WEN – CONIUGI – Proposta di nozze – Carlo Menzinger

Nymphodora stava per addentare la mela, quando sua madre disse:

-Ho ricevuto un plico raccomandato dal Bengala.

-Era di mio padre? – chiese, tenendo la mela intonsa in mano.

-No. Ma ne ha ricevuto uno anche lui.

-Che intendi? Chi vi ha scritto dal Bengala, se lui è proprio lì?

-Era un plico in tre copie, la terza era per la Gerusia.

-Cosa dici? – sbottò la ragazza diventando paonazza – Tre copie! Come nelle vecchie storie d’amore? Una per ogni genitore e una per il consiglio… Non posso credere… Non si usa più… è ridicolo, RIDICOLO. Riguarda me?

-Sì, Nymphodora. Chi altri?

-È quello che penso, allora? Siamo forse tornati nel 2600?

-Credo proprio di sì.

-Una proposta di nozze?

-Sì.

-Ma sarebbe assurdo: sono le donne a scegliere i mariti. Chi può essere così pazzo da fare una Proposta? È una roba…antica – lo disse con profondo disgusto, come se pronunciasse una parolaccia – era una cosa vecchia persino ai tuoi tempi…

-Che vorresti dire? Che anch’io sono antica? In effetti, è una prassi prevista, ma decisamente poco usata.

-E chi sarebbe stato lo “splendido”? – chiese Nymphodora, pur ben conoscendo la risposta.

-Chi conosci in Bengala, a parte tuo padre?

Nymphodora impallidì, retrocedendo.

-Nooo, mamma! No, eh! Non il tuo fustacchione montato, vero mamma? La Montagna di Muscoli e Autocompiacimento, la Montagna di Presunzione? – chiese con orrore, rigirando la mela tra le mani.

-Se intendi Spartaco, quel bel giovane promettente, direi di sì. Una montagna di muscoli e autocompiacimento? Forse, ma che male c’è?

-Oh Dei dell’Olimpo! Non lui! No. Lui no. Non voglio sposare Montagna di Presunzione, mamma. Io mi voglio sposare con Doukas.

-Puoi sposarli entrambi. Nulla e nessuno te lo impedisce.

-Non Spartaco. Spartaco, no. Proprio no! Ma ti rendi conto? Dei dell’Olimpo! Mi ci vedi accanto a quello lì? – si mise a camminare tutta impettita, gonfiando, per quel che poteva, i bicipiti, imitando l’Enomotarca.

-Non spetta a te la decisone. Non per una Proposta. I plichi erano diretti alla Gerusia, a tuo padre e a me. Saremo noi a doverci esprimere. I genitori non hanno alcuna autorità sui figli dopo che sono entrati a scuola, tranne in un caso: la Proposta. È una tradizione antica di secoli. Una legge che non è mai stata modificata dai tempi di Polidoro Ermete.

-Non mi farai questo, vero mamma?

-Anche se non lo facessi, tuo padre si è già espresso positivamente e sul voto favorevole della Gerusia non avrei dubbi: Spartaco si sta distinguendo sui campi di battaglia e non gli negheranno certo un matrimonio. Il ragazzo avrebbe comunque la maggioranza dei voti. Per la Gerusia non c’è nulla di più importante del valore e della dedizione all’Impero di un guerriero e a Spartaco queste sono doti che non mancano certo.

-Lo sapeva che non l’avrei mai chiesto in sposo e mi ha giocato questo tiro! Bastardo!

-È lontano a combattere, non avrà voluto che ti dimenticassi di lui. Credo sia stato tuo padre a spingerlo a fare la Proposta.

-Numi! Non posso stare con Montagna di Presunzione. Non lo capisci che i ragazzi così non m’interessano. Preferisco mille volte uno come Doukas.

-Sposali entrambi – ripeté la madre, reprimendo la smorfia che sempre le suscitava il nome di Doukas.

-Ho un’altra concezione del matrimonio.

-C’è una sola concezione.

-Sposerò solo Doukas. Non voglio uno stuolo di mariti, me ne basta uno che mi ama e che io ami.

-Ridicole romanticherie! Devi accettare la situazione. La Gerusia ti obbligherà alle nozze con Spartaco. Se vuoi l’amore, puoi sempre avere degli amanti. Non sarà il matrimonio a impedirtelo. Avrai comunque Doukas e la tua ilota con cui confortarti. Mi pare che ormai tu sia inseparabile da quella neapolitana e poi, scusa, Doukas ultimamente mi pare un po’ stravolto. Mi hai detto di quel suo strano sogno e dell’interpretazione dell’Oracolo, che non l’ha affatto tranquillizzato.

-L’Oracolo è stato quanto mai criptico.

Tratto da “VIA DA SPARTA Il regno del ragno” (Porto Seguro Edizioni, 2018) di Carlo Menzinger di Preussenthal

Presso i Lacedemoni, era al tempo stesso tradizionale e abituale che la donna avesse tre o quattro mariti, talvolta di più, quando erano fratelli, e che i loro figli fossero comuni; e quando c’erano molti figli, era bello e abituale dare in matrimonio la propria moglie a uno dei propri amici.

(Polibio– XII 6 b 8)

 


Chiara Sardelli legge “Sparta ovunque” (Tabula Fati)

Sparta Ovunque. Sette racconti ambientati nell’universo di Via da Sparta, Chieti 2020 Tabulati Fati

