla. S’impose di farlo con dolcezza, in quel momento aveva voglia di un po’ di tenerezza. Lei s’inarcò vogliosa, chiuse gli occhi, porse le labbra in un gesto di una sensualità irresistibile. Marco non poté fare a meno di pronunciare una frase che non avrebbe mai voluto dire, in quel momento: «Sei una meravigliosa insaziabile puttana». Lei aprì gli occhi, lo guardò con desiderio, le piaceva quando lui le parlava così, ma si coprì con il piumone. Inspiegabilmente, lo respinse.

Incontrare un cinghiale: cosa fare e non fare - informatrieste

«Ho fame e ho sete. Prepara dei panini e porta del vino, quello rosso di mio padre.» 

Marco, ancora senza mutande, tornò in cucina. Andava sempre in giro nudo per casa, adesso cominciava a sentirsi a disagio. Tagliò del pane nero e, con l’affettatrice, qualche fetta di prosciutto, del loro podere, un po’ troppo salato per i suoi gusti, gli metteva una gran sete. Sua moglie voleva che tagliasse il prosciutto con il coltello, non era mai stato capace di tagliare a mano fette sottili, come lei desiderava. 

«Amore!» urlò Romy dal salotto. «Domani andrò a caccia di cinghiali con mio padre.» 

Incipit del racconto omonimo di Paolo Orsini, il cui testo integrale si può trovare nella raccolta di racconti SCINTILLE DI OSCURITA’ di prossima pubblicazione.

WEN – PARENTI – Capodanno persiano – Paolo Orsini

Katja aveva tentato di dissuaderlo in tutti i modi, non era una buona idea, potevano esserci conseguenze disastrose, ma Behruz non ascoltava mai sua moglie. Le scelte importanti spettano al capofamiglia, lui aveva preso la sua decisione irrevocabile.

        Quella sera Behruz Shirazi avrebbe per la prima volta, da quando era emigrato a Roma da Teheran, riunito tutta la famiglia per il Capodanno persiano nella sua casa, nella periferia elegante della città. I suoi genitori, il patriarca Parwiz Hadi Shirazi e sua moglie Yasmeen; suo fratello Firouz, anche lui emigrato da anni a Roma, con la moglie Kiku di Tokyo e il figlio di sette anni, Yoshi. Un bel calderone di etnie.

        Behruz era arrivato in Europa una ventina di anni prima, aveva viaggiato un po’ e poi si era fermato a Roma. Si era iscritto alla facoltà di psicologia e, nelle aule dell’università, aveva conosciuto Katja, proveniente da Seefeld in Tirol, paesino austriaco di montagna. L’amore li aveva catturati più della psicologia e, abbandonati gli studi, avevano aperto un piccolo negozio di prodotti di pelletteria nel centro di Roma. Dopo un paio di anni si erano sposati.  

        Il Capodanno persiano era l’occasione giusta per Behruz per mostrare al padre come si era ben integrato, l’attività commerciale, la casa, la famiglia. Un uomo di successo. Suo padre non aveva mai avuto fiducia in lui, lo considerava un buono a nulla. Il preferito era l’altro figlio, il bravo, intelligente, serio Firouz.

        Il patriarca Parwiz Hadi aveva avuto in gioventù problemi con il regime iraniano per le contestazioni studentesche. Per molti anni era rimasto nel mirino della polizia politica, aveva svolto mille precari lavoretti per sbarcare il lunario. Finalmente riabilitato, aveva aperto un piccolo ristorante.

        Parwiz Hadi, sempre contrario all’emigrazione dei figli in Occidente, avrebbe preferito che fossero rimasti con lui a Teheran a lavorare nel ristorante. Prima o poi sperava di fare, con l’aiuto dei figli, il salto di qualità, ingrandire il locale, aumentare il numero dei coperti, migliorare il menù. I due rampolli avevano promesso di rimanere in Europa il tempo necessario per studiare, fare esperienza nel settore della ristorazione, per poi rientrare a Teheran e subentrare al padre, quando sarebbe invecchiato. I figli però sapevano che il padre non si sarebbe mai fatto da parte. Testardo, determinato, sempre insoddisfatto, non amava delegare a nessuno la conduzione dei suoi affari. Introverso e taciturno, era come se il mondo intorno a sé non esistesse. Così i figli, convinti che non avrebbero mai ottenuto un minimo di autonomia, si erano fermati in Italia, avevano preso altre strade e, dopo vent’anni, non avevano nessuna intenzione di rientrare in Iran.

