WEN -LUSSURIA – Col suo vestito nero – Miriam Ticci

Col suo vestito nero

Attraversa una donna

Una strada riarsa

Una folata di vento leggera

La sua veste solleva scompiglia

Il rosso e il nero delle calze brilla

E nella gonna subito scompare

Sguardo brioso che si ricompone

Sotto il filare nero delle ciglia.

di Miriam Ticci

WEN – LUSSURIA – Lo sbruffone – Brunetto Magaldi

Quando frequentavo la seconda liceo classico, mi capitò come compagno di banco Marco un ragazzo che proveniva dal liceo di un’altra città.

Aveva quattro anni più di me e mi confessò, senza imbarazzo che aveva ripetuto la quarta e la quinta ginnasio mentre era riuscito a sfangare la prima liceo.

Io che ero un anno avanti di fronte a lui ero ancora un ragazzino mentre lui era già un giovanotto.

Era comunque un simpatico compagnone che, per altro, non sembrava avere troppa fretta di concludere gli studi.

Quando cominciarono i primi tepori primaverili, ogni lunedì ritornando a scuola mi faceva il resoconto delle sue avventure domenicali e delle conquiste di belle turiste straniere abbordate a Piazzale Michelangelo.

Conquiste che, nei suoi racconti, si concludevano invariabilmente o sul sedile posteriore della sua Mini (aveva già la patente e la macchina) o fra le lenzuola di un piccolo compiacente alberghetto a ore della periferia.

Io, naturalmente, ne facevo un’abbondante tara, convinto come ero, e come sono ancora, che chi si vantava tanto in quel campo, in realtà combinasse poco.

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Finì l’anno e Marco fu rimandato in quattro materie e definitivamente respinto a settembre.

Seppi poi che l’anno dopo aveva affrontato da privatista, nel liceo di un’altra città, l’esame di maturità non superandolo ma ottenendo l’ammissione alla terza liceo.

Non abbiamo avuto più alcun contatto.

Una dozzina di anni dopo lo incontrai, in un caldo pomeriggio di agosto, sulla passeggiata di Viareggio.

Ci facemmo grandi feste poi Marco mi invitò a sederci ad un tavolino all’aperto del bar “Da Galliano” per scambiarci ricordi e notizie.

Gli dissi che mi ero laureato, mi ero sposato, abitavo ancora a Firenze e lavoravo presso una ditta di costruzioni, lui mi disse che abitava a Viareggio, non si era laureato ma aveva aperto, sulla passeggiata, un negozio di abbigliamento e di intimo (femminile naturalmente) che andava molto bene e gli assicurava congrui guadagni.

“Non ti sei sposato? “gli chiesi

“No” mi rispose “Che mi sposo a fare. Posso avere tutte le donne che voglio e quando voglio”

E aggiunse “E poi, con loro, posso fare tutti quei giochetti che con una moglie non potrei fare.“

E stava per cominciare a descrivermi i “giochetti” ma lo interruppi subito.

“Ma come fai a trovare le ragazze disponibili ?”gli chiesi incredulo e forse un po’ incuriosito.

“Ho un mio sistema” mi disse “Dapprima contatto la ragazza, mi auto presento, e dopo i soliti convenevoli, comincio a farle qualche complimento un po’ spinto e propongo qualche barzelletta salace. Se ride e non fa l’offesa, e succede quasi sempre, vado al sodo e le chiedo se vuole fare sesso con me.”

“E funziona ?”

“Funziona ”mi rispose “ funziona. Se vuoi te lo dimostro. Vedi quella ragazza che siede da sola a quel tavolino laggiù ? Stasera, novanta su cento, me la porto a letto. “

Si alzò, si avviò verso la ragazza e vidi che, dopo averle rivolto poche parole, si sedeva al suo tavolino.

Dopo qualche minuto si udì distintamente la parola “Porco !” e la ragazza si alzò di scatto e si rifugiò all’interno del bar.

Tornò da me disinvolto e neanche un po’imbarazzato.

“Ti è andata buca” ridacchiai “hai utilizzato il tuo solito sistema?”

“Ho utilizzato il mio solito sistema ma questa volta non ha funzionato. Non ha gradito i miei complimenti. Può succedere”

 “Chissà quante ragazze ti avranno detto porco o peggio”

“Sì” ammise “ tante volte, ma sono molte di più” e sottolineò quel molte di più ” le volte che mi sono portato a letto le ragazze!”

Non era cambiato, era rimasto il solito sbruffone.

WEN -LUSSURIA – Babilonia – Carlo Menzinger

Dopo aver sconfitto Tebe a Leuttra nell’anno olimpico 405[1], Sparta ebbe via libera per distruggere Atene e cancellare ogni traccia della sua cultura. Alleata con Alessandro Magno, sfidò l’impero persiano.

