Antonietta Toso legge “Il mio nome è Apocalisse” di Carlo Menzinger

Il racconto tratta in maniera vertiginosa la definizione del Tempo in contrapposizione al tempo Non Tempo rappresentato dal protagonista Apocalisse.

 Apocalisse, macchina lucente, composta di un metallo liquido, congegno di morte, é programmato per distruggere. Giunge a Firenze nel 1492 per porre fine al futuro, fonte  di dolore e guerre. Futuro che proviene  dal momento attuale che, a sua volta, arriva da un passato malato.

 Simile a un fantasma lievita ed è trasparente come l’acqua.      Per Apocalisse, creato quale macchina del Non Tempo, l’uomo è schiavo del Tempo al contrario di lui che lo buca e lo sorpassa, che gli va oltre.

 Apocalisse sceglie Firenze, anno del signore 1492 e la villa medicea di Careggi, per cominciare la fine di un nuovo inizio,  per ricongiungere l’Alfa all’Omega.

Lì, al momento, si trova ricoverato il gottoso Lorenzo il Magnifico, colpevole di aver dato vita a tutti i mali del Tempo così come lo conosciamo, fatto di passato di presente e di futuro.

L’idea che sia Lorenzo il Magnifico a essere la sua prima vittima si fa subito  convinzione. 

 Il motivo?

Ha dato slancio alla tecnologia che, nata per rendere il mondo un luogo migliore dove abitare, ha, al contrario, violato le leggi universali dell’amore, della solidarietà, della fratellanza. Ha dunque fallito la sua missione e deve essere distrutta.

Apocalisse ha il compito, con la morte di Lorenzo, di cancellare il futuro a cui  Firenze è destinata.

La trasformazione del Tempo in Non Tempo che Apocalisse già chiama Evo Moderno deve iniziare nel Rinascimento per annientare, sul nascere, il Tempo tecnologico da cui hanno origine tutti i mali del Tempo “malato” convenzionale.

Lorenzo De’ Medici

Apocalisse, nonostante sia una macchina nata per distruggere, realizza che è in grado di interrogarsi. Ciò lo turba perché sa che farsi delle domande significa  aver perso di vista la sua missione ancor prima di iniziarla.

Tuttavia deve assolvere il compito di recarsi da Lorenzo il Magnifico e ucciderlo. Iniziare l’era del Non Tempo, infinito presente per il bene dell’umanità.

 Da questo momento un dialogo infinito, per il lettore uno spettacolo stupefacente, s’ instaura fra i due un  perfetto  Fuori -Tempo.

 Apocalisse invece di assolvere la sua azione omicida perde tempo (scusate il gioco di parole) a spiegargli il motivo della sua visita. Lorenzo si stupisce. Gli chiede chi fosse. La morte, Dio, il Demonio? Apocalisse spiega se stesso così: “Vengo dall’uomo per l’uomo. Vengo per te e per tutta l’umanità ventura che non verrà.”  Gli dice che il suo compito e quello di cancellare il Tempo.

Domande e risposte fra i due si alternano con un ritmo calzante e pure frenetico. Cercano di toccare con mano, con il pensiero, con l’anima, un qualcosa d’ intangibile. Si fondono nell’utopia.

 Apocalisse perde le staffe, inveisce contro Firenze,  contro nomi resi immortali come Poliziano, Ficino, Pico della Mirandola, Botticelli, e Michelangelo, microscopici moscerini davanti all’eternità. 

 Il confronto fra Apocalisse e Lorenzo il Magnifico è davvero spassoso, divertente ma profondo nel contempo. Tocca temi come l’esistenza di Dio e dell’anima in cui Lorenzo crede e che Apocalisse nega. L’arte, le scelte di vita. Il nulla.

 Esprime la riluttanza, l’insofferenza di Apocalisse di sentirsi prigioniero del tempo come fatto innaturale e perciò che non dovrebbe esistere.

Ah se solo potessimo cambiare la realtà che ci tiene imprigionati al Tempo. Darle una connotazione più spirituale che corporea.

Apocalisse infine viene sconfitto da una macchina ancora più veloce di lui e il mondo va avanti a dimostrazione che c’è, come in ogni competizione, come sempre,  chi o qualcosa che è più celere di noi.

Lorenzo il Magnifico muore del suo male.

“Il Non Tempo ha annullato l’Ucronia.

di Antonietta Toso

Nota: “Il mio nome è Apocalisse” è un racconto presente nell’antologia “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, 2019) di Carlo Menzinger di Preussenthal

Renato Campinoti legge “Rancore” di Gianrico Carofiglio

Una bella storia, tante spiegazioni legali.

Penelope Spada, già alla sua seconda apparizione, diventa un personaggio femminile potente e fragile. 

Bella la storia di un uomo maturo, un potentissimo barone universitario, chirurgo di fama, morto improvvisamente di infarto, con una figlia che non crede al caso, soprattutto se il padre ha sposato una ragazza di più di trenta anni più giovane e bellissima, casualmente fuori città al momento della morte del marito. 

