WEN – COVID-19 – Oggi siamo gli eroi – Antonella Cipriani

Oggi siamo gli eroi


Emile Cioran ha detto: “Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa”.
Si parla troppo e mai come in questo momento avrei bisogno di silenzio. Il pensiero però corre, la parola preme.
Il virus ci ha confinati in casa. Circondati soltanto dagli affetti più intimi. In fila ai supermercati. Distanti. Sospesi. Per me poco è cambiato. Lavoro in ospedale, sono infermiera. Ai check point d’ingresso accolgo, controllo, misuro, metto in sicurezza chi è più sfortunato di me. Il pericolo di incontrare il re Corona è assai più alto rispetto a chi sta a casa propria come il Decreto comanda, ma di certo inferiore a chi il sovrano se lo trova già nei letti delle degenze, dove si lotta con scienza e speranza. Io, sono solo una pedina di questo meccanismo che se funziona ci potrà dare un po’ di respiro, nel vero senso della parola. Ai colleghi delle rianimazioni va tutta la mia stima.
Tante consapevolezze comuni maturano in momenti così critici. “La salute prima di tutto” è un detto che anche gli stolti conoscono. Non c’è uomo, politico, avvocato, banchiere, maestro, musicista che possa svolgere la sua passione senza la salute. Siamo esseri mortali ma con la cura e l’assistenza possiamo superare certe fasi infelici della vita e andare avanti, spesso in modo dignitoso. Mai come oggi sembriamo renderci conto che mancano medici e infermieri, risorse sanitarie, apparecchiature, farmaci, mascherine, guanti….


Solo ora capiamo che il taglio nel settore sanitario non si deve fare. Non per accontentare chi come me ci lavora – con turni migliori, un lavoro più agevole, mezzi e strumenti più efficienti – ma per garantire un servizio che funzioni davvero, senza attese e fraintesi, con personale competente, qualificato, aggiornato e affidato, che possa accogliere e curare chiunque arrivi al Pronto soccorso senza chiedere compensi. Abbiamo un Servizio di cui dovremmo essere fieri e negli anni siamo riusciti a rovinarlo. Chiedete all’ americano medio cosa pensa del proprio.
Nel fracasso di questa tragedia finalmente una nota intonata: duemila colleghi riusciranno ad entrare negli ospedali e a svolgere la professione per cui hanno studiato e creduto, senza essere costretti a emigrare altrove. Ci voleva tanto clamore per capirlo e consentir loro l’accesso finora negato, perché ritenuto non necessario?
Uniti e livellati – come un grande comico diceva – da un virus che ci vede tutti uguali, “ce la faremo e andrà tutto bene” ripetiamo ogni giorno.
L’applauso sui balconi di tutta Italia, la sera scorsa mi ha emozionata.
Mi auguro che quelle mani che hanno applaudito con tanto vigore e convinzione continuino a farlo anche quando lo spettacolo sarà finito e non saremo più sotto i riflettori. Ricordatevelo quando vi rivolgerete a noi nelle sale d’attesa, conservate la stima che adesso nutrite nei nostri confronti e unitela al rispetto, lo stesso che vi mostriamo. Oggi siamo gli eroi, ma lo eravamo anche ieri, e lo saremo domani. Scrivetelo nella memoria e ripetetelo ogni volta che varcherete la soglia di un ospedale, anche solo per dirci Grazie, la parola più semplice, che ci ripaga da ogni sforzo, fallimento o successo e ci inietta l’energia giusta per alzarci al mattino e affrontare un nuovo giorno. Non siamo eroi, siamo solo persone che continuano a credere in una professione che hanno scelto, con scienza, coscienza e umanità.

di Antonella Cipriani

WEN – COVID-19 – L’ultimo respiratore – Carlo Menzinger

L’uomo dai capelli brizzolati era seduto in sala d’aspetto. Ogni tanto si sfilava gli occhiali appannati e li scuoteva per pulirli. Poi li indossava di nuovo, ma con la mascherina facevano presto ad appannarsi di nuovo.