Sostiene Carlo Menzinger di Preussenthal, l’amico scrittore che ha creato l’universo ucronico di “Via da Sparta”cui ha dedicato una trilogia, che tutte le opere creative degli scrittori sono opere collettive, in quanto ogni lettore ricrea, si potrebbe dire a propria immagine e somiglianza, un nuovo originale prototipo della storia che si va raccontando. Mi sa che in effetti Carlo abbia ragione e che per me si stia aprendo un nuovo universo di lettura in cui a prevalere è la mia ingenua e giovanile anima di scrittrice. Tutta questa pappardella, per dire che nel commentare “Sparta Ovunque”, sono mossa dalle mie sensazioni di futura scrittrice e quindi si tratterà di una recensione atipica. “Sparta Ovunque” è l’ antologia di racconti nei quali sei autori si sono uniti a Carlo Menzinger di Preussenthal accettando la sfida di immergersi nell’universo ucronico di “Via da Sparta”. Attingendo al gergo manageriale si potrebbe dire che si tratta di uno spin off in cui appunto le nuove opere creative si sviluppano sotto l’influenza dell’opera originaria da cui derivano rispettandone le coordinate fantastiche. Queste coordinate sono tante e tali che faccio prima a rimandarvi alla lettura della trilogia “Via da Sparta” su cui non intendo eccessivamente spoilerare. Nei presenti racconti, comunque, vengono richiamati alcuni aspetti che mi coinvolgono e allertano la mia fantasia. Intanto viene ridescritta la geografia politica del nostro pianeta. “Via da Sparta” è per l’appunto un mondo ucronico, poiché l’autore, divergendo dalla storia come noi la conosciamo, immagina che Sparta abbia sconfitto Tebe a Leuttra nel 371 a.C.. Ne è derivata la sua supremazia nel mondo con un dominio che si è esteso a gran parte dei continenti. La capitale dell’Impero di Sparta si trova al posto dell’antica Sparta, nel Peloponneso, ma ora si chiama Lacedemone. L’Impero si estende per tutta Europa, fino agli Urali, ma vi sono anche territori parzialmente indipendenti come i Regni Perieci del Nord, corrispondenti alla Scandinavia. Al di fuori dell’Europa fanno parte dell’Impero di Sparta anche Africa, Nord e Sud America, parte dell’Asia meridionale, tra cui India e Bengala. l’America centrale con capitale Mexicatl (l’attuale Città del Messico) è indipendente. L’impero secolare di Sparta è contrastato ad oriente dai samurai di Nippon Koku (il nostro Giappone) che, sottomessa la Cina nel 1540 d.C., hanno esteso la loro supremazia sull’altra metà del pianeta. Una descrizione dettagliata di questo mondo comporterebbe una mappa che in realtà è stata definita con il contributo di Francesco Guglielmino. Bene! Immaginate un po’ che cosa mi interessa e mi coinvolge nell’intimo, di tutto questo rimescolamento? Le terre che hanno mantenuto una propria indipendenza e in particolare i Regni dei Perieci nel Nord Europa. Come se sotto a questa indipendenza stesse scritto resistenza. E’ un’apparizione fugace, che tuttavia trova spunti giustificativi in alcune narrazioni. Per esempio nel racconto “Lo scisma” di Massimo Acciai Baggiani centrale è il ruolo della comunità de I Gesuisti che, pur non avendo niente a che fare con le terre del Nord, possono essere definiti come una sacca di resistenza al pensiero monoverso e totalitario che ha dato luogo alla realtà distopica avveratasi nell’Impero di Sparta. Queste pagine in cui l’autore rilegge e ripercorre il pensiero cristiano mi hanno molto toccato. Lo dico da laica, contaminata anche dal fascino di altre religioni. Tuttavia è difficile sottrarsi al senso di compassione e umana fratellanza, all’anelito di libertà che è anche libertà di credo, che si respira in queste pagine, di cui manco a dirlo consiglio caldamente la lettura. Altre attrattive di questo racconto, che mi avrebbero comunque spinto a parlarne, è che l’autore immagina che I Gesuisti siano apportatori di una nuova lingua, un idioma che aveva mescolato al greco, lingua originariamente parlata, le tracce del dialetto germanico del territorio di insediamento. Infatti, il loro villaggio sorge nella zona denominata Sappada sulle Dolomiti friulane al confine occidentale della Carnia. Le tracce del dialetto germanico erano presenti soprattutto in espressioni tecniche ma anche in durevoli modi di dire. Ne era nata una lingua franca a cui viene dato il nome di apolema. Ecco, una suggestione questa, di una nuova e diversa lingua, che potrebbe germinare nella mia fantasia di scrittrice, come se si trattasse di una specie di linguaggio cifrato, verso il cui orizzonte mi spingono le mie consistenti letture di storie di spionaggio. Un altro particolare che mi ha ben impressionato è la creazione di un mostro, il Rollatos -colui che spezza i rami-un animale sui generis che vive nei bòschi da tempo immemorabile, forse una bestia immortale. Si ciba di cinghiali e di altri animali e, sporadicamente, di uomini e di donne. Il suo habitat è il Bosco delle streghe da cui egli bandisce in particolare gli stranieri, mentre mostra pietà nei confronti dei Gesuisti che oramai conosce e di cui tollera la presenza. Mi affascina questa provocazione intellettuale di animali fantastici e prima o poi potrei dedicarmici affrontando le peripezie di una prova saggistica e narrativa insieme. Come ora sto facendo per il sogno e per il tempo della notte che in genere lo ospita. Altri elementi comuni a questi racconti e derivati dalla trilogia originaria, si insinuano nella mia mente con fastidiosa insistenza. In primis le proprietà del tempo divergente che regna in “Via da Sparta”. Perché Carlo Menzinger si è inventato un vero e proprio calendario: Il tempo viene computato contando gli anni dalla 1^ olimpiade quindi alla data del calendario cristiano si sommano 776 anni. Per esempio il 771 a.C. sarebbe stato detto primo anno dopo la seconda Olimpiade. Ciò consente di dire che la saga di Aracne inizia in un 2009 alternativo e prosegue fino al 2015. I mesi dell’anno sono così costituiti

POSEIDIONE (15 dicembre – 14 gennaio)

GAMELIONE (15 gennaio – 14 febbraio)

ANTESTERIONE (15 febbraio – 14 marzo)

ELAFEBOLIONE (15 marzo – 14 aprile)

MUNICHIONE (15 aprile – 14 maggio)

TARGELIONE (15 maggio – 14 giugno)

SCIOROFORIONE (15 giugno – 14 luglio)

ECATOMBEONE ( 15 luglio – 14 agosto)

MEGAGITNIONE (15 agosto – 14 settembre)

BOEDRIMIONE (15 settembre – 14 ottobre)

PIANEPSIONE (15 ottobre – 14 novembre)

MEMACTERIONE (15 novembre 15 dicembre).

