WEN – FOLLIA – La sedia impagliata – Terza Agnoletti

Fui promossa e trasferita a dirigere la filiale della banca in un paese della Piana. Certi parenti che non conoscevo, di cui fino ad allora avevo ignorato l’esistenza, mi contattarono e si offersero di ospitarmi. Mio padre era perplesso, cercava di dissuadermi:

“E’ gente strana, non abbiamo avuto più rapporti da quando eravamo ragazzi…”

Pensai che se i rapporti si erano raffreddati la responsabilità (o, se preferite, la colpa) non poteva stare da una parte sola. Mi fidai di quegli sconosciuti, accettai di buon grado l’ospitalità, almeno per i primi tempi, in attesa di una buona sistemazione indipendente.

La famiglia era formata da Anna, cugina di mio padre, da suo marito Ennio, entrambi pensionati e dalla loro figlia Maria, mia coetanea, impiegata in comune. Era stata quest’ultima a contattarmi.

Nei primi tempi l’ospitalità fu gradevole, condita di piccoli e a volte anche grandi gesti di accoglienza affettuosa. Con il passare dei giorni qualcosa cominciò ad appannarsi. Anna, che chiamavo zia, insensibilmente si ritrasse, si chiuse in sé stessa, smise di svolgere i suoi compiti di padrona di casa, costringendo Maria a sobbarcarsi una gran mole di incombenze, dalle pulizie alla preparazione dei pasti e annessi. Non potevo permettere che ricadesse tutto sulle sue spalle e fui costretta a lavorare il doppio di quello che avevo immaginato. Proposi di assumere una donna per le pulizie più pesanti, l’avrei pagata io. Maria, però, non gradì. Mi spiegò che sua madre non voleva estranei in casa, specialmente quando non si sentiva bene. Aggiunse:

“Poi le passa. Faccio tutto io, tu non ti sforzare:”

Ma, naturalmente, era impossibile per me evitare di aiutarla. Ennio stava in casa pochissimo ed era sempre taciturno. La zia passava il tempo dipingendo. I suoi quadri non mi piacevano, ma non sono un critico d’arte.

I soggetti erano pochi e casalinghi: pentole, padelle, stoviglie su cui talvolta era acciambellato il gatto di casa. Una volta dipinse una vecchia sedia impagliata, anzi che cominciava a … spagliarsi! e commentò:

“Questa è proprio bella!”

In quelle pitture ripetitive e ossessive vedevo qualcosa di inquietante che non riuscivo a decifrare. Non sapevo se erano le proporzioni, i colori, le ombre a turbarmi. Coglievo il senso di una minaccia incombente, ma in modo vago.

Un giorno, tornando dal lavoro, trovai la zia impegnata in un’attività frenetica che aveva coinvolto anche gli altri due membri della famiglia. Avevano staccato dalle pareti gran parte della produzione artistica e la stavano imballando perché, sempre la zia, presso un circolo culturale di un paese vicino, aveva affittato due sale per una mostra.

Mio malgrado fui coinvolta anche in quest’impresa non facile, non semplice. Non capivo con quale criterio (se un criterio c’era) venivano appesi i quadri a quelle pareti. La zia li attaccava e li staccava anche dieci volte, cambiandoli di posto, finché la presidente del circolo venne e le disse:

“Basta! Ora comando io! Questi vanno bene così, questo invece lo mettiamo qua e quest’altro alla parete di fronte, da solo. Si apre al pubblico.”

Se aveva usato un criterio, l’aveva trovato semplicemente nella dimensione dei quadri, ma la zia si adeguò senza protestare.

I visitatori vi furono, come testimoniò il registro delle firme, tuttavia nessuno acquistò niente. Scoprii in ritardo che l’esposizione aveva un titolo, Ghefangnis, di cui non capivo il senso. Mi sembrava tedesco, mi ripromisi di cercare su un dizionario, ma decisi che non era urgente. Forse i visitatori erano venuti pensando di vedere raffigurati personaggi, oppure oggetti adeguati alla parola, se ne conoscevano il significato.

I quadri tornarono a casa, furono appesi di nuovo e la pittrice s’incupì ancora di più. Passava intere giornate a letto, si alzava appena per i pasti, perché il marito aveva proibito a noi ragazze di portarle vivande in camera.

Una mattina molto presto sentii un gran fracasso, poi urla, parole oscene.. Corsi in soggiorno. Anna, completamente nuda, stava fracassando le sue creazioni. Il pavimento era cosparso di cornici in frantumi e di frammenti di vetro dei disegni incorniciati, appunto, sotto vetro. Ennio riuscì a bloccarla, prendendole le braccia da dietro, Maria arrivò con una siringa e le fece un’iniezione.

“Non ha preso le medicine!” mi spiegò mentre lo faceva.

Fra marito e figlia la trascinarono di nuovo in camera.

Non sapendo che cosa fare, raccolsi i cartoni e le tele che non si erano sciupati, finché i due tornarono dicendo:

“Il sedativo ha fatto effetto, ora dorme. Vai a vestirti e fai colazione, altrimenti farai tardi al lavoro. Qui mettiamo a posto noi.”

Ero inquieta, a disagio. Appena arrivai in banca domandai se c’era un’agenzia che si occupasse di affittare appartamenti. Non c’era un’agenzia, ma una persona che come secondo lavoro svolgeva un servizio di sensale. Era un ometto dai modi untuosi, poco gradevoli, che mi accompagnò a visitarne due a suo giudizio adattissimi a me. Non mi piacquero. Mi consigliò di non avere fretta: avrebbe consultato alcuni proprietari.

Anna era tornata tranquilla, apatica, ma tranquilla. La trovavo a sedere sulla famosa sedia modello della pittura, intenta a osservare le sue opere come se le studiasse, specialmente quelle che si erano salvate ed erano state incorniciate di nuovo. Le fissava a lungo, poi guardava le proprie mani (il dorso, il palmo) le chiudeva a pugno, le alzava al cielo. Spostava la sedia per contemplare altri quadri e ripeteva i gesti, sempre uguali, sempre nel medesimo ordine. Non era tranquillizzante. La notte, per sicurezza, mi chiudevo a chiave nella stanza che mi avevano assegnato. L’appartamento su misura non si trovava. Pensai di accettarne uno qualunque, ma ci misi troppo a decidere.

Un pomeriggio, dopo una riunione con i collaboratori, rientrai tardi. Attraverso la porta dell’appartamento, prima ancora di girare la chiave, sentii urla che non sembravano umane. Non sapevo se era meglio tornare indietro o entrare. Decisi per questa seconda soluzione. Il dramma si stava consumando nella camera matrimoniale. Anna emetteva suoni inarticolati, poi colsi qualche frase intelligibile:

“E colpa tua…”

“Mostro!”

“Hai voluto la mia rovina…”

Non potevo capire a quali fatti si riferisse. Infine:

“Mi hai messo incinta per sposarmi e hai rovinato la ma arte! Ora me la paghi.”

Sentii un grido che non era di Anna, forse era un noo, ma non ero sicura, però spalancai la porta e mi trovai all’inferno.

Ennio era supino sul letto e Anna, a cavalcioni lo stava pugnalando con un grosso coltello da cucina. Cera sangue sulle lenzuola e sulle pareti. Presi la famosa sedia che era stata modello di pittura e la sbattei con forza sulla schiena di quella furia dannata. Cadde a terra, perse il coltello. Lo raccolsi, lo portai in camera, mi chiusi dentro e chiamai, nell’ordine, i carabinieri, l’ambulanza, il prete. Mi venne in mente il prete, perché credevo che Ennio fosse morto. Arrivarono tutti insieme, fecero una bella confusione. Era morto soltanto il gatto, squarciato da molte coltellate. Parecchie tracce di sangue erano dell’animale. Maria non si trovava.

Esauriti gli interrogatori, radunai le mie cose e presi una camera nell’unico alberghetto del posto. Il giorno dopo non andai al lavoro. Il medico mi aveva prescritto un sedativo, perciò dormii a lungo. Quando tornai in banca ebbi notizie certe.

Ennio era stato fortunato, il fendente che mirava al cuore non aveva raggiunto il bersaglio. Aveva un polmone perforato e altri guai non da poco, ma sarebbe sopravvissuto. Anna aveva due costole rotte.

“La sedia!” esclamò una delle impiegate. Ma la sedia era innocente, la colpevole ero io!

Mi dicevano: “Hai salvato capra e cavoli. Meriti un premio!”