Nella stanza c’erano altre due persone, sedute a distanza da lui. Nessuno parlava. Una donna sulla sessantina sbottò, borbottando tra sé e sé:

«Non è giusto! Non è giusto. Sono cinque giorni che non me lo fanno vedere… Devo fidarmi di quello che mi dicono i medici… E se morisse? Non gli avrei nemmeno detto addio…»

L’uomo anziano con il bastone annuii, sorridendo sotto la propria mascherina. Si vedeva dagli occhi. Non disse nulla, però. Che cosa poteva dire? Erano giorni che si dicevano sempre le stesse cose. Il sistema sanitario era al collasso. L’intera Italia era in quarantena, i malati erano troppi. Non c’erano abbastanza letti, non c’erano abbastanza medici e, soprattutto, non c’erano abbastanza respiratori.

Una dottoressa in camice, mascherina e guanti comparve sulla porta. Aveva  i capelli raccolti in una cuffia.

«Signor Masini, può venire un attimo con me?» disse rivolta all’uomo dai capelli brizzolati. Lo accompagnò in una stanza lì vicino.

«Signor Masini, mi dispiace, ma sua madre è entrata in crisi respiratoria.»

L’uomo impallidì. Dopo un attimo di esitazione rispose:

«L’avete intubata?»

«Mi dispiace, ma non abbiamo più respiratori.»

«Come sarebbe? Fatevene mandare uno da Torregalli o da Ponte a Niccheri… ce ne sarà uno da qualche parte, no?»

«Mi dispiace, Signor Masini, ma lo avrà sentito dire, con il covid-19 siamo in crisi, ha esaurito tutte le nostre risorse. I respiratori sono già tutti in uso. È così in tutta Firenze e quasi in tutta Italia. Non c’è verso di averne altri.»

L’uomo la fissò con gli occhi rossi. Si frugò in tasca, forse per prendere un fazzoletto, pensò la dottoressa. Estrasse invece un coltello a serramanico e aprendolo all’istante lo puntò alla gola del medico, passandole veloce alle spalle.

«Mi porti subito da mia madre» le intimò.

La dottoressa lo guidò nel reparto. La vecchia, distesa nel letto, era chiaramente in affanno.

«Datele un respiratore» intimò l’uomo a un infermiere nel corridoio, che fissò lui e la dottoressa spaesato.

«Le ho già detto che non ne abbiamo» ribadì il medico e sentì la lama pigiare di più contro il collo.

«Toglietelo a qualcun altro» intimò l’uomo.

«Sua madre è in fin di vita, mi dispiace Signor Masini, non avremmo neanche il tempo di predisporre la macchina e disinfettarla.»

«Non importa, mia madre è già contagiata, staccatela a qualcuno e datela a lei.»

«Tutti i pazienti ne hanno bisogno. Toglierla a qualcuno significa ucciderlo. A chi dovremmo levarlo? A quel ragazzo? A quella donna? A quell’uomo?» il medico indicava i vari degenti nella corsia.

«Scelga lei. Chi ne ha meno bisogno.»

«Tutti! Serve a tutti. Come posso scegliere. Mi uccida, piuttosto.»

La madre, prendendo coscienza della situazione, con il respiro corto, parlò:

«Che cosa fai Lucio, lascia stare…» tossì «ho vissuto la mia vita. Sono anziana. Lasciami andare. Non hai bisogno di me. Non servo a nessuno. Non fare sciocchezze…» nello sforzo si lasciò andare a un attacco di tosse, che le mozzò il respiro residuo. Si fece paonazza.

«Addio, Lucio» poi rivolta alla dottoressa «lo perdoni. Perdonatelo.»

Volgendo gli occhi un’ultima volta verso il figlio, si immobilizzò nel gelo della morte.

Lucio Masini capì che tutto era finito. Lasciò andare la dottoressa e si accasciò in ginocchio ai piedi del letto della madre.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

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WEN – COVID-19 – Ferragosto a ventoso – Massimo Acciai Baggiani

Ieri, 19 ventoso dell’anno 228, il discorso del capo del governo. Allo schermo appariva calmo, fiducioso, ottimista. Ha parlato di «sacrifici necessari», di «crescita importante dei numeri dei morti», di rinunciare agli aperitivi, ai raduni nelle piazze. Ha parlato di responsabilità e di interessi nazionali da tutelare. L’ansia intanto cresceva in me, mi stava contagiando. Sono andato a letto tardi e ho dormito male.