Le novità non finiscono qui poiché non si aveva un’unica misura del tempo. Per esempio l’unità di misura calcolata secondo il tempo della capitale Lacedemone era il centiode a sua volta suddiviso in dieci periodi millesimi o milliodi. Nella Anoteregnosia (una specie di Università degli studi) ogni lezione veniva divisa 5 periodi la mattina e tre periodi il pomeriggio. Gli ospedali conoscevano un modo tutto loro di dividere il tempo, eccetera. Questi dettagli sono estremamente sfidanti e sollecitano un mondo fantastico cui dare vita. Peraltro tutti i racconti si esprimono posizionando la storia in un anno olimpico. A mio modo di leggere vi sono almeno due racconti che si pongono quasi al limite dei confini del mondo ucronico creato da Carlo Menzinger. Questo assolutamente non ostacola che si propongano in maniera interessante. Parlo del racconto d’inizio “Le donne di Sparta” e di quello che pone termine alla raccolta “Deus Vult”. Comincio dal secondo – autore Pierfrancesco Prosperi- in quanto vi ravvedo dei punti di contatto con la narrazione di Massimo Acciai Baggiani che già ho commentato. In questa storia i protagonisti vivono in stato di schiavitù come tutti gli iloti e sono in fuga da Lacedemone capitale dell’Impero spartano poiché nei rifiutano i principi. Anch’essi anelano alla libertà e allo scoccare della cripteia, l’annuale caccia agli iloti, hanno progettato di raggiungere la Calcide terra nella quale

esisterebbero piccole comunità di uomini liberi che vivono di caccia e di pesca, uno stile di vita alternativo. Solo che in questa narrazione l’anelito alla libertà per compiersi necessita di una vittoria che si ispira sì a principii di giustizia ma si accompagna ad una furia cieca che porta alla distruzione di Lacedemone senza distinzione tra i buoni e i cattivi. Per quanto riguarda il racconto “Le donne di Sparta” – autore Donato Altomare- la caratteristica che più mi ha intrigato è il ricorrere alla mitologia in un contesto fantascientifico. Mi si è aperto come un orizzonte, che certo sfrutterò e che mi rende più vicino, più amica questo tipo di letteratura. Racconti come “L’onore di Sparta” – autore Sergio Calamandrei – e “Odino e il serpente ” – autore Paolo Ninzatti – sono focalizzati su temi bellici che mi sono meno congeniali. E’ indubbio che comunque gli approfondimenti storici sono importanti e condotti con scrupolosa affidabilità, così da imporsi e rendere interessante la narrazione.In ultimo e non per ultimo voglio ricordare il contributo di Linda Lercari Bartalucci dal titolo “Nella terra dove si sveglia il sole”. Caratterizzato dalla ambientazione esotica, ha per protagonista un essere mezza volpe e mezza donna che ha abbracciato l’arte del Samurai. Qui, più che agitare lo spettro dell’animale fantastico, si fa strada il topos letterario della creatura da laboratorio che l’autrice impegna in una invettiva dialogante contro il genetista senza scrupoli che le ha dato i natali. Mi perdonerà l’amico Carlo se questa volta evito di commentare il suo contributo, in sé interessante, ma viziato da un’asimmetria di posizione che lo rende privilegiato rispetto agli altri scrittori. Sono poche queste righe di commento alla raccolta dei racconti e forse anche frammentate nella logica che le sottende, ma, spero, possano invogliare alla lettura di un’opera che certo merita attenzione.

di Chiara Sardelli

WEN – FRATELLI – Più che fratelli – Carlo Menzinger

Io e i miei fratelli siamo nati il 6 Metagitnione 2796, in occasione dei 2500 anni dalla gloriosa impresa di Leonida nella battaglia delle Termopili. Questa data non è un caso. Così è stato voluto.

Siamo gemelli. Identici. Uguali più di qualunque Uguale di Sparta. Siamo ventisei. Siamo figli delle Figlie del Ragno, ma, soprattutto, siamo creature di Daphne ed Elestoria. Sangue del sangue di Epaminonda, il possente guerriero spartiate. Trenta bambini furono partoriti quel giorno. Uno, si dice, era una femmina, un errore, e di lei non si sa più nulla. Uno era imperfetto e non gli fu concesso di vedere il giorno successivo. Altri nostri fratelli sono periti durante l’agoghé. Noi siamo i più forti. Siamo cloni. Siamo frutto dell’euantropogenetica di Sparta, del genio e dell’impegno delle nostre vere madri, le genetiste Daphe ed Elestroria che ci hanno programmato.

Siamo più che fratelli. Identici fino all’ultimo gene del nostro CO.GE. Identici a Epaminonda. Come lui, forti e coraggiosi. Come lui era legato a suo fratello Soter da un legame telepatico, così lo siamo tutti noi. Pensiamo come una mente sola. Ognuno di noi sa, conosce e vede quello che i suoi fratelli sanno, conoscono e vedono. Siamo una falange oplitica. La più coordinata, spietata e micidiale dell’Impero.

Siamo più che fratelli. Stesso sangue. Stessa volontà. Siamo un corpo solo.

Domani andremo in battaglia per la prima volta. Ci siamo addestrati per questo per sedici anni, sin dalla nostra nascita.

Non sarà una grande battaglia. Questi ribelli Samburu sono determinati ma il loro addestramento non è professionale. Gli mostreremo il valore dell’esercito di Sparta. Nessun ilota può ribellarsi impunemente all’Impero. Noi Spartiati, noi Uguali siamo i custodi della pace. Siamo i custodi dei confini e dell’ordine. Gli iloti devono solo servire Sparta con il loro lavoro.

Eccoli. Non si può dire che siano schierati. Sono sparsi tra le acacie e le palme dum. Il vento solleva la terra sabbiosa. Hanno lance con la punta a forma di foglia, archi, spade. Nessuno scudo.

Avanziamo con passo regolare, in formazione serrata, protetti dagli oploi.

Sento che tutti i miei fratelli sono pronti. Siamo solo in venticinque nello schieramento. Alphaios ci osserva da lontano. È rimasto di riserva. Se uno di noi cadrà, verrà a sostituirlo.

I nostri poteri telepatici non ci consentono di leggere i pensieri dei samburu, ma ne percepiamo la paura. Sanno che Sparta è invincibile, senza neppure rendersi conto che noi fratelli siamo più pericolosi di qualunque altra falange.

Eliminarli sarà un gioco. Abbiamo fatto esercitazioni più pericolose.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Racconto per la saga “Via da Sparta“.

WEN – GENITORI – Una madre di Sparta – Carlo Menzinger

Cliternestra si chinò a raccogliere le mandorle che le erano cadute in terra. Ci soffiò sopra e le mangiò. Continuando a pensare, soppesò la ciotola, mescolando con l’oscillazione le mandorle che conteneva.

