Renato Campinoti legge “Il noce dell’Alderga” di Luigi Bicchi

Un’operazione culturale per una vicenda che ci riguarda

Una piacevole e interessante sorpresa questo volume di racconti di Luigi Bicchi. 

Non che dubitassimo delle qualità di scrittura di Luigi, tanto meno della sua capacità di cogliere, anche nei romanzi col suo maresciallo Casati, gli aspetti più profondi dei caratteri dei personaggi e della loro interazione con le situazioni da lui abilmente costruite. Resta tuttavia che questa volta compie una vera e propria operazione culturale realizzando, come dice il sottotitolo della raccolta, un Romanzo per racconti, fotogrammi della nostra storia. 

Ci riesce in pieno, costringendoci, prima di tutto noi che siamo della sua generazione, a fare i conti con i passaggi cruciali delle nostre storie personali e delle vicende che ci hanno, nel tempo, lasciato il segno. Dobbiamo molto a Bicchi, da questo punto di vista, perché compie questa operazione di rievocazione della coscienza collettiva di intere generazioni usando l’arma a lui più congeniale, ma anche la più difficile: la letteratura e in essa, una serie di racconti. 

Si parte così col racconto che giustamente da il titolo alla raccolta, Il noce dell’Arderga, che evoca lo spettro peggiore per il povero contadino, ma anche per tutti noi, la solitudine. 

“ascolterò comunque, sentirò voci, altri racconti e sarò meno solo”, dice l’uomo che ha perduto la persona amata e, con essa, il figlio che aspettava, e che si accontenta di sentire le voci che gli portano le foglie del noce. 

Sarà ancora lui, nel racconto ormai verso la chiusura della raccolta (epilogo), che rovescerà la situazione, mettendosi a raccontare lui le storie alle foglie del noce perché, come vuole dirci lui, insieme all’autore, finché ci saranno racconti, avremo uno scopo per vivere. 

Con una partenza così non possono che essere di alto profilo i racconti che danno il vero inizio alle vicende della nostra generazione, a cominciare da quel giovanotto che, pieno di competenze manuali e di speranze che il capo fascista se ne accorga e lo tolga dal lavoro nei campi, finirà per capire al volo, quando il fascismo ha iniziato a portare il Paese nella situazione sbagliata e drammatica, da che parte stare (la scelta) e ritrovarsi così, nell’Italia liberata, a pedalare per tornare dai suoi e dalla ragazza che spera di ritrovare. 

Bellissimi i due racconti collegati che parlano sia della scelta del maggiore di unirsi ai partigiani sul Montemaggio, nel senese, sia delle scelte di Marco, quello minore, che sarà aiutato, rimasto orfano, dai conoscenti della famiglia, che vivrà l’esperienza dell’attentato a Togliatti e delle vicende dolorose dell’Amiata. 

Un’attenzione particolare Bicchi riserva alle donne, dedicando loro tre racconti tutti intitolati La guerra delle donne e distinti solo dalla numerazione. 

Si parte dal ruolo, decisivo, delle donne, anche quelle rimaste con i mariti dispersi, per sostenere quelle i cui mariti hanno fatto la scelta di unirsi ai partigiani e che abbisognano di essere sostenuti in tanti modi, senza farsi scoprire dai fascisti e dai tedeschi. 

Più amaro, ma non meno realistico, il secondo racconto sulla difficoltà delle giovani donne, che pure stanno prendendo coscienza dei loro diritti, per inserirsi nel mondo del lavoro, dove ancora, soprattutto nel ceto medio, imperano pregiudizi e opportunismi. 

Di alta scuola nello stile, drammatico nei contenuti, infine, il racconto che ci fa incontrare la guerra dei femminicidi, che rappresenta, tuttora, una delle piaghe sociali e culturali più gravi della nostra società. Bicchi non tralascia nulla delle tappe fondanti della nostra coscienza, dal dramma del terrorismo, a quello della corruzione e dei centri occulti di potere, portandoci fino, ai giorni nostri, a guardare in faccia l’assurdità di una società che si avvia a distruggere il rapporto tra formazione e lavoro e a fare di questo, il lavoro, qualcosa di occasionale e inaffidabile per le giovani generazioni. 

Ho lasciato per ultimo il racconto che, nella drammatica situazione della guerra in Ucraina, mi pare quello di più stringente attualità, quando ne La sala il padre dirigente del partito comunista, declassato per la scelta di non aderire alla linea ufficiale di sostegno all’invasione dell’Ungheria da parte dei sovietici, dirà in un intervento: “E’ dovere dei comunisti farsi capire da tutti. Non lo è sparare! Non si sostituisce la forza al pensiero” 

Parole che, pur in una situazione completamente mutata, risuonano di una grandissima attualità e ci ricordano che non finisce mai il tempo dell’impegno per la pace. 

“Scrivere è un’attività che spesso fa rima con solitudine” dice Bicchi a premessa dei soliti, giusti, ringraziamenti. È vero Luigi, ma come tu sai, quando, come in questo caso, dalla solitudine nasce un romanzo corale, come quello che ci hai consegnato, che è capace di farci riconoscere nei vari, tanti personaggi che popolano le pagine dei tuoi bei racconti, allora verrebbe da suggerirti di stare ancora più solo, perché tanto, lo sai, noi siamo lì vicino a fare il tifo per il tuo prossimo lavoro e a ringraziarti ancora una volta perché, come ci dici nel prologo, i racconti sono la nostra storia, i racconti siamo noi.

di Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge “Lo sguardo e il riso” di Caterina Perrone

“Lo sguardo e il riso” (ed. Porto Seguro 2017) di Caterina Perrone 

Romanzo breve ma intenso, Lo sguardo e il riso di Caterina Perrone, una lettura avvincente, travolgente come l’amore narrato, così potente da coinvolgere e stravolgere tutti i sensi, così forte da sostenere qualsiasi lotta nel suo nome, così determinato da comportare a volte scelte difficili.