        Era la prima volta che il patriarca Parwiz Hadi Shirazi e sua moglie Yasmeen venivano in Italia a trovare i propri figli. A causa dei suoi trascorsi politici, per molti anni Parwiz Hadi non aveva potuto lasciare l’Iran. Katja sapeva bene che tutto ciò che Behruz e suo fratello avevano scritto o detto per telefono al padre e alla madre in quegli anni, poco o nulla corrispondeva alla verità.  La cultura tradizionale, la mentalità chiusa, i pregiudizi del padre lo sintonizzavano soltanto con una realtà, la sua. Pertanto, Behruz aveva raccontato quello che le orecchie di suo padre erano disposte ad ascoltare. Aveva tralasciato molti aspetti della sua vita e di quella di suo fratello. Era sicuro che nulla sarebbe trapelato durante quel breve soggiorno a Roma, che i suoi genitori sarebbero tornati a Teheran soddisfatti, felici di aver trovato i figli ben inseriti nella società italiana, sposati e discretamente ricchi.      

        Da molti giorni, Katja si era impegnata nell’organizzazione della cena del Capodanno persiano. Non era facile per lei che aveva ricevuto, dalla madre cuoca, molti validi insegnamenti, però sulla cucina tirolese. Con sforzo, da anni, si cimentava nell’elaborata cucina orientale, senza ricevere il minimo incoraggiamento o apprezzamento da parte di suo marito Behruz. Per la cena del Capodanno persiano si era applicata nello studio di particolari ricette, aveva galoppato da un mercato etnico all’altro di Roma per scovare determinati ingredienti, alcuni di non facile reperibilità. Behruz l’aveva avvertita che i suoi genitori sono molto esigenti e che, per dovere di ospitalità, fosse necessario soddisfare ogni loro desiderio. Katja aveva preparato tutto quanto accompagnata da una sottile ansia, stretta nella morsa dello stress per il timore, anzi la certezza, di lasciare insoddisfatti i suoceri. Behruz si era limitato a controllare, come un severo censore, se avesse fatto tutto secondo le regole. Non si era degnato di accompagnarla ai mercati, né aveva collaborato in cucina. Invece di aiutare, era d’impiccio. Con supponenza pretendeva, per assecondare i desideri dei genitori tradizionalisti, di sistemare sul pavimento della sala da pranzo cuscini, piatti e bicchieri per mangiare, su quello della camera da letto i materassi per dormire. Katja si era rifiutata. C’era da spostare troppi mobili, lui non l’avrebbe aiutata. Litigarono a lungo, alla fine lei la spuntò, con i genitori si sarebbe mangiato e dormito all’occidentale.

        Katja temeva anche l’incontro con Firouz. I due fratelli non sono mai andati d’accordo. Rivalità, gelosia, invidia. Suo marito è un despota, ma ha modi garbati e gentili. Il cognato è brutale, violento e arrogante. Behruz utilizza le armi dei deboli: petulanza, insolenza, alterigia. Sparge veleno senza mostrare la mano che lo inietta. Agisce di nascosto evitando il più possibile il confronto. Firouz è diretto, impulsivo, caratteriale. Tenta di imporsi con la forza e la tracotanza. Questo temperamento l’ha portato sull’orlo del burrone in varie occasioni e, per ora, fortuna e intervento del fratello hanno evitato catastrofi e disastri.

        Sua moglie Kiku è persona strana, visionaria, una specie di artista che disegna manga per un editore sconosciuto. Parla poco, quasi soltanto con il figlioletto Yoshi. Ha vissuto sempre alle spalle di qualcuno. Quando era in Giappone, spillava denaro alla madre che gestiva una galleria d’arte. A Roma è stato Firouz a soddisfare sempre i suoi capricci e le sue velleità artistiche, a temperare con il denaro le insoddisfazioni verso tutto e tutti.