Quale premio? Mi sentivo in colpa per aver ferito Anna, ma anche per aver sottovalutato le stranezze che aveva commesso. Quel senso di colpa mi tormenterà finché vivrò. Anna era una squilibrata, ma anch’io non avevo più l’equilibrio di una volta, la sicurezza dei miei pensieri.

 Non dissi nulla di tutto ciò, domandai:

“Maria?”

“E’ salva. La madre l’aveva fatta cadere nella cisterna che si trova sotto il cortile lastricato e che per fortuna è quasi vuota. Maria sostiene di esserci caduta accidentalmente, perché era stata lasciata aperta. Ma qualcuno l’aveva richiusa quando lei era sul fondo! Vuole difendere la madre  a tutti i costi.”

Cominciai a meditare sul senso della parola tedesca che Anna aveva usato per la mostra: significava prigione! La famiglia, il lavoro domestico, la cura della figlia per Anna erano una prigione che le aveva impedito di realizzarsi come artista. Era un ragionamento sensato? Che cosa aveva impedito a lei, Anna, di fuggire da quella prigione? Anche le mie riflessioni erano contorte.

A questo punto, però, avvenne qualcosa di inatteso. E’ proprio vero, come afferma l’Ariosto, che ognuno ha il suo ramo di pazzia e in molti rivelarono di averne uno robusto. Dopo che la stampa aveva dato risonanza alla vicenda, i quadri di Anna furono richiesti, trovarono estimatori e acquirenti, gente disposta a pagare bene una composizione di pentole e tegami, un cestino della carta straccia con gatto, una vecchia sedia impagliata… Quando tutti e tre gli attori del dramma si furono rimessi in sesto, Anna riprese a dipingere furiosamente e a vendere.

Tutto bene, dunque, anche meglio di prima, anche senza gatto!

No, non tutto bene: sono io che dubito del mio equilibrio mentale, ho paura di me stessa, avrei bisogno dello psichiatra. Temo che, a suo modo, la follia sia contagiosa.

Picasso – Natura morta con sedia impagliata

di Terza Agnoletti

WEN – INCUBO – Non è un sogno! – Terza Agnoletti

Risale da un abisso profondo e nero. E’ buio anche in alto, è notte. Sente il peso delle coperte: è a letto, nel suo letto. Allunga una mano per cercare il compagno, l’amato. Da quella parte non c’è nessuno. Ora ricorda: il marito è in ospedale dopo un brutto incidente. L’hanno portato via e non le hanno permesso di seguirlo. C’è la pandemia, cioè… oppure… La chiamino come vogliono, è la peste di questo millennio e in ospedale si va da soli, si va fra estranei, per quanto premurosi e competenti sempre estranei e sconosciuti.

Ricorda ancora: il suo uomo è risultato positivo, cioè infetto, anche se non c’erano stati segnali e non poteva neppure supporlo. Deve subire un intervento, ma prima deve tornare negativo. E lei, insieme alla bambina, reclusa per dieci giorni, purché non si presenti qualche sintomo che prolunghi la prigionia.

Tosse! La bambina tossisce, si lamenta. Scende dal letto, corre, la tocca, è calda. Febbre? Il termometro? Dov’è il termometro?

Non ha acceso la luce, batte in uno spigolo, rischia di cadere.

Luce, termometro. Niente febbre, ma la tosse? Prenotare il tampone: computer, portale, codice… Quale altra diavoleria? Fra due giorni, non prima, non c’è posto.

Le manca il suo uomo che sapeva organizzare e anche confortare. Ora avrebbe bisogno lui di sostegno, di vicinanza e lei non può dargli niente.

E’ un incubo? E’ qualcosa che opprime senza rimedio.. Si mette a sfogliare un dizionario, perché in situazioni di pericolo e di paura si compiono spesso azioni insensate, senza rendercene conto. Ne è consapevole soltanto dopo che ha cominciato a sfogliare le pagine, ma ormai vuole controllare.

Scopre che il primo significato della parola incubo è quello di sogno angoscioso, che genera ansia. Esiste, però, anche un senso figurato: dà il nome a una situazione disperata, come quella in cui si trova ora. Sì, vive in un incubo, ma averlo chiamato correttamente non scioglie la sua pena.

Continua ad aggirarsi per la casa in pigiama. Ha freddo.

La bambina si è addormentata, perciò decide di tornare a letto, anche se teme di non potersi rilassare. Il pensiero si aggroviglierà, si annoderà in mille contorcimenti, scivolerà per sentieri che rasentano la follia.

Tornerà a casa il suo uomo? L’ama con l’intensità dei primi giorni e teme di non averglielo più dimostrato. Ora non può nemmeno prestargli le cure che sarebbero necessarie.

E’ un incubo, ma non è un sogno. Dai sogni è sufficiente svegliarsi e la sofferenza che lasciano dura poco. Ma questo non è un sogno!

di Terza Agnoletti

WEN – SOGNO – L’Alfa e l’Omega – Terza Agnoletti

Il bosco mi sorride. E’ l’inizio dell’autunno, ma tutto verdeggia ancora. Solo ai piedi dei castagni c’è un tappeto di foglie gialle. Dove le chiome degli alberi lasciano aperture alla luce, il cielo limpido di un tenero azzurro rallegra la vista. Sì, il bosco mi sorride. Canta la piccola fonte da cui, d’estate, abbiamo attinto spesso acqua limpida e fresca.

Sul sentiero qualcuno cammina. Dalla curva compare mio padre. Torna dal lavoro. Si è tolto la giacca, l’ha gettata sulla spalla sinistra e la tiene con la mano. Non è stanco, cammina sicuro, ogni tanto solleva il viso e contempla gli sprazzi d’azzurro incorniciati di verde.

All’improvviso, dalla direzione opposta, arriva correndo un bambino piccolo. Davanti all’uomo anziano, ma vigoroso, si blocca. Lo riconosco, è mio nipote! Il più piccolo dei nipoti, quattro anni appena. Come ha fatto a venire qui, da solo?

Mio padre, il bisnonno, gli sorride, gli parla con dolcezza. Colgo il tono delle sue parole, non il significato. Gli tende la mano e il piccolo vi appoggia la sua con fiducia. Entrambi sorridono. Come si somigliano! Soprattutto nel lampo degli sguardi, nel mutare rapido delle espressioni. Camminano vicini e l’uomo parla al bambino, gli insegna il nome delle piante; l’erica, il ligustro, la mortella, la madreselva, i rovi. Vicino alla forra dove scorre l’acqua dalla sorgente, ci sono dei ciclamini selvatici dai fiori di un pallido rosa con le belle foglie che fanno pensare a un ricamo. Sulla roccia umida è nato il musco, che mi padre chiama col nome locale di borraccino e spiega che in dicembre lo raccoglierà per ilo piccolo presepe domestico. Il bambino guarda quel lontano nonno con adorazione.

C’è un masso levigato a monte del sentiero. Si siedono. Mio padre getta la giacca su un cespuglio e racconta una storia.

Un bambino si era perso nel bosco e piangeva. Una volpe dalla bella coda, che aveva lasciato i suoi piccoli addormentati nella tana per cercare del cibo, si avvicinò a lui, lo toccò col muso e l’invitò a seguirla. Il bambino non capiva, ma l’animale insisteva: lo toccava, si voltava e s’incamminava. Tornò indietro tante volte, finché il bambino comprese e la seguì. Camminarono fino a un gruppo di case dove alcuni uomini si erano radunati per andare alla ricerca del piccolo disperso. C’era anche la sua mamma che gridò di gioia e corse ad abbracciarlo.

La bella volpe fuggì via veloce e nessuno la poté ringraziare.

Il nipotino è felice: abbraccia il bisnonno e nasconde il viso sul suo petto. Ma io dove sono? Non mi hanno visto? Non sento il terreno sotto i piedi. Mi giro, mi sveglio né padre, né nipote. Non potrebbero incontrarsi, appartengono a secoli diversi. Mio padre ci ha lasciati quando avevo diciotto anni e il bambino è figlio dell’ultima delle mie figlie. Perché li ho sognati insieme? Forse perché rappresentano l’alfa e l’omega della mia lunga vita.

Il vecchio e il bambino - Immagine di Ledro Land Art - Tripadvisor


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Il vecchio e il bambino – Immagine di Ledro Land Art – Tripadvisor

di Terza Agnoletti

WEN – ANTENATI – Tranquillo – Terza Agnoletti

Nacque negli anni 30 dell’800. Gli aneddoti che lo riguardano venivano tramandati in famiglia, poiché nel mondo contadino si conservava con cura affettuosa la memoria del passato e se ne parlava nelle lunghe veglie invernali.