Viola, una ragazza piena di fascino anche se di una bellezza non convenzionale – alta, flessuosa, dalla chioma lunga e rossa – lavora presso la bottega del padre, esperta nell’arte delle spezie e dei profumi. Con la sua maestria, ingegno e sensibilità sa formulare e creare i profumi più calzanti, gli unguenti più efficaci, rimedio alle afflizioni più frequenti. Già all’inizio del romanzo la scopriamo innamorata di Matteo, un giovane bello (e qui la bellezza è espressa proprio letteralmente), audace, pieno di vitalità, amante delle belle donne che corteggia e seduce senza nessun scrupolo. Fra i due nascerà un’intesa che va oltre le convenzioni, e che vedrà un susseguirsi di imprevisti, colpi di scena, fughe e ritorni, assenze, perdite, novità, capaci di mantenere nel lettore la tensione giusta, quella che intriga e lo invoglia a continuare nella lettura.

Ambientato in un tempo e luogo che l’autrice non menziona, ma che dalle descrizioni pare essere il Quattrocento e la Toscana, ha tutti gli ingredienti (positivi e negativi) adatti a stimolare l’interesse e l’attenzione nel lettore: amore, passione, amicizia, sostegno, complicità, desiderio di conoscenza, libertà, curiosità, potere, invidia, gelosia, sopraffazione, arroganza, violenza…

La bellezza della scrittura di Caterina va oltre la trama (ben strutturata), perché ci conduce per mano nella narrazione – facendoci respirare i profumi inebrianti degli unguenti che Viola prepara, percepire la pelle vellutata del suo corpo e dell’amato, ammirare i colori diversi di ogni stagione dell’anno, ascoltare il brusio del bosco e il cinguettio degli uccelli a primavera o il silenzio dell’inverno – creando nel complesso un’opera deliziosa che potrei paragonare a una favola per adulti. Anche nei dialoghi, sempre ben formulati e precisi si apprezza la competenza dell’autrice.

Un bel romanzo dal punto di vista femminile, trattato con leggerezza (ma non superficialità), soavità, amore e che sa cogliere l’intimità di una donna e il suo desiderio di identità e indipendenza.

Consigliato a chi non è più bambino ma vuol continuare a sognare come se lo fosse e come nelle favole divertirsi, riflettendo.

Già conoscevo la scrittura di Caterina attraverso i suoi racconti, e anche in questo romanzo ritrovo il suo stile, asciutto, competente e dettagliato, una scrittura diretta e davvero gustabile con e in tutti i sensi.

  1 maggio 2022

di Antonella Cipriani

Antonella Cipriani legge “La porta” di Magda Szabò

Romanzo autobiografico “La porta” di Magda Szabó, una scrittura, come dice l’autrice stessa, “non per Dio, che mi conosce fin nelle viscere, né per quelle ombre testimoni di ogni cosa che osservano le ore delle mie veglie e del mio sonno, bensì per gli esseri umani.”

Cos’è la porta, cosa rappresenta? Sicuramente il passaggio che stabilisce un fuori – la realtà di un paese e dei suoi abitanti – e un dentro – un mondo segreto, nascosto allo sguardo altrui, al quale nessuno ha mai avuto accesso. Ma anche una barriera, uno scudo di protezione e conservazione di un realtà intima e personale impossibile da condividere con chi non potrebbe capire, ma che potrebbe trasformarsi all’opposto in una trappola.

È proprio quel mondo nascosto, le incognite che si celano dietro, la sua magia e incanto a creare tutta la tensione del romanzo, mentre il personaggio di Emerenc non finisce mai di sorprenderci.

Magda, scrittrice ungherese affermata e apprezzata a livello nazionale, assume per aiuto domestico la vicina di casa, Emerenc Szeredas, donna assai enigmatica e di poche parole. Già al loro primo incontro si capisce che non si tratta di una persona comune, riservandosi il diritto di prendere referenze prima del contratto di lavoro e lo farà poi in un modo tutto suo: “Quella sera non prese servizio in casa nostra, per lei sarebbe stata una decisione indegna e indecorosa: Emerenc si arruolò.”

A quel punto la donna non si separerà più dalla famiglia, se non occasionalmente, entrando e uscendo alle ore più improbabili, decidendo lei cosa e come fare, quando e cosa cucinare, stabilendo lei stessa le leggi del suo operato. Emerenc è un’infaticabile lavoratrice (nonostante l’età avanzata, non sembra mai accusare stanchezza), è generosa (aiuta gli altri in difficoltà con i suoi piatti dell’amicizia), ama gli animali (Viola, il cane avrà un ruolo determinate nella storia), è lungimirante (sa vedere i segni premonitori della malattia o della morte, scrutando nell’animo delle persone per capire la loro volontà di vita), è una donna pratica e disprezza il lavoro mentale (“il mondo di Emerenc ammetteva solo due categorie di uomini: chi maneggia la scopa e chi non lo fa, e da chi non scopa ci si può aspettare di tutto, poco importano gli slogan e le bandiere che usa per celebrare le feste nazionali”), areligiosa (critica coloro che vanno in Chiesa per poi trattar male il prossimo), apolitica (odia il potere, “priva di coscienza patriottica, e di qualunque altra cosa, ma dietro una spessa coltre di nebbia c’era un’anima che brillava luminosa.”

