WEN – COVID-19 – L’amore ai tempi del Coronavirus – Manna Parsì

L’amore ai tempi del coronavirus
Esco dall’ufficio di corsa, la borsa del computer mi scivola dalla spalla, non ricordo in quale tasca abbia infilato il cellulare, il cappotto è sbottonato e il vento circola tra torace, addome e schiena. “Ora ti ammali…” direbbe la mamma. In questi giorni lei è diventata anche porta voce della protezione civile per noi familiari, con la sua perenne ansia amplificata perché io continuo ad andare al lavoro. Oggi mi ha telefonato almeno dieci volte per ricordarmi i nuovi decreti emanati dal governo per combattere il coronavirus. Intanto il nostro capo pensa che il Covid-19 sia una sorta di epidemia di massa che porterà alla selezione naturale e quindi continua a lavorare sui nuovi progetti con noi dipendenti al guinzaglio.
Per le vie regna il silenzio nonostante l’arrivo della primavera e l’inizio delle feste delle contrade. Il ragazzo del bar sta chiudendo il locale e quando mi vede, sorpreso mi chiede come mai sia ancora per strada.
“Sembra il coprifuoco!” gli dico preoccupata. “Peggio, è il coronavirus!”, mi risponde seccato.
Lo saluto e cammino più veloce perché il supermercato chiuderà fra poco. Nella strada deserta echeggiano solo i miei passi. Mi giro per guardare se c’è qualcuno altro. E se adesso Jack lo squartatore sbuca da un angolo e mi aggredisce, nessuno potrà salvarmi. Urlerò e chiederò aiuto. Che soluzione banale, il solito stereotipo di genere, dirà la mamma. Con questi pensieri cupi arrivo al parcheggio. Mi tremano le mani e le chiavi scivolano e finiscono sotto la macchina. Mi piego per cercarle, mi cade il cellulare dalla tasca della borsa del computer e si apre in due. Cerco di recuperare i pezzi che all’improvviso sento un rumore di passi. Ecco, Jack lo squartatore. Mi faccio venire un attacco di tosse e i passi diventano più veloci e ad un tratto spariscono. La mamma mi dirà brava, degna di una donna forte.
Al supermercato c’è una lunga fila. Prendo il carrello controvoglia e mi metto a distanza di un metro dal tizio davanti a me. La gente trova sempre un modo per chiacchierare, ma la mia mente è già piena di problemi di lavoro e di impegno sociale per combattere il Covid-19. Sono ancora molto giovane per ammalarmi, ho tanto da fare, viaggiare, conoscere, crescere e altre cose che ora non mi vengono in mente…
Non ci posso credere, sto sognando? Un paio di occhi verdi grigi che luccicano al buio mi stanno fissando. E’ seduto in un angolo lontano da noi comuni mortali a guardarci nella nostra fragilità. Mentre lui sembra così distaccato e indipendente. Se ne accorge che lo sto guardando e si mette in piedi. Quella luce nei suoi occhi mi dà energia e riscalda il mio cuore.


“Vai avanti o no?”, la voce di un ragazzo mi strappa dal nido d’amore che avevo costruito nella mia mente in pochi minuti. Tiro il carrello avanti e cerco di nuovo quei bellissimi occhi. Oh Dio l’ho perso. Ma no, solo si è spostato. Ora sta fermo vicino a me e mi sta fissando. Credo di piacergli, mi si avvicina e il mio cuore si ferma. Struscia la sua testa alle mie gambe e sento il calore del suo corpo, tanto piacevole.
“Muoviti, non voglio rimanere qui fino a mezzanotte” sbotta il ragazzetto dietro di me.
Allora butto via il carrello, lo prendo in braccio e accarezzo il suo pelo morbido. Mi guarda con affetto e stringe la testa al mio petto.
“Ti chiamerò, Micio, Ti piace?” e riprendo la strada di casa.

di Manna Parsì

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