27° WEN – 3 e 4 SETTEMBRE 2022: IL NUOVO TEMA PER IL WEEK-END DEL NARRATORE È “SICCITÀ”

L’iniziativa WEN (il Week-End del Narratore) lanciata dal GSF sul proprio Blog, continua  dopo la numerosissima partecipazione ai precedenti temi “Covid-19”, “Quanti siamo”, “Là fuori”, “Acqua”, “Fuoco”, “Terra”, “Aria”, “Ira”, “Avarizia”, “Invidia”, “Superbia”, “Gola”, “Accidia”, “Lussuria”, “Figli”, “Genitori”, “Fratelli”, “Antenati”, “Parenti”, “Coniugi”, “Sogno”, “Incubo”, “Visione”, “Ossessione”, “Schizofrenia” e “Follia”.

Dopo una breve pausa estiva, riprenderemo a settembre con un nuovo ciclo di temi legati all’ambiente e all’ecologia: “Siccità”, “Carestia”, “Inquinamento”, “Surriscaldamento”, “Desertificazione”, “Biodiversità”, “Sostenibilità”, “Riciclo”, “Salute”, “Equilibrio ecologico”.

Occorre pensare ai problemi del mondo prima che bussino alla nostra porta. Speriamo che riflettere e parlarne possa aiutarci a cambiare le cose, che spesso dipendono da semplici gesti quotidiani, da piccole scelte individuali.

L’acqua potabile è una risorsa fondamentale. L’acqua è alla base della vita stessa della nostra economia. In questi giorni si parla molto della carenza d’acqua. Per il prossimo WEN attendiamo allora contributi che parlino di:

SICCITÀ”.

Le regole sono sempre le stesse:

  • RACCONTI E POESIE DI MAX 3.500 BATTUTE SPAZI INCLUSI

(con una certa tolleranza, accettiamo sempre testi anche attorno ai 4.000 caratteri o anche più lunghi, spazi inclusi, ma questo vuole anche essere un esercizio per sforzarci a essere sintetici e imparare a tagliare il superfluo, pertanto Vi preghiamo di cercare di rispettare questa semplice regola).

  • Potete inviare anche più di un contributo.
  • Possibilmente inviate i vostri lavori in formato word.
  • Se avete immagini che possono illustrare il vostro testo, potete inviarle in formato jpeg.
  • I testi dovranno pervenire ENTRO IL 26 AGOSTO 2022 all’indirizzo:

blogautori.gsf@gmail.com

Sabato 3 settembre saranno pubblicati i racconti e domenica 4 settembre le poesie.

Questa è una delle numerose iniziative del GSF – Gruppo Scrittori Firenze. Per partecipare al WEN non è necessario essere soci, ma chi volesse iscriversi può farlo qui (l’abbonamento costa € 15,00) e saremo lieti di accoglierlo tra noi. I soci del GSF possono partecipare anche ai nostri progetti di antologia, far parte della giuria del Premio La Città sul Ponte, avere agevolazioni per i nostri corsi di scrittura, aderire ai gruppi di lettura e molto altro.

Anche se non è un’iniziativa del GSF, vi vorrei segnalare anche la possibilità di partecipare a un’antologia di genere fantastico che parla di viaggi spaziali, telepatia e teletrasporto: il Progetto “Dal Profondo”, che, tra le altre cose affronta, come questo ciclo di WEN, le tematiche ambientali.

WEN – FOLLIA – Impazzire in Menzingerstrasse – Carlo Menzinger

Un poeta ebbro danza in Menzingerstrasse
danza tra i mandorli floreggianti
danza per la strada tra i fiori
danza lungo la via infinita
danza verso il tempio marmoreo
inerpicato sull’incommensurabile
danza tra le macchine irreali
danza tra fantasmi silenti
danza sulla strada pallida
e traccia intrichi d’arcobaleno
danza in Menzingerstrasse
e impazzisce
com’è ovvio.