Il romanzo è tutto incentrato sul rapporto che si instaura tra la scrittrice e la domestica, un rapporto assai complesso e contraddittorio, di amore e odio, attrazione e repulsione, intesa e incomprensione, indifferenza e interesse, ma sempre profondamente vissuto, meditato, sviscerato dall’autrice stessa che cerca in ogni modo di entrare in sintonia con lei e con la curiosità che la caratterizza, di scoprire anche i fantasmi nascosti dietro quella porta.

Tanti i momenti di complicità, in cui le due donne sembrano capirsi ed entrare in sintonia e sono proprio questi i momenti più intensi della narrativa, in cui tutta la scontrosità e la durezza di Emerenc si trasformano in una dolcezza e tenerezza incredibili.

“Emerenc era capace di suscitarmi sia i sentimenti più nobili sia quelli più meschini, il pensiero di amarla, talvolta, mi rendeva così furiosa che mi stupivo della mia stessa veemenza” dice la protagonista stessa. Mentre Emerenc la rimprovera: “Lei ha un carattere terribile, è come le rane che si gonfiano, si gonfiano e tutt’a un tratto scoppiano… lei non capirà mai le cose semplici, vuole sempre entrare da dietro anche se la porta è davanti”.

Riuscirà Magda a varcare quella soglia e aprire quella porta che nasconde il mondo segreto di Emerenc?  Quali fantasmi prenderanno vita, senso, forma e capacità? Ogni causa ha un effetto, e le cause che hanno creato un personaggio come Emerenc ci sono tutte, se non di più.

Romanzo straordinario di una scrittrice Magda Szabó che non conoscevo e ho avuto il piacere di leggere e apprezzare, una donna che è riuscita a rimanere nel suo Paese, a non fuggire al regime, mantenendo salde le proprie ideologie, che ha saputo tacere e al momento opportuno rivelarsi.

Il finale circolare chiude il percorso di una storia coinvolgente, densa di emozione, sentimento e amore, anche quando la realtà sembra spesso rivelare il contrario; ma è la magia della vita, del suo ordine e nel contempo paradosso.

E una volta terminato il libro, continua a risuonarmi un interrogativo: Siamo davvero sicuri di agire sempre per il bene dell’altro, perseguendo il parametro comune del bene, nella convinzione di fare la cosa giusta o forse può esistere anche un’altra verità?

di Antonella Cipriani

Renato Campinoti legge “La porta” di Magda Szabò

 Una straordinaria figura di donna dura come il suo popolo

Un libro duro e difficile, questo di Magda Szabò, che ci racconta di un rapporto altrettanto duro e difficile.
Magda, scrittrice all’apice del successo letterario, inadeguata alle faccende domestiche, con Emerenc, la più vecchia, tosta e straordinariamente forte domestica che si sia mai incontrata nella letteratura.
Apparentemente il libro ci racconta di questa incapacità a comunicare, per un lungo tratto, tra le due opposte donne, per carattere, sensibilità, cultura, che tuttavia finiscono per intendersi e diventare complementari e necessarie l’una all’altra.
La porta, questa struttura quasi magica che permette a Emerenc di nascondersi al mondo intero, finisce per essere l’emblema della difficoltà  a stabilire rapporti tra le persone. A nessuno dovrà essere permesso di visitare l’antro, pieno di segreti, in cui questa straordinaria figura di vecchia desidera nascondersi e nascondere a tutti ciò che là dentro custodisce.
Solo a Magda, un bel pezzo in là nel racconto, Emerenc finirà per permettere, per pochissimo tempo, di entrare e visitare ciò che lì è nascosto.
E questa apparente disponibilità e complicità di Emerenc verso la scrittrice, finirà per rivelarsi come la vera essenza del libro: la sfida a saper rispettare fino in fondo la fiducia tra le persone, sia pure di una persona caparbia e difficile rappresentata dal personaggio della domestica.
Ma se questo è il senso, come a me pare essere, dell’intera e impegnativa narrazione, non c’è in tutto ciò anche qualcosa d’altro?
Non c’è, nella figura così straordinaria di Emerenc, nell’empatia che suscita in tutte quelle persone che stanno in ansia per la sua sorte, un emblema di un popolo, quello ungherese, che attraversa, soprattutto nel secolo della vita della protagonista, momenti difficili e anche drammatici, che finirà, come Emerenc, per perdere fiducia negli intellettuali e confidare solo in se stesso?
Straordinario, da questo punto di vista, il racconto che Emerenc fa alla scrittrice del suo innamoramento con un uomo potente, prima perseguitato, poi asceso ai vertici del potere ungherese, da lei aiutato e sostenuto e che tuttavia la ingannerà. «Mi ci vede, io che ascolto un educatore del popolo?»  Ecco che riaffiorava il suo anti intellettualismo, il disprezzo per la cultura, come chiosa la Szabò, forse per farci notare lo scarto tra il popolo e le assurde e drammatiche vicende dei giochi di potere nel suo Paese.
È, quest’ultima, solo una suggestione, ma che a me pare non vada troppo lontano dalla verità intrinseca nel libro di questa bravissima scrittrice Ungherese, anch’essa, a lungo, ignorata dalla cultura europea.
Resta da dire della grande forza narrativa che Magda Szabò sa infondere in un libro così impegnativo. 
Solo il talento di una grande scrittrice quale lei è, riesce a catturare il lettore con un  ritmo e un continuo capovolgimento delle situazioni che lo spingono  a ricercare nell’esito finale la soluzione dei molti interrogativi, dubbi, sentimenti contrastanti disseminati in tutto il percorso narrativo.

di Renato Campinoti

Renato Campinoti legge

“Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani

Quando l’odio razziale e antisemita distrugge pezzi di storia 

Per un platano enorme, dal tronco… più grosso di qualsiasi altro albero del giardino e, credo, dell’intera provincia, la sua (di Micòl) ammirazione sconfinava nella riverenza… ‘Ha quasi cinquecento anni, capisci? Pensa un po’ quante ne deve aver viste, di cose, da quando è venuto al mondo!’ “. 

