WEN – FIGLI – Noi – Marcella Spinozzi Tarducci

Stringendoci forte la mano
come a sentirci tutt’uno
ti abbiamo vista nascere.
piccolo passero implume, nostro soltanto.
I tuoi piedini rosei
sbocciavano come fiori vividi
stretti nella mano del mago
che ti ha condotto alla vita,
I tuoi occhi stupiti
guardavano il mondo a rovescio.
Sopra di te, come bianco gabbiano,
volava l’ala bianca della suora.

Eppure, così piccola,
tu conoscevi già le strade del mondo
e già sapevi la parola
che ci avrebbe fatto soffrire
e quella che
improvvisa
ci avrebbe colmati di gioia.
Le tue mani rugose e tenere
stringevano già tutte le cose del mondo,
il tuo pianto le reclamava tutte
nel brivido di quel corpicino guizzante.

Ti vedemmo, e sapemmo allora
di non essere soli
e di soffrire
e di esser felici.
Stringendoci forte la mano
come a sentirci tutt’uno
accettammo per noi
il dolce fardello della tua nuova vita,
piccolo passero implume, nostro soltanto.

Da: EMOZIONI
di Marcella Spinozzi Tarducci

Tutti i diritti riservati.

WEN -FIGLI – Figlia (haiku) – Carlo Menzinger

Occhi di bimba

Sorridono felici

S’allaga il cuor

Firenze, 27/03/2001

da “Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto” di Carlo Menzinger di Preussenthal

WEN – FIGLI – Arianna 26 maggio 2019 – Miriam Ticci

La mia guerriera ha le gambe stanche

Ma non cede d’un passo né di mille

Per questo io l’amo e farei faville

Per mantenere nel suo sguardo anche

Quel guizzo lieve d’ironia leggera,

Passo di marcia del maratoneta

Sicuro di raggiunger la sua meta

Senza tema d’ostacolo o barriera.

Coronavirus: Gdf ferma ragazza che corre in spiaggia • Imola Oggi

Se la vita le dà un colpo basso

Ella lo accusa ma non lo subisce

Andando avanti passo dopo passo

E da cupo lo sguardo s’addolcisce,

Del cielo nella volta all’imbrunire

Raggio rosso, di sole che finisce.

di Miriam Ticci

WEN – FIGLI – A Valentina, mia figlia – Maila Meini

Giugno 1981

Non permetterti mai di ascoltare

parole-mostro o tiritere fitte

di rumori rimbalzanti su lastre

cementate da un agro morto vivo

senza nessuna crepa.

Non voglio i tuoi

colori soffocati con durezza

da dita che soltanto sanno il grigio,

il più facile se non c’è coraggio.

Urla e silenzio versa su quei ragni

L'infermiere e la terapia del sorriso”, la tesi di una neo-laureata  brindisina in Scienze Infermieristiche | newⓈpam.it - Informiamo Brindisi e  provincia

di vetro. Tristi e perverse barriere,

frantumate, tu le farai tappeto,

senza curarle, e cercherai altrove.

23 aprile 2003

Scrissi quei versi ventidue anni fa,

intessuti per te d’anima mia,

leggendo grandi schegge di zaffiro.

Li riconsegno oggi nelle mani tue,

con amore e fiera.

Tu sei così:

pur con fatica resti te stessa.

ed è questa la laurea che festeggio.

di Maila Meini

WEN -FIGLI – Che ho da fa’ pe’ campà la famiglia? – Oscar Montani

Un mussulmano sciita di Le Sieci, (FI)

di mogli in casa ne avea dieci.

Coi figli eran venti,

per non patire stenti,

mangiavano sempre pasta e ceci!

Lo scandalo della famiglia numerosa in un paese figliofobico |  Testa•del•Serpente

di Oscar Montani

WEN – FIGLI – Il tempo dell’Uomo – Carlo Menzinger

Ci fu il Tempo dell’Uomo

Venne il Tempo in cui il Dio Bambino era lontano

Venne il Tempo del Silenzio del Dio Bambino

I Figli dei Figli di Adamo

Chiamarono Dio

I Figli dei Figli di Adamo

Chiamarono il Dio Bambino

I Figli dei Figli di Adamo

Chiamarono il Genio della Terra

Solo il Silenzio rispose

Non era più il Silenzio d’un tempo

Era un Silenzio fragoroso

Un Silenzio chiassoso

Il Silenzio degli Dei

Il Silenzio del Tempo

Il Tempo del Silenzio

L’Uomo correva

L’Uomo costruiva

L’Uomo sognava

L’Uomo esplorava

L’Uomo distruggeva

L’Uomo non ascoltava

Il Silenzio era nelle sue orecchie

Il Silenzio era nella sua mente

L’Uomo cercava la Verità

L’Uomo cercava se stesso

L’Uomo cercava Dio

L’Uomo trovò solo il fragore

Il fragore del Silenzio.