Roma, 06/06/1984

Versi tratti da “Spada di inchiostro” di Carlo Menzinger di Preussenthal

WEN – FOLLIA – Follia – Francesco Guglielmino

Folla  che mi
Origlia  con
Libertine  parole e
Limpide frasi ed  io
Inghiottito dalle voci  che mi
Assillano.

di  Francesco  Guglielmino

WEN – Follia – Caro prefetto – Miriam Ticci

Caro Prefetto, la multa che m’ha dato
Non va tenuta in considerazione,
Ché il mezzo mio, quello qui in questione,
Sì circolava in un corso vietato,

Ma ahimè, a causa d’un tamponamento,
Da un carro-attrezzi esso era trasportato
E quindi la sanzione, se va data,
Spetta al mezzo vettore in quel momento.

Di quanto qui asserito ne son prova
Due foto della macchina infernale
Che niuna differenza sostanziale
Tra il vettore e la merce, lei, non trova.

Che un “vigile umano” occhio le dia
E cassi ogni suo errore madornale
È chieder troppo all’economia?

“Sì! Troppo!” è la risposta padronale,
“Ma è barzelletta o pura follia!”
Replica in coro il corpo sociale.

di Miriam Ticci

Schema metrico: endecasillabi di tre quartine a rima incrociata (ABBA-CAAC-DEED) e due terzine in terza rima (FEF-EFE)

WEN – FOLLIA – Limpido volo – Carlo Menzinger

Ho visto,
affacciandomi alla finestra,
il volo limpido
d’un angelo mortale
verso l’infinito del non essere.
Ho visto il dolore muto
trasformarsi in rassegnazione,
mutare in rabbia,
esplodere in disperazione cieca.
Ho visto la vita
rinunciare a se stessa
e perdersi nel niente.
Ho visto l’orecchio
protendersi al canto delle sirene,
suggestionato da cori celesti.
Ho visto il tuo corpo,
amica mia,
perdersi in un istante
di disperata follia.
Ho visto il tuo corpo
mutarsi in uccello fragile,
il tuo vestito lieve
farsi ali fugaci,
inadatte al volo,
ma a questo adatte,
adatte a un volo estremo,
che non conosce planate,
che non conosce futuro.
Ho visto il tuo corpo
freddo
contro il selciato.
Se avessi conosciuto un Dio
mi sarei inginocchiato
davanti al suo angelo caduto
ma davanti avevo
solamente
il tuo corpo
tornato pesante.

Firenze, 13/03/2001

Versi tratti da “Sangue Blues” di Carlo Menzinger di Preussenthal

WEN – FOLLIA – Pedoni e regine – Carlo Menzinger

Auto pirata travolge pedone

Regina furiosa mangia cavallo

Cavallo di bastoni su Fante di Quadri

Fante di Picche su Donna di Cuori

Su entrambi Re di Quadri

Dipinti ad aglio e olio

Chef d’oeuvre

Ouverture d’uova di Pasqua

Passaggio di paesaggio

Passeggio di paggi e passeri

Passere e tope

Topi d’albergo e di fogna

Fognatura e nasi intasati

Strade ingorgate da idraulici inetti

Un etto netto di netturbini nani

(Il nono nano non è noto)

Nuota nelle fogne invano

Di metri quadri otto per otto

Dente per dente

Vincente e perdente

Nuova disciplina olimpica

Educazione da Déi

Dei nostri Déi defunti

Decessi nei cessi

Finiti per le vie infinite del Signore

E Signori lo Spettacolo va a incominciare

Anzi giammai è finito

Giacché la vita è uno show

Di giacche di paillettes e lustrini

Lustrati lustri fa

Do re mi sol

Fare mi dovrei un abito nuovo

Che vivo in usi antichi

Negli USA sono vent’anni avanti

Nonostante gli orologi digitali

Digitiamo ancora sulla punta delle dita

Pungendoci il cuore

La picca, il quadro e il fiore

Mal vivono assieme

Ma le picche picchiano sodo

L’uovo fa lo Chef

Che facciamo noi non saprei

So sol soltanto che

Un’auto pirata ha travolto

Sconvolgendone il volto

Un pedone di poch’anni e mezzo

E l’autista nel mezzo

Dalla folla folle

Sotto l’auto in folle

Disteso è stato lasciato

Mentre gridava in nome dello Stato

Che lui non aveva colpa

Se l’auto aveva colpito

Il passante nell’isolato assolato

Negli occhi come dimostra

L’asola del passante recisa

Sola prova precisa che mostra che il mostro

Era ignaro di colpevolezze casuali

Causate da eventi eventuali sopravvenienti.