Quello che nessuno aveva fatto in cinquecento anni, verrebbe di pensare leggendo la frase che la figlia dei Finzi-Contini rivolge all’allora giovane autore del romanzo, il fascismo e le legge razziali lo fecero in poco tempo: distruggere una famiglia intera del più alto lignaggio locale e, con essa, mandare in malora una delle più belle case storiche di Ferrara.
Ma rileggere di questi tempi un libro come questo di Giorgio Bassani, non è solo apprezzare la qualità letteraria del ricordo e dell’omaggio rivolto, appunto, a quella famiglia e, per quello che lo riguarda, al suo speciale rapporto con la figlia Micòl e col fratello Alberto.
C’è, sicuramente, nel libro, una dichiarata volontà di restituire alla loro reale vita, cultura, sensibilità, quei personaggi che, di fronte al divieto per gli ebrei di frequentare i circoli ricreativi e sportivi (compreso quello del tennis cui apparteneva anche Bassani) decidono di superare il loro proverbiale riserbo e aprono le porte del loro “giardino” (che è poi una tenuta di diversi ettari di verde, di bosco e di acque) a un gruppo di giovani che possono così ricreare un ambiente sia sportivo che sociale.
Ma quello che davvero ci consegna, di fronte all’orrore che continua a percorrere il nostro piccolo mondo, mai sazio delle proprie nefandezze, è la lezione più grave di tutte: quando il potere perde la testa e va oltre la stessa supremazia tra le classi sociali (e ce ne era da vendere durante il fascismo!) per diventare razzismo e, in questo caso, antisemitismo allo stato puro.
Non si spiega diversamente la stupida e feroce malvagità di un potere che porta prima in galera e poi nei forni crematori del nazismo, perfino famiglie di una ricchissima e colta borghesia, vanto, per altri versi, della stessa città di Ferrara.
La qualità del romanzo e la sua continua fortuna presso le varie generazioni è data proprio dalla accurata  descrizione che delle caratteristiche tipiche di una famiglia borghese di antica generazione e attenta perfino ai dettagli che ne qualificano il suo rango speciale, riesce a farne Giorgio Bassani.
Rimangono in mente quelle attenzioni da collezionista speciale che Micòl descrive all’autore quando gli enumera ciò che è presente nella sua camera, quegli oggetti (i Làttimi, come li chiama lei) frutto delle sue ricerche per le calle veneziane dove abitano i parenti della famiglia. Per non parlare della cura degli arredi che Ermanno, il padre, descrive quando permette all’autore di studiare nella biblioteca, attigua al suo studio, fatti fare da un artigiano del luogo, ripresi dalle più significative riviste del momento.
“Li ho copiati un pò da Domus e da Casabella, e un po’ da Studio, sai quella rivista inglese…”
Ma la cosa che lascia più affascinati di tutto è la ricchezza, la storicità e, insieme, l’attualità della ricchissima biblioteca della famiglia Finzi-Contini, che permette a Bassani, cacciato in quanto ebreo da quella pubblica, di svolgere agevolmente in questa, che Ermanno gli mette orgogliosamente a disposizione, i suoi studi per laurearsi sui poeti contemporanei.
A fronte di tutto questo perfino la passione amorosa dell’autore per la coetanea Micòl, che sarà destinata ad esaurirsi negli anni che separano le vicende di fine 1938 (le leggi razziali) all’arresto, nel 1943, di tutta la famiglia, perde la sua importanza centrale per il lasciare il passo, appunto, all’enormità del crimine perpetrato dal fascismo alleato al nazismo Hitleriano.
È vero che l’autore mette in premessa la triste vicenda della famiglia. Tuttavia, dopo la raffinata e attenta descrizione che il romanzo ci fa della famiglia e dei singoli personaggi, alla chiusura dello stesso si rimane con un forte senso di sgomento e di incredulità per l’assurda, inutile e drammatica ferocia di quei regimi, che vorremmo, con tutto il cuore, non vedere mai replicare.