Oggi, 20 ventoso. Strade vuote, sembra ferragosto. Un ferragosto primaverile, con cielo sereno e temperature miti. Una fila di persone, a un metro di distanza l’una dall’altra, fuori dal supermercato. Pochi passanti, con la mascherina. Dove l’hanno presa? Da un po’ sono diventate introvabili, come l’Amuchina. Nei negozi e in farmacia si entra uno alla volta. La gente ha paura, ma è combattuta, divisa tra l’insofferenza tutta italiana alle regole, la voglia di fuga, di distrazione, e la paura di ammalarsi. Tutti sanno che i posti negli ospedali sono limitati, così come i medici. Se i casi di polmonite superano quei posti, addio. Game over.Risultato immagini per mascherine antivirus

Ma gli italiani sono un popolo di irresponsabili; lo hanno sempre dimostrato, nella storia. Branchi di adolescenti che, in totale disprezzo della salute – propria e altrui –, organizzano rave nei parchi, al motto di: «Ci vogliono tenere a casa, uscire è un atto rivoluzionario!». I politici non sono da meno “rivoluzionari” delle nuove generazioni, e si accalcano in festini e ricevimenti come i nobili al tempo della peste. Arriva poi un professorone che ricorda come, nel medioevo, la gente riempisse le chiese e le processioni in tempi di pestilenza, mentre oggi le chiese vengono chiuse: lo dice con un senso di bigotta, odiosa nostalgia.

L’amore ai tempi del coronavirus. Già, come sarà? Come si regolano le coppie, se baci e abbracci sono vietati per legge? Non lo so, per me, erano cose sconosciute anche prima dell’ordinanza del governo. Sono sempre stato un solitario, non è una novità. Oggi faccio il salto: rinuncio, per mia scelta, a questo mondo bizzarro e insopportabile. La pandemia è solo un pretesto, diciamolo pure. Questo sole che tramonta pigro dietro i palazzi è l’ultimo che vedrò, prima di chiudermi in casa. Per sempre, ossia finché non passerò all’altro mondo, cioè al nulla. Il destino dell’hikikomori non è così male, in fondo. Posso lavorare da casa, faccio tutto online, perfino la spesa posso fare su internet e farmela consegnare a domicilio. Il mio appartamento è pieno di libri, e comunque ho il mio laptop. Cosa si può desiderare di più, in questo “mediaevo”?

Il «sacrificio necessario» di cui parlava il capo del governo per me non è affatto un sacrificio. Tutt’altro. Vedetevela voi, io passo la mano.

La brezza profumata di primavera mi accarezza il volto mentre mi dirigo, senza fretta, verso casa.

Forse è l’unica cosa che mi mancherà.

 

Firenze, 20 ventoso ’28 (10 marzo 2020)

di Massimo Acciai Baggiani

WEN – COVID-19 – Chi è il Signor Covid? – Francesco Guglielmino

Chi è Covid – 19?  E’ un parente di HCoV-229E,  HCoV-OC43, HCoV-NL63,  Mers e Sars. Nella loro vita  non  lavorano,  non ballano:  non fanno niente. Ah, qualcosa la fanno:  entrati nel nostro corpo ci fanno venire febbre,  bronchiti e problemi respiratori.   

Mi domando quale sia il ruolo di questi virus nell’ecosistema della Terra:  forse quello di romperci le parti basse o forse farci capire che possiamo vivere in altro modo?

di Francesco Guglielmino

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WEN – COVID-19 – “Covid-19” – Paolo Orsini