        Katja era preoccupata: tenere unita una famiglia del genere non è cosa facile. Si era impegnata al massimo per organizzare tutto in modo perfetto. Ma le era rimasto addosso un senso di amarezza: nessuno le avrebbe riconosciuto i suoi meriti, apprezzato i suoi sforzi, a cominciare da suo marito.

di Paolo Orsini.

Racconto già uscito nella raccolta La Grande Rivelazione e che, riveduto e corretto, fa parte della nuova raccolta Scintille d’oscurità.

WEN – IRA – I cornetti al cioccolato – Paolo Orsini

I cornetti di mia madre sono buoni, pieni di cioccolato morbido e denso, proprio come piacciono a me. La mamma ne ha sfornati a migliaia da quando sono nato. Invece che a latte, mi ha tirato su con cornetti al cioccolato. Non ho mai voluto attaccarmi al seno, il latte le era andato via fin dal primo giorno, quelle rare volte che mi attaccavo le facevo male, mordendole il capezzolo, la facevo sanguinare. Il dolore era troppo forte e allora mi ha raccontato che mi staccava dal seno e mi sfamava con cornetti al cioccolato.

Il cioccolato con cui riempie i cornetti è una crema densa e profumata. La fa con i dadi grossi di cioccolato al latte, che acquista in quantità industriale, e con le migliori nocciole. Una volta sciolto il cioccolato, lo rigira a lungo con un grande mestolo di legno per ottenere una crema morbida e pastosa che sistema in ampi barattoli di vetro. Li nasconde perché, se li trovassi, dice che sarei capace di mangiare tutto il cioccolato in una volta. Non so dove riponga questi vasi, immagino una stanza segreta, una cantina, una soffitta di cui non conosco l’accesso, con tanti ripiani colmi di vasi con il morbido e cremoso cioccolato per farcire i cornetti.

Un giorno, mentre deliziato mangiavo un cornetto, la crema al cioccolato cadde sul bianco pavimento in ceramica della cucina. Inavvertitamente la calpestai e la spiaccicai per tutta la cucina, avevo creato, senza volere, come dei ghirigori di colore marrone che risaltavano sul bianco del pavimento. Segni che mi affascinavano, li ammiravo estasiato, uno sembrava avere la forma di un cane, un altro pareva una locomotiva con il vapore che usciva dal fumaiolo, un altro era simile a una canna da pesca con attaccato un grosso pesce, poi vidi un grappolo d’uva, un pallone da calcio, una macchina per scrivere, una bicicletta. Mangiavo i cornetti, cadeva la cioccolata, ci pattinavo sopra e facevo quelle strisce meravigliose, sarei stato lì per ore a sognare di salire su quel treno per andare chissà dove, di correre con quella bicicletta per le strade della città alla massima velocità, di lanciare una palla di gomma a quel cane, di pescare un grosso siluro di tre metri con quella canna. Quando mia madre entrò in cucina, l’incantesimo terminò di botto, come una bolla di sapone che scoppia. Mamma si mise a urlare, m’insultò con la sua sterminata collezione di epiteti con cui di solito si rivolge a me e che adesso mi vergogno a ripetere. Le volgari parole che mi gettò addosso furono sferzate dolorose più di quelle che subito dopo cominciò a darmi con il grosso mestolo di legno con cui mescolava la crema al cioccolato. Mi colpì le braccia e il sedere, strillò che ero un cretino, come avevo fatto a non accorgermi di tutta quella cioccolata caduta per terra. Passata la sfuriata, emise il suo solito insindacabile giudizio, con parole ferme e dure: ero un imbecille, non sarei stato capace di fare nulla nella vita, mi aveva allevato a cornetti, adesso non ero più nemmeno capace di mangiare i cornetti al cioccolato, l’unica cosa buona che ero riuscito a fare in tutta la mia vita.