di Renato Campinoti

Renato Campinoti legge

“Il dubbio di Bianca” di Laura Vignali

Don Bruno, un prete speciale in una storia  ancora una volta tutta fiorentina

Incuriosito dalla figura di don Bruno Lancia, già presente nel romanzo d’esordio (per me) di Laura Vignali, Una storia fiorentina, sono corso a prendermi questo nuovo, piacevolissimo, lavoro di Laura, dove don Bruno è certamente la figura centrale che, senza distogliersi dal suo ruolo di insegnante e prete, coordina un vero e proprio gruppo di investigatori.
La vicenda si sviluppa su un duplice piano: la morte di una giovane Eva, bella, intelligente e abilissima pittrice (anche falsaria!) e il ritrovamento da parte di Bianca (il dubbio!) di un ritratto di questa stessa Eva fattole dal marito deceduto in un incidente da poco, già grande amico di don Bruno.
Il fatto che il ritratto eseguito dal marito Vittorio (a sua volta pittore affermato) sia accompagnato da frasi più che lusinghiere verso questa bella Eva, fa sorgere il dubbio nella vedova Bianca di essere stata vittima di un tradimento di cui nulla sapeva durante la vita del marito.
Il tormento per questa scoperta postuma porterà Bianca ad avvicinarsi di nuovo a don Bruno, da lei conosciuto come un fine indagatore dell’animo umano, per essere aiutata a scoprire la verità su questa vicenda della giovane Eva.
Su tale vicenda e sulle ragioni della morte nei boschi di Cercìna don Bruno metterà a indagare anche il suo giovane e apprezzato studente Leo, da lui aiutato per gli esami di riparazione di latino. In soccorso di Leo arriva anche la giovane Marta, anch’essa interessata alla verità sulla morte di Eva. Devo dire che l’abilità di Laura Vignali sta proprio nel mettere in campo un così numeroso e articolato insieme di personaggi senza mai far perdere il filo al lettore, attraendolo invece, con i colpi di scena che si susseguono, in una lettura che, come mi è capitato, esige di arrivare alla conclusione nel minor tempo possibile.
In ciò gioca un ruolo importante la prosa ancora una volta asciutta e chiarissima che la nostra autrice padroneggia alla grande. Come è di nuovo affascinante, sicuramente per noi fiorentini, questo contrappunto della città di Firenze tra presente e passato prossimo, che ci fa ricordare, con un po’ di nostalgia, il passaggio repentino tra una città ancora poco tempo fa vissuta dentro le mura (o quello che ne rimane) e ora definitivamente sopraffatta dal turismo e dalle attività commerciali e terziarie che hanno relegato molti residenti nelle periferie e nei comuni dell’area metropolitana.
In tutto ciò la figura di don Bruno si staglia con forza nei due momenti, quello giovanile e quello della maturità, come un personaggio sempre sopra le righe sia come giovane un po speciale in grado di coniugare l’amore per lo studio con l’apprezzamento per le ordinarie trasgressioni giovanile, che poi, da prete, fuori dagli schemi e amante del fumo, della buona cucina, della grappa bevuta con senno. E ancora in grado di riconoscere le belle femminili.
Si apprezza, da questo punto di vista, la mano leggera con cui Laura ci fa vivere alcuni passaggi del rapporto tra i due amici prima, e tra don Bruno e Bianca poi che, con poche parole e immagini, porta i suoi personaggi al livello terreno di noi mortali. Naturalmente non dirò altro né dei rapporti tra i personaggi, né tanto meno delle scoperte finali sulla morte della ragazza e sui rapporti di lei col marito di Bianca, perché toglierei al lettore il piacere di venire a capo di un libro ben scritto e architettato che aspetta solo di essere letto anche da tutti voi.

di Renato Campinoti

Miriam Ticci legge

 “Più lontano dal mare. Cronaca di un naufragio” di Antonella Cipriani

La vita è a volte assai più stupefacente di un romanzo o di un film”; è un luogo comune, ma anche a volte una verità e, quando ciò accade, lascia addosso a chi ha vissuto quell’esperienza eccezionale una seconda pelle, che gli cambia l’esistenza e gli fa vedere la realtà con occhi nuovi, facendolo come rinascere.

Così è stato anche per questa scrittrice, che senza furbeschi abbellimenti ci fa rivivere veramente quel suo naufragio e quella sua rinascita nell’interminabile notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 all’isola del Giglio e ciò accade forse proprio perché consapevolmente l’autrice ha rinunciato a modificare il testo della prima edizione al fine di renderlo più accattivante e colorito.

La scrittura nasce dall’esigenza schietta di testimonianza e condivisione di un evento eccezionale e  drammatico come un naufragio, quel naufragio, e dal desiderio di liberazione dalle emozioni angosciose provate ed elevate all’ennesima potenza dal sentire comune di tutta quell’umanità, passeggeri e personale, presente sulla nave.

Nel racconto, in un climax antitetico, discendente/ascendente, tra entusiasmo iniziale per la crociera da un lato e piena consapevolezza del tragico evento dall’altro, si tocca una vasta gamma di sentimenti, partendo dalla gioia e l’euforia per la vacanza, l’allegria curiosa durante la visita alla nave, per finire tragicamente col dolore per i primi sospetti di vittime e il terrore per l’ennesimo inclinarsi della mastodontica nave, che rischia di travolgere la piccola scialuppa di salvataggio, ove si trovano la protagonista e sua cognata.

Tra l’inizio e la fine di questa progressione avvincono il lettore sequenze di vario tipo, spesso segnate da domande senza risposta.

Vi sono passaggi allusivi, come la richiesta di riconsegna al personale di bordo della carta rossa attestante la “avvenuta” frequenza al “futuro” corso di emergenza (“Ma noi il corso non l’abbiamo ancora fatto…Perché dovrei riconsegnarla?”), richiesta abnorme, che fa sorgere le prime perplessità sulla serietà e validità dell’organizzazione gestionale della crociera, dubbi subito dissipati dalle piacevoli esperienze che si susseguono, oppure i due momenti “fatidici”: quello della vista dei giubbotti di salvataggio nell’armadio e il gesto apparentemente automatico e frivolo della protagonista di portare con sé il cellulare, che si rivelerà più tardi un prezioso filo d’Arianna col mondo esterno e gli affetti più cari.

