Renato Campinoti legge “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” di Patrizia Torsini

Bel libro questo di Patrizia Torsini, alla sua terza, riuscitissima prova. Bello, ma non facile, come non credo lo volesse neppure l’autrice.Non facile intanto, perchè dopo averci portati sulla ipotetica strada delle morti costruite ad arte dei vecchietti della Versilia, da chi pare interessato a togliersi un peso di dosso, ci porta a poi a misurare caso per caso le reali ragioni di tali vicende. Così l’autrice sembra ammonire i suoi lettori a non cadere nelle apparenze più semplici, quando i casi, come nella vita reale, sono molto più complessi. Altrettanto impegnativa è la vicenda del mito di Percy e Mary Shelley, su cui l’autrice costruisce gran parte della trama che gira intorno ai personaggi principali, a cominciare dalle due amiche Lisa e Betta, cresciute insieme e poi, per ragioni non chiarite, separate ma pronte a ritrovarsi. Su tale mito, affiancato poi anche da quello del particolare personaggio di Bianca Cappello, l’amante che Francesco I dei Medici sposa in seconde nozze, la cui sorte è tuttora parzialmente avvolta nel mistero, Patrizia costruisce le scene più gustose e misteriose di questo particolare noir. Dando prova, tra l’altro, di una notevole competenza culturale in materia. Lascindosi tuttavia, anche qui, la libertà di portare le vicende nella direzione da lei desiderata e costringendo ancora una volta il lettore a seguire nuovi percorsi. Non sono molte le cose che si possono dire di un così bello e impegnativo romanzo, senza rischiare di cadere nello spoileraggio. E’ comunque godibile la padronanza dell’autrice sul gran pezzo di Toscana che fa da sfondo alle vicende che ci racconta, con una particolare predilezione per le Apuane e i loro camminamenti, vere e proprie scalate degne del loro nome. Altrettanta passione Patrizia riversa verso i problemi ambientali che proprio sulle Apuane si creano e si aggravano a cause delle cave di marmo e dei residui (le marmettole) che si depositano e, con l’acqua, danna vita a fenomeni quanto meno gravi per quell’ecosistema.Ma non meno affascinata è la nostra autrice verso la Versilia, non solo per il suo mare e le sue spiagge (su cui costruisce degli “strani fenomeni”)ma anche per i camminamenti e i paesaggi che la compongono. Così come, l’autrice ci fa innamorare di un tramonto sui ponti sull’Arno a Firenze piuttosto che di fronte alla statua di Moore a Prato. Ma non vi fate distrarre dal paesaggio, pur importante nell’economia del romanzo, mentre Patrizia devia verso la meta che voleva raggiungere per dare degna conclusione al suo ampio e appassionante romanzo, i cui personaggi non si faranno dimenticare facilmente. Anche perchè, altro merito dell’autrice, nessuno di loro è solo ciò che appare ma, come nella realtà, è la somma delle molte cose, belle o meno belle, della sua storia di vita. Si chiude così’ questo voluminoso racconto, più che mai convinti dell’insegnamento del grande  e rimpianto Umberto Eco: più sono i libri che si leggono, più sono le vite che si ha la sensazione di aver vissuto. Anche di ciò si deve dire grazia a Patrizia Torsini per questa ulteriore prova della sua passione e del suo talento.

di Renato Campinoti

IL SOGNO DEL RAGNO: IL SOGNO DI UN MONDO MIGLIORE – Recensione di Michele Ventrone