Da quel giorno non sono più in grado di mangiare i cornetti al cioccolato senza fare cadere la maggior parte della cioccolata a terra, o di lasciarla colare giù per magliette e pantaloni. Nel tentativo di raccoglierla, di pulire, di eliminare la macchia, faccio un disastro ancora peggiore, la cioccolata si sparge dappertutto, sulle scarpe, nei mobili, sulla camicia, tra i capelli, in faccia, sulle mani. Mia madre se ne accorge quasi subito, ma non in tempo da impedirmi d’impiastricciare il pavimento, il mio corpo e miei vestiti. Allora m’insulta e mi picchia, con tutto quello che trova, il mestolo, il tubo dell’aspirapolvere, il battipanni di vimini di nonna, l’ombrello rotto che non ha mai buttato per usarlo per percuotermi.

Una volta, per punirmi, mi proibì di mangiare i cornetti al cioccolato. Cominciai a deperire, m’intristivo sempre più, non parlavo, non riuscivo a fare i compiti, andavo male a scuola. La imploravo con pianti dirotti, che mi desse un cornetto al cioccolato, la pregavo a mani giunte che me ne facesse mangiare

CORNETTI al FORNO alla NUTELLA Sfogliati la RICETTA piu' veloce

almeno uno. Mi ero ridotto pelle e ossa, avevo delle grandi occhiaie nere, restavo tutto il giorno buttato sul letto a piangere, e allora mamma mi disse che se facevo il bravo, se li avessi mangiati senza sporcarmi, me ne avrebbe dato uno, forse due, al giorno. Cominciai a ubbidirle senza discutere e senza commettere errori. Per qualche giorno feci tutto quello che mi diceva di fare, anche se mi accorgevo che erano cose inutili e insulse, soltanto per il piacere sottile di vedere che ero alla sua mercé, che le ubbidivo come un fedele cagnolino.

Tutto è tornato alla normalità e ho ripreso a mangiare cornetti al cioccolato, a colazione, a pranzo, a merenda e a cena. Riesco a mangiarli senza sporcarmi. In poco tempo sono tornato in forma, allegro, ubbidiente, bravo a scuola. La morbidissima e cremosa cioccolata – chissà perché mamma fa una cioccolata così cremosa, quasi liquida, una specie di umore marrone denso e dolce – mi cola attraverso le labbra o fuoriesce dal morso nel cornetto, ma riesco a recuperarla prima che mi sporchi la maglietta o che finisca sul pavimento. La mamma continua a guardarmi con il suo solito sguardo da carnefice, pronta a balzarmi addosso e sbranarmi, ma riesco a non commettere più errori.

di Paolo Orsini

MINIETOLOGIA DELLA FAUNA MASCHILE di Eleonora Falchi:


MINI ETOLOGIA DELLA FAUNA MASCHILE E ALTRE STORIE eBook: FALCHI, ELEONORA,  Piccini, Claudia: Amazon.it: Kindle Store

La Minietologia della fauna maschile è una raccolta di racconti dove l’ironia è l’ingrediente principale che ci costringe a una lettura piacevole, divertente, a volte spassosa, con uno stile scorrevole e spesso appassionante. Il sorriso non è l’unica reazione che si prova a leggere le storie narrate da Eleonora Falchi: la stimolante riflessione su molti temi della nostra vita quotidiana è altro ingrediente ben dosato, di notevole spessore, capace di tenere sempre viva l’attenzione sulla storia e tenere lontana la noia. Racconti che hanno il pregio di riempire le nostre ore dedicate alla lettura semplicemente perché divertono e fanno pensare allo stesso momento, ci spingono con leggerezza a porsi domande e a darsi risposte. Insomma il consiglio che mi sento di dare con convinzione è di leggere Eleonora Falchi perché le sue storie non soltanto sono deliziose, ma affrontano temi importanti come la famiglia, l’amore (analizzato in tutte le sue sfaccettature più ironiche), l’infanzia, il rapporto dell’uomo con la tecnologia. Mettetevi comodi e immergetevi in questo variegato e colorato mondo delle storie di Eleonora Falchi.

di Paolo Orsini

WEN – ARIA – Mancanza d’aria – Paolo Orsini

L’uomo solo respira 

un esile filo d’aria

la debolezza seduta

all’ombra del parco.

Uno spazio spesso

come cemento

nella nebbiosa

sosta del pranzo.