Ed ecco le scene d’impatto vividamente descritte, ove in rapida sequenza s’avvicendano la normalità di una cena di bordo tra cristalli e porcellane e l’improvviso imprevisto stridere di metallo e il boato seguito dall’arresto della nave e dal buio totale, mentre i passeggeri, prima ammutoliti, esplodono in un urlo di paura, allorquando la nave s’inclina su un fianco e li sbalza fuori dalle sedie come birilli colpiti da una palla. Dopo il tardivo avviso di evacuazione dalla nave, in un tragico “Liberi tutti!” senza direttiva alcuna da parte dell’équipe di comando di bordo, nel caos più totale, le due protagoniste, che rimarranno sempre unite tra loro facendosi forza l’una con l’altra, istintivamente si equipaggiano alla meno peggio e fuggono ai piani più alti (“Più lontano dal mare, più lontano dal pericolo!”), ove nei diversi infruttuosi tentativi di fuga notano scene di varia umanità: la vigliaccheria del cuoco che non molla il proprio posto in scialuppa, il senso del dovere e l’umanità della giovane hostess e degli assistenti di bordo, che fino all’ultimo rimangono a disposizione dei passeggeri per indicar loro dove si trovano le scialuppe e soccorrerli, l’angoscia di donne e uomini in abito da sera, che, dismesso ogni aplomb, piangono come bambini, ma pure il calore dell’amicizia e della solidarietà, sentimenti che emergono anche quandola protagonista stessa  per non separarsi dalla cognata rinuncia all’unico posto rimasto libero in scialuppa.

Dopo lo sbarco a terra la narrazione si fa diversamente drammatica, più piana e descrittiva di ambienti e persone, in particolare della generosa ospitalità degli isolani, che riscalda il cuore (“Luigi ci mette a nostro agio…la casa si riempie di persone.. provo solidarietà per quest’uomo che si è ritrovato in casa all’improvviso una folla carica dei propri bisogni…) e degli alterni sentimenti dei naufraghi, che oscillano dal sollievo per lo scampato pericolo al disagio per la perdita delle proprie cose fino al dolore attonito per chi non ce l’ha fatta.

Alla fine di questo terribile evento la protagonista mentalmente ripensa ai vissuti personali di tutti coloro che hanno fatto esperienza della comune tragedia; con una martellante anafora rivede chi per primo s’è salvato, chi su consiglio del personale è rientrato in cabina ove ha trovato la morte, chi folle di terrore s’è tuffato nel buio e nel mare senza più riemergere, chi..chi..chi….e, a suggello finale, “chi, nonostante avesse il dovere di rimanere più a lungo sulla nave, è sceso prima degli altri”; nessuna invettiva o accusa esplicita né alla compagnia di navigazione né al capitano, ma la voglia di giustizia per quei muti morti sì e per chi, più fortunato di altri, ha visto la morte in faccia e l’ha potuta raccontare. E la riconferma di ciò che realmente conta: la vita, gli affetti familiari e la solidarietà sociale; tutto il resto è zavorra.

“Più lontano dal mare” di Antonella Cipriani è un’opera autobiografica, che si legge tutta d’un fiato, ma che non si fa più dimenticare sia per l’efficacia espressiva che armoniosamente alterna dialoghi, descrizioni e monologo interiore sia per la completezza e nitidezza del narrare, sia per la capacità forte dell’autrice di ben rappresentare se stessa e gli eventi e le persone di questa tragedia collettiva.

di MIRIAM TICCI

Renato Campinoti legge “Chi ha ucciso Sarah?” di Andrej Longo

Un giallo che è anche un giudizio morale su una certa Napoli

Ambientato negli anni’ ’90 del secolo passato, questo particolare giallo di Andrej Longo mantiene ampiamente le promesse di qualità che già ci aveva segnalato col suo ultimo lavoro (Solo la pioggia). L’invenzione di mettere come narratore il poliziotto ventenne Acanfora, in coppia col Commissario Santagata, si rivela assolutamente vincente, facendone quasi un romanzo di formazione sui generis. Il giovane agente, infatti, finisce per portarci per mano nelle continue scoperte rivolte sia all’indagine, niente affatto semplice e, per lui, aggravata dal trovarsi di fronte alla morte di una ragazza sua coetanea, sia verso il suo commissario, personaggio quanto mai speciale. Al centro di tutto una Napoli con i suoi pregi e i suoi difetti, con la sua zona ricca, dove avviene la scoperta della morte della ragazza, e la sua zona povera da cui proviene ( e continua a vivere) il giovane Acanfora. Ed è proprio in questa contrapposizione tra le due realtà di Napoli che si sviluppa il senso più profondo di tutto il racconto. Quando il commissario si trova di fronte alle forti pressioni del Questore perchè sia risolto prima possibile il caso della ragazza di Posillipo, dei quartieri alti di Napoli, insomma, non la manda a dire dietro:  “Ho capito. Quando la monnezza arriva dove non deve arrivare, allora tutti quanti tengono fretta di pulire”. Diventa perciò interessante seguire il giovane poliziotto nel suo approccio con i diversi ambienti cittadini, con la scoperta di una tragica indifferenza nei personaggi del condominio di lusso dove viveva la giovane vittima e con un occhio critico, ma sicuramente più benevolo, verso la zona come il quartiere Sanità e simili. In questo senso si può certamente rintracciare una vena “morale” in questo romanzo di Longo, come già era evidente nell’altro, più recente, cui ho accennato. Così come si può individuare un elemento psicologico, nel senso dello scavo nelle motivazioni alla base delle azioni dei personaggi, come ad esempio nello studio non superficiale sulle tappe fondamentali della vita del commissario Santagata. Un libro e un racconto, insomma, di assoluto valore e spessore, pur nella sua agilità  di scrittura. Anche nello stile, un napoletano assolutamente alla portata di tutti i lettori, che da ancora più sapore alla descrizione dell’ambiente in cui si svolgono i fatti. Ma non trascurate di porre attenzione ai personaggi, soprattutto i colleghi, che arricchiscono, visti con gli occhi giovanile del protagonista, la conoscenza dell’ambiente napoletano. Geniale, in questo senso, l’idea di mettere nel gruppo l’agente Cipriani di Brescia, quello che ferma la macchina della polizia che sta guidando per andare a raccogliere la cartaccia che il collega ha gettato dal finestrino.Bellissima e tenera, per finire e non raccontarvi troppo, la figura della mamma che, rimasta vedova e con gli altri figli sposati fuori dalla casa di famiglia, riversa tutte le attenzioni su questo figlio poliziotto che sta, lentamente, maturando e covando il desiderio di una sua vita. Un libro, insomma, che quando termina vi lascia col desiderio di aggiungere ancora qualche capitolo per dare continuità alle storie raccontate. Come è nel caso, appunto, di libri di valore per quello che ci raccontano e per lo stile con cui sono scritti.