Via da Sparta / Il sogno del ragno” è un’opera di Carlo Menzinger di Preussenthal (2017, Porto Seguro editore). Lo scrittore di Firenze, autore di

varie ucronie, ci espone in questo libro storia greca e in particolare quella di Sparta. Si tratta di un’ucronia perfetta per comprendere come il nostro mondo sia, in realtà, molto migliore di quello che sarebbe potuto essere. Il libro si ambienta nella società contemporanea, ma che parte dall’antica Grecia, dove la rude Sparta ha avuto la meglio sulla razionale Atene. Le conseguenze sono drastiche: Sparta ha costruito un impero che si estende dall’Europa all’Africa, fino a toccare persino l’America. Quello creato da Sparta è un mondo totalmente diverso da quello di oggi. Sparta, infatti, prevalendo ha imposto i suoi usi e costumi, religione e potere. L’amore, innanzitutto, non è quello basato sul volersi bene, ma è più che altro basato sulla convenienza ed è praticamente inesistente, tanto che quello omosessuale va per la maggiore. Le persone girano nude perché i vestiti considerati inutili, con la conseguenza che le donne, soprattutto ilote (schiave), sono frequentemente vittime di abusi sessuali, considerati normali dalla società. Ciò capita all’inizio del racconto, dove la schiava Aracne è messa incinta da ragazzi di strada. Altre divergenze. I matrimoni servono solo ad assicurare stabilità all’impero in quanto gli uomini vivono solo per la guerra e per l’espansione di Sparta, mentre le donne amministrano beni e terre conquistate. L’arte, la filosofia, la meccanica, l’elettronica e i progressi della scienza sono ancora agli albori e la sola ad aver avuto un grande sviluppo è la genetica. Gli uomini, infatti, già dai primi anni di vita, sono indirizzati verso la crescita fisica volta alla ricerca della perfezione del corpo, questo ovviamente per avere la meglio nelle battaglie. E ciò avviene con metodi impensabili. I neonati gracili, innanzitutto, sono uccisi direttamente alla nascita e ogni persona, anche spartiata (nobile), al compimento dei 55 anni di età subisce la “Catarsi”, un rito che conduce alla morte. In un mondo fortunatamente solo immaginabile, la nostra protagonista, Aracne, avendo già abortito due volte per l’anormalità dei suoi feti e con la conseguenza che alla terza volta verrà uccisa, decide di fuggire da questo mondo in cerca di terre dove Sparta non è ancora arrivata. Si tratta dei regni scandinavi, lontanissimi, se si pensa che la nostra protagonista vive a Napoli, ma dove Aracne pone i suoi obiettivi. Verrà aiutata da Lucius, un romano (anche Roma è ovviamente stata sottomessa) che la nostra protagonista incontra nel suo viaggio e che le fa da “mecenate” e da “spalla”. In seguito incontra Ezechiele e Giuseppe, due dei pochi cristiani che la “buona novella” di Gesù ha contrapposto al politeismo antico di Sparta. Dopo l’incontro coi due, Aracne è quasi attonita di fronte a questa diversità e a poco a poco ne comprende il significato, il valore e la preziosità. Questi quattro affronteranno mille peripezie, perseguitati dagli spartiati, desiderosi di far valere la propria superiorità opprimendo e uccidendo iloti. Tra di questi un irene (spartiate alle prime armi), Lisandro, che cadrà nelle mani dei quattro. Poco dopo però Aracne, Lucius, Ezechiele, Giuseppe e il prigioniero Lisandro, cadono vittime dei briganti e saranno venduti sul mercato nero della capitale Lacedemone, fino ad essere acquistati da una nobile famiglia, gli Agropolis. Tra di esse c’è Nymphodora, la cui storia scorre parallelamente a quella di Aracne. Nymphodora sembra una rivoluzionaria, una illuminata, una che, pur essendo una spartiata, cerca di dare vita ad un mondo migliore, un mondo basato sull’uguaglianza e sull’amore. Nonostante la stabilità trovata e in base ai consigli di Lucius che la invitavano a non accontentarsi mai, Aracne capisce che non è ancora giunta nel mondo che sogna e in cui crede l’esistenza. Il libro ha chiaramente un seguito e la trilogia proseguirà con “Il regno del ragno”.