Covid-19

Non è più il tempo di incrementare il numero dei lemmi nel dizionario delle parole scritte al contrario, oirartnoc la eralrap id opmet li è non. Passata la nottata, lunga e buia, di questa immane silenziosa pestilenza, cercherò il più possibile di restare tra gli argini, non certo della verità, quello è impossibile e solo le fedi ci riescono, anche se soltanto per imposizione, è proprio il caso di dirlo, dall’alto, ma almeno in quello dell’onestà verso me stesso, vale a dire verso quei valori in cui mi riconosco, e di sicuro da oggi chiederò sempre più spesso a me stesso quali siano questi valori, o meglio quali siano i giusti valori e allora, per darmi una risposta, dovrò tornare un po’ indietro nel tempo, dopo un’altra immane catastrofe che non fu per niente silenziosa ma tragica fino all’inverosimile di morte e di distruzione, e se quei valori sono stati creati dalla comunità umana nel tentativo di non replicare, se non nei romanzi e nei film catastrofici, quella sciagura disastrosa, allora sono valori giusti, validi, e a quelli devo dire in realtà da sempre mi sono riferito, ma a maggior ragione adesso, perché quando il mondo tornerà ad accopparsi, finita l’emergenza, come ha sempre fatto fin dai tempi delle tigri con le zanne a sciabola, non sarà più il tempo delle parole al contrario, ma quello della chiarezza per rafforzare e diffondere i giusti valori della convivenza umana.
La cosa che più mi fa inferocire di questo virus è che è un vigliacco, almeno l’ebola ammazza tutti quelli che infetta senza distinzioni, anche un mandingo forte come un toro, questo invece è discriminatorio, va a infrangere uno dei più importanti valori a cui prima mi riferivo, se la prende soprattutto con i vecchi, già deboli fin dalle ossa fragili come il vetro, già irrimediabilmente minati nei loro sistemi immunitari, con un piede nella fossa, ma ciò che più mi fa imbestialire è che li fa morire nell’assoluta solitudine, gli affetti più cari tenuti fuori dalla stanza di ospedale, lontani dalla bara al cimitero, alimentando un enorme senso d’impotenza nei sopravvissuti, che nuoteranno a lungo nelle vischiose acque del senso di colpa per non aver potuto fare abbastanza, non aver potuto tenere una mano, consolare uno sguardo implorante, accarezzare una pelle rinsecchita. Quando percepii l’ultimo respiro esalato molti anni fa da mia nonna, ero là, vicino a lei, non potevo fare nulla se non tenerle una mano ossuta e contratta dall’artrite nel calore delle mie, tutto era senza senso e inutile perché ormai quella triste nera figura aveva deciso di calare su mia nonna il suo manto di silenzio e di fredda immobilità, però l’ultimo movimento fu proprio delle sue dita che cercavano, con impercettibili movimenti, le mie dita, un ultimo contatto con la vita, e capii che se ne era andata non perché chiuse gli occhi, ma perché non cercò più la mia mano.

25 marzo 2020 Paolo Orsini

WEN – COVID-19 – Il Coronavirus nella testa – Renato Campinoti

In Questura è tempo di analizzare le direttive che sono giunte dalla Prefettura. È ormai la metà del mese di Maggio del 2020 e, con uno sforzo inaudito, il Paese sta andando verso una fase calante della terribile infezione che ha messo ko mezzo mondo: il coronavirus o covid – 19, come lo chiamano quelli che se ne intendono.

“Tutte le zone d’Italia stanno finalmente mostrando l’inizio di una fase calante del numero degli infettati e anche la mortalità sta progressivamente diminuendo”, spiega ai suoi il vicequestore Martelli, che ha convocato tutti nella sala delle riunioni, come non avveniva da un po’ di tempo. Molti vanno col pensiero ai terribili provvedimenti adottati dal governo e dalle altre istituzioni, che hanno impedito perfino gli spostamenti da una parte all’altra della città senza motivate e documentate ragioni. Quante persone hanno visto piangere in preda a incipienti forme di depressione per la mancanza da settimane di contatti umani e di  un po’ di socializzazione. Per non parlare del lavoro massacrante e dei rischi di medici e infermieri. “Da tutte le zone arrivano segnali incoraggianti” ha ripreso a dire Martelli, “fuorché in una zona della nostra città: Novoli!”. E tutti capiscono che c’è qualcosa da fare, e farlo alla svelta.

Caterina e Matteo stanno attraversando insieme il piazzale verso il parco macchine. Il giovane poliziotto è stato incaricato dal vicequestore di andare a fare un giro dalle parti di Novoli. “Chissà che non ti capiti di capirci qualcosa in questa strana situazione”, le ha detto un Martelli, visibilmente scettico. Caterina sta accompagnando all’auto di servizio il suo uomo, l’unico con cui non si preoccupa di stare troppo vicina. Sarà colpa dell’aria cupa che questo maledetto Covid ha diffuso per ogni dove, ma sono pochi, rispetto al solito, i poliziotti che allungano il collo per apprezzare le magnifiche forme della loro collega.