I genitori lo battezzarono Tranquillo, forse come auspicio, forse come speranza, ma non furono buoni profeti.

Sposò Maddalena, detta Lena.

Vissero al Piestro, sulla riva destra dell’Ombrone Pistoiese, alla “Casa”, un podere di proprietà di un barone inglese che aveva sposato una Cini di S. Marcello. Nel 1910 o 12 si trasferirono alla “Casa Nova”, sempre al Piestro. Il nuovo podere apparteneva a un certo signor Bongi, che possedeva una fonderia specializzata nella produzione di campane. Gli dovevano fornire un determinato numero di fascine per avviare il fuoco nei forni.

Nel podere coltivavano parecchia verdura, annacquando le piaggioline. Andavano a vendere la frutta in montagna e Tranquillo faceva anche il trapelante, cioè con i buoi aiutava i cavalli che dovevano trascinare le carrozze sulle salite ripide della montagna. Non faceva onore al suo nome, perché era tutt’altro che tranquillo, a differenza della moglie Lena, di cui perfino le nuore dicevano che era una santa. Tranquillo era spesso in lite con i vicini, ad esempio con un altro contadino che di notte, quando tornava dall’osteria dopo aver fatto il fiasco, tagliava attraverso il suo podere e gli pesticciava l’erba dì una proda. Dopo molte parole, una domenica Tranquillo imbrattò di pozzo nero la siepe che l’amico allargava per passare e gli rovinò i vestiti della domenica. I vicini pensarono al modo di vendicarsi. Invitarono Tranquillo a cena e gli servirono un buon coniglio in umido. Quando ebbe mangiato (era un uomo di grande appetito) tutti cominciarono a miagolare, allora disse: “O che era gatto? Bono! Datemene ancora!” La massaia, poi, buttò via perfino il tegame e il mestolo con cui aveva cucinato.

Già vecchio, continuava a tradire la moglie con un’amante giovane, alla quale portava in regalo polli sottratti al pollaio di casa. Un giorno trovò un rivale che aveva già mangiato il suo pollo arrosto insieme alla donna. Fu la fine della passione, dopo una scarica di pugni dati e ricevuti.

Per Tranquillo mangiare era un problema. È rimasto famoso il suo modo di fare colazione: una pentola di pappa con l’aglio, che preparava da sé la mattina presto. Quella pentola era di coccio, rastremata verso l’alto. La metteva davanti al fuoco con l’acqua e l’olio e appena levava il bollore ci affettava dentro il pane, poi ne mangiava mentre continuava ad affettare. Quindi la vuotava tutta, ed era pronto per andare a lavorare.

Le donne di casa sostenevano che era morto per aver mangiato del pane ancora caldo, appena sfornato. Era andato a trapelo fino alle Piastre, sulla strada che conduce all’Abetone e al ritorno trovò le sue donne che sfornavano. Aveva fame, non volle aspettare che l’infornata si raffreddasse, mangiò mezza forma con un grappolo d’uva, poi andò ad abbattere una quercia con l’accetta. Poiché erano venuti a cercarlo per un altro trapelo, mandarono un nipote a cercarlo. Il ragazzino lo chiamò a lungo, finché non lo sentì rispondere con voce incerta. Lo vide arrivare malfermo sulle gambe che trascinava l’accetta e brontolava: “Accident’a quel topo che non mangiò la ghianda!”  Rimase paralizzato e morì dopo qualche tempo. Aveva circa novant’anni. Era il nonno di mio padre.

di Terza Agnoletti

Note

1) Le piaggioline erano piccoli terrazzamenti.

2) Fare il fiasco significava giocare a carte, in genere a briscola o a scopa, con gli amici. Chi perdeva pagava da bere a tutti. Dopo molte partite molti fiaschi erano stati svuotati ed erano tutti molto allegri.

WEN -FRATELLI – Un affetto condito di rancore – Terza Agnoletti

Tua moglie è accanto a me, chiusa nel suo bozzolo di dolore, il viso affilato, lo sguardo perso, lontana. Ti stanno operando e noi aspettiamo. Le pareti hanno una leggera coloritura verde. Dicono che il verde sia riposante. Come facciamo a riposare dall’angoscia che ci divora?

Intanto, fratello, la mia mente è percossa da immagini del passato. Ricordo come mi maltrattavi quando eravamo bambini. Tu, il maggiore, mi tormentavi giocando con il mio nome. I nostri genitori incoscienti per compiacere il vecchio nonno mi chiamarono Gregorio come lui e tu: Gre, Gre, Ranocchio! Pianti da parte mia, risate da parte tua. Però dai bulli di fuori mi hai sempre difeso, hai fatto a botte e ne hai anche buscate. Ti ho voluto bene, di un affetto condito di rancore.

Ora, se te ne andassi, se ne andrebbe con te una parte cospicua della mia vita. Eppure…

Ti ricordi di Alessia, il mio primo amore? Avevo quindici anni, ero un adolescente e tu un giovane adulto. Amavo Alessia, di quell’amore che è una rivelazione, una scoperta di te stesso, di come è grande la tua anima, il tuo spirito, il tuo cuore. Credevo che ricambiasse: c’eravamo baciati, cioè l’avevo baciata e non mi aveva respinto. Vi sorpresi nudi, avvinghiati sul tappeto del salottino, quel pomeriggio in cui il resto della famiglia era fuori e io avrei dovuto stare dal mio amico. Invece ero lì per prendere qualcosa che avevo dimenticato Vedo le tue natiche e il volto di lei dall’espressione estatica, il resto dei vostri corpi non mi appare.

Un grido e una fuga. All’ora di cena ero ancora latitante. Nostro padre mi cercò dappertutto e mi trovò rannicchiato su una panchina nel parco. Pensava che fossi impazzito. Tu spiegasti l’arcano. Mi dissero che Alessia non meritava il mio affetto e neppure il tuo. Non la vedemmo più, ma il dolore rimase e ne soffro ancora. Però ti voglio bene: non ci lasciare! Voglio parlare con te di questi episodi. Per liberarmene, per godere a pieno delle volte in cui mi hai aiutato nello studio e nel lavoro.

Anche da adulto, però, sono stato imbrogliato da te. Ti sei appropriato di una bella sommetta che mi spettava. Volevo comprare una macchina, invece l’hai comprata tu, con i miei soldi e non hai capito che avevo capito. Te l’ho perdonato: sei stato più bravo di me e in fondo erano soltanto soldi, non era il mio primo amore.

Tua moglie non ce la fa più. Sono in piedi. Si alza anche lei, mi abbraccia, appoggia la testa alla mia spalla e piange. Singhiozza piano.

Quando mi ha telefonato stanotte non capivo le sue parole. Ho afferrato …incidente..

ho dovuto domandare più volte: Chi?  Dove? Finalmente l’ho raggiunta qui, al pronto soccorso. Volevo rimandarla a casa: i bambini sono soli, ma lei non ti vuole lasciare. Ho chiamato sua madre che venisse a prendere la chiave. Ancora non è arrivata.

Non ci lasciare! Abbiamo bisogno di te, con tutte le tue contraddizioni. Faremo una bella litigata e ci abbracceremo. Coraggio, fratello!

Ero sano, in 48 ore sono finito in terapia intensiva", la lotta contro il  Covid di Pacielli. "Proteggetevi e fate attenzione"

di Terza Agnoletti

WEN – GENITORI – Vale un Perù – Terza Agnoletti

Mette in ordine la cucina e intanto mi parla in un italiano stentato misto a uno spagnolo che non è proprio castigliano puro. E’ venuta in Italia da poco a fare la badante perché le due figlie possano frequentare l’università. La maggiore è iscritta al primo anno di medicina, l’altra è ancora al liceo o alla scuola che in Perù corrisponde al nostro Liceo.

Mi racconta che la prima figlia è molto brava, s’impegna anche troppo, si alza perfino alle tre di notte per studiare. La minore, invece, si accontenta di raggiungere la sufficienza e ciò la preoccupa.

Il marito è venuto in Italia anni fa, anche lui come badante e qui ha un’altra donna. Non contribuisce alle spese della prima famiglia, tuttavia ha chiesto per lei il ricongiungimento familiare, poiché sono separati di fatto, ma legalmente ancora sposati.  L’ha fatto perché lei l’ha sollecitato. Dentro di me traduco: ricattato e mi sembra giusto.