Lo stile è ottimo e l’autore inserisce più volte neologismi, parole inventate che hanno comunque un’origine da quelle greche e questo ovviamente rende l’ucronia più verosimile. Assolutamente da consigliare.

Michele Ventrone

IL FANTASMA DI MARY SHELLEY: Carlo Menzinger legge per il GSF il romanzo “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” della nostra socia Patrizia Torsini

Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851), è stata una scrittrice, saggista e filosofa britannica. È celebre per aver scritto il romanzo gotico Frankenstein (Frankenstein: or, The Modern Prometheus), pubblicato nel 1818, una delle opere precorritrici della moderna fantascienza. Assieme al marito Percy Bysshe Shelley, poeta romantico e filosofo, Lord Byron, Polidori, e la sua sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, una sera di giugno del 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, inventarono il romanzo gotico, che tanto successo riscuote ancora oggi. Era, inoltre, figlia della filosofa Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo, e del filosofo e politico William Godwin. A Mary Shelley dobbiamo anche uno dei primi esempi di romanzo apocalittico “L’ultimo uomo”.

Si tratta, dunque, non solo di una grande precorritrice della letteratura moderna, ma in quanto donna, una figura di rilievo nel campo dell’emancipazione femminile. Non sorprende quindi che il suo fascino sia ancora forte.

Deve averlo subito, in qualche misura, anche Patrizia Torsini, la moderna

L'importanza di chiamarsi Bloody Mary - Home | Facebook

autrice di “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” (Edizioni Jolly Roger, Luglio 2020), che in questo romanzo dal titolo da aperitivo wildiano, pur non eleggendo la nostra romanziera a protagonista, le fa avere un ruolo centrale, in una vicenda di morti sospette e simulazioni di apparizioni di fantasmi, un thriller contemporaneo che ha poco del gotico, ma che vede l’amica di Lord Byron al centro di una sorta di venerazione da parte di una coppia di librai e lo spunto per un camuffamento, con conseguenze nefaste e imprevedibili.

La narrazione si dipana tra storie di amicizie e amori, piccoli viaggi e piccole avventure, indagini attorno a questa misteriosa serie di “morti di paura”. C’è una connessione tra loro o solo la casualità?

Questo corposo e denso romanzo, di ben 400 pagine, è la terza prova di quest’autrice, di recente approdata nel GSF – Gruppo Scrittori Firenze, dopo “Acqua alla gola” (2015) e “Killer on the road” (Porto Seguro, 2017). Con quest’ultimo romanzo, che me l’ha fatta scoprire in occasione di un Porto Seguro Show, “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” ha in comune oltre ai toni da thriller, l’amore per la scoperta di luoghi impervi della nostra Toscana e una volontà, che condivido, di metterci in guardia contro i drammatici danni che stiamo provocando all’ambiente.

POTER TORNARE NEL 1985: Carlo Menzinger legge per il GSF “La straordinaria nevicata del ’85” del nostro socio Massimo Acciai Baggiani

Mi sembra strano pensare che “La straordinaria nevicata del ‘85”, pubblicato in questo inizio di 2021 sia solo il secondo romanzo di un autore con al suo attivo decine di pubblicazioni, eppure è così: Massimo Acciai Baggiani, pur avendo pubblicato moltissimi libri, da solo o con altri autori, si è cimentato poche volte con i romanzi, prediligendo opere saggistiche, racconti e poesie. Inoltre, questo romanzo, sebbene edito solo ora, Massimo Acciai lo conservava da tempo nel suo cassetto.

Il titolo potrebbe creare confusione con un’altra sua opera, l’antologia “La nevicata e altri racconti”, ma sono libri ben diversi. L’antologia mi era parsa sostanzialmente un saggio sul sistema scolastico camuffato da romanzo breve (“La nevicata”) corredato di 4 racconti.