Sono arrivati davanti alla pantera assegnata a Matteo. Caterina fa per salutarlo con un bacetto volante, quando sente squillare il telefono nella tasca della divisa. Mentre lei sta rispondendo, il giovane poliziotto si appresta a entrare in macchina e le fa un cenno di saluto con la mano. Caterina stacca l’apparecchio dall’orecchio e fa, a sua volta, cenno a Matteo di fermarsi un attimo.

“Salve Caterina”, le sta dicendo Cesira, la cara vecchietta conosciuta durante una delle sue più difficili indagini, ”mi farebbe piacere se tu potessi venire a trovarmi…no, non soffro di solitudine…oddio, un po’ si..ma non è per questo. È che in questi giorno ho notato degli strani movimenti dalle mie parti, proprio qui a Novoli. Lo sai dove abito. Verrei anch’io, ma non so se posso, con tutti questi divieti…”

“Vengo io, subito. Non ti muovere, per carità! Piuttosto, secondo te, quello che hai da dirmi c’entra qualcosa con le infezioni da coronavirus?”

“No…non lo so. Se vieni te lo racconto e vedi tu se c’entra”

 “Ti ricordi dove abita Cesira a Novoli? È lì che cominciamo il tuo servizio.”

E Matteo non fa in tempo a ingranare la marcia, che ha già capito che non sarà lui a risolvere l’enigma che ha posto Martelli.

Davanti a una buona tazza di caffè, la vispa vecchietta racconta che nei giorni scorsi le era capitato di veder girare per il quartiere un certo Massimo, che aveva abitato proprio in un palazzo vicino al suo, sposato con Gabriella, gran bella donna, che lei conosceva fin da bambina. Poi la separazione e la sparizione, da un paio d’anni, del marito.

“Perché mi dici che ti ha destato dei sospetti la presenza di quest’uomo nel quartiere?”

“Intanto, perché ho chiesto a Gabriella se era lei che cercava e mi ha riposto che non l’aveva visto né sentito. Poi, quando era davanti al fruttivendolo qui all’angolo, non mi sembrava uno che stava lì per comprare qualcosa. Girava con lo sguardo sulle pere e le mele e continuamente gettava l’occhio verso il palazzo dove abita Gabriella. Allora mi sono fatta coraggio. Sono andata anch’io verso le mele e le pere per guardarlo da vicino: era lui di sicuro, ma mi sembrava uno che ce l’ha col mondo intero. Mi sono allontanata, ho fatto finta di  farmi un selfie e in realtà gli ho fatto una foto, casomai lo dovessimo identificare..”

Matteo sgranò gli occhi come un ragazzino cui è entrato improvvisamente un marziano in cameretta.

Caterina si fece mostrare la foto e la inviò sul suo cellulare. Aggiunse nome e cognome e la inviò a sua volta a Martelli con la richiesta di sapere se c’erano segnalazioni di qualche genere.

Improvvisamente, videro Cesira alzarsi in pedi.

“Svelti, usciamo! Fermiamolo!”, indicando dalla finestra l’ex marito di Gabriella. Caterina fece il gesto di tacere per ascoltare Martelli al telefono, che le stava dicendo di essere cauti che quell’uomo era stato riconosciuto infetto da coronavirus da più di una settimana, aveva detto che sarebbe rimasto chiuso nella sua abitazione e solo da un paio di giorni, a un controllo, era risultato assente.

Lo fermarono, mascherina e guanti indossati, mentre si stava pericolosamente avvicinando a Gabriella. Ammanettato e bloccato a un’inferriata in attesa del personale opportunamente equipaggiato per portarlo all’ospedale militare, aveva confessato  che si era messo in testa di vendicarsi della sua ex moglie, trasmettendole l’infezione che l’aveva colpito. Erano almeno quattro giorni che girava nel rione, incontrando persone e vecchie conoscenze.

“Sicuramente ha contribuito non poco a far aumentare il numero delle persone infettate in zona”, osservò Martelli appena messo al corrente dell’episodio.

“Ma chi è questa vecchietta che ha fatto tutto il lavoro sporco?”