E sarà proprio lei, Penelope, uscita in maniera drammatica dalla magistratura, a dover indagare sulla verità di quella morte, del personaggio della moglie giovane, dell’amico medico, rimasto nelle fila modeste dei medici di famiglia mentre lui, il morto, ha scalato tutte le classifiche del suo mestiere ed è diventato perfino un influente membro della massoneria. 

I misteri si infittiscono mentre Penelope, con la sua affezionata cagna di grossa taglia, Olivia, si trascina da un incontro all’altro per tessere la tela del mistero che, solo in fondo, troverà una sua composizione. 

Dunque un altro bel libro, un racconto affascinante, non privo di risvolti psicologici come sa fare uno scrittore di spessore quale è sicuramente Carofiglio. 

Ma, per chi, come il sottoscritto, ha letto tutto ciò che Carofiglio ha scritto, restando sempre molto soddisfatto, questa volta, a fronte di un racconto sicuramente interessante e a personaggi affascinanti anche nei loro difetti, ho avvertito un piccolo neo nella fattura del romanzo che, ripeto, è più che meritevole di lettura e di ammaestramenti anche giuridici e legali. 

Ecco, forse è qui, in un eccesso di spiegazioni, vorrei dire di didattica legale anche circa i comportamenti più consoni da tenere sia da parte dei magistrati che dei poliziotti, che ho avvertito una specie di sovrabbondanza, come un riempitivo non necessario in una storia, ripeto, assolutamente interessante, in un racconto peraltro come sempre ben congegnato e non privo di colpi di scena e di ritmo narrativo. 

Si tratta, come si capisce, di un’osservazione e una sensazione del tutto personale, forse dettata anche da un’aspettativa, non tradita, di leggere con Carofiglio un romanzo di valore a fronte di tanta produzione, soprattutto nel genere “giallo” non sempre di speciale fattura. 

Particolarmente godibili i capitoli finali del romanzo, quando inizia la rincorsa a una verità che, come in ogni giallo di valore, si manifesterà solo nel finale in maniera del tutto inaspettata. 

Altrettanto godibili le riflessioni della protagonista, Penelope, (che è davvero uno dei personaggi femminili più riusciti tra quelli che conosco!) nel bel mezzo di una salutare passeggiata nel verde del parco del Ticino insieme a Olivia, ci spiega la differenza tra gli esseri umani e i cani nella percezione delle cose del mondo: «La gioia che noi nel contemplare un paesaggio meraviglioso, un tramonto, un’opera d’arte… i cani la provano attraverso il canale dell’olfatto… Per questo non bisognerebbe tirar via un cane quando per strada si ferma ad annusare qualcosa. È una violenza, come bendare una persona e impedirle di guardare il mondo che ha attorno». 

Per chi, come il sottoscritto, possiede e ama un cane di grossa taglia, una frase come questa merita la lettura di tutto il libro. Che, ripeto, al netto di qualche osservazione che vorrei confrontare con altri lettori, merita davvero il breve tempo con cui si fa leggere.

di Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “Niente di vero” di Veronica Raimo

Molto di Veronica nel bel libro della Raimo

“Niente di vero”… molto di verosimile! Si potrebbe sintetizzare così questo libro, frutto di una originalissima e avvincente scrittura di questa brava scrittrice, che andrà frequentata di più dopo questo assaggio. 

Volendo continuare sullo stesso registro si potrebbe anche dire: “Niente di vero”, molto di Veronica; per dire che l’autrice non sfugge al genere di formazione in questo libro, senza tuttavia limitarsi a questo. Di formazione perché è anche un libro che ci parla del difficile cammino di questa singolare figura di donna (o non sono tutte singolari le donne che vogliono emanciparsi?) per fuggire dalla morsa di una famiglia che più tipica non si potrebbe. 

Disegnata con il registro del paradosso (“siamo al paradosso” non si stanca di ripetere il padre per scansare ogni riflessione su ciò che gli capita in famiglia!), appare particolarmente esilarante la figura della madre, che misura ogni atteggiamento o problema della figlia sulla base dei propri parametri culturali e il proprio sistema di valori. 

Il fatto poi che scambi ogni suo desiderio (metterà da parte interi cassetti di pannolini e vestiti per neonati, indipendenmente dai desideri della figlia!) per una realtà che va per suo conto, la rende semmai più patetica e inadatta a svolgere un decente ruolo di mamma. Esilarante la sua trasformazione della connessione telefonica permanente del cellulare in una nevrosi da mancata risposta ogni volta che la figlia si eclissa per più di una mezz’ora. 

Non meno inadeguata è la figura paterna che, oltre a disinteressarsi completamente delle vicende familiari, finirà per banalizzare la sua apparente figura di rigore morale, alla prova di rapporti che lasceranno di stucco la povera Veronica. 

L’altra figura familiare, il fratello, partendo da una condizione di piccolo genio nelle materie scolastiche più apprezzate dalla famiglia, ha anch’esso, inizialmente, una funzione di isolamento di Veronica nell’ambito familiare. 