Firenze, 31/10/2001

Versi tratti da “Schiavi part-time” di Carlo Menzinger di Preussenthal

WEN – FOLLIA – Bianca dove sei – Antonietta Toso

               «Bianca dove sei?» Carmela urlava.

               La piccola iniziò a correre per le anguste stanze della casa in cerca di un nascondiglio mentre sedie e sgabelli le cadevano attorno come birilli.

               Aprì la porta del bagno e d’impeto la richiuse in fretta. Con le mani dietro la schiena tentò di bloccarla con il suo esile corpo. D’istinto si voltò per ruotare la chiave nella serratura che sentiva premere contro la nuca.  

                Il respiro le faceva difetto. Il cuore era una farfalla che svolazzava nella gola, che picchiava dentro gli occhi bagnati di pianto.

               Con il dorso della mano se li asciugò,  tirò su con il naso, se lo stropicciò e rimase immobile, paralizzata dal terrore di essere trovata.

               Tese le orecchie al pari della bestiola che ha paura del cacciatore nella giungla. Niente, nessun rumore proveniva al di là di quella porta, solo quello della pioggia e dei tuoni. Temette che la donna fosse fuori ad attenderla in silenzio.

               Scettica, Bianca, prese tempo.

               Salì su di una sedia e si affacciò alla finestra.

Pulì il vetro con il polsino della manica, lo fece risplendere alla luce dei lampioni. Guardò il selciato lucido di catrame fresco.

               Finalmente gli operai hanno finito. Se ne sono andati.

               Riflesso nel cristallo c’era il suo volto e quell’aria d’infantile disperazione che squarciava le tenebre più dei fulmini.

               Bianca si allontanò dalla finestra per osservarsi allo specchio. Per guardarsi negli occhi, fissarli oltre, arrivare alla mente, al cuore. Arrivare a Dio.      

               Eccolo, Dio c’é. Tace. Finge di essere morto.

               Lo scrutava per avere conferma alla spietata intuizione che s’infliggeva.

               Mi ucciderà. Prima o poi mamma mi ucciderà.

               Si passava le mani sulla fronte e fra i lisci capelli castani. Si sfiorava il contorno del viso per accertarsi di avere un posto nello spazio. Si osservava i lividi, quelli vecchi e quelli appena inflitti. Poco prima la natica non era blu e non le doleva.        Guardò fuori.

               In quei palazzi abitavano bimbi con una vita così diversa dalla sua.

               «Bianca. Dove sei?» Nuove urlastrapparono la casa al silenzio.

               Seguì uno sbattere di porte. La maniglia di quella del bagno saltellava nelle mani della madre.    « Apri. Vieni fuori subito, ho detto.»

               A passo lento, la piccola uscì dal nascondiglio.

               «Cosa ci facevi lì dentro, eh?»

               Bianca non rispondeva.

               «Ti ho fatto una domanda. Rispondi. Perché ti sei chiusa a chiave?»

               La donna continuava a sbraitare.

               Bianca taceva. La sua mente si era inceppata.

               Smarrita, guardava la madre con occhi vuoti ma riconobbe l’ira che la rinvigoriva e deformava la bocca.

               Si rilanciò a scappare. Due falcate, la donna la raggiunse. Bianca cadde prona, le ginocchia della madre sulla schiena.  

               Carmela le strappò il vestitino. Agguantò le mutandine, gliele tirò giù per conficcarle i denti nelle natiche.

               Il dolore era pungente e adesso Bianca urlava a perdifiato.