Mi dice che in Perù insegnava matematica.

Da noi gli insegnanti lamentano di non essere pagati abbastanza. Come vengono retribuiti in Perù?

Continua a lucidare le pentole con un impegno esagerato. Immagino che il lavoro manuale plachi l’ansia. Con il movimento rapido delle mani esprime il desiderio che il tempo scorra veloce: un anno, due anni, tre anni… Tornerà dalle sue ragazze che ora vivono con la nonna. Tutte donne, tutte cellulare dipendenti. Basteranno i piccoli concentrati di tecnologia a tenere saldi gli affetti, nonostante la lontananza? Non oso domandarlo e non voglio neppur sapere perché il padre non si interessa al futuro delle figlie. Forse è convinto di avere esaurito i suoi compiti perché ha aiutato la madre a trovare un lavoro.

Sono tanti i modi di essere genitori. Questa peruviana me ne rappresenta due assai diversi fra loro: da un lato spirito di sacrificio e dall’altro indifferenza. Non riesco a stabilire se invece la realtà è mediana fra i due estremi. Forse lo capirò in seguito, intanto la lascio parlare. Un tempo si usava dire, di persona o cosa pregevole; Vale un Perù. Ma era un ricordo di spagnoli colonizzatori. Quanto vale davvero il Perù e questa madre che me lo rappresenta?

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di Terza Agnoletti

ECCO LA GENTE DI DANTE!

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“Gente di Dante” è l’antologia di racconti del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, omaggio ai settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. Ma quale morte, se il suo ricordo ancora riesce a destare emozioni, scatenare fantasie, generare narrazione?

La “Gente di Dante” non è solo quella di Firenze del 1200 e 1300 o delle sue opere, siamo anche noi, che a lui ancora ci ispiriamo, scrittori appassionati e coinvolti non da un ricordo ma dalla presenza viva della sua figura e della sua storia.

L’iniziativa ha trovato tanti seguaci: ci siamo voltati e la “gente” era ormai una piccola folla. Tanti autori, tante idee diverse, tanta inventiva, tante chiavi narrative, dalla storia, all’ucronia, alla creazione fantastica. Il GSF ha così voluto soddisfare gli amanti di generi letterari diversi, ma soprattutto rendere omaggio al grande poeta fiorentino, alla sua opera poliedrica, non dimenticando che fu il primo scrittore di genere fantastico nella nostra lingua e che fu uomo oltre che artista. Da questa molteplicità le due anime dell’antologia:

La suggestione della storia

L’incanto della fantasia.

Ed eccovi allora, in attesa che sia pubblicato, per cominciare a farvi un’idea l’indice del volume:

Prefazioni

Un nuovo modo di far parlare Dante – Massimo Seriacopi

Vivo tra i vivi, con questi racconti – Paolo Ciampi

Introduzione dei curatori– Carlo Menzinger di Preussenthal e Caterina Perrone

Parte 1: La suggestione della storia

  1. Il ghibellino – Fabrizio De Sanctis
  2. L’arte della guerra – Luca Anichini
  3. Io sono la Pia – Caterina Perrone
  4. La zara di Campaldino – Giorgio Smojver
  5. Due Cavalieri – 11 giugno 1289 – Gianni Marucelli
  6. L’amicizia rivoluzionaria – Luca Lunghini
  7. Maestri e opere – Gabriele Antonacci 
  8. Segreti e bugie nella famiglia Alighieri – Renato Campinoti
  9. L’ospite illustre – Maila Meini
  10. Due esuli a confronto – Barbara Carraresi
  11. Il breve soggiorno lucchese di Dante Alighieri – Brunetto Magaldi
  12. L’epica ingloriosa fine del cavalier Donati – Paolo Ferro
  13. Corso Donati, il Barone – Roberto Mosi
  14. Sotto il Ponte Rubaconte – Milena Beltrandi
  15. La conversazione – Giovanni Paxia
  16. La vendetta de lo Alighieri – Sergio Calamandrei
  17. L’ultimo sogno di Dante – Antonella Bausi
  18. L’occultista ascolano – Cristina Gatti

Parte 2: L’incanto della fantasia

  1. O se il mio cor avesse immaginato – Nicoletta Manetti
  2. Io sono colei di cui nessuno mai parlò – Antonella Cipriani
  3. L’infante Dante- Manna Parsì     
  4. Campaldino 2021 – Alessandro Lazzeri
  5. Il sabato di San Barnaba – Pierfrancesco Prosperi
  6. De abdicatione – David Ferrante
  7. Bieiris, Dante e Margherita – Rosalba Nola
  8. Un inizio divino – Samuele Mazzotti 
  9. Il poeta e il cavaliere – Bruno Vitiello 
  10. Notte di metà settembre – Francesco Russo
  11. Dante ed io – Miriam Ticci
  12. Viaggio nel tempo – Terza Agnoletti
  13. Il barattiere – Fabio Ferrante
  14. Il Paradiso è un attico al 6° piano – Francesca Tofanari e Oliva Cordella
  15. Ready Infernum Player – Silvia Alonso
  16. I canti perduti – Carlo Menzinger di Preussenthal
  17. Lettere postume di Dante Alighieri – Massimo Acciai Baggiani
  18. Con occhi di bragia- Donato Altomare

Appendice

A casa di Dante – a cura dell’Unione Fiorentina Museo Casa di Dante.

L’antologia sarà edita dal Gruppo Editoriale Tabula Fati.

Oltre agli autori hanno collaborato al volume i curatori Caterina Perrone e Carlo Menzinger di Preussenthal, il Comitato Editoriale, composto oltre che dai curatori, da Massimo Acciai Baggiani, Renato Campinoti, Barbara Carraresi, Cristina Gatti, Chiara Sardelli e i consulenti storici Alessandro Ferrini e Massimo Seriacopi. L’immagine di copertina suggerita all’editore è di Daniela Corsini.

Questo volume fa parte dei progetti editoriali promossi dal Gruppo Scrittori Firenze, costituitosi nel 2016 quale Associazione Culturale.

Dalla sua fondazione, il GSF ha visto la partecipazione di oltre duecentocinquanta persone alle varie attività. Tra le attività promosse dal GSF vi sono premi letterari e artistici, quali “La Città sul Ponte” e “Artwork”, presentazioni e incontri letterari, corsi di scrittura, gruppi di lettura, reading, iniziative turistiche e artistiche, spettacoli teatrali e vari momenti conviviali (www.grupposcrittorifirenze.it,   https://grupposcrittori.wordpress.com/). Con i suoi autori il GSF ha realizzatole antologie collettive Vista da noi (Porto Seguro ed., 2016); Squi-Libri (Porto Seguro ed., 2017); Je t’aime…Moi non plus (Porto Seguro ed. 2017); La gioia di vivere (ALA ed., 2019); Accadeva in Firenze capitale. Racconti storici dal 1865 al 1871, (Carmignani ed., 2021).

WEN – FIGLI – Io, mamma e Lo Scemo – Terza Agnoletti

Lo Scemo crede di parlare con me, mentre guardo giù nella strada, per vedere se arriva Carlo. Ma che vuole questo cretino? Mamma gli ha detto: “Per favore, Marcello, parla tu con Dario, intanto che mi vesto.” Mica era nuda! Era pronta da due ore, tutta in ghingheri. E’ andata a rifarsi il trucco, ci mette più tempo che può, perché Lo Scemo, mi faccia il suo discorsetto. Che gliene importa se studio o no? Non è mica mio padre! E’ soltanto l’ultimo fidanzato della mamma, il fidanzato scemo. Prima di lui c’è stato Quattrocchi e poi Stanga, Il Molliccio, Trombetta e poi… Ho perso il conto.

Come fa mamma a non vedere che razza di imbecilli rimorchia? Sarà stato così anche mio padre?  Mi prende la paura: stupida la madre, imbecille il padre, io come diventerò?

Lo Scemo con il suo racconto è arrivato a quando si accorse che se non faceva i compiti ci rimetteva e cominciò a studiare da matto, per farsi promuovere.

Mi domanda: “Hai capito?” Gli rispondo: “Non lo so”, che è la verità, ma lo lascia secco. Gli sta bene.

Dalla curva vedo spuntare Carlo. “Salutami la mamma, – dico allo Scemo – io vado a fare un giro.” e scappo.

 Vado incontro al mio amico in bicicletta.