La straordinaria nevicata del ‘85” è, invece, un romanzo di fantascienza autobiografico. Già! Parrebbe quasi un ossimoro: che cosa può avere a che fare un romanzo di fantascienza con un’autobiografia, un’opera di pura fantasia con una delle più realistiche. Questo autore, del resto, ama mescolare generi diversi. Per esempio i suoi volumi “Radici” e “Cercatori di storie e di misteri” uniscono la ricostruzione quasi autobiografica delle radici familiari con storie di viaggio attraverso Mugello e Casentino, con storie e leggende locali, divenendo quasi delle guide turistiche.

Ne “La straordinaria nevicata del ‘85” troviamo due temi assai cari alla narrativa dell’Acciai, il viaggio nel tempo e i poteri paranormali, ma anche il suo amore per la famiglia di provenienza, sua madre soprattutto, il suo attaccamento a Firenze e, in particolare, al quartiere di Rifredi. Tema quest’ultimo così centrale che quando ne scrissi la biografia pensai di chiamarla (definendo così Massimo) “Il narratore di Rifredi” (Porto Seguro Editore, 2019).

Non vorrei anticipare troppo, ma credo di poter accennare che “La straordinaria nevicata del ‘85” è, dunque, la storia di un viaggio nel tempo, effettuato nella mente, da un recente 2015 al 1985, anno in cui il protagonista, come l’autore, aveva solo dieci anni. Lì avviene il delicato incontro-confronto tra il protagonista adulto e il se stesso bambino.

Per quanto mi è dato conoscere Massimo Acciai, dalla lettura di tante sue opere e dalla conoscenza personale, seppure risalente solo alla fine del 2017, ritrovo davvero molto di lui in questo personaggio senza nome, che racconta le proprie avventure in prima persona, al punto da chiedersi davvero dove cominci la finzione e dove finisca la realtà, arrivando magari persino a domandarsi se davvero Massimo Acciainel 2015 possa esser tornato indietro nel tempo di trent’anni!

Book Trailer de "La straordinaria nevicata dell'85", di Massimo Acciai  Baggiani - YouTube

Il viaggio è anche occasione per raffrontare due modi diversi di vivere, oggi e ieri; due diversi sguardi sul mondo, dell’adulto e del bambino; il sogno infantile di un futuro ipertecnologico con la realtà di un mondo attuale che appare assai meno fantastico di come lo immaginava la fantascienza. La lettura innesca subito una profonda riflessione sul sogno infranto di un futuro di progresso che avevamo noi nati negli anni ’50 e ’60 del XX secolo e, a quanto pare anche qualcuno nato negli anni ’70. Le grandi utopie futuriste della fantascienza di quegli anni ci aveva, infatti, insegnato a sognare un XXI secolo di auto volanti, viaggi spaziali, incontri alieni, progressi tecnologici inarrestabili. La delusione del piccolo protagonista di questo romanzo, quando si ritrova nel 2015 è, in fondo, quella di tutta una generazione, che sognava mondi lontani e si ritrova tra le mani solo smartphone, tablets e TV digitali.

Qui, come altrove, Massimo Acciai ama disseminare la narrazione con citazioni di libri e canzoni che hanno contribuito alla sua crescita e formazione e che fanno da contorno e ambientazione a quest’avventura.

Oltre all’Io Sdoppiato, vi compaiono vari altri personaggi, maschili e femminili, a fornire l’occasione per parlare anche di amicizia e amore.

Un romanzo, dunque, ricco e articolato, che potrà piacere sia agli appassionati di fantascienza, sia a chi questo genere non pratica e preferisce il mainstrem, dato che la vita di tutti i giorni, del passato e del presente, crea un’ambientazione che farebbe ben collocare il libro in questa più ampia e apprezzata categoria.

Inutile dire che fa da sfondo alla storia un evento meteorologico reale, quella nevicata che molti di noi certo ricordano bene e che paralizzò in modo assai più allegro dell’attuale covid-19 l’Italia intera.

Un’ottima prova per Massimo Acciai, che dimostra ancora una volta di sapersi destreggiare con ogni genere di scrittura.