Superato l’Eufrate, Aronne aveva combattuto tra le truppe ilote di Sparta nell’immane battaglia di Gaugamela contro i persiani di Dario. La notte prima si erano accampati tra le rovine di Ninive. Sparta aveva poco meno di ventimila uomini e il suo alleato macedone poco più di trentamila. Quanti erano i loro nemici? Un numero sterminato. Nessuno nell’accampamento lo sapeva, ma si parlava di un milione di guerrieri spietati. Gli spartiati, però, sicuri della loro invincibilità, spronavano i loro schiavi iloti alla battaglia imminente. E, incredibilmente, i greci vinsero! Fu grazie all’inarrestabile potenza dei guerrieri greci o al genio di Alessandro Magno, il comandante macedone, e di Agide, il sovrano lacedemone? Poco importava. Dario e il suo satrapo Mazeo furono sconfitti.

Nell’anno olimpico 445[2] Aronne entrò nella lussuriosa Babilonia. Gli spartiati e i comandanti macedoni di Alessandro Magno s’installarono nei più bei palazzi di Babele. Mazeo, che vi si era asserragliato, s’inchinò al loro volere.

Da quando la loro trionfale marcia li aveva fatti avvicinare all’antica città, Aronne non faceva che ripensare ai numerosi versi del libro sacro del suo popolo che ne parlavano. In quel momento gli risuonavano in testa le parole di Isaia «È caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi»[3].

Babilonia! Era lì che si celava il tesoro del tempio rubato a Israele. “Il re di Babilonia portò via di là tutti i tesori del tempio e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro, che Salomone re di Israele aveva posti nel tempio[4].

Ecco i famosi giardini pensili costruiti da Nabucodonosor! Erano stati quei palazzi i testimoni della lascivia babilonese. In quei momenti l’ebreo si sentiva riconoscente verso i suoi padroni greci: quell’abominio era stato sconfitto. La volontà del Signore degli Eserciti percorreva strade imperscrutabili ma la sua spada alla fine colpiva i peccatori: “Ora ripagherò Babilonia e tutti gli abitanti della Caldea di tutto il male che hanno fatto a Sion, sotto i vostri occhi.[5]

Aronne, appena fu libero dagli impegni militari, si aggirò tra le case di Babilonia in cerca di notizie del perduto tesoro di Sion, ma quello che trovò fu un’altra ricchezza: le donne di Babele, con i loro sgargianti abiti di lino o seta, a balze sovrapposte, ricchi di frange e ornamenti. Sulle kandis portavano collane e bracciali sfavillanti. Erano così smodate nell’ostentare la loro ricchezza e… bellezza! I loro visi erano truccati, per farle sembrare ancora più belle. Quanto contrasto con le donne d’Israele o con la nudità spartana! Le donne usavano la molteplicità dei loro abiti per ingannare il desiderio di poligamia dell’uomo, fingendosi ogni volta diverse.

Una di loro lo avvicinò sensuale e provocante. Ku-baba offriva il suo corpo in onore di Ishtar. Nulla sapeva Aronne della dea Ishtar e delle donne a lui devote. La sua fede lo rendeva restio a quelle seduzioni, i morigerati usi spartani diffidente, ma lo splendore sensuale di Ku-baba era conturbante, i suoi modi per lui inconsueti, sebbene attraversando l’impero persiano già altre donne si fossero avvicinate a lui in tal modo. Non capiva né il babilonese né il persiano, ma il linguaggio di Ku-baba non era fatto di parole. Lo prese per mano e lo condusse con sé in una casa riccamente adornata. Lì, offrì il suo corpo ad Aronne e la sua preghiera a Ishtar. Aronne avrebbe voluto ringraziare e lodare il Signore degli Eserciti per quell’ora voluttuosa passata tra le braccia dell’erotica Ku-Baba ma non c’erano per farlo parole che non suonassero blasfeme al suo orecchio. La maestria della babilonese gli fece dimenticare il tesoro di Israele.

Quando la lasciò, seppe che quella città di lussuria lo aveva incatenato a sé. Che mai più avrebbe potuto vivere altrove. Agide, il suo re, però, aveva altri piani. La campagna di conquista di Lacedemone e Pella non era finita.

Aronne fu strappato dal suo sogno, non seppe mai dove fosse il tesoro di Israele e non rivide mai più quell’angelo di lussuria.

di Carlo Menzinger di Preussenthal (racconto ambientato nell’universo ucronico di “Via da Sparta“).

Babilonia la città antica e oggi - Studia Rapido

[1] Nel 471 a.C. Tebe sconfisse Sparta nella battaglia di Leuttra. In questa storia, come nei romanzi e nelle altre storie della saga ucronica “VIA DA SPARTA” immaginata da Carlo Menzinger, le cose sono andate diversamente e Sparta ha sconfitto Tebe, avviando la propria ascesa.

[2] A.O. 445 corrisponde al 331 a.C.

[3] Isaia, 21, 9

[4] 2Re, 24, 13

[5] Geremia, 51, 24

WEN – LUSSURIA – Viva Messalina – Terza Agnoletti

Se glielo avessero raccontato non l’avrebbe creduto, ma aveva visto con i suoi occhi il marito che entrava in un alberghetto abbracciato a quella che considerava la sua migliore amica. Era qualcosa che avevano programmato. Il traditore, infatti, le aveva detto che sarebbe tornato tardi per motivi di lavoro!