Cliternestra conosceva bene le regole di Sparta, essendone una delle donne

più rappresentative, ma proprio per questo era riuscita a restare vicina alle figlie. In momenti come questo si chiedeva se non fosse meglio fare come le donne ilote. Gestire una figlia adolescente non era facile. Nymphodora Agropolis avendo quasi diciotto anni avrebbe ormai dovuto superare quella fase di ribellione, ma alla madre pareva che fosse ancora lontana dal riuscirci. La ragazza non viveva con lei ormai da undici anni, ma la madre ne aveva sempre seguito i progressi e la crescita. Ora che era praticamente una donna adulta, Cliternestra avrebbe voluto lasciarla andare per conto suo, ma quella ragazza continuava a preoccuparla. Che cosa avrebbe fatto della propria vita? I ragazzi non si rendono mai conto di quanto siano importanti gli anni della gioventù, in cui tutto del loro futuro si decide. In questo Nymphodora non faceva eccezione, ma nell’atteggiamento della figlia c’era qualcosa di più della spensieratezza giovanile e del desiderio di cambiare degli adolescenti. C’era qualcosa che lasciava la donna inquieta e pensierosa.

Cliternestra inclinò la ciotola e fece cadere una decina di mandorle nel palmo della mano sinistra e poi da lì le fece scivolare un po’ per volta di nuovo nella ciotola. Se solo si potesse riportare indietro così anche gli anni trascorsi, pensò.

Il suo sguardo cadde su uno scarafaggio che attraversava la stanza e rimase a fissarlo finché scomparve in un buco della parete.

da “Il sogno del ragno“, primo romanzo della saga “Via da Sparta” di Carlo Menzinger di Preussethal, ambientato in un mondo contemporaneo dominato dalla città greca.

Nota: Il nome Cliternestra è l’evoluzione dell’antico Clitennestra.

WEN – FIGLI – Agoghè – Carlo Menzinger

Domani, figlio mio, compirai sei anni! Com’è passato in fretta questo breve tempo assieme. Al pensiero che lascerai per sempre il gineceo per andare al ginnasio, che mi lascerai per sempre, mi si stringe il cuore.

I figli sono frecce scoccate dai genitori. A noi tocca mirare verso il giusto bersaglio, ma dopo che la freccia è partita non possiamo più guidarla. È immorale che una madre voglia tenere il proprio figlio con sé o deciderne la sorte. Eppure questo mi ferisce come se la freccia fosse infitta nel mio costato.

Già all’asilo hai imparato tanto, ma da domani inizierà il tuo cammino nell’agoghé di Sparta. Chissà con quale maestro dormirai. Chissà quale insegnante ti insegnerà a combattere. Chissà chi ti renderà padrone della scrittura e della matematica.

Non potrò vederlo. Forse non saprò mai che ne sarà di te. Per sedici anni, fino a quando diventerai un irene, non potrò cercarti, non potrò parlarti, non potrò toccarti né abbracciarti. Questo vuole Sparta ed è giusto perché devi fortificarti e diventare un soldato fiero e coraggioso.

Da domani pranzerai nei sissizi con gli altri ragazzi e così per tutta la tua vita. Già sembra così lontano il tempo in cui ti nutrivi al mio seno e presto lo sarà anche il ricordo dei pasti fatti in tua compagnia, con le altre donne del gineceo.

Solo quando sarai cresciuto e a ventidue anni affronterai la tua cripteia e tornerai con le mani purificate dal sangue del tuo primo ilota ucciso, potrò forse rivederti.

Ma tu non ti ricorderai più di me. Non ti importerà più di me. Sarò per te solo una donna sfiorita tra tante. Non mi chiamerai più mamma. Non cercherai più i miei baci. Magari verrai a trovarmi per un fugace saluto. Magari mi presenterai il tuo compagno, l’uomo con cui dividerai il giaciglio. Poi te ne andrai. O forse non verrai neppure a trovare la tua vecchia triste madre.

Sarai un fiero guerriero di Sparta e partirai subito per terre lontane a difendere i confini dell’impero. Senza cercarmi. Senza voltarti. Senza rimpianti. Senza memorie di me. E forse sarà meglio così. Almeno a soffrire per la lontananza sarò solo io.

Magari un giorno avrò l’onore di vederti tornare disteso sul tuo scudo e mi diranno che dovrò essere orgogliosa di te, perché sarai morto combattendo per la gloria di Sparta. Sarò certo molto fiera di te, ma sarò riuscita per allora a colmare questo vuoto che già mi devasta il cuore? Sarò riuscita a dimenticare questo dolore che questa notte non mi lascia dormire, che in questi giorni mi distrae dal lavoro, mi fa pensare a te, solo a te e nient’altro che a te, piccolo bambino mio, che da domani inizierai la tua dura agoghé nelle palestre di Sparta?

Sofronia mi stringe tra le sue braccia. Cerca di confortarmi. Dovrei esserle grata. Le voglio un gran bene, ma quasi non mi accorgo di lei. Ti guardo dormire accanto a noi e piango. Sofronia mi sussurra di smettere. Se la dioiketa o la stanziera se ne dovessero accorgere mi punirebbero per questa debolezza. Non sarebbero le frustrate il problema, ma il loro disprezzo e quello delle altre compagne nei giorni a venire.

Eppure, eppure che cosa ci posso fare? Non riesco a fermare queste lacrime mentre ti guardo, così tenero, dormirmi vicino, mentre sento il tuo respiro leggero, mentre sento l’aroma della tua pelle.

Tutto questo da domani sarà perduto, per me.

Firenze, 22/05/2021

di Carlo Menzinger di Preussenthal (racconto della saga “Via da Sparta“).

WEN -LUSSURIA – Babilonia – Carlo Menzinger

Dopo aver sconfitto Tebe a Leuttra nell’anno olimpico 405[1], Sparta ebbe via libera per distruggere Atene e cancellare ogni traccia della sua cultura. Alleata con Alessandro Magno, sfidò l’impero persiano.

Superato l’Eufrate, Aronne aveva combattuto tra le truppe ilote di Sparta nell’immane battaglia di Gaugamela contro i persiani di Dario. La notte prima si erano accampati tra le rovine di Ninive. Sparta aveva poco meno di ventimila uomini e il suo alleato macedone poco più di trentamila. Quanti erano i loro nemici? Un numero sterminato. Nessuno nell’accampamento lo sapeva, ma si parlava di un milione di guerrieri spietati. Gli spartiati, però, sicuri della loro invincibilità, spronavano i loro schiavi iloti alla battaglia imminente. E, incredibilmente, i greci vinsero! Fu grazie all’inarrestabile potenza dei guerrieri greci o al genio di Alessandro Magno, il comandante macedone, e di Agide, il sovrano lacedemone? Poco importava. Dario e il suo satrapo Mazeo furono sconfitti.