L’Uomo allora partì

Partì per la Guerra

Partì per un lungo viaggio senza fine

Partì per un Sogno

Partì per un Incubo

Partì per una Donna

Odisseo e Telemaco: il rapporto padre/figlio. • Scuolissima.com
Il riconoscimento di Ulisse e Telemaco. Dipinto di Henri-Lucien Doucet (1880). Parigi, École Nationale Supérieure des Beaux-Arts.

Partì da una Donna

L’Uomo si vide intelligente

L’Uomo si vide saggio

L’Uomo si vide furbo

Ma il Serpente reggeva lo Specchio

Il Serpente strisciava muto

Ai suoi piedi

Nel Tempo dell’Uomo

Nel Tempo del Silenzio

Adamo dimenticò il Nome di Eva

Ulisse tradì Penelope

Telemaco crebbe solo

da “Il terzultimo pianeta” di Carlo Menzinger di Preussenthal

Firenze, 12/03/2013

WEN – FIGLI – Ai miei figli – Maria Gisella Catuogno

Figli, se anche non foste miei figli,

io vi amerei per la vostra giovinezza

ardente e inquieta

e per quella voglia di sfidare il mondo

che v’accende lo sguardo e le emozioni.


V’amerei per quel riso che incanta

e che ha ancora l’innocenza dell’infanzia:

polla d’acqua sorgiva, mi rammenta,

e schiuma di mare quando soffia maestrale;

e per le bufere di cui siete capaci

quando la vita più vi incalza e preme:

allora fuggono i passeri dal ramo

s’oscura il sole e piove grandine

di rabbia e di tormento.


V’amerei per la fatica di crescere

che vale scalare vette impervie

e navigare il furore degli oceani;

per quel modo che avete

di chiedere scusa:un lungo abbraccio, in silenzio,

e tutto è come prima;

e per l’onestà che v’alberga nel cuore:

campo di spighe dorate di grano

fiore di pesco a primavera

cristallo di cielo spazzato dal libeccio.  

Fiori di pesco: significato, cure, caratteristiche e curiosità

Maria Gisella Catuogno

WEN – FIGLI – Il Marchese e la masca – Carlo Menzinger

Viveva nella rocca il Marchese

a Castiglion  Falletto. Abitava

d’Incisa il Marchese tra le viti

di nebbia dolci e sì odorose

e spesso nei campi da sol andava

pensando nel rimirar i suoi siti.

Un dì tra l’erba e l’oscur cespuglio,

nel soffiar lieve del grecal d’autunno,

nei pressi delle vigne di nebbiolo

andava e stava lì con cipiglio

il Marchese a studiar il frutto d’anno

quando udì d’ali il veloce volo.

Girò il giovan volto a quel suono

ma nulla vide l’occhio suo marrone

se non cespugli, fronde e aer vuota.

Preso allor tranquillo il cammino,

in breve gli parve che un biscione

sfuggisse via nella fangosa mota.

Da poco della terra era duce,

essendo il padre morto in battaglia,

ma non per questo orbo di coraggio

COOL-TURA, Streghe e fantasmi a Roma

era il giovane. Assunse truce

aria però per quel stran parapiglia,

che al suo cuor facea così oltraggio.

Pareano quei moti innaturali

essere, pur essen così comuni.

Giunto che fu all’acque del ruscello

si chinò e con le mani due boccali

raccolse e ne bevve ginocchioni

ma l’acqua tosto fece mulinello.

Con inatteso guizzo l’acqua esplose

in improvvisa fontan d’alti schizzi.

Saltò indietro il Marché d’Incisa,

tanto lui di tal scherzo si sorprese,

con i vestiti pregni degli spruzzi.

Ma non dovea finir lì la sorpresa.

Stupendo volto di fanciulla scorse

poi in quell’acqua ritornata quieta

e non sapeva se fuggir o darle

magari un saluto. Dunque porse,

assai incerto, alla pel di seta

il suo sorriso. Lei gli rese perle.

Perle i suoi denti, bocciol di rosa

le sue carnose labbra infuocate.

Sorse allora tutta da quel corso

nuda e magica, così radiosa

che superava in beltà le fate:

voluttà in lui vinse il rimorso.

Scosse allor i lunghi bei capelli

nello scrollarsi l’acqua via di dosso

ed il Marchese ne restò bagnato

nel corpo e fece pensieri folli

che tutto lo lasciaron dentro scosso

tanto quel corpo parea agognato.

Ella uscì allor dal rio Garzello

qual statua greca di perfetta ninfa

e s’accostò al Signor del Barolo

con la certezza di chi si sa bello

e dalle labbra donò la sua linfa

a quelle di lui… che partì in volo.

Gli occhi di fiume suoi ella pose

dentro gli occhi del Signor di terra

ed egli il corpo suo sì robusto

tra le di lei braccia così setose

infisse e fecero poi Gomorra

e del piacer osaron ogni gusto.

Quando l’union dei corpi fu ben piena,

la donna si mutò in vecchia cupa,

la pelle pura fu corteccia dura,

il bel sorriso smorfia fu oscena

e l’amor fu ferocia poi di lupa

e il Marchese prese pure paura.