               «L’hai ritrovata la voce, eh? Guai a te se non mi rispondi quando ti faccio una domanda. Guai a te se non parli. Quante volte ancora te lo devo dire? Che cosa ci facevi nel bagno?»

               Bianca continuava a tacere. Avrebbe voluto arrendersi, dire qualcosa. Un semplice niente forse bastava ma la mente si era inceppata.

               Carmela la prese a schiaffi, sulla faccia, sulla testa mentre la piccola si divincolava e adesso era supina.

               Con le mani attorno al collo iniziò a stringere. Stringere.

               «Ti ammazzo. Hai capito? Ti  ammazzo.»

               La piccola roteò gli occhi, gettò la testa di lato a ciondoloni, come fosse una bambola di stracci.

               Carmela la liberò.

               Bianca cominciò a tossire, a respirare a stento come fosse a un soffio dal trapasso.

               Mamma è così contenta di avermi terrorizzata a morte. Io però sono stata brava a liberarmi, sono stata brava a non farmi strozzare.   

Dal romanzo “In un cassetto”   di Antonietta Toso

WEN – FOLLIA – La follia di Michelino – Brunetto Magaldi

 “Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
Cosa non detta in prosa mai né in rima
Che per amor venne in furore e matto
D’uom che sì saggio era stimato prima”

Così, con questi versi, Lodovico Ariosto introduce l’epico racconto della follia di Orlando nel suo immortale capolavoro.

Orlando, che nel poema di Matteo Maria Boiardo era soltanto innamorato, nel poema dell’Ariosto impazzisce per Angelica che non lo corrisponde.

E di personaggi che, per amore, impazziscono o addirittura si suicidano, ne è piena la letteratura.

Basti pensare al giovane Werther o allo Iacopo Ortis del Foscolo.

Ma anche nella vita reale, un amore non corrisposto, e nella cronaca si possono periodicamente trovarne numerosi esempi, può indurre ad atti di follia che non di rado si possono concretizzare in suicidi o tentati suicidi.

C’è chi si avvelena, chi si butta sotto il treno o giù da un ponte.

E c’è chi si butta dalla finestra.

Ed è proprio quello che in preda a una lucida amorosa follia, fece Michelino, studentello di seconda media

Adesso vi racconto come è andata.

Nella sua scuola come in tante altre in quel tempo, e siamo alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, era rigorosamente vietata la promiscuità dei sessi.

Proibite le classi miste.

I maschietti avevano le loro classi e le ragazzine, che obbligatoriamente dovevano indossare un grembiule nero, avevano le loro.

Inoltre, sempre per evitare qualsiasi promiscuità, nella sua scuola erano  stati adottati orari sfalsati di un quarto d’ora sia per l’entrata che per l’uscita dei maschi e delle femmine.

Michelino si era invaghito del bel visino di una ragazzina di terza media e che, col suo grembiulino nero che mal nascondeva le sue incipienti grazie, vedeva solo entrare nella scuola mentre lui attendeva coi compagni il suo turno.

Nonostante facesse di tutto per farsi notare, la ragazzina non l’aveva mai degnato di uno sguardo. 

All’uscita le femmine uscivano prima dei maschi e non c’era possibilità di avvicinarla.

Fu così che un giorno, era già primavera e le finestre delle aule erano spalancate per fare entrare il dolce tepore primaverile, Michelino, guardando dalla finestra si accorse che nel cortile sottostante, le ragazzine di terza, nei loro grembiulini neri, stavano facendo ginnastica.

Non ci pensò due volte, era la sua grande occasione e, fra lo stupore dei suoi compagni e le grida inorridite della prof che stava spiegando il teorema di Pitagora, scavalcò il davanzale e si buttò di sotto.

Follia pura, ma follia controllata.

L’aula era al piano rialzato della scuola e il volo di Michelino fu di poco più di due metri.

Atterrò sulla terra battuta del cortiletto e fu subito circondato dalle ragazzine che interruppero la loro lezione di ginnastica.

“Ti sei fatto male?” gli disse premurosa proprio la ragazzina del suo cuore.