Nell’anno olimpico 445[2] Aronne entrò nella lussuriosa Babilonia. Gli spartiati e i comandanti macedoni di Alessandro Magno s’installarono nei più bei palazzi di Babele. Mazeo, che vi si era asserragliato, s’inchinò al loro volere.

Da quando la loro trionfale marcia li aveva fatti avvicinare all’antica città, Aronne non faceva che ripensare ai numerosi versi del libro sacro del suo popolo che ne parlavano. In quel momento gli risuonavano in testa le parole di Isaia «È caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi»[3].

Babilonia! Era lì che si celava il tesoro del tempio rubato a Israele. “Il re di Babilonia portò via di là tutti i tesori del tempio e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro, che Salomone re di Israele aveva posti nel tempio[4].

Ecco i famosi giardini pensili costruiti da Nabucodonosor! Erano stati quei palazzi i testimoni della lascivia babilonese. In quei momenti l’ebreo si sentiva riconoscente verso i suoi padroni greci: quell’abominio era stato sconfitto. La volontà del Signore degli Eserciti percorreva strade imperscrutabili ma la sua spada alla fine colpiva i peccatori: “Ora ripagherò Babilonia e tutti gli abitanti della Caldea di tutto il male che hanno fatto a Sion, sotto i vostri occhi.[5]

Aronne, appena fu libero dagli impegni militari, si aggirò tra le case di Babilonia in cerca di notizie del perduto tesoro di Sion, ma quello che trovò fu un’altra ricchezza: le donne di Babele, con i loro sgargianti abiti di lino o seta, a balze sovrapposte, ricchi di frange e ornamenti. Sulle kandis portavano collane e bracciali sfavillanti. Erano così smodate nell’ostentare la loro ricchezza e… bellezza! I loro visi erano truccati, per farle sembrare ancora più belle. Quanto contrasto con le donne d’Israele o con la nudità spartana! Le donne usavano la molteplicità dei loro abiti per ingannare il desiderio di poligamia dell’uomo, fingendosi ogni volta diverse.

Una di loro lo avvicinò sensuale e provocante. Ku-baba offriva il suo corpo in onore di Ishtar. Nulla sapeva Aronne della dea Ishtar e delle donne a lui devote. La sua fede lo rendeva restio a quelle seduzioni, i morigerati usi spartani diffidente, ma lo splendore sensuale di Ku-baba era conturbante, i suoi modi per lui inconsueti, sebbene attraversando l’impero persiano già altre donne si fossero avvicinate a lui in tal modo. Non capiva né il babilonese né il persiano, ma il linguaggio di Ku-baba non era fatto di parole. Lo prese per mano e lo condusse con sé in una casa riccamente adornata. Lì, offrì il suo corpo ad Aronne e la sua preghiera a Ishtar. Aronne avrebbe voluto ringraziare e lodare il Signore degli Eserciti per quell’ora voluttuosa passata tra le braccia dell’erotica Ku-Baba ma non c’erano per farlo parole che non suonassero blasfeme al suo orecchio. La maestria della babilonese gli fece dimenticare il tesoro di Israele.

Quando la lasciò, seppe che quella città di lussuria lo aveva incatenato a sé. Che mai più avrebbe potuto vivere altrove. Agide, il suo re, però, aveva altri piani. La campagna di conquista di Lacedemone e Pella non era finita.

Aronne fu strappato dal suo sogno, non seppe mai dove fosse il tesoro di Israele e non rivide mai più quell’angelo di lussuria.

di Carlo Menzinger di Preussenthal (racconto ambientato nell’universo ucronico di “Via da Sparta“).

Babilonia la città antica e oggi - Studia Rapido

[1] Nel 471 a.C. Tebe sconfisse Sparta nella battaglia di Leuttra. In questa storia, come nei romanzi e nelle altre storie della saga ucronica “VIA DA SPARTA” immaginata da Carlo Menzinger, le cose sono andate diversamente e Sparta ha sconfitto Tebe, avviando la propria ascesa.

[2] A.O. 445 corrisponde al 331 a.C.

[3] Isaia, 21, 9

[4] 2Re, 24, 13

[5] Geremia, 51, 24

WEN – ACCIDIA – Lasciatemi così – Carlo Menzinger

«Io ne ho viste cose che voi iloti non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Chatigrama[1], e ho visto le lame dei samurai balenare nel buio vicino alle porte di Thule. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»[2]

Il guerriero spartiate sedeva vicino al pozzo di luce nella poteria, sorseggiando una menta catsica. I due iloti al suo servizio lo ascoltavano rispettosi, mentre il vecchio oplita si sfogava.

«Ho combattuto tra i ghiacci di Thule, ai confini del mondo, contro gli spietati soldati di Nippon-koku e ho affrontato i suoi samurai dalle mostruose armature in Bengala, sulle rive del Bhairab e del Gange. Dicono che da quanto ho lasciato in caserma la mia dory e la mia machaira e ho appeso al chiodo il mio hoplon mi sono fatto pigro e ignavo come uno di voi iloti senza midollo.»

Gli schiavi non si mostrarono offesi e continuarono a guardare l’uomo con la medesima aria assorta e nel contempo indifferente. Anassimandro non si aspettava altro da loro. Buttò giù un’altra sorsata del succo, lanciò uno sguardo verso la superficie, in cima al pozzo di luce e riprese il suo monologo.

«Sono vecchio, iloti, ho vissuto cinquantacinque inverni! Che cos’ho ormai davanti? Solo i Riti della Catarsi. Tra due lune dipingeranno di bianco la mia vecchia pelle e marcerò con gli altri vecchi verso la morte. Sì, sì. Lo so, non si deve dire così. La Catarsi non è la morte ma la purificazione dei nostri corpi mortali.» Rise tristemente.