L’originalità di questa parte del libro risiede nello stile e nel registro con cui la Raimo presenta le vicende che accadono e lo stesso sviluppo della protagonista, da bambina ad adolescente, che è una modalità eminentemente ironica, che fa immaginare uno sviluppo lineare e quasi umoristico delle storie che ci vengono narrate. 

E invece è qui, a mio parere, che emerge la forza del libro e della sua autrice: un cambio di registro, nella seconda parte, che riporta in primo piano questioni che, già disseminate anche nella prima parte (emblematico da questo punto di vista il tentativo di stupro a opera di uno strano parente!) diventeranno quelle di cui l’autrice vuol davvero parlarci. 

Mi riferisco alla grande e contrastata difficoltà di una giovane donna a scegliere la sua strada e i suoi amori e perfino la scelta, comunque dolorosa, riguardo alla maternità. Perfino il rapporto con l’amica dell’infanzia, che si protrae a lungo fino alla maturità, si interromperà di fronte alla sua diversa decisione in fatto di scelte di vita. 

Resta, (“siamo al paradosso” avrebbe detto il padre) un rapporto apparentemente agonistico, in realtà molto forte, col fratello anch’egli scrittore. Che alla fin fine non è molto ma è anche il segnale che, con i prezzi da pagare, si può finalmente raggiungere una propria, autonoma, forma di maturità e di emancipazione. 

Sarà questa maturità che la porterà perfino a guardare con un occhio diverso e un sentimento molto dolce alle apprensioni della madre. Viene da qui lo spunto per una delle pagine a mio giudizio più belle e, involontariamente, più attuali di tutto il libro, quando l’autrice, ripensando a uno spettacolo visto a Berlino (città dove finirà per risiedere una parte dell’anno) a proposito delle madri dei desaparecidos argentini, immagina il dramma della propria madre se si fosse trovata in analoga situazione. 

“La morte è atroce”, chiosa la Raimo “ma l’impossibilità del lutto è disumana”. Lasciandoci attoniti di fronte alla TV che ci trasmette ogni giorno notizie di fosse comuni e di corpi lasciati a disfarsi sulle strade della presente, drammatica, guerra.

Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge ” Niente di vero” di Veronica Raimo

“Niente di vero” di Veronica Raimo (Einaudi 2022)

Primo libro dell’autrice, incuriosita dalla sinossi e riflettendo sul senso ambiguo del titolo che può alludere a Nessuna verità come a Niente sul personaggio di Veronica, ho pensato che doveva essere un’opera assai intrigante, “diversa”. Infatti, come sempre l’intuito e qualche positiva recensione di persone fidate, non mi hanno smentito.

Roma, anni settanta, famiglia medio borghese, caporeparto aziendale il padre, insegnante la madre. Veronica è una bambina intelligente e assai sveglia, anche se deve competere col fratello maggiore per i suoi numerosi e insuperabili talenti. I due ragazzini sono costretti a giocare e a inventarsi storie entro le mura di casa per scongiurare possibili disgrazie o malattie che il padre vede ovunque e in continuo agguato. Un mondo assai restrittivo e al contempo stimolante per Veronica, dai tanti soprannomi: Verika, Oca, Smilzi, Scarafona, Veca, Onica… e anche Troia. Già questo ce la dice lunga sul personaggio, che come gli appellativi sembra rivestire ruoli, personalità, aspettative sempre diverse e non sempre per scelta propria. La nostra curiosità trova soddisfazione dalle descrizioni esaurienti, efficaci, colorate non prive di ragionamenti e riflessioni che l’autrice ci regala col suo dialogo fluido e ininterrotto col lettore. L’iperprotettività del padre unita alla sua maniacale ossessione per le malattie, l’iperapprensività, la frustrazione e la depressione della madre, porteranno Veronica e suo fratello a sublimare l’apparente negazione alla vita dei genitori, cercando strade personali e differenti, sebbene unite dalla passione per la scrittura: “Io e mio fratello siamo diventati tutti e due scrittori. Non so cosa risponda lui quando gli chiedono come mai, io dico che è grazie a tutta la noia che ci hanno trasmesso i nostri genitori”. Meraviglioso constatare come la scrittura assuma anche questo ruolo e abbia un potere così rigenerante, come rappresenti un’attività capace di vincere sul tedio, di sopperire le mancanze. Inventare storie, costruire mondi offre la possibilità di vivere anche ciò che è impossibile nella vita reale.

Definirlo un romanzo di formazione è assai svilente, anche se di fatto si assiste alla crescita del personaggio attraverso le fasi dell’infanzia, adolescenza, età adulta, si osserva l’evoluzione del suo mondo interiore attraverso il cambiamento del rapporto con i genitori, col fratello, con gli svariati amanti, con gli amici e amiche che condividono le sue esperienze. È facile affezionarsi a Veronica, una personalità autentica che non segue mode e modelli, consigli e surrogati, solamente la sua voce interiore, quel dialogo costante con sé stessa favorito anche dalla scrittura, che la espone al mondo, sperimentando sulla propria pelle (fughe continue da casa, trasferimenti da una città all’altra, viaggi in autostop, relazioni con ragazzi di cui regolarmente si innamora) , senza i giudizi svalutanti e ansiosi della madre e le sentenze apocalittiche del padre.