“C’è la tua mamma alla finestra, non la saluti?”

“Lasciala perdere. Ha un fidanzato nuovo di zecca, esce con lui, vanno a cena fuori.”

“E tu?

“E’ tutto pronto. Quando ho fame, torno a casa e mangio.”

“Vieni a cena da me. Si ride un po’.”

“Quando lo sa, mi sgrida.”

Ma Carlo insiste. Mi porta a casa sua per avvertire e poi si riparte. Abbiamo deciso di salire fino al primo paese, in collina. E’ un bel pomeriggio non troppo caldo.

C’è un gruppo di ragazzette della nostra età a sedere su un muro basso, vicino a una gelateria. C’è una biondina che suona il clarinetto nella banda del paese e sogna di fondare un complesso. Conosce tutte le canzoni che piacciono a me, abbiamo quasi gli stessi gusti. A un tratto ci mettiamo a cantare in coro Yesterday. Da principio stoniamo di proposito, ma la biondina ci mette a posto, fa trovare a ognuno la tonalità giusta e tira fuori una bella esecuzione. Si ferma gente a sentirci!

 “Andiamo! Si è fatto tardi!” dice Carlo

La cena è buona. La mamma e il papà di Carlo scherzano per tutto il tempo. Vado via alle dieci, ma non ho voglia di rincasare. Quando finalmente arrivo, trovo i due fidanzati che mi aspettano. Mamma: “Dove sei stato?  E’ quasi mezzanotte!” “Sui viali a guardare le signore in vendita!”  Lo Scemo calmo calmo: “Ti sei divertito?” Lo guardo bene, dritto negli occhi. “Quelle signore mi fanno schifo! E quelli che ci vanno insieme mi fanno più schifo di loro!” “Quelli fanno schifo anche a me, – dice Lo Scemo – invece le signore mi fanno pena.” “Bah! – commento, guardando mamma – Hai un fidanzato di buoni sentimenti, meglio per te! Buona notte!” Due belle statuine mi fissano, mentre me ne vado.

Giro la chiave lentamente, entro in casa senza rumore. Mi piace fare il ladro in casa mia, spero di rubare qualche segreto. Li sento parlare. Lui dice: “Dagli più fiducia! Se prima era bravo e ha cominciato a fare acqua quando è arrivato il professore nuovo, non è tutta colpa sua. Domanda ai suoi compagni che cosa succede in classe.” “Nessuno si lamenta. E’ peggiorato soltanto lui!” “Domanda come tratta il tuo figliolo. Forse non lo sa prendere per il verso giusto.” “E chi lo sa prendere per il verso giusto? Io non ci riesco più!” e piange.

Ho rubato un segreto, ma non mi dà soddisfazione. Invece di parlare dei fatti loro, parlano di me e non mi piace. Torno alla porta d’ingresso, la riapro, la faccio sbattere, butto lo zaino per terra e sento mamma che mi domanda: “Sei tu?”  “No, sono un altro!” rispondo e entro in salotto. Sorridono tutti e due della battuta scema. Lei mi fa: “Ho parlato con il tuo professore. Non piace neanche a me, è scostante e antipatico, ma non ci possiamo fare niente. Finché non torna la signora Righini, ce lo dobbiamo tenere. Mi ha detto che lunedì ti interroga in Storia, per farti rimediare. Ti farà qualche domanda generale su tutto il programma. Preparati bene!”

Le conosco le domande generali di quello lì! E’ capace di chiedere come si chiamava il cognato della zia della regina Teodolinda e poi di prenderti in giro perché non sai rispondere.

Io prometto. Oggi è venerdì. Per essere pronto lunedì dovrei studiare tutto il pomeriggio domani e tutto il giorno domenica. Non è possibile, non ce la farò. Dico: “Domenica a mezzogiorno andiamo a trovare la professoressa all’ospedale.” “Tutta la classe?!” “No, in quattro: io, Carlo e due femmine:” “Bravi! Portale anche i miei saluti. Voleva bene anche a me: mi ascoltava e aveva sempre una parola buona. Chissà se riprenderà servizio, prima che finisca l’anno scolastico!” E allora glielo dico, perché non si illuda: “Non torna. Ha detto la mamma del Rivetti, quella che sa sempre tutto, che va in pensione.” Mi abbraccia e si mette a piangere. Piango anch’io. Duriamo un bel po’, tutti e due, poi mamma mi dice: “Chiedi a Carlo se ti aiuta a studiare. Io domani lavoro fino a tardi, non ti posso dare una mano.”

Carlo non riesce a farmi studiare. Non tengo a mente niente.  Suonano. E’ lo Scemo. “Mamma non c’è!” “Lo so. Fammi entrare lo stesso” Ma che vuole? Si mette a tavolino con noi e ci fa studiare. E’ matto, oltre che scemo! Non ha nulla di meglio da fare? Prende appunti, fa gli schemi, me li fa ripetere quattro o cinque volte. Insomma, viene l’ora di cena e abbiamo fatto fuori più di mezzo libro. Mi sono chiarito le idee, comincio a capire qualcosa. Questo è scemo nella vita, ma di Storia ne sa abbastanza.  E’ scemo a mettersi con una donna che ha un figlio come me. La nonna l’ha detto anche l’altro ieri: “Un uomo come si deve non si mette con una divorziata che ha un ragazzo di tredici anni. Sono problemi.”

Lo Scemo dice a Carlo: “Telefona a casa che resti qui a cena. Andiamo a preparare qualcosa di buono, per fare una sorpresa a Teresa.” Sa anche cucinare. Fa lo chef, ci dà gli ordini, ci sorveglia, ci fa ridere. Arriva mamma: tavola apparecchiata, profumo di buono, cucina in ordine. Sembra di essere una vera famiglia.

Dopo cena Lo Scemo dice: “Domattina torno a farti ripetere un’altra volta, così nel pomeriggio ti riposi e ti svaghi. Mi raccomando: sopporta le prese in giro di quella specie di professore, fai finta di non capire, non gli rispondere. Ti provoca per farti reagire male.” Mamma è allibita. Salta su Carlo: “Il signor Marcello ha ragione. Il professore l’ha presa con Dario fino dal primo giorno, cerca sempre di confonderlo e di fargli fare brutta figura.” Mamma mi guarda con le lacrime agli occhi.  “Non mi hai detto niente…Mi raccomando morditi la lingua! Rispondi all’interrogazione, fagli vedere che sei superiore!”

Speriamo che non mi venga un vuoto di memoria!

Andiamo a festeggiare in collina, speriamo di trovare le solite ragazze sedute su quel muro. Stamattina il professore mi ha spellato. Tutta la classe era a bocca aperta, perché mi faceva domande sul programma di tre mesi fa e io rispondevo.

Ieri, quando siamo andati a trovare la Righini, non stava male, anzi era allegra. Ha chiesto notizie di tutti e noi le abbiamo detto qualche bugia per non parlare dei miei problemi. Mi ha domandato della mamma. Ho risposto: “Ha un nuovo fidanzato!” “Che non ti piace…” “Non lo so..” “Non stare sempre sulla difensiva, dagli un po’ di fiducia!” Ho promesso, ma non so se mi poso fidare di uno Scemo. Però, nel vedere la Righini che non stava tanto male, mi sono sentito meglio anch’io. In terza tornerà. Non abbiamo solo un’interrogazione da festeggiare!

All’improvviso mi si affianca Lo Scemo. Pedala forte, o forse ha messo il rapporto giusto. Dice: “Salve, ragazzi!” e ci stacca. Lo ritroviamo davanti alla gelateria con un cono in mano. “Venite, offro io!”

Le ragazze sono sul muretto, la mia biondina mi sorride. Lo Scemo ha trovato una chitarra, si mette a suonare e canta una canzone allegra, con molto ritmo. Poi la fa cantare a noi. Fra lui e la biondina istruiscono il coro. Viene fuori perfino la gente dalle case e sono applausi.

E’ il gran giorno, si sposano. La nonna voleva che mi vestissi da cerimonia, come uno che si mette in maschera. Per fortuna Lo Scemo ha preso le mie difese, mi ha portato lui a scegliere un insieme sportivo, da persona civile. E’ lì sulla sedia. Ma io non ho voglia di mettermi in ghingheri. In casa c’è gente, c’è confusione. Mi infilo la tuta vecchia e sgattaiolo fuori, tanto la cerimonia è alle undici. Sono appena le otto. Prendo la bicicletta e vado in collina. Sto a sedere sul muretto e guardo il panorama.