«I Riti della Catarsi ci rendono tutti uguali, noi spartiati, i dominatori del mondo, e voi iloti, i nostri schiavi: a nulla serve esser scampati alla morte in dieci o cento battaglie. A nessuno nell’Impero di Sparta è concesso di vivere più di cinquantacinque anni. Largo ai giovani! Largo alla forza e al vigore. Sparta non vuole vecchi e malati. E allora? Allora, perché dovrei partecipare ai sissizi con i miei compagni, fare i servizi per la caserma, cacciare per la mia enomotia? Lasciatemi stare, lasciatemi crogiolare nella mia ignavia. Non mi importa più di nulla. Non mi importa più della gloria di Sparta, per la quale ho versato così tanto sangue. Ho tanta stanchezza sulle spalle. Lasciatemi così

Morto Rutger Hauer. La frase cult in Blade Runner: «Io ne ho viste cose che  voi umani non potreste immaginarvi...»

come una cosa posata in un angolo e dimenticata[3]. Lasciatemi così…Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario.[4] Ho girato il mondo e ho visto donne che comandano sugli uomini, perché abbiamo lasciato loro ogni cosa tranne la guerra e la politica e ora che abbiamo invaso ogni angolo della Terra, quando avremo sconfitto anche Nippon-koku e asservito ogni popolo non avremo più da combattere e noi spartiati, noi uomini, non serviremo più a nulla. Ho girato il mondo e ho visto che voi iloti siete sempre più numerosi e noi, i vostri padroni, sempre meno e sempre più deboli e presto ci schiaccerete come mosche moribonde sotto il piede. Che cosa ci posso fare io se il mondo si sta rovesciando? Che cosa posso fare io per l’Impero di Sparta se sono solo un vecchio guerriero costretto a bruciare il suo corpo nel rogo della Catarsi. Lasciatemi stare. Lasciatemi alla mia ignavia. Sparta non la perdona? Sparta non ammette la pigrizia e la debolezza? E allora? Mi sono sempre dato tutto a Sparta e ora Sparta avrà anche la mia vita, ma non mi toglierà la mia ignavia.»

Racconto di Carlo Menzinger di Preussenthal ambientato nell’universo ucronico della sua saga “Via da Sparta”.


[1] Chatigrama è l’attuale città portuale di Chittagong in Bangladesh.

[2] Parafrasi del monologo di Rutger Hauer (doppiato in italiano da Sandro Iovino) nei panni del replicante Roy Batty in “Blade Runner”(1982), il film di Ridley Scott.

[3] Giuseppe Ungaretti – Natale

[4] Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati

Caterina Perrone legge per il GSF “Sparta ovunque”

Le Ucronie mi affascinano: che cosa sarebbe accaduto se la storia, a quel fatidico bivio, avesse preso un’altra strada?

Ecco il mondo che erompe dall’antologia “Sparta ovunque”, dove la vittoria dell’ordine, dei valori della città guerriera, negatrice della famiglia, dell’amore interpersonale e figliale, dell’arte, della vecchiaia, cancella la rivale Atene e tutte le conseguenze che abitano il nostro presente. 

L’universo che ne esce è tanto inquietante quanto strabiliante. Credo che l’ideatore di questa ipotesi ucronica, Carlo Menzinger, che sul tema ha pubblicato già tre libri ambientati nel mondo dominato da Sparta, il regno del Ragno, con gli autori che in questo mondo parallelo lo hanno seguito, intendesse, oltre che trasportarci in un altro universo, offrirci spunti per riflettere sulla ricchezza di quello che abbiamo, essendo scampati a quella possibile deviazione della storia.

Sparta è ovunque, solo il Giappone riesce a tenerle testa, in ogni altro luogo le sue leggi si sono imposte ma si interfacciano con popoli che non hanno del tutto rinunciato alla propria identità, ai loro dei. Nel Nord sopravvive Odino, nei boschi, dove Sparta non ha interesse ad arrivare, il cristianesimo serpeggia, manifestandosi nell’accoglienza come nel più cinico e spietato giustizialismo.

Che dire del livello tecnologico? Pare sempre di navigare in un’altra era, anche negli episodi ambientati nel  tempo presente, così per  la genetica, che non limitata da “futili” ragioni etiche, ha generato mostri e chimere.

E poi le donne che, discriminate nella pratica della guerra, sono custodi del meglio: la casa, le proprietà e la loro economia, i figli, almeno nella tenera età, quel che residua dell’arte, la cura delle biblioteche.

Nell’antologia ogni autore aggiunge un tassello in base alle sue personali conoscenze: Vichinghi, Nippon, Mexica, popoli precolombiani che in questo contesto, naturalmente, hanno preso tutta un’altra strada.

Il filo conduttore che ho colto? Il seme della trasgressione, il tentativo di sottrarsi ovunque all’opprimente ordine stabilito.

Se il fascino della lettura è essere sorpresi, in Sparta Ovunque si rimane spiazzati a ogni pagina, in attesa di sempre nuove rivelazioni, dall’inizio alla fine: sorprendenti invenzioni di  autori, trascinati dalla loro stessa meraviglia.

di Caterina Perrone

WEN – GOLA – Il pasto delle Menadi – Carlo Menzinger

 «Dormito bene, sorella?»

Una ragazza spettinatissima e sporca la stava fissando mezza nascosta dietro un albero. Aracne sussultò. Il sole si stava alzando all’orizzonte.

«Non avere paura, sorella, siamo tue amiche» intervenne un’altra voce. Aracne si girò e vide un’altra giovane, forse ancora più lurida, acquattata tra i cespugli, con il sedere che quasi toccava il suolo, quasi stesse pisciando.

«Il vostro ventre sia fecondo. Chi siete?» chiese, sentendo la vacuità di un simile saluto formale.

«Siamo menadi» rispose una terza, che parve emergere dalla terra di cui la sua pelle nuda era quasi completamente ricoperta.

«Il vostro ventre sia fecondo» gracchiò la prima, sbeffeggiandola. Le altre ghignarono.

«Siamo le signore dei boschi dal fecondissimo ventre» aggiunse massaggiandoselo una quarta voce, questa volta di una donna dai lunghi capelli bianchi.

«Le folli domatrici di serpenti devote all’ebbro Dioniso, che ci riempie il ventre di divino vino» precisò la prima che aveva parlato, ondeggiando la vagina dai peli intricati di sudiciume vicino al volto di Aracne.

«Siamo il timore di ogni uomo avveduto che tu abbia veduto» spiegò la seconda, mettendosi a urinare.

«Le pazze cannibali, le divora-lupi, le lupe senza dimora» disse la quarta, avanzando carponi come un rospo artritico, con le gambe piegate e il sedere fangoso sotto l’altezza delle ginocchia, e tutte assieme scoppiarono a ridere.

Aracne le fissò preoccupata. In effetti, sembravano una più pazza dell’altra.

«Vivete nei boschi?» chiese educatamente.

«Certo, fanciulla, e ci nutriamo delle creature che vi si celano. E tu penso abbia fame. Vuoi venire a mangiare con noi o preferisci digiunare o magari fare da pasto alle fiere fiere ferine?»