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Il nuovo tribunale di Firenze a Novoli, San Donato

“Te lo ho già detto in un’altra occasione. Se avesse meno anni, ti proporrei di ingaggiarla nel reparto investigativo!”

Mentre ancora sorridevano, uscendo dalla Questura, Caterina prese Matteo sotto braccio e gli sussurrò qualcosa nell’orecchio. Al giovane poliziotto improvvisamente brillarono gli occhi. E dette una stretta robusta alla vita della sua amorosa.

di Renato Campinoti

WEN – COVID-19 – Sul balcone – Nicoletta Manetti

SUL BALCONE

Il sole scalda di azzurro il bricco sul fornello, mentre la radio aggiorna i numeri dei contagi, dei guariti, dei morti, e chiede a noi di restare a casa. Terminate le notizie, mi sintonizzo su Toscana Classica ed esco sul balcone.
E’ sessanta centimetri profondo il mio balcone, forse neppure, la sedia ci entra a malapena di traverso, se sposto i vasi. Un cielo azzurro sfacciato, immobile di silenzio. Un cielo vuoto di aerei, di scie. Benedico questo piccolo balcone esposto ad est.
Nel calore del mio bozzolo, il cane accanto, mi vergogno di questa pace, della musica, del viaggio iniziato ieri tra le pagine in cui sono ruzzolata, come da un prato scosceso d’erba molle; tra poco ripartirò.
Colgo qualche foglia di salvia, un rametto di rosmarino; insieme al profumo, però, oggi sento il loro dolore nella mano:- Profumo per me, dolore per voi, scusate!- dico. Sì, lo dico a voce alta, devo essere impazzita. Sento ridere: è la vicina, affacciata al davanzale. Non ci incontravamo da mesi, ora ci ritroviamo a scambiarci ricette, quasi protese nel vuoto, quassù, dove il dolore arriva come un’eco, sospese, ma protette.
Ieri la cassiera, mascherina e guanti bianchi, aveva gli occhi di mia figlia; ha sorriso anche a una signora che, incurante del tempo rubato, discuteva il numero dei punti per la sua ridicola raccolta, il prezzo non tornava. Anche la farmacista, dopo, mi ha sorriso, lo sguardo stanco.
Le ho lasciate lì, e sono tornata casa, sul mio balcone, sulla sedia il libro da iniziare. Ci sono caduta davvero come Alice nella botola, lasciandomi poi trasportare come facevo da bambina tra le onde quando il mare era mosso.
Oggi però ho anche altro da fare: ringraziare. Ringraziare lui, lei, loro, che stanno là fuori, per approvvigionarci, nutrirci, curarci. Chi è dentro l’inferno, incerottato nel camice, dove e quando il camice c’è, a tentare, a sperare, e i figli e i genitori anziani a casa, e ciononostante i numeri che salgono, e le file dei morti, che sono morti soli.
Grazie ai sibili lontani delle sirene, sperando ogni giorno di udirne di meno. Al canto del merlo sul comignolo. Ai bambini nel giardino di sotto che giocano a squarciagola. All’amico poeta che gioca a battaglia navale con la nipotina dall’altra parte della città.
Grazie a te cassiera che somigli a mia figlia, e a te farmacista dagli occhi stanchi.
Grazie ai settemila che hanno risposto all’appello, trecento ne hanno chiesti, e in settemila hanno risposto. L’umanità allora è bella.
Grazie al mio amore lontano, alle figlie vicine, ai genitori che cercano di farcela, alla persona che si prende cura di loro, ma è lontana dai suoi.
Grazie agli amici per cui la distanza non esiste. Grazie al mio cane, ma noi siamo una cosa sola, e sta scrivendo con me. Grazie a te, a te, a te.
Io devo solo stare qui, lo chiamano sacrificio. Devo solo stare qui, abbracciata a un raggio di sole sul mio balcone. A ringraziare.

di Nicoletta Manetti

WEN – COVID-19 – Capodanno 2021 – Carlo Menzinger

Che piacere, cari amici, avervi tutti qui riuniti a festeggiare assieme questo capodanno. Vedo facce di ogni parte d’Italia e persino qualche straniero. Hey, George! Hey Julia. L’anno che sta per finire è stato davvero particolare. Credo che nessun altro, che io ricordi, abbia cambiato la nostra vita in modo così drastico come il 2020. La storia forse lo ricorderà come l’Anno del Covid-19.