Appena arrivata a casa, chiuse la porta e gridò tutte le ingiurie che aveva in repertorio, fino a farsi male alla gola. Allora tacque e andò a rileggere, nella Satira VI di Giovenale, gli esametri che descrivono le prodezze di Messalina, per recitarli alla prima occasione e insultare elegantemente colei… Invece si rese conto che il poeta le suggeriva il modo di comportarsi per umiliare chi aveva rotto il patto reciproco di fedeltà. Quando fu sicura di ricordare bene i versi, andò in camera, si spogliò completamente e si mise nuda sul letto. Non aveva polvere d’oro per colorare i capezzoli come Messalina, ma pazienza: li carezzò delicatamente e immaginò che sdraiato vicino a lei ci fosse un robusto gladiatore, pronto a stringerla in un amplesso violento e selvaggio. Il corpo rispondeva alla fantasia con brividi di piacere, che la sorprendevano. Dopo il gladiatore creò nella mente altri amanti, tutti giovani, belli, atletici e muscolosi:

            continueque iacens cunctorum absorbuit ictus

Rifletté che, se provava piacere solo a pensarli, molto di più ne avrebbe provato se fossero stati reali. Addio casta sposa, come avrebbe detto il Manzoni!

A notte inoltrata si addormentò. La svegliò proprio il fedifrago, che era rientrato senza far rumore, ma a vederla nuda e in una posa piuttosto lasciva aveva sentito risvegliarsi il desiderio di lei. E lei non si sottrasse, non si rifiutò, gli attribuì le sembianze del gladiatore e seppe di tradirlo mentre giaceva con lui. Una bella soddisfazione! Alla fine, mentre il marito si addormentava, recitò a bassa voce:

            …adhuc ardens rigidae tentigene vulvae

            et lassata viris necdum satiata recessit

Così si sentiva, proprio come Messalina quando tornava dal lupanare. Sempre a bassa voce disse al dormiente:

“Con il tuo tradimento mi hai fatto scoprire la vertigine del piacere. Presto ci lasceremo, ma intanto voglio umiliarti più che posso. L’amore? È finito e non mi voglio innamorare mai più. Amore è affetto, cura, condivisione, rispetto e chi più ne ha più ne metta: è una bella fregatura. Ho scoperto il piacere e ne voglio provare ancora, ancora e ancora. Viva Messalina, maestra di vita.”

di Terza Agnoletti

WEN – LUSSURIA – Uno dei volti della lussuria – Miriam Ticci

Oscilla un ragno sul suo filo instabile, “Io son quel ragno” penso e guardo Menelao, il mio sposo novello, avvolto nel sonno di chi con lussuria più e più volte ha invaso la mia fortezza inerme, come un affamato mai sazio torna a mangiar la sua fame: io sono quel cibo. Appagato alfine, mi ha sorriso “La mia vergine sposa!” e di botto s’è consegnato a Morfeo, mentre io riflettevo “Cos’è la verginità?” e guardavo quella piccola chiazza di sangue aggrumato tra il pube e le cosce.

MITOLOGIA. Elena la più bella.... - Il Sapere Storico | Facebook

Diversi anni prima, quand’ero con un piede ancora nell’infanzia e uno nell’adolescenza, un altro uomo, agli occhi miei già un vecchio, mi parlò della verginità.

Danzavo nel pronao del tempio di Artemide Orthia e chiedevo alla dea clemenza nella cerimonia della fustigazione pubblica “Non scorticare con lo scudiscio rituale la bella schiena liscia e setosa dei miei due fratelli Castore e Polluce!”

A un tratto una mano mi tappa la bocca ed un’altra mi blocca le braccia, via al galoppo “Corri, Teseo, corri con lei, io ti copro le spalle!”, gli ulivi e la piana di Lacedemonia scorron lontano come rena tra le dita mossa dal vento. Io, ragazza spartana, scalcio e mordo come una mula, un grido di dolore e rabbia del mio rapitore, un colpo al mento ed esanime  m’affloscio, bionda corolla di narciso china sul suo stelo pregna di pioggia. Quando riapro gli occhi, da un pertugio intravedo un paesaggio straniero, una distesa di ulivi stinti e là in fondo un alto monte grigiastro. La stanza all’interno spoglia: un giaciglio e, stranamente, uno specchio basculante con i lati della lastra di bronzo arcuati per  riprender la figura riflessa sia di fronte sia di lato. Entra un vecchio “Sono Teseo, re di Atene, e, quando tra un anno sarai in età da marito, tu diverrai la mia sposa, fino ad allora rimarrai qui nella fortezza di Àphidna sotto la custodia di mia madre Etra”.  

Mi gira intorno ed io maledico la mia bellezza, che accende negli uomini quella scintilla di libidine frenata solo dalla reverenza verso mio padre Tindaro, che ora, ahimè, non c’è lì a proteggermi.