Ecco Lo Scemo, con la macchina lustra e il vestito nuovo. Non si mette a sbraitare, scende e mi dice: “E’ tardi, vieni:” “E la bicicletta?” “Nel cofano:” Lascia il coperchio messo aperto, legato con una corda. Mi fa salire dietro, parte e mi dice: “Cambiati, non c’è tempo di tornare a casa.” Ha portato tutta la mia roba. Intanto che faccio le contorsioni, lui telefona a mamma: “L’ho trovato, arriviamo.”

Non sopporto il compagno di mia mamma: che fare? - 10eLOL

Il padre di Carlo porta via la bicicletta, tanto starò una settimana con loro, mentre gli sposi vanno in viaggio di nozze.

 Andiamo al ristorante. Il pranzo è all’aperto, sto poco a sedere, preferisco girellare qua e là. Incrocio la nonna, che mi domanda: “Portano anche te a Parigi?” “Me? E che sono scemi?” “Allora dove ti lasciano?” “Da Carlo, dal mio amico.” “ Perché tua madre non ti ha lasciato da me? Questa me la lego al dito.” Ho promesso di non rispondere male al professore, ma della nonna non mi ha parlato nessuno, perciò le faccio una bella scena, a voce alta, perché senta parecchia gente: “Me l’hai chiesto se stavo volentieri con te? Non sono mica un pacco postale, che si mette dove fa più comodo!” Poi scappo, perché l’ho fatta grossa. Ma dovreii tornare indietro a litigare di brutto, perché la sento che dice: “Tutto suo padre!” No, questo no, com’è mio padre non lo so, ma io sono io, sono Dario e basta.

Mi abborda una signora: “Sono la mamma di Marcello. Non so se ho il diritto di fare la nonna, spero proprio di sì, perché non ho altri nipoti. Sono sicura che ti affezionerai al mio figliolo.” Faccio un sorrisino alle buone intenzioni di questa vecchia mummia e scappo. Io non mi voglio affezionare a nessuno, non riuscite a capirlo?! Non mi voglio affezionare a uno che poi ci lascia, come fece mio padre. Chi deve far coraggio a mamma, se va male anche questa volta? Mi chiudo in un bagno a piangere. Poi mi calmo e penso: “Una settimana con Carlo! E in estate Carlo verrà una settimana al mare con noi. C’è qualcosa di buono anche in un matrimonio disgraziato, un matrimonio a tre: io, mamma e Lo Scemo!”

di Terza Agnoletti

WEN – LUSSURIA – Viva Messalina – Terza Agnoletti

Se glielo avessero raccontato non l’avrebbe creduto, ma aveva visto con i suoi occhi il marito che entrava in un alberghetto abbracciato a quella che considerava la sua migliore amica. Era qualcosa che avevano programmato. Il traditore, infatti, le aveva detto che sarebbe tornato tardi per motivi di lavoro!

Appena arrivata a casa, chiuse la porta e gridò tutte le ingiurie che aveva in repertorio, fino a farsi male alla gola. Allora tacque e andò a rileggere, nella Satira VI di Giovenale, gli esametri che descrivono le prodezze di Messalina, per recitarli alla prima occasione e insultare elegantemente colei… Invece si rese conto che il poeta le suggeriva il modo di comportarsi per umiliare chi aveva rotto il patto reciproco di fedeltà. Quando fu sicura di ricordare bene i versi, andò in camera, si spogliò completamente e si mise nuda sul letto. Non aveva polvere d’oro per colorare i capezzoli come Messalina, ma pazienza: li carezzò delicatamente e immaginò che sdraiato vicino a lei ci fosse un robusto gladiatore, pronto a stringerla in un amplesso violento e selvaggio. Il corpo rispondeva alla fantasia con brividi di piacere, che la sorprendevano. Dopo il gladiatore creò nella mente altri amanti, tutti giovani, belli, atletici e muscolosi:

            continueque iacens cunctorum absorbuit ictus

Rifletté che, se provava piacere solo a pensarli, molto di più ne avrebbe provato se fossero stati reali. Addio casta sposa, come avrebbe detto il Manzoni!

A notte inoltrata si addormentò. La svegliò proprio il fedifrago, che era rientrato senza far rumore, ma a vederla nuda e in una posa piuttosto lasciva aveva sentito risvegliarsi il desiderio di lei. E lei non si sottrasse, non si rifiutò, gli attribuì le sembianze del gladiatore e seppe di tradirlo mentre giaceva con lui. Una bella soddisfazione! Alla fine, mentre il marito si addormentava, recitò a bassa voce:

            …adhuc ardens rigidae tentigene vulvae

            et lassata viris necdum satiata recessit

Così si sentiva, proprio come Messalina quando tornava dal lupanare. Sempre a bassa voce disse al dormiente:

“Con il tuo tradimento mi hai fatto scoprire la vertigine del piacere. Presto ci lasceremo, ma intanto voglio umiliarti più che posso. L’amore? È finito e non mi voglio innamorare mai più. Amore è affetto, cura, condivisione, rispetto e chi più ne ha più ne metta: è una bella fregatura. Ho scoperto il piacere e ne voglio provare ancora, ancora e ancora. Viva Messalina, maestra di vita.”

di Terza Agnoletti

WEN – LUSSURIA – AAA Radicchio Terza Agnoletti

Entrò nel suo ufficio in uno stato di euforia tale che gli sembrava di galleggiare a mezz’aria. Ma prima che potesse chiamare gli altri per informarli della vincita al lotto, la porta si spalancò all’improvviso e l’amico soprannominato Primo, anzi Primo Estratto, entrò come una furia gridando frasi smozzicate, del tipo: “Erano miei… Da te non voglio niente…”, poi gli assestò un paio di ceffoni, per la  precisione uno a destra e uno a sinistra.

“Ladro! – gli urlò sul viso – Te ne pentirai!” e se ne andò di corsa, cieco d’ira, urtando contro i mobili e contro lo stipite della porta,

A quello strepito, si affacciarono il socio e le due segretarie.

“E’ un cliente?” domandò il socio.

“Un amico, anzi un ex amico.” rispose lui, ancora sconvolto dalla scenata.

I tre stavano fermi davanti alla scrivania, come un plotone d’esecuzione davanti al condannato.

“Come faccio a spiegarvi la cosa? – gemette – Non so da che parte cominciare!” Ma gli ascoltatori, con il loro silenzio, esigevano che cominciasse, in che modo non importava.

Esordì come poté:

“Ho vinto un terno al lotto!”

“Con quella faccia?!” disse una delle ragazze.

“Chi ha vinto, tu o l’amico?” domandò invece il socio. Come al solito, si era già fatto un’idea della situazione, e naturalmente sbagliava, come al solito.

“Io! Ho vinto io! In vita mia non avevo mai giocato al lotto e alla prima, tac, ho vinto! Ho giocato perché ero insieme a lui, che ha giocato prima di me, ma non ha vinto!” Aveva le lacrime agli occhi e la voce incrinata, per lo sforzo di districare quel garbuglio.

“Quanto hai fatto?”

“Ottocento”

“Mila?”

“Milioni.”

Una delle ragazze si lasciò andare sulla poltrona e il socio fischiò, poi disse perentorio:

“Spiegaci che cosa hai rubato!”

“Niente di niente! Ascolta! Sono con lui, lo porto a prendere un caffè. Vede che c’è la ricevitoria del lotto e dice alla ragazza dietro al banco: ho fatto un sogno, aiutami a trovare i numeri! Io credevo che facesse per fare, era una bella figliola, credevo che volesse attaccare discorso, invece racconta un sogno campagnolo e pieno di disgrazie. Comincia con un gallo nero che becca un occhio a un gatto e sta lì dieci minuti a descrivere l’occhio insanguinato che ciondola fuori dell’orbita sul muso del gatto. Uno schifo! Il gatto inferocito salta in capo al contadino che è sul trattore, un po’ più in basso. Il trattore finisce nella scarpata e schiaccia il gatto, ma il contadino se la cava con qualche costola rotta e la testa graffiata, perché viene sbalzato su un ramo e resta lì ciondoloni come un pupazzo. Questo era il sogno. Il mio amico lo interpretava in un modo e la ragazza in un altro, poi arriva anche un cameriere che lo spiega in modo diverso da tutti e due. Insomma erano venute fuori tre triplette di numeri. Il mio amico ne ha giocata una e io un’altra. Io ho vinto e lui no.”