Emblematica una frase che penso riassuma bene la sua personalità: “Nella mia vita non vedo mai il bicchiere mezzo pieno. Nemmeno mezzo vuoto. Lo vedo sempre sul punto di rovesciarsi. Oppure non lo vedo proprio. Non c’è nessun bicchiere. Non c’è niente. Sono di fronte a un tavolino brutto e sopra il nulla. Potrebbe sparire anche il tavolino. Anzi, è già sparito. Non mi resta l’assenza, ma la perplessità”. Una visione di sé che va oltre la superficie, che focalizzerei sulla parola “perplessità”. Ecco Veronica è una donna perlopiù incerta (“Sono sempre stata aliena al concetto di lasciarsi andare per un motivo molto banale: non so dove dovrei andare”), una donna piena di dubbi, alla ricerca di una dimensione sua più che di una verità, per questo curiosa e desiderosa di conoscere, sperimentare, vivere. Interessante il suo punto di vista sulla menzogna e verità: “Il senso di tutte le cose tende ad assomigliarsi appena ti viene richiesto di esprimerlo, e sembra che la verità possa esistere soltanto nella reticenza”… una storia è un concetto ambiguo”. Per questo non è importante indagare per stabilire se si tratta di una storia autobiografica o meno, e il titolo, lo dice chiaro.  

Interessante anche l’aspetto anticonvenzionale, anticonformistico di Veronica che non condivide l’idea della maternità legata al sesso o come realizzazione di ogni donna, esprimendo palesemente il suo desiderio di non maternità, in antitesi alla madre che invece avrebbe voluto un esercito di figli. Toccante (e condivido) la scena in cui dichiara l’unica volta in cui ha sentito davvero l’istinto materno (inscindibile dal suo ruolo di estranea e quindi non direttamente responsabile) nell’accudire la figlioletta di un gruppo di sconosciuti completamente indifferenti ai bisogni della piccina “Pensai che quello era il mio ideale di famiglia: una bambina e una ragazza che non si conoscevano e che non si sarebbero mai riviste”.

Sorprendente la capacità della scrittrice di riuscire a fare letteratura e a farla bene, anche attraverso la narrazione di argomenti intimi e imbarazzanti come il bisogno quotidiano di andare in bagno, spesso correlato a difficoltà inenarrabili, svelando anche in questo, la peculiarità del suo animo sensibile e appropriato. Anche le parolacce che spesso popolano le pagine del libro, non hanno mai un carattere offensivo o volgare, dimostrandosi sempre opportune e calzanti.

Una scrittura carica di ironia, sarcasmo, provocatoria per il perbenismo bigotto (Veronica non esita a parlare di sesso libero, di droghe leggere di cui fa uso, di fughe in autostop), divertente, comica per le esilaranti scene che l’autrice continuamente ci propone (per darne solo un esempio, basta pensare all’immagine del padre che costruisce muri a separare le stanze dell’appartamento riducendolo a una sorta di alveare, oppure la madre che riesce sempre a rintracciare al figlia ovunque cerchi di fuggire, o avvolta nella vestaglia rossa, con la banda intorno alla nuca, ad ascoltare Radio3 in preda agli attacchi di emicrania). “Siamo al paradosso” avrebbe detto il padre, che nasconde tra le pieghe della moralità anche lui il suo piccolo segreto.

Non mancano però i momenti di tristezza e di commozione, come durante la malattia e il lutto che portano spesso alla riconciliazione, al ristabilirsi di un’armonia oscurata in vita ma che la morte porta di nuovo in superficie.

Un libro davvero interessante che vale la pena di leggere, una scrittura sapiente, ricercata, inusuale, che sa cogliere i lati più nascosti dell’animo umano, svelarne i difetti e le virtù, catturare le imperfezioni della società in maniera leggera e canzonatoria, denunciare senza giudizio e polemica, capace di far ridere e commuovere al tempo stesso.

27 maggio 2022  

di Antonella Cipriani

Antonietta Toso legge il racconto “Montaperti”, tratto da”Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger

Il racconto narra le vicende del protagonista Vieri, umile contadino della Firenze del 1200. Ma Vieri non è solo un contadino, è un uomo buono, con la volontà di fare sempre la cosa giusta, combattere per la sua città, proteggere i suoi commilitoni, aiutare gli amici specialmente quando si trovano in guai seri anche a costo di rischiare la propria vita.

Tutto si svolge nella Toscana del 1200.

Uno scontro violento è in atto tra i colli di Monteselvoli, nella piana di Montaperti, fra guelfi, fiorentini che combattono per il papa, e i senesi, ghibellini che sostengono l’imperatore.  È in questo parapiglia che viene a trovarsi il nostro protagonista Vieri che si offre soldato suo malgrado. Con lealtà e coraggio, seppur senza un’armatura, protetto appena da uno scudo, si avventura in guerra.

È uno dei pochi fiorentini che ritorna a Firenze sano e salvo e con appena qualche graffio. Ma non ritorna da solo, ha con sé Gianni, un uomo gravemente ferito.