“No,” rispose “non mi sono fatto niente”

Nel frattempo erano accorsi i bidelli, la prof di matematica, poi la preside mentre i compagni di classe e anche quelli delle altre classi si affacciavano alle finestre.

Accertato che Michelino non si era veramente fatto niente, furono avvertiti i genitori che accorsero il primo possibile.

Ricevuti dalla preside, dapprima in ansia, poi decisamente arrabbiati, preannunciarono a Michelino draconiane punizioni.

Se la cavò invece Michelino con tre giorni di sospensione dalla scuola, e dai genitori con la sospensione della paghetta per due settimane ed il divieto assoluto di uscire la domenica con i suoi amici.

Ma Michelino era contento lo stesso.

La ragazzina dei suoi sogni l’aveva finalmente notato.  

di Brunetto Magaldi

WEN – FOLLIA – Quel malefico germoglio – Milena Beltrandi

Mi piacerebbe trovare il seme della follia per rinchiuderlo in un barattolo ermetico e scuro che gli impedisca di crescere, vorrei rimuovere l’ossigeno per negargli la possibilità di spargere le sue spore intorno e ripartire dando vita a nuova follia.

Vorrei vedere dove nasconde le sue radici sottili e malefiche, capire come riesce a infiltrarsi ovunque e riprodursi come un parassita, scoprire come possa soffocare tutto rubando lo spazio alla moralità e alla razionalità dell’essere umano.

La follia che altro può essere se non un seme?

Un seme penetrante capace di espandersi all’interno delle menti umane e possederle a suo piacimento, silente fino al momento della germogliazione. Allora la follia fa uccidere a pugni e calci per uno sguardo di troppo, annienta la donna, moglie o madre per incompatibilità di carattere o solo per la voglia di mettere fine a un legame malato. Follia chi si sente in diritto di abusare e sfruttare giovanetti e bambini solo perché appartenenti a popolazioni straniere. Follia schiavizzare uomini sottoponendoli a infinte ore di lavoro sottopagato per i propri maggiori profitti, usare prepotenza e potere per sottomettere l’onesto al malaffare.

Si può chiamare solo folle chi uccide la propria famiglia, i figli, i genitori o le fidanzate; solo la follia può portare l’uomo alla brutalità come la vediamo oggi: guerre, stragi di innocenti nelle scuole, terrorismo nella società, morti bianche nelle fabbriche, per le strade, ovunque ci si aspetti di vedere civiltà ci si accorge delle sottili radici della follia.

Tra le immagini apocalittiche che ricordo di aver sentito da bambina ce n’era una particolarmente inquietante sulla popolazione, ridotta alla fame, disperata a tal punto che: “… le madri bolliranno i propri figli per sfamarsi…” che mi ha spaventato fin oltre l’adolescenza.

Ricordo che ritenevo la cosa raccapricciante ma assurda a tal punto da sentirmi sicura sull’impossibilità della fine dell’essere umano sulla terra. Era una metafora per ravvivare il Timor di Dio e allontanare le genti dal peccato che avrebbe portato alla fine del bene. Se le metafore servivano ad ammonire i peccatori sull’avvicinarsi del Giudizio Universale, pur non credendo nelle religioni, ogni volta che un uomo uccide una donna, un giovane aggredisce un coetaneo, una madre uccide un figlio, sento che se non troveremo il modo di ingabbiare il seme della follia omicida, se non riusciremo a cambiare, meriteremo l’estinzione minacciata.

                  

                                                             

di Milena Beltrandi

WEN – FOLLIA – Mio Dio è pieno di stelle! – Adriano Muzzi

– Mio Dio è pieno di stelle!

Fu l’ultima frase del malato in fase terminale, dopo pochi secondi spirò con un sorriso stampato sul viso cinereo. Il dottore staccò i neuro-elettrodi attaccati in varie parti della testa del paziente e si girò verso il vetro oscurato della sala infermieri, sapeva che lui era ancora lì, abbozzò un cenno di saluto con la mano. Poi, una volta svolte tutte le formalità del caso, si recò nello spogliatoio per cambiarsi e per parlare con Giulio.