Il sole di luglio

grave del lontano fragore

di vita marina

turbolenta di voci,

di risate che si rincorrono

tra le onde e le spume

e il desiderio

di varcare la soglia

della felicità inattesa.

L’uomo è solo

e aspira quell’aria,

lo sguardo perso

sull’albero di sempre

le fronde inospitali

a una carezza di refrigerio.

Il cuore si agita sul legno

di una vecchia panchina.

Nel parco più i cani

vengono a pisciare

soltanto il suo stomaco

continua la vita.

L’uomo è solo

e fissa sventato

una piuma attaccata

ad un escremento di piccione

sulle stecche scrostate

di una persiana chiusa.

Un lieve, insperato

soffio invisibile

e i tremuli tentacoli bianchi

spiccano il volo leggero

sulla città insonnolita.

Una piuma che cade

dal terzo piano

di un edificio

vuoto.

Un volo verso

la luce riflessa

su una pozza

del marciapiede

calpestato da nessuno.

di Paolo Orsini (14 settembre 2020)

La grande rivelazione Paolo Orsini

Paolo Orsini Scrittore - About | Facebook

Ho avuto anche io “La grande rivelazione” leggendo il libro di Paolo Orsini! Voi mica vorrete farne a meno? Non ve la dirò nemmeno se mi passate una piuma sotto la pianta dei piedi! Storie contemporanee, per lo più ambientate in Toscana, di passioni, sogni, dolori e miserie umane narrate con il raro dono della leggerezza e un ritmo sempre vivace, in alcuni casi quasi incalzante nel crescere del climax della narrazione. Paolo vuole bene ai suoi personaggi, anche i più “cattivi”, anche quelli con le sorti più tragiche ed è capace di metterceli a nudo sempre con un pizzico di ironia e in fondo di benevolenza. Leggendo di altri alla fine conoscerete più voi stessi. Parola di scrittrice! 

#paroladiscrittrice

di Eleonora Falchi

WEN – TERRA – L’incessante protesta della vita – Paolo Orsini

Uomo di terra,

amo il passo tra i sentieri,

nei boschi delle colline,

verso l’orizzonte degli altipiani,

per poi scendere a fondo valle

e ancora affretto il passo

attratto verso il mare,

il mare d’inverno, il mare d’estate.

Terra e mare, enigma poetico,

indecisione vitale,

miscela di vita, alchimia di felicità,

promessa e premio di bambino:

“ti porto a vedere il mare!”

Il mare che fa paura,

il blu troppo esteso,

specchio di sole che acceca

grembo del nulla,

dimora di mostri leviatani,

mare ostile e soffocante

per l’impaccio del mio nuotare,

uomo di terra dal passo sicuro,

intriso di voglia marina,

come rifugio nell’aldilà,

Desiderio di nuovi mari, nuovi cieli, nuove terre,

urgenti in questo mondo,

prima che l’uomo mostro lo divori,

sosta per lo sguardo,

il mare che non è mai lo stesso,

diversa la luce del suo movimento uguale,

stessa luce nei movimenti diversi,

gioco di colori, gioia di colori,

inspiro ed espiro,

flusso e riflusso, rottura del silenzio,

le onde come espressione giocosa dell’universo.

Mare che scaglia i suoi boati

contro la terra indifesa

per divorarla, assorbire,

plasmare la nuova creazione.

Uomo di terra, in attesa della bonaccia

per tornare sulle rocce muschiate,

a contemplare l’infinito,

scrivere il lessico dei sentimenti

dormire nella pace silenziosa

dei sensi, delle carni

bagnante dal mare,

arse dal sole.

Pausa rilassante

dall’incessante protesta della vita.