Cerimonia di premiazione del Concorso letterario “La Città sul Ponte” 5^ edizione 2020

Firenze, Biblioteca delle Oblate – sabato 19 settembre 2020

Una scommessa vinta.

Ho pronunciato questa frase al termine della giornata, quando tutti gli autori premiati avevano avuto il loro momento di gioia nel sentirsi chiamati sul palco per ricevere il premio per le loro opere.

Massimo Zona, Vincenzo Sacco, Cristina Gatti, Antonella Cipriani, Daniele Locchi durante la premiazione del Poetry Slam del Premio La Città sul Ponte

Questo è un anno particolare, terribile per molti versi. Capace di spazzare via tutto, di stravolgere le nostre vite costringendoci ad un lungo isolamento sociale. Quelli del lockdown sono stati i mesi in cui le nostre giurie avrebbero dovuto svolgere in serenità il loro lavoro di lettura e valutazione di racconti, romanzi e poesie. La cerimonia di premiazione era prevista per giugno, quando stavamo ancora faticosamente uscendo dal lockdown. Non ci restava, così, che rimandare tutto a tempi migliori.

Ad agosto le giurie delle cinque sezioni del Premio, racconti a tema libero, a tema, romanzi editi, inediti e poesie, concludevano i lavori con la pubblicazione dei risultati sui canali social. Restava da prendere la decisione più importante: ci chiedevamo se svolgere la cerimonia di premiazione nonostante le numerose, stringenti regole di precauzione per la sicurezza anti-contagio. Dopo molte incertezze e legittimi dubbi abbiamo deciso di non rimandare o peggio cancellare la cerimonia, ma  di svolgerla al chiuso sabato 19 settembre, presso la Biblioteca delle Oblate.

Durante la mattinata, oltre alla premiazione di “ARTWORK”, concorso per le Arti Visive, si è svolto un incontro sul tema “Toscana: territorio, letteratura e arti” con la partecipazione degli scrittori Paolo Ciampi e Mirko Tondi.

Il pomeriggio è iniziato con la gara di poesia, secondo le regole del “Poetry Slam”, che ha visto la partecipazione di quattro poeti guidati da Daniele Locchi. La giuria, formata da volontari scelti tra il pubblico, ha decretato la vittoria di Massimo Zona con due sue composizioni in vernacolo romanesco. Di seguito si è svolta la premiazione della sezione poesia. Maila Meini, coordinatrice della giuria, ha proclamato come vincitore Sante Serra con la sua composizione “Ti ho parlato in silenzio (a mio padre)”.

La sezione dedicata ai romanzi inediti, la cui giuria è coordinata da Fabrizio De Sanctis, è stata vinta da Pablo Cerini con l’opera “Cold Turkey”. Il vincitore riceverà una proposta di pubblicazione da parte di un editore, su suggerimento della nostra associazione.

Per la sezione dei racconti a tema libero Cristina Gatti, coordinatrice della giuria, ha proclamato vincitore Luigi Lazzaro con l’opera “Chagarrata” sul tema del terrorismo di matrice islamica.

L’argomento per la sezione dei racconti a tema era “Toscana: terra di Storia e di storie” e si ricollegava idealmente all’incontro svolto la mattina. Cristina Gatti ha consegnato il premio a Paolo Ferro, vincitore con l’opera “L’epica ingloriosa morte del cavalier Donati”, racconto storico su un personaggio meno noto della storia toscana.

I libri inviati per la sezione dei romanzi editi, ultima sezione ad essere premiata, sono stati moltissimi. Tra tutti ha primeggiato “La misura” di Gabriella Pirazzini. Maria Gloria Messeri, coordinatrice della giuria, ha consegnato il premio alle delegate della vincitrice, le sue due nipotine. Queste hanno letto un messaggio in cui l’autrice ci ha comunicato che il premio in denaro sarà devoluto a un’associazione che aiuta negli gli studi ragazzi in difficoltà.