“Mi pari Gesù sulla via Crucis, amico… Sono diventato la tua croce.” Gli dice l’uomo.

“La croce ce la portiamo nel cuore” lo tranquillizza Vieri e prosegue nella sua marcia verso casa fino allo sfinimento. È qui, ma non solo, che Vieri mostra una sensibilità che ha dell’eccezionale.

Il racconto prosegue. Racconta le battaglie che si avvicendano e si alternano fra guelfi e ghibellini. Come su di una scacchiera, l’autore tira in ballo nomi famosi: Alghiero Alagherii, Bellincione, Giambuono Medici, Calvalcante Cavalcanti e altri.  Luoghi di Firenze: Porta di Santa Maria, Bargello, Palagio. Città quali Siena, Pisa che marciarono su Firenze. Racconta come, mentre Firenze è in fiamme, Vieri trova aiuto e riparo nella bella fanciulla Beatrice che lo accoglie in cantina, suo rifugio.

Vieri se ne innamora. Firenze brucia e anche il nascondiglio prende fuoco così come il loro amore. Vieri privo di forze la bacia sulle labbra. Poco dopo avvamperanno insieme nel fuoco dell’amore per sempre.

Il racconto continua. Le battaglie continuano senza sosta. I ghibellini un tempo guelfi scappati da Firenze ritornano. Emergono ancora nomi legati al passato di Firenze e dei fiorentini. Della Toscana.

Cecco Gualtieri, maestro del giovane Vanni Salimbeni intrattiene, con il suo allievo, una lezione che è più di vita che di storia. Gli racconta la battaglia di Montaperti, di Jacopo de Pazzi che perì in guerra. Che era un traditore, un comandante che aveva tradito il suo popolo. Al giovane Salimbeni che lo guarda perplesso insegna: “Per tradire può bastare il tempo di un bacio. Un attimo che cancella un’intera vita”.

Non esiste verità più vera.

di Antonietta Toso

La battaglia di Montaperti

Pierfrancesco Prosperi legge “Psicosfera” di Massimo Acciai e Carlo Menzinger

Libro strano, immaginifico, persino a tratti disturbante perché introduce elementi estranei al nostro pensare normale. Il potere devastante della telepatia, ad esempio, ovvero i poteri nascosti e sommersi della nostra mente. Mi ha ricordato le atmosfere stregate di un romanzo come Musica dalla spiaggia del paradiso di John A. Lindqvist, l’autore de L’estate dei morti viventi, con un gruppo di personaggi imprigionati in una landa desolata, un prato perfettamente rasato e in apparenza infinito. E l’idea della sfera di dieci km di diametro dentro la Terra non ha potuto non ricordarmi le teorie sulla Terra Cava che ho trovato in uno stranissimo libro americano, The Hollow Earth di Raymond Bernard, che fra l’altro mi ha ispirato una lunga storia a fumetti di Martin Mystère, Al centro della Terra (1991). Insomma un romanzo affascinante. 

di Pierfrancesco Prosperi

Vedi anche https://sites.google.com/site/carlomenzinger/home/psicosfera?authuser=0

Paolo Dapporto legge “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger

Penso che l’ucronia, la forma di narrativa utilizzata dall’Autore in questa raccolta di racconti, sia la più efficace per esprimere la precarietà e la vulnerabilità dell’uomo. Cosa sarebbe successo se… Il lettore è consapevole che quello che non è avvenuto presto succederà: Si formerà un buco nero che inghiottirà tutto, la città tanto amata ruoterà su sé stessa, sarà inondata dalle acque, voleranno larve e droni infedeli, Savonarola accenderà il falò delle vanità, e tanto altro. L’uomo è un essere indifeso, una piccola cosa immersa in una natura più indifferente che ostile. Sono più importanti le zanzare che finiranno per sterminarlo. Ci vuole dire questo Carlo Menzinger di Preussenthal. La sua intenzione non è allarmarci né metterci in guardia: non c’è rimedio, perché la diagnosi è infausta. Molto centrati e apprezzati gli approcci scientifici presenti in molti dei suoi racconti. “Apocalissi fiorentine” è un libro colto che si distingue e si gusta dall’inizio alla fine. Non posso che congratularmi con l’Autore per la sapienza e la freschezza che ci ha trasmesso con la sua opera.

di Paolo Dapporto

Antonella Cipriani legge “Mṻchela, Iena” di Vincenzo Trama

Mṻchela, Iena di Vincenzo Trama (edizionispartaco 2021)

Mṻchela, Iena” (Smettila, Iena, per chi come me non conosce il significato dialettale del termine)  è un romanzo di formazione di Vincenzo Trama – anche se riduttivo classificarlo come tale – che mi ha molto ricordato “I ragazzi della via Pal” di Ferenc Molnar, una lettura giovanile  che a suo tempo mi aveva assai coinvolta e affascinata.