16 agosto 2020Orsini 24-06-2020 cielo e alberi

di Paolo Orsini

WEN – COVID-19 – Anche oggi tira il vento sul mio balcone – Paolo Orsini

Anche oggi tira il vento sul mio balcone

Questo ventaccio gelido
che scuote la palma nel vuoto giardino,
sbatte i petali dei ciclamini sul mio balcone
devia le traiettorie volanti dei colombi.
Questo ventaccio gelido
che sparpaglia i fumi dei comignoli
agita le tende sulle terrazze dei palazzi,
scuote le antenne sui tetti della città,
ripulisce l’aria, ma l’aria è già pulita
perché le fabbriche si sono spente
e le ciminiere ammutolite,
le auto si sono fermate,
le giostre non girano più.
Non c’è bisogno che tu pulisca il mondo
una piccolissima malefica entità
ha vestito i panni dello spazzino,
ha ripulito tutto anche molte fragili vite.
Allora smetti di soffiare ventaccio
le acque dei canali di Venezia sono già cristalline,
il cielo sopra la città è limpido
non continuare a soffiare così impetuoso,
spietato, crudele, così sferzante
sui nostri visi coperti dalle mascherine,
sui nostri corpi intirizziti dall’immobilità,
sulle nostre menti impaurite dal silenzio.
Basta ventaccio non soffiare più,
dopo averci portato via le nubi,
dacci di nuovo il sole
e lasciaci rinascere
nella speranza di essere migliori.

26 marzo 2020 Paolo Orsini

WEN – COVID-19 – “Covid-19” – Paolo Orsini

Covid-19

Non è più il tempo di incrementare il numero dei lemmi nel dizionario delle parole scritte al contrario, oirartnoc la eralrap id opmet li è non. Passata la nottata, lunga e buia, di questa immane silenziosa pestilenza, cercherò il più possibile di restare tra gli argini, non certo della verità, quello è impossibile e solo le fedi ci riescono, anche se soltanto per imposizione, è proprio il caso di dirlo, dall’alto, ma almeno in quello dell’onestà verso me stesso, vale a dire verso quei valori in cui mi riconosco, e di sicuro da oggi chiederò sempre più spesso a me stesso quali siano questi valori, o meglio quali siano i giusti valori e allora, per darmi una risposta, dovrò tornare un po’ indietro nel tempo, dopo un’altra immane catastrofe che non fu per niente silenziosa ma tragica fino all’inverosimile di morte e di distruzione, e se quei valori sono stati creati dalla comunità umana nel tentativo di non replicare, se non nei romanzi e nei film catastrofici, quella sciagura disastrosa, allora sono valori giusti, validi, e a quelli devo dire in realtà da sempre mi sono riferito, ma a maggior ragione adesso, perché quando il mondo tornerà ad accopparsi, finita l’emergenza, come ha sempre fatto fin dai tempi delle tigri con le zanne a sciabola, non sarà più il tempo delle parole al contrario, ma quello della chiarezza per rafforzare e diffondere i giusti valori della convivenza umana.
La cosa che più mi fa inferocire di questo virus è che è un vigliacco, almeno l’ebola ammazza tutti quelli che infetta senza distinzioni, anche un mandingo forte come un toro, questo invece è discriminatorio, va a infrangere uno dei più importanti valori a cui prima mi riferivo, se la prende soprattutto con i vecchi, già deboli fin dalle ossa fragili come il vetro, già irrimediabilmente minati nei loro sistemi immunitari, con un piede nella fossa, ma ciò che più mi fa imbestialire è che li fa morire nell’assoluta solitudine, gli affetti più cari tenuti fuori dalla stanza di ospedale, lontani dalla bara al cimitero, alimentando un enorme senso d’impotenza nei sopravvissuti, che nuoteranno a lungo nelle vischiose acque del senso di colpa per non aver potuto fare abbastanza, non aver potuto tenere una mano, consolare uno sguardo implorante, accarezzare una pelle rinsecchita. Quando percepii l’ultimo respiro esalato molti anni fa da mia nonna, ero là, vicino a lei, non potevo fare nulla se non tenerle una mano ossuta e contratta dall’artrite nel calore delle mie, tutto era senza senso e inutile perché ormai quella triste nera figura aveva deciso di calare su mia nonna il suo manto di silenzio e di fredda immobilità, però l’ultimo movimento fu proprio delle sue dita che cercavano, con impercettibili movimenti, le mie dita, un ultimo contatto con la vita, e capii che se ne era andata non perché chiuse gli occhi, ma perché non cercò più la mia mano.

25 marzo 2020 Paolo Orsini

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