La cerimonia si è conclusa con i miei saluti e la speranza che il prossimo anno la Sala “Sibilla Aleramo” della Biblioteca delle Oblate possa tornare a riempirsi per l’edizione numero sei del nostro Premio “La Città sul Ponte”.

Concludo ringraziando la nostra Presidente Cristina Gatti, Antonella Cipriani per l’incessante lavoro di consegna dei premi e sanificazioni di superfici e microfoni e Marco Ciutini per le riprese e le foto dell’evento. Ringrazio tutti i componenti delle giurie delle varie sezioni e ancora un ringraziamento speciale va alla Biblioteca delle Oblate e al suo personale che ha consentito lo svolgimento della nostra manifestazione.

Arrivederci alla prossima edizione del concorso.

Vincenzo Maria Sacco

Presidente del Premio letterario “La Città sul Ponte”

“Metrica della distanza” di Mirko Tondi

Mirko Tondi

Metrica della distanza di Mirko Tondi si potrebbe considerare un romanzo di formazione se il protagonista, Gabriele Muriccia, fosse un ragazzino alla scoperta di sé stesso e del mondo degli adulti, anzichè un uomo di quarant’anni. Vissuto all’ombra di una madre protettiva e autoritaria, Gabriele vive in solitudine, senza veri rapporti affettivi e sociali, se non quelli convenzionali dettati dalle regole comuni. Tutto scorre in equilibrio quasi perfetto, fino alla morte improvvisa della madre. L’evento drammatico sarà la sua opportunità di svolta in cui dovrà scegliere se vivere o morire. Sarà il caso a fornirgli le rispostee la musica ad accompagnarlo in questo nuovo viaggio.

Non lasciatevi spaventare dalla prima parte del libro, dove il tema della Morte permea e domina la scena.  “La morte ha sempre l’accortezza di mostrarsi nella sua indiscutibile interezza, un messaggio univoco che non dà adito alle interpretazioni”…”La morte di chi ci circonda ha una sua funzione, che ci sia comprensibile oppure no.”…”La morte esige anche dignità purtroppo”. Personalmente,  pensieri, riflessioni ,  approfondimenti  del genere sono la parte che preferisco. C’è molto da meditare su questo capitolo ineluttabile della vita e Mirko attraverso una storia di solitudine e amore, ce ne offre la possibilità.

Nella seconda parte invece lo scrittore ci regala più narrazione e azione, assistendo alla rinascita e alla rivelazione del protagonista che ritrova sé stesso superando isolamento e apatia, caratteristiche di un tempo remoto.

In un clima leggero, scorrevole, ben rappresentato, si inseriscono riferimenti di

musica soul, grande passione di Gabriele, (di cui l’autore ci informa dettagliatamente nelle note), che incuriosiscono e stimolano il lettore a ricercarli, per ascoltarli e magari accompagnarli alla lettura. Parole e musica si integrano, creando così un’opera originale e piacevole.

Un libro che consiglio a tutti.

 Mirko Tondi è sempre una garanzia.