Mirko è un ragazzino di origine meridionali, chiamato terrone dai suoi coetanei, che si trasferisce nella zona Vecchia di un paese alla periferia di Milano, desideroso di inserirsi nella Band del Nord il cui capo è Manuel, personaggio enigmatico e carismatico. Non sarà facile per lui, conquistare la fiducia e la stima del Gruppo, dove ogni membro è appellato con un soprannome – Garage saràil suo – ma ci riuscirà grazie alla sua caparbietà, coraggio e ostinazione, spingendo coi demoni del Sud in corpo, famosi per sbandare senza mai cadere. Siamo negli anni 80/90, tempi in cui il divertimento e le scoperte si facevano all’aria aperta e non col capo chino su monitor o telefonini di ultima generazione.

Interessante la struttura del romanzo in cui l’autore si muove dal presente, la scena di un funerale (non si capisce fino alla fine chi sia lo sfortunato), e con continui flashback fa ritorno al periodo adolescenziale, compiendo numerosi salti spaziali e temporali, evocati man mano dalle persone stesse che il protagonista incontra.

Il romanzo ha il sapore dolce di un viaggio nel passato, dove si avverte tutta la nostalgia di un’epoca che non potrà più tornare, nonostante il dolore, l’ angoscia, l’incertezza, sentimenti ed emozioni legate alla paura di crescere con tutte le sue incognite. L’autore affronta in maniera fluida e sincera, tematiche sempre attuali come l’emarginazione, il bullismo, le difficoltà legate all’adolescenza, la pedofilia, senza impartire lezioni di vita ma portandoci a riflettere e considerare l’importanza di valori istituzionali – famiglia, scuola, chiesa, società – come fondamenta solide e necessarie per costruire un uomo saldo, coerente, sano e soprattutto libero.

Scrittura sapiente e magistrale, profonda, a tratti ironica non priva di humor e, a tratti anche amara. Linguaggio vivace, vivo, guizzante. Una bella fotografia di un periodo storico non troppo lontano, che l’autore stesso sottolinea però con intensità e orgoglio: avremmo dovuto vivere in un’epoca diversa per immortalare questi istanti e regalarli a posteri indifferenti in stories di Instagram. Ma siamo foto viventi destinate a ingiallirsi nel corso di un paio di estati, volti sfocati che non sapremo più identificare, nomi incerti, ricordi confusi. Siamo una generazione senza database, capaci di vivere solo il presente, il remoto per noi è parte di un tempo composto studiato male.

Una lettura davvero interessante che mi permetto di consigliare a chi ha desiderio di una letteratura che va oltre le banalità.

Mṻchela, Iena di Vincenzo Trama (edizionispartaco 2021)

15 maggio 2022

di Antonella Cipriani

Renato Campinoti legge “Il babbo era un ladro” di Paolo Ciampi

Renato Campinoti

Quante belle storie in questa storia!

Una gran bella sorpresa, questo libro di Paolo Ciampi, dedicato, si fa per dire, al babbo di Bruna Cecchi, sua collega, prima della pensione, alla Regione Toscana, a lungo capo di gabinetto di un altro viaggiatore e scrittore, allora stimato assessore della Regione, Tito Barbini. 

Uno di quei libri che non ti permettono di staccare mai, neppure quando lo lasci, perché, come ci ha insegnato il grande Umberto Eco, ti fanno davvero aggiungere un’altra vita alle tante che i migliori libri ti hanno regalato. 

Così cominci anche tu col sentirti un po’ quell’Ubaldo Cecchi, il padre di Bruna, che comincia da subito, da ragazzino, la carriera di ladro, di geniale inventore delle prime “bande del buco” del povero dopoguerra fiorentino e italiano. Una specie di remake di “ladri di biciclette” in formato toscano, dove non manca niente e nessuno: il ladro ragazzino, il commissario prima turlupinato più volte da “Cicoria”, come viene chiamato il Cecchi, poi trionfante non solo nell’acciuffare il ladro più ricercato della storia di Firenze. 

Ma non fai in tempo ad affezionarti, si fa per dire, alla storia del Cicoria che sfugge più e più volte alla giustizia (per cosa poi? mica eroina, mica banche svaligiate, no, al più orologi e pezzi di stoffa!) fino a meritarsi l’appellativo de “il più famoso pregiudicato fiorentino, il malvivente audace e astutissimo, l’uomo ricercato da trenta mesi da tutte le questure d’Italia: in poche parole Cicoria“, che ecco che comincia un’altra storia. 

Quella della figlia abbandonata dal padre (e sarà per sempre!) Bruna Cecchi, la piccola Bruna, la Brunina come tutti la chiameranno a lungo, che rimasta sola con la madre e la zia, si trova rinchiusa nell’istituto Calasanzio di Campo di Marte, in quel periodo, siamo nel 1950, adibito a ricovero per i figli minori dei carcerati che hanno lasciato famiglie senza risorse economiche. 

La storia di Bruna ci accompagnerà per tutto il bel libro di Paolo e sarà una storia del tutto nuova anche per chi l’ha conosciuta da tempo come il sottoscritto perché, ecco un’altra notizia, Bruna tutte le cose che ci sono nel libro le ha sempre tenute per se. 

“A chi vuoi che interessino”, come dirà più volte come a sminuire una vicenda che, a dir poco, ti affascina per le incredibili vicende umane e coincidenze che ci racconta. 