“Solo un assaggio, principessa Έλενα Èlena!”. Mi pone nel punto focale dello specchio, nello specchio il mio sguardo è fermo sul suo, il suo corpo alle mie spalle, la sua mano sinistra tacita i miei occhi e la destra fa scivolare a terra la mia veste di bambina, poi poggiata sulla mia nuca costringe la mia schiena ed il busto a piegarsi a squadra: Teseo è ἐραστής un amante ed io, sebbene femmina, ἐρώμενος un amato, un cinèdo, non più ἡ κόρη la fanciulla, non più, mai più. Con un suo fremito di piacere la mia tortura finisce, io mi raddrizzo, gli occhi asciutti distaccati e fieri dallo specchio fissano di nuovo i suoi fino a farli abbassare, ma prima mi dice “Tranquilla, sei ancora vergine”, poi abbandona la stanza.  

Oh Zeus, padre di noi mortali, ma la verginità non è forse l’innocenza dei pensieri, il candore del sentire, l’onestà dell’agire? No, io non sono più vergine, né fanciulla e come potrò sposare quest’uomo che con la forza bruta della sua lussuria mi ruba l’età più bella, quella dei primi innocenti sospiri furtivi e fugaci?!   

Uno scalpitìo concitato di cavalli, ” Èlena, siamo qui, sono Pollùce, rispondi!” io volo piangendo tra le braccia sicure dei miei fratelli, “Teseo è partito per un’altra delle sue col fido compare Piritoo; siamo giunti in tempo!” “In tempo per cosa, Castore?” vorrei chiedergli, ma ora sono nel mondo degli adulti e delle loro menzogne e confermo “Sì, siete giunti in tempo” e poi taccio.

Così taccio anche davanti al mio sposo, che s’illude d’essere stato il primo uomo della mia vita e si vanta a bassa voce col fratello e con gli amici di aver posseduto la vergine Elena ben sette volte nella prima notte nuziale. “Lussuria!” fanno da controcanto gli altri maschi con sorrisi accattivanti e complici.

“No, questo è solamente uno dei volti della lussuria: il vostro di maschi dominanti: egoista arido predatorio, che annota “quante volte” ed ignora l’intensità e il vicendevole abbandono all’amore”. La verità è che io il mio primo uomo ancora l’aspetto, quello che avrà cura del nostro ἔρος amore e per il quale io farò follie, costi quel che costi!

Miriam Ticci

WEN – LUSSURIA – Benessere a tutti i costi: Confessione di un Lussurioso – Francesco Guglielmino

Per me il lusso è tutto, non potrei farne a meno. Gioco in borsa, organizzo corsi e talvolta anche metodi di guadagno piramidali dove sono il primo a guadagnarci. Perché faccio tutto ciò? Perché mi piace, mi piace averci uno Yacht, mi piace essere circondato di donne in tanga tutti i giorni dell’anno. Per me la morale è il successo a tutti i costi, avere uno Yacht dove vivere e non avere una residenza precisa. A me non interessa se il mondo va a rotoli, a me interessa che stia bene io e le persone abitano con me. Io sono per il benessere a tutti i costi dovessi far male anche ad altri non importa.

WEN – LUSSURIA – La camera con la carta da parati a grottesca – Massimo Acciai Baggiani

Nejua (pronunciato più o meno “nèsciua”) è mia amica da un paio d’anni. Lo giuro, non siamo mai stati altro che buoni amici. È una bella ragazza di trent’anni e se affermassi che non è sessualmente appetibile sarei ipocrita, ma non oserei mai farle una proposta del genere e credo che la cosa sia reciproca. O almeno lo credevo fino ad una settimana fa. Dopo quella notte misteriosa a casa sua ho una grande confusione in testa. Proverò a far chiarezza raccontando per scritto quello che è accaduto, passo passo, così come l’ho vissuto io, senza aggiungere spiegazioni mie: solo i fatti nudi e crudi.

Dunque mi trovavo nell’appartamento di Nejua, in un palazzone stile sovietico nella capitale di un paese dell’Est Europa di cui non voglio svelare il nome. Era una notte di fine agosto e mi ero coricato abbastanza tardi, dopo essere rimasto a chiacchierare con la mia amica in francese, la nostra lingua-ponte, fino a mezzanotte. Dopo tanti inviti caduti nel vuoto ero potuto finalmente andare a trovarla: lei si era gentilmente offerta di ospitarmi per una settimana durante le sue vacanze. Quanto a me, sono disoccupato, vivo di rendita e non ho problemi né di tempo né di denaro. E adoro viaggiare.

Lei venne a prendermi in aereoporto, ci abbracciammo e andammo subito in taxi nel suo appartamento, in periferia. Era all’undicesimo piano di uno di quei grigi caseggiati anonimi, imbrattati di graffiti, che ricordano tempi tristi. L’appartamento di Nejua invece era molto accogliente ed arredato con gusto: creava un curioso contrasto con l’esterno. Entrando fui colpito dall’odore dell’ambiente. Ogni casa ha un suo odore particolare: a volte respingente, a volte invitante. Quello era invitante, come d’altronde è la mia amica, la persona più gentile ed ospitale che conosco: un misto di cannella, bucato fresco, pane caldo, caffè, fiori, spezie varie più qualcosa di indefinibile.