di Antonella Cipriani

WEN – TERRA – Oltre il Mare Oceano – Carlo Menzinger

La notte è ancora di un blu abissale e le stelle brillano come pesci elettrici dal fondo del cielo. La luna si nasconde ancora nei bagliori degli antipodi e, guardando oltre il frangersi delle onde sulla chiglia, un marinaio giura di averla scorta nuotare in trasparenza oltre le distanze oceaniche sotto di voi. É appena iniziata la terza ora della terza vigilia della notte del fatidico 12 ottobre dell’Anno del Signore 1492 quando, aguzzando la vista come un gufo presbite, un eccitato Rodrigo di Triana scopre quelle che tu riterrai, poi, essere le isole a nord di Cipango e lancia il magico grido: terra! Non sta più nella pelle, il poveruomo: non solo pone fine a quel viaggio straziante ed incerto ma si assicura anche una pensione di diecimila maravedi l’anno, che per un marinaio come lui sono una gran bella fortuna. Tale è, infatti, la cifra promessa a chi avvisti per primo la terraferma. E così grida “Terra!!!” con tutto il fiato che ha in gola; grida “Terra!!!!!” con tutti i possibili punti esclamativi; grida “Teerrraaaa!” senza alcun risparmio di lettere o voce; grida “Terra!” con la bocca e con il cuore e ripete “Terra” tra sé e sé e lo ripete dentro di sé, lo ripete e lo ripete nell’animo suo, finché non è tutt’uno con quella parola e percepisce di essere lui stesso parte di quella terra. Poi comincia a contare i diecimila maravedi ed i mille sogni da realizzare. Ma tu, Cristoforo, non vuoi riconoscergli il merito. Accorri sul ponte e non puoi che confermare: siete in vista di terra, si vede chiaramente nonostante l’oscurità. Del resto tu già l’avevi detto il giorno prima a Pedro Gutierrez che c’era una luce in mare. “Bella forza” mormorano i marinai “il genovese vede le Indie quasi tutti i giorni, Rodrigo invece l’ha vista ed urlata la sua terra, una volta sola, la volta giusta. A Rodrigo spetta la pensione nonostante l’annuire servile di Pedro”. Così mormorano ma la gioia per aver finalmente trovato la terra che da tanto stanno cercando cancella presto ogni solidarietà. La vostra folle corsa verso il nulla ha trovato una meta. Quel forestiero pazzo, che sei tu, forse, non è poi così folle. Forse le terre che sognavi esistono davvero. Siete in India o a Cipango o in Cina o chi sa dove. Cosa importa! Siete a terra. Presto poggerete i piedi su qualcosa di fermo. Troverete cibo fresco, non più gallette e pesce. Troverete donne, acqua di fiume o di sorgente, frutta, gente e oro. Oro a rivoli, a fiumi, a cascate, a laghi, a mari ed a montagne. Oro giallo e oro bianco. Oro grezzo ed oro lavorato. Oro per farvi ricchi.

 

Terra vedi. Mare vedi. Maravedi.  Mari verdi.

Meraviglia. Mar in conchiglia. Chiglia di nave.

Nave di Castiglia. Casto amore che scompiglia.

Vasto mare. Verde mare.

Verdi tasche d’oro colme.

Colmi calici brindanti.

Brillanti stelle cadenti.

Mondi nuovi dall’acque sorgenti. Medio Evo tramontante.

Goccia di mare, granello di sabbia, soffio di vento.

tratto dal romanzo ucronico “Il Colombo divergente” (Edizioni Liberodiscrivere, 2001 e 2007) di Carlo Menzinger di Preussenthal.

OLTRE LE SFUMATURE

Alcune riflessioni su un libro di un nostro socio.

La legenda di Carlo Menzinger (www.menzinger.it)

Risultati immagini per oltre la scelta cibecchiniAvete presente quella serie di libri per educande trasgressive con titoli tipo “50 sfumature di grigio”? Quello che maggiormente mi disturba come lettore è quel loro non essere, come si suol dire, né carne né pesce. Vengono fatti passare per romanzi erotici ma sono molto più vicini a dei romanzi rosa.

Il rischio di trovarsi tra le mani pagine simili con “Oltre la scelta” non si corre. Marco Cibecchini punta dritto alla meta e, sulla scia del Marchese De Sade, ci offre un bell’esempio di romanzo erotico con toni sado-maso innegabili. Una storia di sesso e sottomissione senza alcuna concessione a sentimentalismi fuori luogo o a elucubrazioni filosofiche.

Un rapimento dà il via all’avventura e alla trasformazione di una donna “normale” in una “sottomessa” che imparerà ad amare il suo ruolo, andando ben oltre gli effetti della Sindrome di Stoccolma.