 – Ehi Giulio, come stai? Eri tu oggi che fornivi i sogni al paziente deceduto nella stanza 23?

L’uomo girò lentamente la testa bitorzoluta e squadrò il medico con occhi sgranati e la bocca spalancata da cui colavano fili di saliva.

 – Ciao dottor Alberto, io sogno, ergo sono, ma so di non sapere, e vivo in mondi incantati.

 – Sì, lo so Giulio, sei molto bravo in quello che fai.

 – Lo sogno, caro Alberto, da Berto, ossia Bertuccia! Lo sai che sono il più forte dell’universo, eh!?

 – Prima o poi mi devi raccontare i tuoi segreti…

Giulio era uno dei “donatori”, uno dei tanti ricoverati nel reparto neurologico affetto da gravi forme di pazzia paranoide, i cosiddetti matti. Facevano parte di un ristretto gruppo che donava le proprie fantasie ai pazienti in fase terminale che erano provati dai forti dolori, fisici e mentali. Allietavano i momenti più brutti con proiezioni di mondi fantastici e gioiosi. Una sorta di anteprima del paradiso, per chi credeva, ma anche per chi era ateo.

            Passarono gli anni e anche Alberto, il dottore, si ammalò gravemente. Nei suoi ultimi giorni di vita chiese di Giulio, e anche se ormai il “matto” era a riposo, acconsentì a fornire il suo servizio un’ultima volta.

 – Ciao Dottor Alberto, alber-t-o bello, Alberobello!

Il dottore accennò un mezzo sorriso dal letto di sofferenza in cui si trovava.

I medici attaccarono i neuro-elettrodi alla testa del febbricitante e dettero l’OK a Giulio per iniziare.

Alberto improvvisamente passò dal dolore cieco, ondate rosso fuoco di male assoluto, a un’assenza di colori e sensazioni, per poi iniziare il vero “viaggio”…

… mi sento bene, l’aria calda sferza il mio corpo muscoloso, sono in costume, in cima a un altissimo scivolo d’acqua. Il canotto su cui sono seduto parte in una corsa sfrenata su una discesa ripidissima. Ci sono scivoli di tutti i colori, arcobaleni si formano tra gli schizzi d’acqua. Percorro curve e rettilinei impossibili, sento l’accelerazione che mi fa accapponare la pelle. Urlo di gioia, divertito come non mi succedeva da quando era bambino. Con il mio piccolo canotto arrivo a un punto che sembra  un’enorme meringa multicolore, inizio a vorticare finché la traiettoria a spirale non mi porta a imboccare un pertugio in un imbuto gigante. Il tunnel riempito di musica allegra dura per alcune centinaia di metri, poi sbuco in un fiume circondato da una foresta fitta, sembrerebbe quasi l’Amazzonia, uno dei viaggi più belli che ho fatto da ragazzo. Uccelli arancioni cantano melodie di una complicatezza inarrivabile. Fiori giganti mi inebriano le narici con i loro effluvi magici; inspiro a pieni polmoni, mi sento in splendida forma. Sono il padrone del mondo!

Attraverso pianure verdi, deserti costellati da dune gialle come l’oro e poi montagne con picchi innevati. È tutto così bello, la mia mente gode eccitata; non sento dolore, non percepisco stanchezza, solo tanta felicità.

Il canottino adesso si trova su uno scivolo parabolico enorme, prendo velocità, i capelli lunghi – ma non li avevo così a 16 anni? – mi frustano le spalle. Sono alla fine della parabola a una velocità impossibile, urlo di paura e di stupore. Mi stacco dallo scivolo prendendo il volo, attraverso uno strato di nuvole, poi il blu, poi il nero e…

… mio Dio è pieno di stelle!

di Adriano Muzzi

“E coloro che furono visti danzare furono

giudicati pazzi da quelli che non potevano

sentire la musica.”

          —  Friedrich Nietzsche


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