Lasciatemi descrivere ora l’appartamento nell’ordine in cui me lo mostrò Nejua, dopo avermi invitato a togliermi le scarpe e lasciarle al mobiletto accanto alla porta. Si tratta di un modesto locale con tre stanze, un bagno ed un piccolo corridoio. Appena si entra c’è uno specchio sulla sinistra, davanti al mobiletto, alto e stretto, ondulato (ne ho visto uno simile all’IKEA), poi un mobiletto su cui sono appoggiati vari oggetti tra cui piccole cornici con foto che la ritraggono con parenti e amici vari. Sulla sinistra c’è la cucina: piccola, pulita e funzionale. Sul frigo c’è una dozzina di souvenir magnetici che testimoniano i suoi molti viaggi di lavoro intorno al mondo. A destra c’è un piccolo salotto con un grande schermo televisivo, che prende anche un paio di canali italiani, ed una piccola camera per gli ospiti: quella destinata a me. Ha grandi vetrate luminose che si possono oscurare la notte tramite le veneziane: lo skyline della città appare anonimo, grandi palazzi, poco verde e viali larghissimi e trafficati. C’è un letto ad una piazza e mezzo che Nejua aveva preparato per me, con una coperta a motivi floreali, uno scrittoio con una sedia ed un piccolo armadio di noce con le ante scorrevoli. Nient’altro, a parte un paio di quadri alle pareti: uno a soggetto religioso ed uno marinaresco. L’elemento di arredo che comunque colpì subito la mia attenzione fu la carta da parati. Innanzitutto era da parecchio che non vedevo più una camera con la carta da parati, mi sembrava una cosa un po’ anacronistica che riportava la mia memoria a quando ero bambino e alla mia vecchia casa d’infanzia. La carta in questione riportava strani motivi a grottesche, dorati su sfondo verde oltremare: esseri ibridi e mostruosi che si intrecciavano ad elementi vegetali ripetendosi secondo semplici schemi simmetrici. Fantasie un po’ morbose che rimandavano ad un’età senza tempo e che mi davano una strana sensazione, non saprei dire se spiacevole o meno. Direi solo strana. La carta da parati era l’unico elemento che sentivo veramente estraneo in un ambiente in cui mi sentii subito a mio agio.

Dopo avermi indicato il bagno e gli asciugamani puliti che mi aveva messo sopra il letto, Nejua mi lasciò per darmi modo di sistemarmi. Misi il trolley da una parte ed iniziai a disfare i bagagli, pregustando già la cenetta tipica che la mia amica mi aveva promesso quando ci eravamo sentiti su WhatsApp quella mattina, quando mi trovavo ancora in Italia. Era stato un viaggio lungo e faticoso, passato in compagnia di un libro – un curioso manuale per fare il sidro in casa, pieno di riferimenti letterari – che avevo quasi terminato. Tirai fuori il libro e lo misi da una parte, sulla testata del letto, vicino all’interruttore della luce, poi mi tolsi pantaloni e maglietta. Rimasi in mutande a riposare un po’ sul letto, assaporandone la morbidezza e la freschezza.

Quella notte, dicevo, andai a letto dopo mezzanotte. Mentre ero disteso sul letto in mutande, solo col lenzuolo addosso (era una notte calda), attendendo il sonno riassaporai i momenti di quella giornata, da quando ero partito quella mattina all’arrivo nella capitale, poi la passeggiata in centro con Nejua e la cenetta leggera in un locale all’aperto, lo spettacolo di giochi d’acqua e luci in un grande parco affollato ed infine la buonanotte a casa sua. Una giornata intensa e piacevole che ben prometteva per quel mio viaggio all’estero. Il sonno tardava ad arrivare, come mi succede sempre la prima notte in un letto straniero. Ogni tanto aprivo gli occhi e nella penombra osservavo la luce della città che filtrava tra le fessure delle veneziane. Ascoltavo il rumore del traffico, undici piani più in basso, ed il vento che si era alzato in serata e che a quell’altezza era piuttosto forte. Pensavo al programma dell’indomani: colazione ricca di proteine e via verso nuove esplorazioni. Il sonno davvero si faceva desiderare. Alla fine, non so che ora fosse, il sonno arrivò e mi ritrovai addormentato.

Qui iniziano i fatti misteriosi. Era ancora notte fonda quando, nel dormiveglia, sentii una presenza che si infilava sotto il lenzuolo. Era un corpo femminile, caldo, completamente nudo come appurai di lì a poco. Ancora intontito dal sonno mi rigirai domandandomi se stessi sognando o se a Nejua fosse venuto in mente di farmi qualche scherzo. Non era proprio da lei. Il corpo si strinse a me. Sentivo il suo fiato sul collo, quindi una mano sulla mia pancia che scendeva, scendeva. Io ero come paralizzato, ma non avevo paura. Ero indifferente. Mi rigirai di nuovo, con la schiena sotto. La mano mi si infilò tra le mutande. Quando toccò il mio sesso ebbi un brivido. Cominciavo ad eccitarmi e non mi chiedevo più cosa fosse saltato in testa alla mia amica. La mano cominciò ad accarezzarmi lentamente, sapientemente. Distesi la mano ed inarcai la schiena. La mano finì sul sesso nudo di lei. Era umido e caldo.