Marco CIbecchini

Sono queste di Cibecchini pagine nude…

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L’AMORE E L’INDIPENDENZA

La legenda di Carlo Menzinger (www.menzinger.it)

Risultati immagini per lo sguardo e il risoLo sguardo e il riso” di Caterina Perrone è una storia d’amore ambientata in un non-tempo passato e in un non-luogo che ricorda l’Italia medievale ma che ha il sapore dei borghi fantasy. Non è comunque né ucronia, né utopia e neppure vero fantasy, ma canto sui rapporti umani, sulle pulsioni e i sentimenti d’amore, sul cercarsi e allontanarsi tipico degli amanti, sugli ostacoli che le famiglie e l’ambiente spesso frappongono a tali amori.

I protagonisti, in primis, la bella Viola sono vivaci e con un certo spessore. Viola non pensa solo al suo amato Matteo. È delineata come una ragazza forte e decisa, con una grande passione per lo studio dell’erboristeria e dei profumi. Appare, pur in questo tempo indeterminato, come una sorta di eroina anticipatrice di autonomie e indipendenze femminili. Pur ambendo all’amore del bel rubacuori Matteo, non vuole sposare né lui, né chi vorrebbe imporle…

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NONNA E NIPOTE TRA SARDEGNA E TOSCANA – Barbara Carraresi

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Del mare soltanto l’eco”, libro d’esordio di Barbara Carraresi, autrice, come me, della scuderia di Porto Seguro, più che un romanzo è il racconto di due vite, di una ragazza e di sua nonna. Le due storie si alternano per poi unirsi presto in una sola. La storia della nonna è, a sua volta, sdoppiata nel presente e nel passato, ma anche questi tendono a convergere.

L’occasione di incontro tra le due generazioni è la preparazione di un pranzo tradizionale sardo, un pasto senza ospiti, come si scoprirà. Sostanzialmente una lezione di cucina della nonna alla nipote. La lezione di cucina è, però, quasi un pretesto per una lezione di vita e per tramandare una storia familiare.

Protagoniste sono la giovane Barbara e Nonna Peppa Luisa. Il fatto che l’autrice si chiami proprio Barbara e che nella postfazione parli della propria nonna Peppa Luisa non lascia molti dubbi sul carattere autobiografico della storia, anche se possiamo immaginare che qualcosa di inventato magari ci sia.

Centrale diventa la vicenda della nonna, il suo vivere tra i pastori della

Barbara Carraresi

Sardegna, la partenza, dal sapore di fuga, verso la Toscana, il periodo in un Piemonte dall’aria così freddo e ostile da non parere reale, il ritorno in Toscana e il riaffacciarsi, di passaggio, dopo decenni in Sardegna.

Ne nasce una storia intensa, aspra, e mi vengono in mente certe figure di donne sarde disegnate su fogli di sughero.

È una storia di povertà e di sopravvivenza, di piccole violenze e di isolamento. C’è tutto il dramma e la fatica dell’emigrante che poco o nulla conosce del mondo verso cui fugge. Gli italiani, fino a poco fa erano spesso così e oggi ce ne dimentichiamo così facilmente quando sono altri a cercare rifugio da noi, quando sono altri a guardarsi attorno con sguardo perso in un mondo che non comprendono.

Del mare soltanto l’eco” è, quindi, un po’ diario e un po’ storia di vita familiare e mi vengono in mente letture simili fatte di recente come “Radici” di Massimo Acciai Baggiani & Co. e “A cavallo del tempo” di Maila Meini. Queste origini mezze toscane e mezze sarde, mi fanno pensare, invece ad Alberto Pestelli e al suo ispettore toscano in Sardegna, alle sue “pause” culinarie.

Barbara Carraresi

La scrittura è densa e intensa e le pagine scorrono via con piacere e ci fanno sentire ogni momento più vicini alle protagoniste.

Vedi anche qui.

di

Carlo Menzinger di Preussenthal

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