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Renato Campinoti legge “La porta” di Magda Szabò

 Una straordinaria figura di donna dura come il suo popolo

Un libro duro e difficile, questo di Magda Szabò, che ci racconta di un rapporto altrettanto duro e difficile.
Magda, scrittrice all’apice del successo letterario, inadeguata alle faccende domestiche, con Emerenc, la più vecchia, tosta e straordinariamente forte domestica che si sia mai incontrata nella letteratura.
Apparentemente il libro ci racconta di questa incapacità a comunicare, per un lungo tratto, tra le due opposte donne, per carattere, sensibilità, cultura, che tuttavia finiscono per intendersi e diventare complementari e necessarie l’una all’altra.
La porta, questa struttura quasi magica che permette a Emerenc di nascondersi al mondo intero, finisce per essere l’emblema della difficoltà  a stabilire rapporti tra le persone. A nessuno dovrà essere permesso di visitare l’antro, pieno di segreti, in cui questa straordinaria figura di vecchia desidera nascondersi e nascondere a tutti ciò che là dentro custodisce.
Solo a Magda, un bel pezzo in là nel racconto, Emerenc finirà per permettere, per pochissimo tempo, di entrare e visitare ciò che lì è nascosto.
E questa apparente disponibilità e complicità di Emerenc verso la scrittrice, finirà per rivelarsi come la vera essenza del libro: la sfida a saper rispettare fino in fondo la fiducia tra le persone, sia pure di una persona caparbia e difficile rappresentata dal personaggio della domestica.
Ma se questo è il senso, come a me pare essere, dell’intera e impegnativa narrazione, non c’è in tutto ciò anche qualcosa d’altro?
Non c’è, nella figura così straordinaria di Emerenc, nell’empatia che suscita in tutte quelle persone che stanno in ansia per la sua sorte, un emblema di un popolo, quello ungherese, che attraversa, soprattutto nel secolo della vita della protagonista, momenti difficili e anche drammatici, che finirà, come Emerenc, per perdere fiducia negli intellettuali e confidare solo in se stesso?
Straordinario, da questo punto di vista, il racconto che Emerenc fa alla scrittrice del suo innamoramento con un uomo potente, prima perseguitato, poi asceso ai vertici del potere ungherese, da lei aiutato e sostenuto e che tuttavia la ingannerà. «Mi ci vede, io che ascolto un educatore del popolo?»  Ecco che riaffiorava il suo anti intellettualismo, il disprezzo per la cultura, come chiosa la Szabò, forse per farci notare lo scarto tra il popolo e le assurde e drammatiche vicende dei giochi di potere nel suo Paese.
È, quest’ultima, solo una suggestione, ma che a me pare non vada troppo lontano dalla verità intrinseca nel libro di questa bravissima scrittrice Ungherese, anch’essa, a lungo, ignorata dalla cultura europea.
Resta da dire della grande forza narrativa che Magda Szabò sa infondere in un libro così impegnativo. 
Solo il talento di una grande scrittrice quale lei è, riesce a catturare il lettore con un  ritmo e un continuo capovolgimento delle situazioni che lo spingono  a ricercare nell’esito finale la soluzione dei molti interrogativi, dubbi, sentimenti contrastanti disseminati in tutto il percorso narrativo.

di Renato Campinoti

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