– Dobbiamo stare insieme – sussurrò una voce femminile, del tutto estranea. Fu lì che realizzai che non poteva trattarsi di Nejua, la quale non conosce una sola parola d’italiano. Di colpo mi irrigidii ed uscii da quella strana paralisi. La mia mano si ritrasse e cercò a tentoni l’interruttore, vicino alla testata del letto. Urtò contro un oggetto che cadde rumorosamente sul pavimento. Il libro. Ebbi un sussulto. Lei continuava a masturbarmi. Dopo un tempo che mi parve interminabile trovai finalmente l’interruttore e accesi la luce. In fondo mi aspettavo davvero di trovare Nejua in preda da un raptus erotico, per quanto assurdo potesse essere: ma non vedevo altre spiegazioni meno assurde, eravamo solo noi due nell’appartamento e l’avevo sentita chiudere a chiave il portone di casa. Invece non era lei. Era una ragazza sconosciuta: viso ovale, con lunghissimi capelli neri lisci ed un’espressione un po’ contrariata.

– Rimettiti a dormire – mi disse con tono che non ammetteva replice – Dobbiamo dormire insieme.

Quel guizzo di volontà tornò a svanire in un dormiveglia incantato che sfumò lentamente nell’incoscienza. Prima però sentii la sua mano che avvicinava il mio sesso al suo, piano piano, fino a toccarlo. Poi più nulla.

Fu la suoneria del mio smart-phone a svegliarmi, alle otto di mattina, come convenuto la sera prima con Nejua. Ero solo nel letto. In un primo momento mi domandai se quanto avevo vissuto quella notte fosse solo un sogno, ma era così vivido che ero propenso più al no. Dopo qualche attimo, mentre mi stavo svegliando del tutto, mi diedi dell’idiota. Certo che era un sogno: cosa poteva essere altrimenti? Mi alzai, cercai col piede una ciabatta, poi l’altra. Il piede urtò il libro, caduto per terra accanto al letto. Dunque la caduta del libro non me l’ero sognata. Mi guardai nelle mutande: il membro era in erezione, ma questo mi accadeva tutte le mattine, era normale. Mi rimaneva quella sensazione dolce, di quando ci si risveglia da un sogno erotico e si assaporano emozioni irreali. Mi rivestii con calma ed andai in cucina. Nejua era già al lavoro attorno ai fornelli. Nell’aria si spandeva un profumo invitante che veniva dal forno. Stava preparando una qualche torta tipica della sua terra.

Le augurai il buongiorno con una delle poche espressioni che conoscevo della sua lingua. Lei mi rispose in francese chiedendomi se avessi dormito bene. Anche lei aveva un’espressione assonnata ed i capelli in disordine. Mi domandai se la sua domanda non nascondesse un sottinteso malizioso. Decisi di non dirle nulla: cosa avrei potuto d’altronde dirle? Una ragazza si è infilata nel mio letto stanotte? Non mi avrebbe preso sul serio. L’ipotesi che si trattasse effettivamente di uno scherzo architettato con una sua amica non reggeva: Nejua non era davvero il tipo di fare scherzi, anzi una sua pecca era proprio lo scarso senzo dell’umorismo. Era allora molto più probabile che si fosse trattato davvero di un sogno.

Consumammo la colazione in silenzio. Sia io che lei tendiamo a non essere loquaci la mattina, almeno non prima di una buona tazza di caffè. Indugiammo a tavola per un’oretta buona, consumando una delle colazioni più abbondanti e saporite di cui abbia memoria, quindi mi lavai i denti e tornai in camera per prepararmi ad uscire con lei. La carta da parati alla luce diretta del sole, che entrava copioso dalle vetrate con le veneziane tirate su, aveva un aspetto completamente diverso dalla sera prima. I colori erano diversi, più brillanti e più banali. L’aura di mistero era sparita. Rimaneva il mistero sul letto. Raccolsi il libro e feci per rimetterlo a posto. Dalle pagine venne fuori una foto. Ero sicuro di non avercela messa io, ma la cosa che mi diede un tuffo al cuore fu che conoscevo il soggetto ritratto. Era la ragazza misteriosa di quella notte. Era una vecchia foto ingiallita e consumata, ma non potevo sbagliarmi. Era lei. Decisi di mostrare la foto a Nejua. Era in bagno a lavarsi i denti. La fermai mentre usciva e le misi sotto gli occhi la foto. Ricorderò sempre il cambiamento della sua espressione: fu repentino quanto inquietante. Durò un attimo, fu tanto breve che in seguito mi sarei chiesto più volte se me lo fossi solo immaginato. Tornò la solita di sempre. Mi domandò dove l’avessi trovata. Io le dissi di averla trovata per terra, in camera, senza specificare altro. Gliela diedi e lei la prese con cautela, come se stesse maneggiando una bomba. Mi disse che non riusciva più a trovarla da anni.