È stato un pessimo anno per le persone che si sono ammalate, per quelle che ci hanno lasciato, per l’economia che si è fermata.

Eppure, è stato un grande momento di svolta e di crescita per l’Italia e per il mondo intero. Abbiamo imparato tanto, no? Abbiamo imparato che molti di noi possono lavorare da casa, evitare di fare lunghi e inutili spostamenti, che contribuiscono all’inquinamento. Abbiamo imparato a usare nuovi strumenti che hanno reso più facile questo modo di collaborare a distanza. Abbiamo imparato che la salute è importante e che uno Stato deve investire molto in Sanità, altrimenti i costi economici possono essere ancora più alti. Abbiamo ritrovato lunghi giorni trascorsi in famiglia. Abbiamo imparato che siamo capaci di grandi gesti di solidarietà. Che intere nazioni sono pronte a sacrificarsi per salvaguardare la salute dei più deboli. Abbiamo imparato che siamo una Nazione. Ci siamo ricordati del concetto di Patria. Abbiamo imparato che l’Unione Europea magari non marcia compatta, ma alla fine è comunque una comunità che sostiene chi è in difficoltà. Abbiamo imparato che la nostra vita  è piena di tante cose inutili di cui possiamo fare a meno, che costano e danneggiano il pianeta. Già! Quante belle cose vero? Non finisce qui, però!

Abbiamo imparato a stare lontano da chi amiamo e da chi ci vuol bene. Abbiamo imparato che si può vivere agli arresti domiciliari. Abbiamo imparato che per avere la polizia che ti ferma per strada per chiederti dove vai non occorre essere in una dittatura. Abbiamo capito che basta un piccolo virus a mettere in ginocchio il mondo intero. Abbiamo capito che se questo coronavirus ha potuto piegare nazioni intere, non siamo protetti dall’arrivo di nuove malattie, che non siamo attrezzati per salvare questo pianeta che stiamo affogando di inquinamento, che stiamo facendo bruciare per il surriscaldamento, che stiamo privando dell’ossigeno deforestando e desertificando, che stiamo sommergendo di plastiche e sostanze tossiche.

Abbiamo capito che se non ci mettevamo tutti in quarantena, i morti sarebbero stati milioni, perché un virus può essere peggio di una guerra mondiale. Abbiamo capito che se anche la maggior parte di noi si sacrifica in ogni modo, c’è sempre qualcuno che se ne frega e fa i cavoli suoi o, peggio, cerca di approfittarsene.

Per quanto ce ne ricorderemo? La prossima generazione avrà dimenticato tutto o già noi domani? In quale altra catastrofe andremo a infilarci la prossima volta? Quanti altri capodanni riusciremo ancora a festeggiare prima di estinguerci per sempre?

Dunque, cari amici, brindiamo a quest’occasione speciale, brindiamo a questo 2021 che sta per nascere e salutiamo questo 2020 che ci ha insegnato tanto, cambiato tanto. Sollevo il mio calice e lo batto contro lo schermo del PC, fatelo anche voi, dalle vostre case, brindate con me. È bello potersi ritrovare così tutti assieme in video-chat. Buon anno, amici miei.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Consigli per il brindisi di Capodanno - Romagna a Tavola

WEN – COVID-19 – In attesa di giudizio – Massimo Maniezzi

In attesa di giudizio


L’imputato, colpevole o innocente, aspetta… a volte mesi a volte anni, nella sua cella o agli arresti domiciliari.
Ecco la cella nella quale aspetto: quattro pareti conosciute palmo a palmo, la mia stanza. Ecco la feritoia dalla quale urlo, in silenzio: un tastiera.