 “Fate a mezzo, in fondo i numeri erano suoi.”

“Non vuole! Non vuole denaro! Dice che gli ho rubato la buona sorte. Come faccio a rendergli la buona sorte? Me lo spiegate?”

 “Non te la prendere! – disse il socio – Pensa a festeggiare! La colpa è sua: lo sanno tutti che i sogni non si raccontano, perché perdono di efficacia. Se è un vero appassionato del lotto, lo deve sapere.”

“Ah, così mi consoli davvero! E, quando mi sarò calmato, festeggeremo insieme! Intanto ho deciso: quattrocento li tengo, mi compro la barca; gli altri non sono miei, ma quello non li vuole e io li do in beneficenza:”

 “Oh, mammina! –  disse la ragazza che era rimasta in piedi – Non sono troppi? E a chi li darà?”

“Ho una vecchia zia che di beneficenza ne fa tanta. Le chiedo il numero di conto corrente di quattro associazioni che finanziano le ricerche biomediche. La zia è la persona giusta per un consiglio.”

Per soddisfare la sua richiesta, la zia andò a prendere un fascicolo formato da molti fogli scritti a mano, li consultò e gli dettò numeri e indirizzi. Ma lui allungava il collo e aguzzava la vista.

“Sono tutti enti ai quali…”

“Sì! Ogni anno stabilisco la cifra da elargire e la divido in parti uguali” disse, spingendo i fogli verso di lui.

Indubbiamente era una donna molto ordinata: aveva raccolto gli indirizzi per categorie. Sfogliando a caso all’indietro, lui lesse ricerca, infanzia, detenuti, anziani, ambiente. Fra le associazioni che si occupavano dell’ambiente, la zia aveva incluso una Lega per la protezione dei vermi da esca e una Società per la pesca sportiva.

“Ma zia! Dai i soldi a questi e a quelli? Sono esattamente l’opposto!”

“Lo faccio per mantenere l’equilibrio ambientale!” gli rispose con la massima serietà.

Allora si mise a spulciare l’elenco con molta attenzione. La zia faceva donazioni a un centinaio di associazioni diverse, alcune serie, la maggior parte ridicole, se non proprio truffaldine. C’era una sigla curiosa, inserita due volte, nella categoria dei bisogni sociali e in quella della ricerca: A A A Radicchio.

“Questa che cos’è?”

“Associazione Allergici Al Radicchio.”

“Ma zia! – disse ridendo – Nessuno è allergico al radicchio!”

“Lo dici tu! Sono pochi in tutto il mondo, da noi sono meno di cento in tutta la nazione, ma soffrono le pene dell’inferno. Tu non immagini neanche quanti disagi debbono patire quei poverini! Se ci tieni a saperlo, prendo il bollettino semestrale, che riporta le testimonianze dei soci.”

Si alzò e andò a pescare a colpo sicuro dentro lo sportello di un mobile. Lui lesse esterrefatto di un tale che soffriva di un’asma ribelle a ogni cura quando mangiava un piatto di radicchio belga e di un altro che aveva incubi ricorrenti per la stessa ragione. Non sapeva se ridere o piangere.

“Se sono davvero allergici al radicchio, non possono mangiare la lattuga?”

“Dici bene tu, miscredente, perché non soffri di allergie!” lo rimproverò severamente la zia.

In un trafiletto di quel foglio si parlava di ricerca e di esperimenti per la cura del disturbo. Così, per scherzo, disse:

“Va bene! Dammi anche quest’indirizzo, mando qualcosa anche a loro. Bastano cinquanta?”

La zia assicurò che lei mandava molto meno, non più di dieci o quindici per ogni associazione e non gli permise di finire il discorso quando si azzardò a dire che forse era meglio limitare gli indirizzi e mandare di più a quelli prescelti.

“Tu fai come ti pare! Io non voglio scontentare nessuno” tagliò corto e lo congedò. L’aveva ricevuto con entusiasmo, ma alla fine si era offesa.

Aveva navigato per una settimana con un bel mare liscio come una tavola, in compagnia di amici simpatici. Tornato a casa, trovò una tale montagna di posta che non gli bastò una serata per esaminarla tutta. Fra tante buste ce n’era una con l’intestazione A A A Radicchio. Pensava che fosse il bollettino semestrale, invece era una lettera che accompagnava un questionario da compilare. La lettera era gentilissima, anche se non diceva niente di concreto. Era più chiara soltanto alla fine, quando pregava i destinatari di riempire il questionario, perché le risposte sarebbero state  molto utili per incrementare la ricerca.

“Non le mie, – disse fra sé – non sono mica allergico al radicchio, io!”

Però si mise a leggere le domande con attenzione, anzi scrisse subito la sua data di nascita, ma posò la penna quando trovò telefono, e-mail, tipo e targa della macchina. “Che c’entrano con le allergie queste informazioni?”

Seguiva stato civile, composizione del nucleo familiare, titolo di studio, attività. “Queste le capisco, servono per inquadrarmi. Ma prima di scrivere o fare crocette, ormai leggo fino in fondo.”

C’era una serie di domande sull’alimentazione, che gli sembrarono congrue con le finalità della ricerca. Poi volevano sapere quale sport praticava e di quale era tifoso. Anche la squadra di calcio preferita volevano sapere! Chiedevano di specificare per quale ragione aveva fatto la sua offerta, se ne aveva fatte ad altre associazioni e quanto aveva versato complessivamente.

“E io lo racconto a voi!”

Alla domanda sul reddito si arrabbiò di brutto.

“Porca miseria! – disse ad alta voce – Per chi lavorate, per il fisco?”

A questa singola domanda seguiva un blocco sulle abitudini sessuali. Deglutì amaro. “Che c’entra il sesso con il radicchio?”

Le richieste erano di questo genere:

Sei omo etero bisex  (cancellare ciò che non interessa)

Quale ambiente ti eccita di più? (indicarne al massimo due)

camera da letto

living

cucina

bagno

ripostiglio

scala

sottoscala

ufficio

altro (specificare)

Cominciò a ridere come un matto, pensando alla zia che rispondeva a certe domande. Poi tornò serio, perché l’insieme, più che di violazione della privacy, sapeva di imbroglio e la zia era vecchia, potevano raggirarla con facilità. La chiamò subito al telefono, anche se l’ultima volta si erano lasciati con un po’ di ruggine reciproca.

“Zia, hai ricevuto il questionario del radicchio?…E’ molto indiscreto, in certi punti anche offensivo. Lo riempirai?… Ah, ah! Lo mandano spesso?! Sempre uguale?… Non l’hai mai letto?… Grazie, zia! Mi hai perdonato?… L’ultima volta mi sembravi arrabbiata con me… Va bene! Vengo a trovarti appena ho un minuto libero. Ciao!”

Insomma, la zia non rispondeva mai ai questionari del radicchio e gli aveva consigliato di fare altrettanto senza polemiche, invece lui volle prendere carta e penna per dire come la pensava a quella gentaglia dai fini oscuri e loschi.

Egregia signora presidentessa della A A A Radicchio,

ho ricevuto il suo questionario e lo trovo indelicato, inopportuno e offensivo. Non capisco che rapporto c’è fra quel tipo di domande e la ricerca medica che affermate di sostenere. In particolare mi sfugge il legame fra sesso e radicchio. Se mi sottoporrete altre domande indiscrete come queste, non solo non avrete risposta, ma non riceverete più da me neanche un centesimo.

Distinti saluti.

Firmò e chiuse la busta, soddisfatto. Si era espresso con poche parole chiare e precise, mentre l’ignota signora presidentessa, che aveva firmato con uno sgorbio, aveva inviato una lunga lettere piena di fumo. Chissà se avrebbe risposto!

La giornata era stata pesante. Salutò con un cenno la portinaia e s’infilò nell’ascensore. Non vedeva l’ora di andare a letto. Quando aprì la porta dell’appartamento, balzarono fuori, chissà da dove, quattro ragazzone profumatissime che lo spinsero dentro e richiusero a doppia mandata. Continuarono a spingerlo fino al salotto. “Il living!” gli venne in mente, chissà perché. Le quattro non dicevano una parola. Erano due bionde, una rossa e una bruna, tutte molto alte e molto belle, con i vestiti griffati e un trucco sapiente. Cercò di prendere in mano la situazione:

“Che cosa posso fare per voi?”