– Qui est elle? – le domandai. Lei fu dapprima evasiva, poi mi disse che era sua sorella maggiore. Era venuta a mancare molti anni prima, quando lei, Nejua, era ancora piccola. Samila, questo il suo nome, era morta a venticinque anni: non mi volle dire come e ritenni indelicato chiederglielo, di certo però non era morta di vecchiaia. Avevo avuto dunque ricevuto attenzioni sessuali da parte di un fantasma? Vi assicuro che era in carne ed ossa, non era per niente evanescente come ci immaginiamo i fantasmi. Rimane dunque aperta l’ipotesi del sogno, ma come si può sognare una persona che non si è mai vista? Com’è finita quella foto tra le pagine del mio libro?

Qui termina la mia storia. Le successive notti nella camera con la carta da partati a grottesche passarono tranquillamente, in un sonno profondo. Mi spiace che non ci sia una risposta a queste domande, ma ho promesso di essere obiettivo e di raccontare tutto così come si è svolto. Giudichi il lettore, anche se confesso un certo imbarazzo a far leggere questo mio testo ad altri. Credo che lo lascerò in un cassetto: forse il tempo lo riporterà alla luce. Speravo che scrivendo tutto nero su bianco, ripercorrendo con la scrittura quegli eventi, analizzandoli insomma a mente lucida, sarebbe saltata fuori una spiegazione razionale.

Ma non sempre le spiegazioni razionali saltano fuori, ecco.

WEN – LUSSURIA – Di lei non mi piaceva niente – Francesco Fattorini

Di lei non mi piaceva niente. Non avevamo in comune che Marco, suo marito e mio amico di vecchia data.

Nelle cene a casa loro la conversazione era sempre difficile, dovevo trattenermi per non entrare in conflitto con lei, esagerata politicamente, esagerata nei gusti, notavo il suo eccesso nell’arredamento, nei colori delle pareti. Anche la sua voce mi fu da subito sgradevole, troppo squillante, invadente, sgraziata.

Era bella, non posso negarlo, ma di una bellezza che non era nelle mie corde, una bellezza aggressiva, sfrontata, irrispettosa.

Era il 25 aprile, non so dove fosse Marco, mi pare avesse un impegno col comune, una manifestazione per la Liberazione. Non so dire neanche perché passai da casa loro, forse non ricordavo che Marco non ci fosse, lo capii solo quando mi aprì: due occhi troppo celesti, capelli troppo neri, labbra troppo rosse. Entrai e mi preparò un caffè, impeccabilmente cortese ma con gli occhi mi sfidava, il suo sguardo era invadente e ogni sua domanda pareva avere un doppio senso, una sfumatura velatamente ambigua.

Non so come quella testa bruna finì tra le mie mani e come fu che le nostre bocche sembravano volersi mangiare in una furia di desiderio, la premevo sulla parete della cucina facendole sentire quanto la desideravo mentre le sue mani mi accarezzavano infuriate. La sollevai senza smettere di baciarci e ci gettammo sul letto, mi sentivo come se stessi cadendo in un burrone, sui comodini scorsi le abat-jour bianche che avevo regalato a Marco per il matrimonio e distolsi lo sguardo. Il calore del suo corpo in quel momento fu ragione di vita e non mi sarei fermato neanche fosse rientrato Marco. Dopo ci lasciammo cadere spossati, uno di fianco all’altro e piansi, ricordo che piansi. La odiavo. Mi vestii e andai via, non disse niente, si accese una sigaretta senza neanche guardarmi. Uscii dalla casa e camminai fino a sera lungo il fiume.

Due giorni dopo la trovai alla mia porta, entrò senza salutare e gettò il giubbottino sul divano, un minuto dopo ci spogliavamo con mani impazzite. Dopo si ripeté il rito della sigaretta. Detestavo ogni suo atteggiamento, se avessi dovuto elencare quello che non mi piaceva di una donna avrei descritto semplicemente lei.

<< Cosa provi per me? >> Le domandai sorprendendomi io stesso della mia voce.

<< Fabio… guarda, non provo niente, non sei il mio tipo. Cerca di capire, è solo un momento particolare… >>

Difficile dire oggi per quanto tempo osservai in silenzio l’angolo del soffitto di camera mia, ricordo solo che a un certo punto la vidi alzarsi e rivestirsi; se ne andò senza dire nulla.

Non c’era amore tra di noi, né amicizia, neanche simpatia o un minimo di affinità, solo bisogno di prendersi, come fame incontrollabile.

Non la odiavo più, avevo pena di lei come di me, non potevamo amarci e non riuscivamo a lasciarci, prede di un piacere ossessivo che ogni volta si rinnovava facendosi sempre più irrinunciabile. Non parlavamo mai, non avevamo argomenti in comune, solo i nostri corpi madidi di sudore sembravano comunicare.

Passarono sei mesi di incontri clandestini, di disperazione, di rimorso. Sapevo di sbagliare, sapevo che avrei dovuto prendere una decisione ma neanche la preghiera mi dava la forza che mi serviva.