Le altre ulularono sguaiate.

«In effetti, avrei un po’ di appetito ma non vorrei…»

«Niente storie sorella sorca, abbiamo carne fresca e sanguinolenta anche per te, vieni o, se preferisci, ne abbiamo anche di purulenta e verminosa.»

Aracne era spaventata e disgustata ma cosa aveva da perdere e, soprattutto, che alternative aveva? Le seguì mentre s’inoltravano tra gli alberi ora furtive, ora danzanti, ora saltanti, appendendosi ai rami e lasciandosi dondolare o saltando da uno all’altro come macachi storditi. La vegetazione diventava a ogni passo più densa. Camminarono a lungo. Aracne però non osava chiedere quanto mancasse. Ogni tanto si fermavano per rubare qualche uovo da un nido, per strappare qualche radice o raccogliere delle bacche. Qualcosa la mangiavano subito, qualcosa se la portavano dietro.

In effetti, si rese conto Aracne, doveva essere possibile nutrirsi dei frutti del bosco. Quelle donne sembrava lo facessero da sempre. Menadi. Aracne aveva già sentito quel nome. Non ricordava molto, ma lo associava a qualcosa di poco buono. Donne che si offrivano ai viandanti, probabilmente, sempre vogliose, questo le pareva di ricordare, spesso ubriache, sempre a festeggiare Dioniso, giorno e notte. Ma erano solo dicerie.

Ora lei era come loro. Una fuorilegge. Non poteva più giudicarle come avrebbe fatto una cittadina o, magari una spartiata. Decise che voleva fidarsi di loro. Cercare di conoscerle. C’era, però, qualcosa che non la convinceva. Si muovevano a scatti, furtive, guardinghe, animalesche. C’era rimasto poco di umano in loro. Sembravano piuttosto un branco di lupe affamate o creature della notte, streghe. Anche le erbe che raccoglievano la incuriosivano e stupivano al tempo stesso. Alcune le riconosceva ma altre… Cose da fattucchiere, per intrugli e pozioni, pensò. Sarebbe potuta diventare come loro? Lo avrebbe voluto? Le sarebbe piaciuto? Si sentiva confusa. Era una vita raminga, selvaggia e senza regole ciò a cui ambiva? No. Non era questo il suo desiderio. Lei voleva solo vivere. Vivere ed essere libera. Vivere lei e suo figlio.

Giunsero infine in una radura, dove un’altra decina di menadi stava arrostendo qualcosa su degli spiedi.

«Abbiamo ospiti» gridò la vecchia che guidava il gruppetto.

Un coro di voci la salutò caoticamente. Sembrava uno stormo di corvi gracchianti.

Una delle donne che l’aveva accompagnata prese una rozza ciotola assai poco pulita e vi versò un liquido rossastro.

«Bevi» le intimò «sarai assetata.»

Aracne, sebbene perplessa, intimorita dal tono perentorio della sua ospite, raccolse la ciotola e bevve. Una sensazione amara e bruciante le riempì la gola. Fu tentata di sputare ma non lo fece, per non sembrare sgarbata o sciocca, ma chiese: «Che cos’è? Brucia la gola!».

Le donne risero.

«Questa bevanda non la troverai a Sparta! Gli spartiati proibiscono le bevande alcoliche. È succo di bacche fermentate. Al primo sorso può non piacere, ma più ne bevi e più ne desideri.»

«Inebria i sensi» disse un’altra menade.

«E devi provare il vino, figliola!» aggiunse una terza e risero di nuovo tutte assieme.

«Il vino? Cos’è?» chiese Aracne.

«Succo d’uva fermentato, ragazza! Elisir divino, in vero. Nettare degli Dei, forse. La bevanda amata da Dioniso, che noi adoriamo. Il succo sacro. Il sangue della vita!»

Due donne la fecero avvicinare al fuoco, afferrandola con poco garbo per le braccia. Aracne non aveva ancora guardato cosa stessero cucinando, ma quando se ne avvide non riuscì a reprimere un grido.

«Cosa c’è?» chiese una delle donne che giravano gli spiedi «Avete trovato una schizinosetta?»

Su uno degli spiedi si arrostiva un grosso serpente, ma non era quello ad aver sconvolto la ragazza.

«Que… que… quello…» balbettò.

«Quella scimmietta?» è un dono della nostra Clea.

«Ma è…»

«L’ha partorita due settimane fa. Vedrai come ti piacerà la sua carne. Deve essere proprio tenera.»

«U… Un bambino!»

«No! Cosa dici? Una bambina. È la figlia di Clea. Non vedi che gli manca la fava. È da questo che si riconoscono i maschi» la sbeffeggiò. «È brava la nostra Clea, ogni anno riesce a restare incinta e ogni volta ci regala i suoi marmocchi. Ricordo ancora quanto era saporito quello che mangiammo un anno fa. Ti leccherai i baffi.»

«Questa marmocchia era figlia di un irene che si era avventurato per i boschi» spiegò un’altra.

«Fu una goduria anche lui» rise una del gruppetto che la accompagnava.

«Doppia goduria» spiegò sghignazzante un’altra. «Era un amante vigoroso. Come ci dava sotto, eh! Lui sì che ce l’aveva una bella fava tra le cosce turgide. Lo abbiamo tenuto una settimana e ci ha dato tre figli. E la sua carne…» si leccò i baffi «anche la sua carne era saporita.»

«Come ululava mentre gli tagliavamo le braccia per mangiarle!»

«L’abbiamo mangiato un po’ per volta. Prima le braccia. Io stessa ho ricucito le ferite. Sono brava, sai. Eppure, continuava a urlare, a protestare, a lamentarsi. Un vero ingrato. Poi le gambe. Peccato che sia morto poco dopo e così abbiamo dovuto mangiarlo tutto, ma non avevamo più fame, perciò anche i lupi hanno banchettato.»

«Un vero spreco, speravamo fosse più resistente. Se avesse retto qualche giorno, avremmo potuto finire di mangiarlo con comodo…»

«Non ci sono più gli uomini di una volta» rise un’altra.

Aracne sentì che stava per vomitare, ma la paura e l’angoscia erano ancora maggiori. Quelle donne si sarebbero mangiate anche suo figlio, se solo avessero potuto. Forse anche lei stessa. Represse i conati, si guardò intorno per pochi attimi e, scelta la via di fuga più sgombra, scappò correndo. Le donne la guardarono, per nulla meravigliate, scoppiando a ridere tutte assieme, ma senza provare a inseguirla.