di Renato Campinoti

Antonella Cipriani legge “Eutanasia di un amore” di Giorgio Saviane

Come ho scoperto lo scrittore e la sua narrativa, visto che non se ne parla molto, anzi è anche piuttosto difficile reperirne le opere?

Per caso, passeggiando sulle colline a pochi passi da casa mia, dove fiancheggiando una bella villa tra gli ulivi e i primi anemoni, un’amica mi rivelò che per una buona parte della sua vita in quella casa aveva vissuto Giorgio Saviane, l’autore di Eutanasia di un amore, libro che vinse il Premio Bancarella nel 1977. Ricordo bene il film di Enrico Maria Salerno, le cui prime scene furono girate proprio a Sesto Fiorentino. Avevo solo tredici anni, ma impossibile dimenticare l’evento: tutte le strade furono bloccate per un giorno, alla fermata del 28 c’era la bellissima Ornella Muti e Tony Musante, che invece conoscevo ben poco.

Ciò che mi ha incuriosito di Saviane andando a ricercare biografia e opere, è stato il velo di polvere intorno allo scrittore, poco ricordato nella letteratura del Novecento, nonostante la notorietà editoriale e lo spessore culturale e artistico. «Perché?» mi sono chiesta. Senza dubbio perché è stato un personaggio scomodo, una persona che diceva senza mezzi termini come la pensava, che non si adattava alle situazioni o alle opinioni altrui per un tornaconto personale, mettendo le proprie ideologie e convinzioni sopra ogni altro aspetto.

Giorgio Saviane, (1916-2000) veneto di nascita, trascorse buona parte della sua vita in Toscana, a Firenze svolgendo in contemporanea la sua attività di avvocato e scrittore. Idealista, anticonformista, amante della vita e delle belle donne, della campagna e del mare, tematiche che ritroviamo spesso nelle sue opere.

“Eutanasia di un amore” è un romanzo che parla d’amore, di una passione travolgente capace con la sua urgenza di annullare tutto il resto. Paolo, professore universitario già quarantenne ama Sena, una sua ex allieva, e ne è contraccambiato. Ma già dalla prima pagina, i due hanno un diverbio, la macchina si ferma al semaforo rosso e Sena apre la portiera per sfuggirgli e salire sull’autobus fermo al capolinea. Il motivo del litigio rimane per buona parte del libro oscuro a noi lettori e a Paolo stesso, che tenta in ogni modo di riconquistare la ragazza, con dignità e in modo consono a suoi principi ideologici e morali. La lettura prosegue carica di questa tensione: l’incognito della rottura, la causa della separazione.

Fatti, azioni si susseguono veloci anche se densi di riflessioni, pensieri, emozioni, sentimenti, sviscerati in ogni componente per essere descritti e approfonditi dall’autore in modo davvero efficace e notevole da un punto di vista stilistico. Si accavallano visioni, all’apparenza scollegate alla realtà che sottolineano però lo stato d’animo confuso, trepidante del protagonista stesso. Un grido d’amore disperato, quello di Paolo che ricerca Sena in ogni dove, la segue, la rincorre, cerca di combinare incontri casuali avvalendosi della complicità degli amici. Poi imprevedibile il ritorno, l’incontro “casuale” a Ponte Vecchio, lui invecchiato di anni come se la lontananza da lei gli avesse attirato ogni malattia (mal di schiena, emorroidi, prostata, emorragia a un occhio…). Si chiariscono, Sena svela il motivo che l’ha allontanata da lui, una cosa bruttissima di cui lui è il responsabile. Sarà disposto Paolo, a questo punto, a fare un passo indietro, a rivedere le sue posizioni ideologiche, politiche, anticonformiste, una delle quali motivo di rottura, pur di ritornare con lei? Ovviamente non ve lo svelerò, per non togliervi il gusto di quella tensione che l’autore sa creare così bene e mantenere in buona parte del libro.

C’è anche il tradimento, come parte integrante ed evolutiva del rapporto tra Paolo e Sena, ma soprattutto dell’amore, che ha necessità di sperimentare, oltrepassando i vincoli che Paolo stesso si è creato, catturato dalla bellezza di lei, ancorato al complesso edipico senza il superamento del quale non c’è evoluzione.

La storia con Silva, una ragazza conosciuta a Punta Ala, rappresenterà questa svolta, svincolandolo dall’amore, sinonimo di possesso, esclusività per trasformarlo in condivisione e piacere. Grazie a lei, Paolo riscoprirà un nuovo modo di amare, libero dalla schiavitù della passione, che non è tormentato vivere, ma partecipazione, scambio, donare per donarsi e ricevere.