Ora, inaspettatamente, mi hanno chiamato.
Vuota l’Aula, entro nel silenzio assoluto e sullo scanno più alto non siede un giudice, ma Lui: il Giudice Supremo, il Potere Assoluto, il Creatore e Distruttore, il Bene e il Male.
«Dio» che mi guarda con una espressione sorniona e acida, invitandomi a parlare con un cenno del capo, con un sorriso sbieco.
«Confesso… Vostro Onore: la mia colpa è che ho vissuto».
Eccolo il mio dio, invisibile come l’intero universo o come una particella infinitesima.
Un dio beffardo ed empio.
Luminoso come il cielo, i boschi, il mare e, allo stesso tempo… buio.
Buio come la notte senza luna, come l’abisso che ci attende. Come il nulla.
Chino il capo, aspetto la sentenza.

di Massimo Maniezzi

WEN – COVID-19 – La maschera filtrante – Carlo Menzinger

Risultato immagini per ragazzi con mascherina

I quattro ragazzi che risalivano via Spallanzani verso di me avevano un’andatura che mi lasciò subito perplesso. Camminavano due sul marciapiede, uno su quello di sinistra e l’altro su quello di destra, e gli altri due sulla carreggiata delle auto, costeggiando le vetture posteggiate e tenendosi alle distanze regolamentari tra di loro. Nulla di strano direte voi, quattro amici che si spostano assieme. Si tenevano a distanza e non superavano il numero massimo di cinque persone che sarebbe stato assembramento. Eppure, non mi convincevano. Ecco! Uno non indossava la mascherina filtrante! Cavolo! Com’era possibile? E gli altri lo lasciavano fare!

Cominciai a temere il peggio. Come se i quattro lo avessero compreso, scivolarono via dalla loro finta normalità e conversero pericolosamente tra di loro e su di me. Non feci in tempo a voltarmi per scappare, che un cazzotto nello stomaco, un pugno nella schiena che pare una randellata e un calcio dietro il ginocchio destro mi stesero a terra.

Uno mi strappò la mascherina. Urlai disperato, ma quello sghignazzava e la porgeva al compagno che non l’aveva. Questo, senza il minimo rispetto delle norme igieniche, la indossò, rischiando il contagio, nel caso io fossi stato portatore di qualcuno dei virus più letali in circolazione. In quel 2030 sembravano così lontani e “ingenui” i giorni del Covid-19. C’erano state l’epidemia di Covid-20 e Covid-21, ma soprattutto la pandemia di Maligna, la grande crisi della Falciatrice e ora che ancora combattevamo con tutte queste, quasi non facevamo più caso ai nomi dei nuovi virus che comparivano con frequenza sempre maggiore.

La circolazione per le strade era fortemente regolamentata e, in ogni caso, non era assolutamente permesso uscire all’aperto senza le maschere filtranti regolamentari.

I quattro si allontanarono portandosi via la mia. Mi sentii perduto. Ero troppo distante da casa o da altri luoghi in cui procurarmene una sostitutiva. Non temevo tanto il contagio. Eravamo quasi all’ora del coprifuoco ed ero stato un incosciente a non rincasare prima. Difficilmente avrei incontrato qualcuno che potesse infettarmi. Se fosse capitato, avrebbe avuto la sua maschera e vedendomi senza si sarebbe tenuto ben alla larga.

Il mio problema erano le ronde. All’inizio del coprifuoco ce n’erano molte e non potevo tornare a casa senza incontrarne. Mi misi insensatamente a correre, pur sentendomi come uno che corresse per evitare di bagnarsi sotto la pioggia. Speravo solo di rendere più breve possibile la mia permanenza all’aperto.

Eccola. Come svoltai in via Vittorio Emanuele II, vidi una ronda che avanzava. Cavolo! Se mi avessero visto senza maschera per me sarebbe stata la fine, mi bloccai e cambiai direzione, precipitandomi verso piazza Dalmazia. Sapevo che era un suicidio. Quella zona era più presidiata e mi allontanavo ancora da casa, ma non potevo finire tra le braccia di quei vigilanti.

Diamine! Un’altra. Mi girai ancora. La prima ronda mi aveva visto e stava correndo verso di me. Mi precipitai in via Carlo Bini. Come misi piede sulla strada, sentii il rumore degli spari. Un proiettile mi fischiò accanto all’orecchio. Quasi in contemporanea un altro mi colpì al polpaccio, poi un altro alla spalla. Quando le due ronde mi raggiunsero ero sanguinante a terra. Un vigilante, pietosamente, mi sparò in testa, mentre gli altri mi cospargevano di benzina per darmi fuoco. La mia voce non riuscì a formulare un ringraziamento per quel gesto di carità. Avevo sempre temuto morire bruciato.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Firenze, 13/03/2020

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