Mentre si allontanava tra gli alberi, la giovane continuò a lungo a sentire le loro risate maligne, che le rimbombarono in testa anche quando le sue orecchie non furono più in grado di percepirle.

Racconto tratto da “Il sogno del ragno” (Porto Seguro Editore, 2017), primo volume della saga “Via da Sparta” di Carlo Menzinger di Preussenthal, ambientata in un universo ucronico ancora dominato da Sparta.

WEN – IRA – Eutanasia -Carlo Menzinger

Dopo aver sconfitto Tebe a Leuttra nell’anno olimpico 405[1], Sparta ebbe via libera per distruggere Atene e cancellare ogni traccia della sua cultura. Alleata con Alessandro Magno, creò un impero che dura ancora ai giorni d’oggi. Era il mese Elafebolione dell’anno olimpico 2796[2]. Era il tempo di Sparta.

I due gruppi di ragazzi nudi si fronteggiavano nell’arena, armati di oploi, i tipici scudi circolari, e lance dory di legno.

Erano disposti in due falangi contrapposte e stavano per scagliarsi l’uno contro l’altro.

Attendevano immobili sotto il sole cocente che il maestro desse loro l’ordine di muoversi.

In quel momento irruppe nell’arena una figura inattesa: l’Enomotarca Panteleimon, seguito da due donne, cosa quanto mai inaudita all’interno di un ginnasio. Sebbene ai ragazzi non fosse permesso distogliere lo sguardo né tanto meno commentare, una vibrazione attraversò i due gruppi, segno dello stupore di tutti. Anche lo sguardo del Maesto Zenas, per quanto immutato, parve turbato. Girò il volto verso i nuovi venuti e li salutò, non celando il suo disappunto per l’interruzione inopportuna della lezione in corso:

«Sparta ovunque, Enomotarca! Quali gravi circostanze ti portano all’interno del nostro ginnasio?» Ovviamente non ritenne che meritasse la pena di rivolgere alcun saluto alle due donne.

«Il mio scudo è per te, Maestro Zenas, e perdona la nostra intrusione, ma devo purtroppo chiederti, nel nome della Gerusia, di sospendere questa esercitazione. Come ben sai, l’epidemia avanza e queste somatologhe che mi accompagnano hanno l’ordine dei Re di effettuare delle analisi del sangue su ragazzi della scuola. La cosa non può essere procrastinata.»

Zenas, senza riuscire a reprimere una smorfia, fece cenno alle donne di avvicinarsi.

«Rompete la formazione» ordinò «e disponetevi in fila lungo il bordo orientale dell’arena».

I cinquanta ragazzi obbedirono disciplinatamente. Le somatologhe aprirono le loro borse, estrassero aghi, siringhe e fiale e prelevarono dei campioni di sangue da tutti i ragazzi.

Era trascorsa da allora una settimana. I ragazzi dormivano nella camerata sui loro giacigli di paglia, quando gli opliti irruppero nella sala. La luce della luna penetrava dalle alte finestre. I soldati non avevano scudi ma solo le corte xiphoi. Reggendo le spade si divisero con ordine rigoroso in modo da raggiungere quasi in simultanea i ragazzi addormentati. In pochi ebbero il tempo di svegliarsi prima che le lame recidessero loro la gola, con precisione perfetta.

Quando il Maestro Zenas accorse nella camerata, i militari erano già spariti, veloci come erano comparsi. La camerata era un lago di sangue. Zenas stesso finì un paio di ragazzi che ancora rantolavano.

Dalle analisi effettuate, uno di loro era risultato infetto. L’ordine di sterminarli tutti era stato immediato. Zenas era stato avvertito da Panteleimon nel momento stesso in cui la sua enomotia irrompeva nella camerata del ginnasio.

Il Maestro, dopo aver graziato gli ultimi ragazzi, avanzò furente verso la porta dove lo attendeva l’Enomotarca, che non aveva seguito i suoi uomini.

«Panteleimon» tuonò il Maestro. «Panteleimon! Che cosa avete fatto? Per un solo ragazzo malato avete sterminato due intere falangi di ireni ormai quasi pronti per servire Sparta! Questa è una follia».

«Questi sono gli ordini della Gerusia e dei Re, Zenas. Non vorrai metterli in discussione? Ringrazia che abbiano ritenuto di risparmiarti, per ora. Sarai comunque tenuto in isolamento.»

«E non potevate fare lo stesso con quei ragazzi? Magari non si sarebbero ammalati tutti. Cos’è questa paura di una malattia che ha preso Sparta? Da quando in qua siamo divenuti così codardi? Questa Gerusia e questi Re hanno tutto il mio odio e tutto il mio disprezzo. Non si può distruggere così il futuro di Sparta.»

«Zenas, la tua ira ti confonde. Credi forse di essere il pelide Achille? Stai sfidando l’autorità di Sparta…»

«No! No. Razza di ciechi. Sparta cura ogni male con l’eutanasia, ma quei ragazzi erano forti e sani. Siete voi che assassinandoli avete tradito il futuro e l’animo di Sparta. Sono ormai vecchio. Presto compirò il mio cinquantacinquesimo anno e dovrò perire, come tutti, nei Riti della Catarsi. Mi sento libero di dire ciò che voglio. Se non ti piace, uccidimi pure. Un cadavere in più sulla tua coscienza credo che peserà ben poco: dubito tu ne abbia una.»

«Hai parlato troppo, Zenas, per l’autorità conferitami dal mio grado, ti condanno.»

Il Maestro allargò le braccia e sporse in avanti il petto nudo, offrendolo all’Enomotarca, che vi affondò la spada.

«L’ira non è un sentimento degno di Sparta» sentenziò, lasciandolo esanime in terra nella pozza del suo sangue.

L'Oplita Spartano, la falange come comunità di vita

Firenze, 11/10/2020
di Carlo Menzinger di Preussenthal (racconto ambientato nell’universo ucronico della saga VIA DA SPARTA.


[1] Nel 471 a.C. Tebe sconfisse Sparta nella battaglia di Leuttra. In questa storia, come nei romanzi e nelle altre storie della saga ucronica “VIA DA SPARTA” immaginata da Carlo Menzinger, le cose sono andate diversamente e Sparta ha sconfitto Tebe, avviando la propria ascesa.

[2] Tra il 15 marzo e il 14 aprile del 2020 d.C. nella nostra linea temporale.

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