Non aveva paura, non pensava che lo volessero rapinare. In casa aveva pochi oggetti di valore, nel portafogli pochi spiccioli e nella cassaforte non c’era niente, perché tutto era stato depositato in banca. Senza rispondere, la rossa cominciò a spogliarsi. Le altre tre erano snelle e flessuose, questa era giunonica e burrosa. Man mano che lasciava cadere gli indumenti, rivelava carni sode color del latte cosparse di efelidi delicate. Aveva certi occhi verdi che neanche un gatto!… Quando fu completamente nuda, si appoggiò allo stipite della porta di cucina in una posa languida, come una Venere che per un prodigio fosse sul punto di uscire da un quadro e fosse già un po’ fuori dalla cornice. Lo sguardo di lui era calamitato dal bel corpo pieno e sodo, di un candore latteo, ma con sfumature color pesca nei punti più interessanti. Le altre ragazze, intanto, avevano tirato fuori tutte le ciotole che erano in cucina, le avevano messe sul tavolo e le avevano riempite con ogni tipo di radicchio rosso o verde. C’era anche dell’insalata di campo: riconobbe i raperonzoli, la cicoria selvatica, il tarassaco e la cicerbita. Ora una delle tre salava, una versava l’aceto e una l’olio, poi cominciarono a mescolare. Lui non sapeva né che dire, né che fare, aspettava incuriosito lo sviluppo della situazione. Quando ebbero finito di condire, anche le tre cominciarono a spogliarsi molto ordinatamente, ripiegando ogni capo di vestiario prima di appoggiarlo su una sedia. A questo punto la rossa gli si avventò addosso con forza insospettata, lo buttò sul divano e si mise a strappargli gli indumenti. Un bottone della camicia schizzò fino al lampadario e fece den! A questo punto capì bene che cosa poteva fare per loro. Ma quattro assatanate eran troppe! Quando non ce la fece più a soddisfarle, la bruna arrivò con una ciotola di radicchio e gliela fece ingurgitare a cucchiaiate. Poiché faceva resistenza, la rossa gli punto alla gola uno un coltello per disossare la carne, mentre una bionda gli teneva ferme le gambe e l’altra le braccia. Poi i giochi ricominciarono. Ogni volta che dava segni di stanchezza, radicchio! Oltre che con il coltello, lo minacciarono con un paio di cesoie da giardino, mimando una mutilazione qua e una là, anzi, per dare più efficacia alla minaccia, ogni tanto gli tagliavano un ciuffetto di capelli. Il taglio era proprio rasente all’epidermide o anche un briciolino più giù, perché non si facevano scrupolo di segnarlo con qualche leggera incisione che sanguinava un po’. Dopo la quarta ciotola di radicchio, cominciò a vomitare. Le ragazze trovarono la cosa molto divertente, molto più divertente degli esercizi di ginnastica erotica ai quali l’avevano costretto, e ridevano come matte. Lo trascinarono in camera, perché ormai il salotto era diventato peggio di un porcile e ricominciarono a ingozzarlo, a tagliuzzarlo e a masturbarlo. Ma per quest’esercizio si sentiva ormai vuoto e floscio. E nonostante tutto la rossa salì a cavalcioni su di lui e con opportune manipolazioni si fece penetrare. Le altre tre a turno lo baciavano,gli mordicchiavano le labbra e le orecchie, gli strofinavano sul viso i seni con i capezzoli duri. Poi ricominciarono a ingozzarlo. Ingoiava una cucchiaiata e la vomitava subito; per le quattro aguzzine quello era un divertimento folle. Sul far del mattino ebbe un collasso. Quando si riprese un po’, le ragazze si erano rivestite e se ne andavano facendogli ciao con la mano. Ebbe la forza di citofonare alla portinaia: “Sto male!” poi svenne di nuovo.

In ospedale non incontrò le simpatie di nessuno. Ridursi in quello stato per un’orgia! La portinaia aveva visto uscire le quattro ragazze e l’aveva raccontato a tutti. “Sembrava un giovanotto così per bene!” si lamentava anche in sua presenza.

Le infermiere dicevano spesso l’una all’altra:

“Vai tu a pulire quel gran porcone!” perché neanche con le flebo erano riusciti a fermare del tutto le crisi di vomito.

Gli amici non prendevano sul serio la faccenda del radicchio e volevano l’indirizzo delle quattro sventole. Lui si affannava a spiegare che era stato vittima di una vendetta, perché aveva criticato un questionario, ma non era convincente. Anche se aveva le idee chiare, era così debole che non riusciva ad esprimerle in maniera logica e coordinata. Gli amici un po’ lo prendevano in giro, un po’ ne avevano compassione, ma nessuno credeva a una congiura di “quelli del radicchio”, anzi fra loro facevano dei gesti come per dire che era proprio fuori di cervello. Lui se ne rendeva conto, perdeva la pazienza, dava in escandescenze, finché non gli facevano un’iniezione di qualche sedativo e buona notte. Nel dormiveglia pensava ad alta voce e diceva che era tutta colpa delle maledizioni del Primo Estratto. Chi lo sentiva, pensava che fosse ammattito senza rimedio, perché nessuno  sapeva che Primo Estratto era un soprannome.

Venne a trovarlo la zia.

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“Che cosa ti ha fatto male?” domandò nella sua santa ingenuità.

“Radicchio” sussurrò in maniera appena percettibile.

La vecchia signora esclamò inorridita:

“Te l’avevo detto! Non mi volevi credere!” e scappò via come se avesse visto un appestato.

Piano piano si riprese anche da quella batosta, quindi tornò a casa e alle attività consuete. Si era dovuto rasare i capelli a zero, a causa delle troppe sfoltiture. La sua testa era un reticolato di cicatrici sottili.

Andò da un avvocato per domandare se poteva sporgere una denuncia contro le quattro soldatesse del radicchio, però fece marcia indietro quasi subito, appena capì che il legale era sul punto di chiamare un’ambulanza per un nuovo ricovero, probabilmente in un reparto di psichiatria. Decise di lasciar perdere e si sforzò di dimenticare. Tuttavia non gli usciva di mente che la letterina pepata alla presidentessa della A A A Radicchio aveva provocato l’intervento delle quattro diavolesse. Alle maledizioni di Primo Estratto, invece, non credeva più: non l’aveva mica formulato lui il questionario! Ecco: il questionario! Lo cercò e lo portò a un altro avvocato perché lo studiasse e valutasse se c’erano gli estremi di qualche reato, ma non ebbe soddisfazione. L’avvocato gli disse che i questionari indiscreti non si compilano, punto e basta. Era il parere della zia e lei glielo aveva dato gratis, per giunta!

Una sera il socio, che era sposato, lo invitò a cena a casa sua. Lui sapeva che la moglie era una brava cuoca, perciò accettò proprio volentieri e mangiò con appetito, finché non portarono in tavola l’arrosto. La padrona di casa aveva preparato molti contorni, fra cui anche una ciotola di trevigiano rosso. Soltanto a vederlo, si sentì male. Si alzò da tavola a precipizio, con una mano a tappare la bocca e l’altra a stringere il naso. Corse in bagno e salutò la cena che andava via per lo scarico.

“Credevo di essermi rimesso, invece mi sbagliavo. Scusatemi!” mormorò, bianco come un cencio, quando le gambe lo ressero abbastanza da tornare fuori.

Da quel momento non fu più capace di avvicinarsi a un banco di verdura fresca: era diventato allergico al radicchio.

“Per fortuna – diceva a se stesso – non sono diventato allergico anche alle donne! Diffidente sì, ma allergico no.” Se ne vedeva tre o quattro in crocchio, che lo guardavano e confabulavano, provava un pericoloso sommovimento dei visceri, ma con una o due per volta non aveva problemi relazionali, anche perché si era iscritto a un corso di autodifesa per stare tranquillo. Quando era solo, passava molto tempo a meditare sugli strani legami che ci sono tra il gioco del lotto e un piatto di radicchio. Era diventata un’ossessione: se c’è un rapporto fra i sogni e il lotto, perché fra lotto e radicchio no? Una volta lo domandò al socio e quello fece un controllo accurato di tutto il lavoro che lui aveva svolto negli ultimi sei mesi. Per fortuna non aveva sbagliato niente. Da allora non fece più parola con nessuno delle sue elucubrazioni. Però ci pensava, oh, se ci pensava! Soprattutto quando il bisogno di rapporti sessuali diventava incontrollabile o quasi. Allora sognava un harem ben fornito, perché una donna laa volta lo soddisfaceva a fatica.

Terza Agnoletti

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