“Chi sei?” allor le chiese il ragazzo.

“Non vedi che son una masca?” disse

“Son del nebbiolo strega e disdetta

per te sarò ma qui non cess’il lazzo.

Un figlio tuo avrò e tu percosse

e morte da lui avrai maledetta”.

“Rogo t’attende, strega, nulla d’altro.

Mio figlio non terrai né or né giammai”.

“Prova allor a bruciar l’acqua, se puoi”

rispose la masca e con far scaltro

in rivo si mutò dicen “non m’avrai”

…e il marchese ripiegò ai frantoi.

A lungo egli ripensò la masca.

A lungo il sonno suo fu inquieto.

Passaron vent’anni così per tutti.

Sei figli ebbe il Marché Alberto

Tre li portò via morte, come suole.

Due eran donne quasi. Il maggiore

era un uomo già, di vin esperto.

Assai amava egli la sua prole,

fonte di gioia ma pur di dolore.

In un mattino di nebbios’autunno

il figlio del Marchese al rio scese

e volto di donna nell’acqua vide,

liquida forma nata dall’inganno,

per il destino del patern Marchese

ma sparì quando mosse il suo piede.

Udì appresso un frusciar nell’erba

e pensò a moto di serpe lesta.

Inquieto, fece di tornar ai tini

a rimirar, nel fragror della torba,

tra gli effluvi dolci d’uva pesta,

la superficie di quei rossi vini.

Ecco allor che ancor gli apparve

fatato quel volto che vide nel rio

però non chiaro d’acque ma ben rosso.

Ed or la faccia ancor non scomparve

ma donna da confonder l’uomo più pio

emerse e tutta gli fu addosso.

Ella apparve nuda fin in vita,

immersa nel buon vino saporoso.

Il figlio del Marchese fu attratto

da quella donna di beltà fiorita

dentro al tin in ampless’amoroso,

finché la morte lui non ebbe sfatto.

Un bimbo, dietro d’un tin il riparo,

vide il figlio del Marchese morto

e quella masca sparir nel nebbiolo.

Chiamaron il Marchese all’amaro

spettacol ed egli quando l’ebbe scorto

moltissim pianse per quel suo figliolo.

Non più pensava ormai alla masca

il padre orbo del figliol amato

ma a briganti o vendette strane

o ladri che vivevan nella frasca,

quand’arrivò a Castiglion armato

un cavalier da terre ben lontane.

Come lo vide il marchese certo

pensò il figlio di veder fantasma,

vide però che era uomo vero.

“Chi siete con la faccia di un morto?”

“Son vostro figlio, della stessa risma,

non quello morto ma io son Ruggero”.

“Figli non ebbi mai con questo nome…”

Si ricordò però in quel momento

di quella masca con la sua minaccia.

Il cavalier la spada sulle chiome

alta levò. Il corpo suo dal mento

con la sua lama staccò e le braccia.

Con magia la strega Ruggero pose

al posto del figlio a governare

e il Marchese pensarono tutti

che nel tin certo qualcun lo uccise,

mentre il corpo vero già scompare

per l’arte della strega tra i flutti.

A tutti diede da ber il nebbiolo,

da quella masca nera incantato,

Ruggero, or Marchese con l’inganno,

e con quel vin stregato del Barolo

nessun capì che uno fu scambiato

col fratellastro più gran già d’un anno.

Sol se n’avvide il bimbo spaventato

che il delitto avea osservato

nascosto dietro profumato tino.

Finché un dì anch’egli dissetato

fu da quel vino tanto prelibato

e cessò d’essere così bambino.

Ora la realtà lieto solo confonde

quando in man regge il suo bicchiere

e più non crede alle fate care

e pensa d’esser ormai troppo grande

per creder che le masche siano vere

o che le ninfe nascan dal gran mare.

Firenze, 23/05/2007

Da “Rimando rido” di Carlo Menzinger di Preussenthal

WEN – FIGLI – Heute transit nach Volkswagen – Oscar Montani

Tiene famiglia, tipo di Avellino

or che la consorte avrà un bambino

Com'è che il pulmino Volkswagen è diventato un'icona da 100.000 euro? |  Business Insider Italia

commenta: “E sono nove

l’ho detto e non ci piove,

mi vendo l’auto e compro un pulmino!”

di Oscar Montani

WEN – FIGLI – Da madre a figlia – Miriam Ticci

Arianna 26 maggio 1989

Sempre una casa incastonata al mezzo

D’una collina,

Perla affondata nel carnoso letto,

Nell’oro gemma

Adagïata al centro del suo trono.

Sempre d’estate nella coda d’oro

Della spiga del sole ai caldi raggi

L’ocra del riso ondeggia:

Riso gioioso che nel pugno chiuso

D’una lucciola il cuor mira pulsare.

Sempre vivo un affetto nel camino

Cova nel mezzo

Del grigio nella cenere del cuore,

Caldo pulcino

Che pigolando sta sotto ala d’oro.

I sessatori di pulcini - Il Post

di Miriam Ticci

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