E a proposito dell’amore legato al sesso trovo interessante questa osservazione: “Il sesso, vede, ha due valenze manifeste, oltre le mille sfumature: una di appetito (azzurro, dorato, sentimentale, lo chiami come vuole), l’altra di appagamento. Sono in fondo la stessa cosa, ci sono tuttavia questi due tempi, per dir così, che l’umanità ha avvertito. “. E conclude che si può viverlo anche solo in una di queste parti.

Davvero un libro profondo, dai dialoghi ben costruiti e riusciti che esprimono in pieno il carattere, le pulsioni, i sentimenti, le emozioni, i desideri più intimi dei personaggi. Un ottimo lavoro di introspezione prendendo a pretesto l’ amore.

Interessante anche il cambio di voce narrante all’interno di uno stesso

capitolo: l’autore inizia la narrazione in prima persona, poi come se volesse entrare meglio dentro il personaggio, la cambia, adottando la prima persona, voce del protagonista stesso. Non ho gradito subito questa strategia, avvertendola come una stonatura (sono anche ritornata indietro nella lettura, ricercandone l’errore). Poi ho capito che lo schema si ripeteva, e come succede spesso, quando si prende confidenza, non mi è più dispiaciuta, anzi l’ho trovata calzante. Documentandomi, ho letto che era una sua peculiarità quella di usare contemporaneamente la terza e la prima persona.

Insomma, concludo, sottolineando il rammarico che uno scrittore così valido sia stato così poco valorizzato (pensate lo stesso libro di cui vi parlo, l’ho trovato su una bancarella dell’usato e non è più in catalogo). Questo ce la dice lunga sul mondo editoriale e non solo. Vi lascio nella speranza di avervi trasmesso un po’ di curiosità e interesse per un grande scrittore, ritenuto poco commerciabile, ma senza dubbio meritevole.

Firenze 3 aprile 2022

Eutanasia di un amore” di Giorgio Saviane (Rizzoli 1976)

Renato Campinoti legge “Ballata di morte nel Devon” di Vincenzo Sacco

Per un certo numero di pagine di questo notevolissimo giallo di Vincenzo Maria Sacco, ci si fa la convinzione che sia stata la grande Agatha Christie a ispirarne l’ambientazione: la campagna inglese più distante dalle metropoli, la stessa, improvvisa, apparizione di efferati delitti apparentemente inspiegabili. Anche lo stile asciutto ed essenziale della scrittura del nostro autore rafforzano in noi lettori questa convinzione. Del resto Vincenzo ci ha già abituato, con le belle prove che precedono questo suo terzo (per restare solo al genere) romanzo giallo ad immedesimarsi e farci immedesimare con gli ambienti in cui si svolgono le vicende cui ci fa appassionare. Andiamo così avanti per un bel pò e cominciamo a fare delle congetture sugli strani, crudeli, omicidi che ci vengono narrati, quando, ad un certo punto, succede che viene fuori un’altra, possibile ragione che ha spinto l’autore ad ambientare nel Devonshire le vicende di cui ci racconta. Che sbadato! mi viene da dire. Eppure un indizio Vincenzo l’aveva messo già nel titolo! “Ballata di morte…”. E allora ci ricordiamo che Vincenzo Maria Sacco è uomo dalle molteplici risorse e dalle tante pratiche artistiche: per esempio la musica! Che Vincenzo pratica da più di trenta anni con un gruppo di amici che hanno dato vita ai Palket Band (spero di scrivere giusto!) e che periodicamente allietano, con brani soprattutto Rock, anche i sodalizi culturali di cui fanno parte. Perchè, tra parentesi, Il nostro autore è anche un ottimo operatore culturale attivo sia a Firenze che a Livorno, per quello che ne sappiamo. Tornando così al giallo, scopriamo, senza niente togliere alla suspence, che conta molto il ricordo di autori del genere da lui amato, attivi nel periodo della sua “formazione”, molto legati a quelle terre e alle tradizioni celtiche i cui echi sono tuttora presenti, che ci aiutano, in questo caso, a sciogliere alcuni dei misteri legati alla trama del libro. C’è bisogno tuttavia degli indovinatissimi personaggi che animano il racconto, dall’investigatore privato Robert McDonald (cognome che si presta a qualche ironia in quella parte di mondo), alla fidanzata Catherine Wood, che si adatta malvolentieri alle curiosità investigative del suo uomo, al maturo e tuttora attivissimo ispettore di polizia Lewis Gordon  (e anche qualche esperto del luogo!) che sanno riconoscere le reciproche competenze per metterle a frutto al fine di catturare, come nei più azzeccati noir, all’ultimo istante, gli assassini in procinto di compiere l’ennesima esecuzione. Magistrale, al fine di non rompere il ritmo dei colpi di scena che animano la parte finale del giallo, il classico riassunto delle vicende, compresa la spiegazione sulla concatenazione di molti avvenimenti, che Vincenzo utilizza come un navigato autore di genere, che qualcuno ha accostato perfino al grande Arthur Conan Doyle. Non ci resta che augurarci di vedere presto un altro parto della sua prolifica e fantasiosa vena di scrittore. Senza che questo lo distolga troppo, dico io, dal prezioso e apprezzato impegno di volontario che sta contribuendo (ecco un’altra risorsa di Sacco!) a sviluppare la cultura digitale soprattutto nelle generazioni toscane più mature, per evitare il rischio di una loro emarginazione nel mondo che ci aspetta. Un altro motivo per dire grazie a Vincenzo Maria Sacco.

di Renato Campinoti

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