E non sempre, neppure l’autore, credo, riesce a capire da che parte sta la ragione e il torto. 

Il Cecchi, Cicoria, che abbandonerà la famiglia e Brunina per un’altra famiglia da cui avrà due altri figli, Rita e Ubaldo (il suo stesso nome) e la prima moglie, Velia la madre di Bruna, che si mette insieme, (udite, udite!) al commissario più volte beffato da Cicoria, che alla fine è quello che lo arresta? 

Già qui viene da chiedersi: in questa “storia fiorentina di amori e di galere“, come recita il sottotitolo del libro, chi è che comincia prima a lasciare chi. 

Ma non è questo il centro del libro. Il centro, come dicevo sono le tante storie e tra queste ce ne è un’altra, bellissima: quella di Firenze nel dopoguerra e poi, via, nei tempi in cui si snoda questa affascinante vicenda. 

Bellissime le pagine dove Ciampi ci racconta dell’incontro di Brunina con Pina, “che non aveva lavoro, non aveva di che vivere, Bruna se l’era portata a casa come una di famiglia”. 

Non sono patetiche, in questo scenario, le brevi riflessioni con cui Paolo sente il dovere di accompagnare la notizia: “C’è ne avrei da dire su questi tempi di miseria in cui viene naturale accogliere in casa una persona e aggiungere un posto a tavola”. Ma la Firenze del dopoguerra ritorna più volte nel racconto di Ciampi, quando ci parla di Piazza Santa Elisabetta, dove la mamma con la zia Bruna e Brunina, riportata a casa dai Salesiani dove soffriva troppo, vanno a vivere tutti in un’unica camera, ma dove incontra altri bambini e, in quelle misere case, molti artisti come Nino Lescai, del quintetto Millepiedi, in giro a suonare per crociere nei caraibi e perfino qualche esibizione in America!, che prenderà in simpatia la Brunina.. E poi ci sono “Giovanni e Lina Rovini, attori che chissà quante volte hanno recitato con la compagnia di Wanda Pasquini, la signora del vernacolo fiorentino…”. Tutto in quella Piazza, dietro il Duomo, dove in quei tempi era possibile “sorprendersi soli”.  Di Firenze il nostro scrittore è innamorato e di Firenze, dei suoi personaggi e delle sue storie in tanti suoi lavori riuscirà a fare innamorare tanti lettori. Come fa ancora una volta, raccontandoci, tra l’altro, la storia de Le Murate, la loro origine dal Convento delle suore di clausura (Le murate, appunto!) fino all’uso carcerario a lungo utilizzate come tali quando Il Bargello assumerà ben più nobili funzioni.

Una storia ancora è quella dei rapporti di Bruna con i fratelli nati nella seconda famiglia del padre, a lungo da lei trascurati. Ma al centro resterà la struggente mancanza di quel padre che, come poi scoprirà, è un gran lettore di libri, un poeta provetto, un artista del disegno con notevoli potenzialità, forse non abbastanza supportato per farsi un nome nel difficile campo delle arti grafiche. Questo struggimento Paolo riesce a farcelo vivere per tutto il romanzo (perché di un vero e proprio romanzo si tratta!) insieme all’atteggiamento quasi incredulo dell’altra, vera protagonista, la Bruna appunto, ormai diventata adulta, capace di farsi largo nella vita e nella professione, nonostante una carriera scolastica tarpata dalle condizioni familiari. Inutile e sbagliato, da parte mia, andare oltre nelle vicende che questo libro ci racconta. Non voglio togliere niente alla legittima curiosità del lettore. Dico solo che ancora una volta Paolo Ciampi dimostra la sua grande capacità di dare voce a personaggi apparentemente minori della storia fiorentina e farceli apparire, perciò, più vicini alla nostra sensibilità e alla nostra vita. Considero un segno da grande narratore quello che ti rimane quando, chiudendo il suo racconto, ti viene di pensare: “In fondo, era una vicenda che poteva toccare anche a me o a qualcuno che conosco bene!”. Allora grazie a Bruna che ha trovato il coraggio di affrontare a viso aperto la sua storia sicuramente per lei dolorosa, grazie a Paolo Ciampi per il regalo che ancora una volta ci fa di mostrarci quante frecce ha nel suo arco una letteratura che sa parlare al cuore e ai migliori sentimenti di tutti noi lettori.

di Renato Campinoti

Renato Campinoti legge “Più lontano dal mare” di Antonella Cipriani

Stupore, paura e solidarietà: senza recriminazioni, più forti le emozioni nel lettore.

Sono passati dieci anni dal naufragio della Costa Concordia nelle acque di fronte all’isola del Giglio. 

Tra gli ospiti di quella crociera c’era Antonella Cipriani, capitata quasi per caso in quell’esperienza, per accompagnare la cognata Nicla, selezionata per partecipare, come parrucchiera, a uno stage di formazione, in vista di un reality, proprio su quella meraviglia di nave. 