La mattina di Ognissanti Marco venne a trovarmi e mi disse del suo imminente trasferimento a Gorizia. Mi chiedo se sapesse qualcosa. Uscì da casa mia e restai in un torpore tiepido, felice che qualcosa separasse me e lei, saremmo stati liberi e avremmo anche potuto dimenticare e farci perdonare. Un futuro senza quel piacere inaspettato e violento che aveva acceso la mia vita per la prima volta e certamente l’ultima. Non c’erano decisioni da prendere, per fortuna, era stato già tutto compiuto e potevo tornare a chiudere la mia vita nel sarcofago delle mie giornate.

Rischiai di fare tardi per la messa di Ognissanti; corsi trafelato in sacrestia, indossai l’abito talare, i paramenti e mi apprestai a officiare la messa, la chiesa era già piena di fedeli.

Francesco Fattorini

WEN – LUSSURIA – Lussuria – Laura Gronchi

Il “Vaniglia” era una di quelle discoteche da bordo spiaggia, che duravano il tempo di far cassa con la vendita di droghe sintetiche e alcol di bassa categoria, per poi sparire a fine stagione.

Tutto era precario e arrangiato, dagli impianti realizzati da amici del titolare, che forse manco avevano l’abilitazione, ai servizi igienici riassunti in due spogliatoi adattati ad ospitare lavandini e cessi alla turca.

Per gli scarichi di bar e bagni si erano allacciati abusivamente a quelli del vicino stabilimento balneare, il cui proprietario, in cambio di una cospicua mazzetta, aveva finito per accettare. Pure assessori e dipendenti comunali erano stati riccamente foraggiati, per ottenere in breve tempo tutti i permessi e le autorizzazioni.

L’inaugurazione era stata pubblicizzata sui principali quotidiani locali, cosicché già a partire dalla metà del pomeriggio del giorno stabilito, parecchia gente aveva preso a gravitarvi attorno per non rimanere esclusa dall’evento.

Alle diciotto in punto iniziò la solfa.

Ben presto la modesta baracca di legno adibita a bar fu presa d’assalto, così come il buffet ricolmo di salati.

Alle venti il gruppetto di Marco e i suoi quattro amici fecero ingresso nel locale. Erano su di giri, già bevuti e fatti di coca.

«Oste! Cinque AK-47 svelto!» Ordinò con arroganza Marco al barista, un magrebino pieno di piercing e treccine.

«Calmati cocco, e vai a farti la fila alla cassa», ribatté flemmatico l’altro che continuò a servire chi c’era prima e aveva lo scontrino.

Vistosi ignorato, il ragazzo salì sulla barra poggiapiedi, agguantò l’inserviente per la maglietta e gli ripeté sgarbato l’ordinazione.

«Cinque AK-47. Subito. Non farmelo ripetere.» Poi lo mollò.

«Ah! Buonasera signor Mainardi! Benvenuto nel nostro locale!» esclamò il direttore sopraggiungendo alle spalle del gruppetto. «Spero vi stiate divertendo.»

«Si certo, grazie. Bella serata e splendida musica.» Ripose educato il ragazzo, per poi sorridere cattivo verso il banco. «Peccato non possa dire altrettanto del personale. Io e i miei amici vorremmo bere ma non ci riusciamo.»

«Non hanno lo scontrino», si difese il magrebino.

«Non ne hanno bisogno. Marco è figlio del boss, servili subito. Passa parola anche con gli altri, che non ci siano altri problemi durante l’inaugurazione.» lo rimproverò il direttore prima di andarsene.

Con i bicchieri colmi s’inoltrarono nella calca di corpi che ballavano al ritmo di rock. Stettero un po’ lì finché un gruppetto di ragazze esagitate non attirò la loro attenzione.

Si avvicinarono, spararono diverse battute, ci furono risate, poi in dieci si diressero di nuovo verso il bancone, da cui tornarono con parecchi drink e una

Vita notturna a Mykonos, i luoghi del divertimento: discoteche e night club

boccia intera di whisky. Scavalcarono la recinzione che separava la discoteca dalla spiaggia attrezzata, e s’impadronirono di lettini e sdraio che trascinarono a riva, e su cui si stravaccarono continuando a bere e impasticcarsi.

Le risate si fecero sguaiate, avevano caldo e lo sciabordio del mare li richiamò come una sirena. Si spogliarono e si buttarono tra le placide onde, dove caddero come birilli per rialzarsi tra grida e schiamazzi. Iniziarono gli abbracci, i baci, le carezze lascive che sfociarono in rapporti frettolosi consumati in acqua, sulla sabbia o sui lettini.

Si addormentarono d’un botto lì dove stavano, per risvegliarsi infreddoliti all’alba, smarriti; in alcune delle ragazze ci fu anche del fugace imbarazzo, subito fugato dal whisky avanzato che si passarono l’un l’altro.

Storditi tornarono alle macchine salutandosi fiacchi, qualche scambio di numero di cellulare, blande promesse di rivedersi, poi il ritorno a casa.

di Laura Gronchi

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