La crociera “Profumo di Agrumi” le avrebbe dovute portare, in una settimana, a toccare le più importanti città del mediterraneo occidentale, da Savona a Marsiglia a Barcellona, fino a Palma di Maiorca, Cagliari e Palermo. E sarà proprio Antonella, scampato il pericolo del gravissimo naufragio, a raccontarci la sua esperienza in questo agile e denso libretto, che rappresenta anche il battesimo letterario, se così si può dire, della stessa autrice, oggi ben più avanti nelle esperienze letterarie e decisiva animatrice del Gruppo Scrittori Firenze. 

Finalmente raggiungiamo la nostra cabina. Entriamo. Che meraviglia! Rimango incantata dalla vastità dello spazio che non immaginavo così grande” 

Non abituata a certi lussi, Antonella usa poche frasi per rappresentarci lo stupore che suscita in lei una così grandiosa e splendente nave da crociera. Poche righe più avanti ritorna sulla incredulità di trovarsi in un ambiente del genere. 

Sotto di noi il mare: come siamo alti! È un grattacielo galleggiante e mi sembra inverosimile, miracoloso che tanti metalli pesanti… possano restare sospesi sulla superficie del mare senza affondare. Che strana e indefinibile sensazione!“. 

Ci saranno ancora, in questa parte iniziale del racconto, il brivido della partenza della nave, alle 19 esatte del 13 gennaio 2012, mentre lei e la cognata si trovano al breafing di informazione in una grande sala.Ci sarà lo stupore per un menù a misura di tutti, compresi i vegetariani come lei. 

Poi, senza soluzione di continuità, quando ha appena assaggiato il secondo cucchiaio della zuppa di porri e patate tanto agognata, l’inizio della catastrofe che, nel giro di poche ore, vedrà perdere la vita per annegamento a 22 persone, che getta nel panico le centinaia di turisti, di molte nazionalità, che riempiono quel palazzo di dieci piani. 

E qui comincia anche il grande merito del racconto, minuzioso e realistico che Antonella ci fa di quelle ore. 

La nostra autrice non trascura niente degli avvenimenti che vive in prima persona, sempre insieme a Nicla. Ma è il tono, preciso ma piano, privo di acredine né tanto meno recriminazioni, di una vicenda che pure ne mise a rischio perfino la vita e che comunque le lasciò traumi e ferite nell’anima cui dovette porre riparo col tempo e non solo con quello. 

Sia chiaro, non si tratta di ingenuità: nel racconto sono ben presenti i ripetuti, bugiardi, avvisi dello speaker del comandante che vorrebbe far credere agli ospiti disorientai e impauriti che si tratterebbe solo di un guasto tecnico che verrà riparato: “Vi parlo a nome del comandante. Si è verificato un guasto al generatore… È tutto sotto controllo“, quando ormai è chiaro cosa è accaduto davvero! 

Come è incredibile che i sette fischi corti e uno lungo che avvertono del pericolo di naufragio non siano preceduti da nessun avviso e tutti siano lasciati alla mercé di pochi, volenterosi uomini dell’equipaggio per mettere in mare le scialuppe, poche e in ritardo. 

Antonella registra gli avvenimenti, si dispera insieme a Nicla quando intuiscono, con la nave che si inclina, il vero pericolo che stanno correndo. 

Anto – dice Nicla – la nave sta affondando…si muore davvero!” 

Anche in questa situazione drammatica, loro entrambe terrorizzate come gli altri passeggeri, Antonella si limita, nel racconto, a porsi l’interrogativo: “Dove sono il comandante e gli ufficiali? Cosa stanno facendo?” 

Ed è proprio questa assenza di forti recriminazioni, che pure ci saremmo potuti aspettare di fronte all’enormità della vicenda, che prende più forza, più credibilità, più emozione per lo stesso lettore, il racconto, tra l’altro molto ben scritto, che Antonella ci consegna di questa sua esperienza. 

E la parte certamente non meno accattivante, almeno per me, di questo racconto, è ciò che l’autrice ci racconta del dopo, di quando viene fortunosamente portata in salvo da una imbarcazione di fortuna, in realtà, come scoprirà in seguito “quasi per caso“, guidata da Aldo, il sindaco dell’isola che si era prodigato direttamente per salvare più persone possibili. 

Sbarcate, lei e la cognata, sul molo, vengono accolte da Luigi, un artigiano edile, che fa entrare decine e decine di persone in casa sua per toglierle dal freddo e rifocillarle con una bevanda calda. 

Sono poi numerosi gli attestati di solidarietà che, anche qui senza enfasi, Antonella ci fa toccare con mano, dalla coperta prestata, al trasporto verso Porto Santo Stefano e altro. 

Resta da dire del delicato e meraviglioso rapporto dell’autrice con i suoi cari, Marco il marito prima di tutti, che non la lasciano mai senza un contatto possibile e che saranno loro che andranno a prenderla, insieme a Nicla, per riportarla alla sua vita. 

Che non sarà più solo della diligente infermiera di Careggi ma d’ora in poi, come ho detto, di scrittrice e animatrice culturale di cui molti di noi, io tra questi, utilizzano volentieri le idee e le iniziative. Grazie di tutto questo Antonella!

di Renato Campinoti

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